Recensione: YA, LA BATTAGLIA DI CAMPOCARNE (2015) di Roberto Recchioni

Jack Sensolini1445959560_COP_recchioni_roberto_ya-2“Che sia fatta l’avventura / Senza ieri né domani / Con la vita tra le mani / Sempre pronti a battagliar.” E non importa se l’eroe di questa avventura, visto da vicino, non è altro che un ragazzetto di nome Stecco, alto come una pertica e magro come l’osso di un cane, che al suo fianco ha una montanara dai modi troppo duri e dalla testa troppo grande che tutti chiamano Marta la Brutta e che in questa avventura manco ci voleva entrare. E non importa se i loro gesti eroici e le loro battaglie più gloriose forse andrebbero chiamati guai. E che ne escono vivi più per caso o per fortuna che per la loro forza e abilità nel combattere. Quello che importa è che Stecco ha un sogno: far parte della Compagnia dei Giovani Avventurieri. A guidarla c’è il Granduomo, un leggendario condottiero sempre accompagnato dal tenebroso Incappucciato, il suo angelo della morte, e dalla centenaria Nonna Mannaia, il suo angelo custode. Stecco fantastica di sfidare con loro il destino, compiere eroiche gesta e conquistare fortuna e gloria. Desidera entrare nel mito, far parte delle Storie, quelle raccontate all’infinito attorno ai fuochi, nelle notti buie e nei giorni di festa. Perché Stecco sa bene che “le storie sono tutto quello che abbiamo e senza di loro noi siamo niente”. Quello che ancora Stecco non sa è che seppur raramente i sogni si avverano. E che spesso si rivelano incubi…

Titolo: Ya, la battaglia di Campocarne | Autore: Roberto Racchioni | Editore: Mondadori | Collana: Chrysalide | Anno di pubblicazione: 2015 | ISBN: 978-8804658016 |Pagine: 215 | Prezzo: 18€

YA, La Battaglia di Campocarne, è il romanzo d’esordio di Roberto Recchioni, per Mondadori, primo di una trilogia ed è un fantasy puro. Un fantasy basso, come direbbe lo stesso Roberto. Ancora meglio, di provincia.
Per essere ancora più precisi: un FANTASI italiota, con la “i”, che trae la sua linfa, per ammissione dello stesso autore, dalla tradizione italiana e da opere come L’Armata Brancaleone di Monicelli.
Con l’etichette, almeno per il momento, abbiamo finito.

Ah, a scanso di equivoci, è un esordio maledettamente buono.

Un bellissimo romanzo per ragazzi, e non solo.

D’altra parte, Roberto Recchioni ha barato. Non era propriamente un esordiente.

Il romanzo segue le avventure di Stecco, il giovane figlio, alto e magro, di un Contadino di Zarafa, nel regno di Attalya, che sogna di lasciare per sempre i panni del contadino per vestire quelli dei Giovani Avventurieri, di cui conosce già tutte le storie, la compagnia di ventura del Granduomo, eroe personale del nostro Stecco.

Stecco è un ragazzo tenace, intraprendente, che sa raccontare belle storie, ma il cui unico talento in battaglia sembra essere quello di “schivare” cose. Nel suo viaggio verso Dorsoduro (campo di addestramento dei Giovani Avventurieri del Granduomo), Stecco affronterà un percorso di crescita personale, come da tradizione per i romanzi di formazione, incontrerà Marta la brutta, sua inseparabile compagna di vita e di avventure, zombie, iettatori, dei, salverà villaggi, racconterà storie, bugie, e dovrà affrontare diverse prove, prima di poter raggiungere il suo eroe.

La battaglia di Campocarne sarà il punto d’arrivo, ma anche di partenza, dell’avventura di Stecco.

La struttura del racconto non è lineare (sono presenti due livelli temporali: i fatti della Battaglia di Campocarne e il percorso di crescita di Stecco) ma calibrata con maestria ed estrema consapevolezza (qui ci ho visto un po’ di King). Recchioni ci prende per mano e ci conduce esattamente dove vuole.

La prosa è asciutta. Essenziale. Un classico dei fumettisti “prestati” al romanzo (mi viene in mente Gaiman, so che Roberto apprezzerà). Forse una prosa non particolarmente ispirata, ma sempre funzionale alla storia.

I dialoghi, invece, sono semplicemente perfetti.

Da segnalare una citazione all’Enrico V di Shakespeare, una ai Sith di Star Wars, e un paio di sassaiole di kingiana memoria.

Quella sul calabrone che vola perché non lo sa, onestamente, Recchioni ce la poteva risparmiare. Niente di personale, è che una volta l’ho sentita fare da Saviano.

Se devo essere onesto fino in fondo, e intendo esserlo, YA, La Battaglia di Campocarne non è esattamente il tipo di fantasy che mi aspettavo da un autore come Recchioni.
Mi spiego meglio.

Se l’acronimo YA (che sta per Young Adults, il target per cui è stato pensato – e credo commissionato – il romanzo) viene rielaborato da Recchioni come grido di battaglia (YA, all’avventura!), dall’autore di John Doe, David Murphy, Garrett, Mater Morbi, Battaglia, Orfani, e via dicendo, mi sarei aspettato un fantasy più cattivo. Meno di formazione.

Meno pedagogico, insomma.

Intendiamoci, non è che non abbia apprezzato. La scelta mi ha semplicemente spiazzato.

La voce di Recchioni in YA mi è sembrata la voce di un uomo maturo e saggio che è pronto per mettere da parte i panni della rockstar (o Giovane Avventuriero in cerca di battaglie) e vestire quelli del maestro (o Granduomo), qualunque cosa voglia dire.

Unica nota dolente del romanzo, almeno per quello che mi riguarda, è il Wordbuilding. L’intenzione è ottima, perfetta, mi trova d’accordo su tutta la linea, ma il mondo risulta eccessivamente povero, eccessivamente scarno. E anche se credo che sia stata una scelta ragionata, da un “nerd” come Roberto Recchioni avrei preferito un lavoro più approfondito sull’ambientazione e sugli usi e costumi di Attalya.

Una nota di merito va fatta ai capitoli sulla Briscola Selvaggia (la mia parte preferita del libro). Una vera e propria perla. Pane per i miei denti di nerd. E proprio per questo ne avrei gradito di più.

Come nei grandi racconti per ragazzi, i livelli di lettura sono molteplici, o comunque più di uno. Per quel che mi riguarda, credo di averne individuati due:

L’avventura di Stecco, di Marta la Brutta, dello iettatore Trappola, di Nonna Mannaia, del Granduomo e della sua cricca di Giovani Avventurieri.

L’avventura è femmina. È come ogni prima donna, la fa da padrone.

Il secondo piano di lettura è chiaramente un po’ più complesso, ma non troppo, finalizzato al lettore più maturo, e si basa sull’apologia del narratore, sull’importanza del racconto come strumento pedagogico e ricreativo, e, inconsapevolmente o meno, come già successo per altre storie di Recchioni (per la verità non molte) credo che nasconda una forte nota autobiografica.

«Mi sono ricordato di una vecchia storia di mio padre…»

«Quello che ti ha dato la moneta falsa.»

«Lui.»

«Allora sarà falsa anche quella.»

«Probabilmente. Ma era una buona storia e se una storia è buona, non conta poi molto se sia vera o finta.»

e ancora:

«Quindi… sono tutte bugie?»

«No. Sono storie. E più sei bravo a raccontarle, più la gente ci crederà. E più persone ci crederanno, più diventeranno vere. Ricordati questo, ragazzo: tra la verità e il mito, dai la precedenza al mito.»

«Perché?»

«Perché il mito non può deluderti.»

Le storie, in fin dei conti, non sono altro che bugie. Bugie bene impacchettate. Non importa se siano vere o false. Ma nelle migliori bugie, è risaputo, è sempre meglio nascondere una parte di verità.

Magari la propria.

Mi permetto di parafrasare: Io, Roberto Recchioni, sono stato prima un ragazzino alto e secco che è vissuto, si è nutrito ed è sopravvissuto grazie alle storie dei Granduomini che me le raccontavano. Poi, finalmente, sono partito, vivendo l’avventura di raccontare storie io stesso. Adesso che sono cresciuto, e che ho capito il trucco, sono cazzi fatti vostri.
Ora sono io, il Granduomo.
Voglio vivere di storie, e voglio essere pagato.
Perché le storie, anche le più piccole, sono faccende maledettamente serie.

Citando ancora Recchioni:

«Nonna Mannaia, nel frattempo, era scesa tra gli spettatori e raccoglieva un piccolo obolo da ciascuno di loro. Ognuno dava quello che poteva. Ma davano tutti.

Le storie si pagano. Anche quella era una tradizione.»

Jack Sensolini