Un’antologia… EROICA!

Giorgio Smojver9788898036981_0_0_0_75Sapete tutti cos’è Eroica: un’antologia di nove racconti contemporanei di Sword & Sorcery seguita da cinque saggi sui maestri del secolo scorso. È proprio questo che, da appassionato di letteratura fantastica, mi ha spinto a leggerla d’un fiato. Questa non è una recensione letteraria, né vuole esserlo. Da lettore comune, ma con venti anni di esperienza da bibliotecario, ho fatto ciò che facevo in biblioteca per presentare un libro: redatto schede e note. Ci troverete poca estetica: basta dire che tutti i nove racconti, anche i più lontani dal mio gusto, denotano padronanza non solo della lingua, sarebbe il meno, ma dei moduli narrativi e degli stili propri del Fantasy. Sono tutti al di sopra della media di quanto viene pubblicato, e tanto basta. Troverete invece osservazioni contenutistiche, perché ciò che mi interessa è il modo con cui scrittori attuali si mettono in relazione con la tradizione del Fantasy breve, gli elementi di continuità e quelli di innovazione: di ogni racconto ho voluto evidenziare sia le fonti remote sia i punti più originali. Allo stesso modo presento i saggi, tutti scritti con passione e competenza, e aggiungo qua e là qualche postilla mia e qualche dissenso minore, come è giusto che sia in una materia viva. Il Fantasy è un genere che deve rinnovarsi senza recidere le proprie radici, evitando le trappole opposte del minimalismo e della faciloneria care purtroppo a molti editori. Quello di Eroica è per me un contributo prezioso.

Racconti

La torre glauca di Adriano Monti Buzzetti

Siamo di fronte a una tipica avventura “alla Howard”, ben scritta e con diverse particolarità. Innanzitutto la contrapposizione tra il popolo delle colline cui il protagonista appartiene e le genti delle pianure non si limita a riecheggiare l’ideologia howardiana della superiorità della barbarie sulla civiltà: pare una rappresentazione fantastica delle due anime del popolo scozzese, gli Highlanders, pastori e cacciatori, tradizionalisti, dai costumi semplici e insieme tenacemente ritualizzati, e i Lowlanders, agricoltori e mercanti, pratici, soprattutto intenti al guadagno; infatti Linfe era richiusa in un bordello-prigione da uno zio per privarla dell’eredità esattamente come, nel romanzo Il ragazzo rapito di Stevenson, David Balfour era stato, per lo stesso motivo, venduto ai contrabbandieri. La descrizione della Torre rimanda decisamente a Lovecraft, coi suoi edifici dalle geometrie non euclidee, e così i suoi inumani abitanti. Il personaggio femminile a prima vista fa pensare a Valeria della confraternita rossa, ma, più moderna, è lei a prendere l’iniziativa verso il giovane barbaro che, malgrado la tracotanza, rivela una goffaggine da adolescente. Linfe lo tenta e si ritira, provoca e schiva, dimostrando di essere decisamente superiore nel gioco del desiderio. Ma riserva una sorpresa di cui non parlerò, per non togliere gusto al lettore.

Testa di santo di Mala Spina

Il racconto non è ambientato in un mondo mitico, ma nella Toscana del Trecento; la materia è data da un costume storico, il commercio delle reliquie dei santi. Non c’è rapporto se non l’ambiente, ma pensate alla prima novella del Boccaccio, quella di Ser Ciappelletto da Prato, che in molti abbiamo letto al liceo: falsario e assassino, con una geniale confessione in punto di morte convince il popolo di essere un santo e diviene oggetto di venerazione. Divertente, no? Ma pensate bene all’ultima scena: quel corpo morto sull’altare, la folla che ne strappa le vesti putride come tesori e ne bacia le mani e i piedi marci. Un corpo che alberga un’anima dannata, ancora tanto forte da fare falsi miracoli. Forse non è poi tanto divertente. E adesso leggete questo racconto da incubo.

Amanti, complici e ladri sacrileghi, i due eroi fanno l’ultimo colpo prima di lasciarsi. Mala Spina assume il punto di vista della donna, e ne rende benissimo i sentimenti contraddittori, sospesi tra il timore di un uomo che sa crudele e pericoloso e un residuo di affetto; la stanchezza, il disgusto si accompagnano alla passione non estinta. Ultima nota: i due furfanti pregano nei momenti di pericolo, lei anzi mostra una sincera devozione alla Madonna, ma non ne traggono alcuna remora a rubare e uccidere. Sembrerà assurdo al lettore moderno, ma per il Trecento, epoca di grandi cattedrali e grandi peccatori, per dirla con Cesare Marchi, è del tutto normale.

Edga la strega di Donato Altomare

Racconto avvincente, scritto benissimo, né ci si poteva aspettare meno da Altomare. Originale nel mischiare versi e prosa, nello sfruttare elementi non solo della Sword & Sorcery, ma del folklore e della favola (le tre barriere che l’eroe deve superare, il sole che dissolve gli incantesimi neri sono classici che a dire il vero ho usato anch’io, in modo differente, in romanzi ben lungi dall’essere editi; spero che, se mai ci riuscirò, Altomare non mi accusi di plagio, il folklore è patrimonio condiviso). La particolarità che trovo più interessante è la fede dell’eroe di combattere nel nome di un Dio giusto contro il Male. La gran parte dello Sword & Sorcery è anti-cristiana: i sacerdoti, anche di divinità benevole, sono visti in modo negativo, un cavaliere che si batta in nome del Bene e del proprio amore e non per l’oro, metà Orlando e metà Lancillotto, è guardato con diffidenza. Del resto nella storia ufficiale i crociati sono ora banditi nel nome del politically correct (per inciso, da medievista, l’attuale condanna totale delle crociate come inutili massacri, è altrettanto stupida di quanto era anni fa l’esaltazione acritica). Renzo è un crociato, e in questo ricorda, anche se con grandi differenze, Solomon Kane. Ci vuole coraggio a scriverne.

Sanjulian

Lo scorpione sulla lama di Mauro Longo

Abbiamo due eroi: un furfante bruno, magro, astuto e tortuoso, un guerriero alto, forte, allegro e dotato di una parlata naturalmente poetica: alzi la mano chi non ha pensato al Gray Mouser e a Fafhrd. E sì, le dinamiche sono in parte quelle: sempre pronti a pungersi e sfottersi a vicenda, i due sono complici e solidali contro tutto il resto del mondo. Ma poi vengono fuori le differenze. Gli eroi di Leiber sono in perfetta parità, qui abbiamo un anziano e un giovane, uno stratega e un esecutore, sia pure prontissimo. Poi Fafhrd e il Mouser sono mossi da curiosità e pura sete d’avventura, Malasorte e Spallaccio sono solo in cerca di soldi facili (cioè, presunti tali: non lo sono affatto). Non troverete qui torri merlate, minareti snelli come fiori, mura di candido marmo e cupole d’oro o turchese. Non bianche betulle, abeti cupi, aceri fiammeggianti. Solo pietraia e palude, sassi e fango. Non draghi o grifoni, ma le più schifose bestiacce che possiate immaginare. Niente magie, ma un gioco mortale a eliminazione. Niente cattivi cupi e grandiosi ma una congrega di ceffi degna del più grottesco Brueghel o di Hogarth (Hogarth l’incisore delle depravazioni di Londra, non Hogwarts la scuola di magia). Aha, mi direte, voi, abbiamo capito: nella morte i bastardi si riscattano e divengono eroi. Scordatevelo, quelli che muoiono, cioè quasi tutti, muoiono come sono vissuti: male. Ma allora perché leggerlo, mi chiederete. Perché Mauro Longo è un signor scrittore. Perché non a caso ho parlato di Brueghel e Hogarth: questi ceffi ti rimangono impressi. Perché Longo e un grande paesaggista, e il paesaggio, con le sue pietre, le sue caverne, le forre e le paludi diventa il terzo protagonista. Perché Malasorte è antipatico e così rimane, ma ha un’intelligenza, una capacità di manipolazione degna di Machiavelli. Lo odierete, ma non potrete non ammirarlo.

Il libro, dalla saga di Kmer di Max Gobbo

Un barbaro, quasi un clone di Conan giovane, viene accusato a torto di un delitto in una città di tipo romano. In un racconto di Howard ci aspetteremmo una stregoneria, qualche fantastico mostro e una schiava discinta; qui invece abbiamo un’inchiesta poliziesca condotta con tutta calma da un prefetto cui per sembrare Maigret manca solo la pipa. L’idea originale di avvicinare archetipi e generi tanto lontani da sola vale la lettura, e c’è una sorpresa molto italiana, che non anticiperò. Devo però muovere a Gobbo un’obiezione, non mia ma di Terry Pratchett: «Potete chiamarli Guardie di Palazzo, Guardie Cittadin o Guardie e basta. Qualunque nome abbiano,in ogni opera di genere Fantasy eroico il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo dieci minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l’eroe e vengono massacrati. Nessuno chiede mai se sono d’accordo. Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini»(Guards! Guards! 1989).

Illustrazione di SanjulianGli Scacchi del Re di Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini.

È il racconto che sento più affine, che vorrei aver scritto, naturalmente con le differenze che derivano dalla sensibilità di ciascuno. In questo caso, più che da Howard o Leiber, la struttura sembra derivare dai racconti brevi o Lai medievali dove lo spirito arturiano si coglieva assai meglio che nel monumentale e tardo rimaneggiamento di Sir Thomas Malory, che secondo me ha goduto di una “rendita di posizione”: gli anglosassoni, ignorando le fonti originali francesi o gallesi, gli hanno attribuito meriti non suoi. Il racconto breve del XII secolo è sempre narrazione di una prova, che consente all’eroe di crescere e superare i suoi limiti. Mi piacerebbe moltissimo che Gualchierotti mi scrivesse se quest’affinità è una scelta cosciente o una semplice convergenza. Un altro aspetto di grande interesse: gli autori ci dicono che Sybillion e Khemenides sembrano copie speculari, e lo sono per eleganza, rango sociale e anche orgoglio, vanagloria, superficialità. Sybillion poi rivela di essere fatto di ben altra pasta, ma ci arriva sconfiggendo il suo quasi gemello, cioè vincendo il su io deteriore, i suoi difetti, e con questo passaggio si rende degno dello status di eroe che forse prima non meritava.

Floxar il Garbato di Livio Gambarini

Se vi chiedete il perché dell’insolito soprannome, le prime tre righe basteranno a rispondere. Il racconto è ricco di magia e azione ben descritta, ma è il tipo di magia che si trova più in Pratchett che in Howard, cioè con conseguenze disastrose. Non mancano idee divertenti. Le fantasiose bestemmie dell’eroe all’inizio ci stanno bene, in un mondo politeista; anzi potrebbero essere il germe di altre avventure, dato che tutti sanno che le divinità pagane si celano tra gli uomini, a un eroe può capitare di maledire gli attributi maschili di Thor o di Zeus o invocare le poppe di Freya o Athena mentre dei e dee prendono un drink al tavolo accanto. Con conseguenze inimmaginabili.

Ma non credo sia una buona idea insistere sul turpiloquio sino a farne la cifra distintiva dell’eroe. Gambarini è un bravo scrittore e fa un’operazione alla Deadpool, demistificando il linguaggio paludato del Fantasy, ma alla fine il discorso è sforzato e il personaggio a me sembra un po’ uno di quei ragazzotti cresciuti in parrocchia, che, come diciamo in Veneto, «I parla onto» credendo di dimostrare di essere cresciuti. Ma è un parere personale, il divertimento è comunque assicurato.

Rapido di Mark Lawrence

Siamo nel Giappone medievale. Il protagonista è un servente di locanda, svagato, innamorato, maldestro, vessato dal padrone e dai clienti, soldati o samurai; porta il nome di Hiro, paradossale perché significa fortunato e suona come Hero, eroe. Viene mandato a svolgere una commissione in apparenza banale, comprare uova di quaglia da Madama Jimla, che ha un negozio di cibi rari e spezie. Attenti ai nomi: Jimla abita nella Strada dei Sette, e sette sono i Buddha nella tradizione Zen; il suo nome in Stephen King indica lo snodo temporale con cui deve lottare chi vuole cambiare il destino, ma richiama anche Jinn, l’entità che esaudisce i desideri. La vecchissima Jimla annuncia a Hiro che quella notte avrà un’opportunità, se sarà abbastanza rapido da coglierla. E la commissione di portare uova di quaglia alla locanda diventa una cerca da leggenda. Acquisita una rapidità impossibile, Hero vince una serie di scontri non voluti, diventa il Campione del Popolo e giunge alle soglie del palazzo dell’Imperatore alla testa di un esercito. Dovrà fare una scelta: quale, non lo anticipo. Racconto straordinario che fonde due generi in apparenza inconciliabili, lo Sword & Sorcery e la parabola etica buddhista.

Moor & Stone L’anfora di Arcùn di Francesco Brandoli

Di nuovo una coppia di eroi, un gigante e uno spadaccino, e la mente corre a Fafhrd e al Gray Mouser. Ma qui il gigante è un prete, malgrado la sua forza timido come un fanciullo, entrambi sono maledetti, e questo cambia anche le dinamiche di coppia. La storia è ricca di fantasia, ariosa e divertente, ironica nelle mutazioni di Stone, in questo sì un po’ Leiberiana. A dire il vero si tratta di maledizioni che possono anche tornare utili a due eroi d’azione e non credo se ne libereranno presto; è raro che in uno Sword & Sorcery il rapporto con la divinità sia così diretto come quello tra Stone e la Madre della Misericordia, che mi ricorda un po’ a quello tra Ulisse e Athena.

Saggi

Solomon Kane un eroe in bilico di Michele Tetro

Michele Tetro ci spiega in modo esauriente il più cupo, enigmatico e contraddittorio tra gli eroi fantasy. Anche quando, per lo più da adolescenti, abbiamo sognato le avventure di Conan, ignoravamo Solomon Kane: metteva a disagio. Come conciliare la gaiezza, che nel barbaro si alterna alla collera, la sua libera e franca sensualità, col cupo fanatismo del puritano? Mariateresa Botta lo definisce monomaniaco, e non è che abbia tutti i torti. Oggi forse lo capiamo meglio, perché la cronaca porta il Male nelle nostre case: non la violenza del soldato o del bandito, facile da capire, ma l’odio puro, il desiderio di uccidere innocenti. Se esiste il male assoluto, non servono anche i monomaniaci per combatterlo?

La saga di Fafhrd e del Gray Mouser di Stefano Sacchini.

Sacchini è preciso, conciso, perfetto. Illustra vivamente il mondo di Newon e la sete di avventura che spinge Fafhrd e il Gray Mouser a correrlo in ogni direzione, anche scalando montagne o scendendo negli abissi del mare. Se mi è permesso, aggiungo una postilla di mio: Fafhrd e il Mouser hanno un’evoluzione finale in Spade tra i ghiacci. Qui, dopo un’avventura col Signore della Morte in cui rivivono i loro amori passati, per esserne irrisi e respinti, per la prima volta stabiliscono un rapporto davvero paritario e duraturo con due donne: non maghe, guerriere o principesse, ma donne intelligenti, ironiche, indipendenti, con un paese nordico da difendere e un’impresa di commercio da gestire.

Fafhrd and the Gray Mouser

Perché Sword & Sorcery e non Heroic, High o Epic Fantasy di Giovanni Luisi.

È l’articolo più amplio, un saggio storico affascinante e completo per quanto consente lo spazio. Obietto solo all’affermazione sulla misoginia di Leiber. È vero che Fafhrd e il Mouser, nei primi racconti, vedono le donne come «capricciosi oggetti del desiderio»; ma a differenza di Howard, che aderisce completamente ai valori di Conan, Leiber pone una distanza critica tra sé e i suoi eroi. Lo si vede dalle volte in cui questi sono beffati dalle donne: prendiamo un episodio minore, quando Fafhrd corteggia una donna libera e furba, che gli promette una notte d’amore non solo con lei, ma con una cugina dai capelli rossi e dal sangue caldo; l’eroe si sveglia con postumi di sbronza e una giovane mucca (di pelo rosso) nel letto. Fosse capitato a Conan, Howard ci impartirebbe una predica sull’arroganza dei popoli civili che credono di potersi fare beffe dai barbari: nelle mani di Leiber è solo lo scherzo ben riuscito di una donna intelligente a un uomo troppo sicuro di sé. Per capire il pensiero di Leiber si deve guardare a due opere chiave. Ne Il Grande Tempo, un Locale di intrattenimento per i guerrieri di ogni epoca scelti per combattere l’eterna Guerra del Tempo è minacciato di una deflagrazione che minaccerebbe l’intero continuum: i Soldati, con il loro codice maschile di coraggio, competizione e cameratismo, peggiorano le cose; a salvare il Locale e forse l’Universo è un’intrattenitrice, cioè una donna destinata solo al divertimento dei soldati. Greta Forzane, intelligente, ironica, umanissima, incerta sui suoi stessi sentimenti e priva di valori predefiniti, ma decisa a difendere la vita propria e altrui, riesce dove i guerrieri falliscono. In Nostra Signora delle Tenebre, a salvare il protagonista-scrittore dall’Ombra materializzata delle proprie ossessioni è la moglie, con intelligenza, coraggio e talento musicale.

Women & Sorcery di Mariateresa Botta.

Una storia del genere fantastico in ottica femminile. Mariateresa individua tre personaggi-tipo, la Damsel in Distress, la Witchy Woman, maga o strega, e l’Amazzone che dominano la letteratura fantastica sino al XX secolo, e mostra che sono proiezioni dell’ego maschile: anche l’Amazzone, una sfida all’ordine costituito, viene domata con la morte o il matrimonio. Disanima perfetta, con poche eccezioni limitate nel tempo, aggiungo io: nella letteratura italiana dal 1480 al 1530 circa ci sono personaggi femminili forti che rifiutano sia di morire che di sottomettersi, forse per l’influenza di donne quali Caterina Sforza e Isabella d’Este. Ma tutto rientra nell’ordine con la Controriforma. Mariateresa individua il punto di svolta negli anni ’30 coi personaggi di Catherine Moore e Robert Howard, e, definitivamente, negli anni ’80 con l’opera di Marion Zimmer Bradley, di Carolyn Cherryh e Tanith Lee. Per me ci stavano, in mezzo, la Greta Forzane di cui scrivo sopra e la Tenar de Le Tombe di Atuan di Ursula Le Guin, 1971. Comunque, anche se il genere Fantasy si apre alle donne vere, i tre stereotipi individuati da Mariateresa dominano ancora cinema e TV: nella serie di Thor Jane Foster è la Damsel in Distress, Lady Sif e la Valkiria sono le amazzoni, Hela la Witchy Woman. In Scontro tra Titani Andromeda è Damsel in Distress, Io l’amazzone, Medusa la Witchy Woman. Non è facile liberarsi dagli stereotipi, vero, Mariateresa?

Il contributo di Clark Ashton Smith allo Sword & Sorcery di Francesco La Manno.

Lo Manno ci spiega un autore spesso sottovalutato, come dice lui forse il migliore sotto l’aspetto stilistico, e ne mette bene in luce il pessimismo cosmico. Nelle storie di Atlantide e Zhotique non ci sono eroi, né una magia bianca che contrasti la nera: il Dio benevolo, se mai c’è stato, ha lasciato il mondo e il solo scontro possibile è tra Male e Male. Il saggio evidenzia l’estetica decadente che rende Ashton Smith il corrispettivo, nella letteratura Fantasy, di scrittori quali Rimbaud, Lautreamont, Huysmans, Wilde e D’Annunzio in altri generi.

Giorgio Smojver

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