RISVEGLI di Domenico Mortellaro

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Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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RISVEGLI

di Domenico Mortellaro

 

Hurian lasciò cadere il rasoio. Nel paiolo, l’acciaio della lama squillò. Fu l’ultimo suono, prima che il mondo sprofondasse in un oblio denso. Migliaia di spilli gli s’appuntarono sulla testa, spruzzandogli sottopelle ghiaccio vivo. Aprì gli occhi nell’azzurro della tinozza di ferro. Restò così per qualche secondo, ad ascoltare il silenzio irreale sotto il pelo dell’acqua. Poi, con un colpo di reni, tirò di nuovo fuori la testa e la luce del giorno, grigia e spigolosa, gli ferì le pupille.

Occhi chiusi trasse un nuovo respiro. Strinse i bordi del tino. Scrollò le gocce dalla testa rasata. Fu l’abbaio di Rhein a ridestarlo. L’abbaio del mastino e il rumore di zoccoli in avvicinamento. Afferrò il telo di iuta e se lo gettò in testa. Si voltò, rubando l’attimo a chi arrivava. Un cavaliere, montato su un destriero nero. Puntava dritto, spada sguainata. Hurian tenne la mano bassa, il palmo rivolto verso il muso del molosso. Aush! Sibilo tra i denti. Scosse la testa e sorrise, prima di fare qualche passo ed agguantare il martello da guerra, poggiato testa in giù accanto alla tinozza.

“Dovrei spaccartela, quella testa di cazzo, Ariud!” Qualche complicità, nella voce. “Lo sapevo di trovarti sveglio… – il cavaliere tirò le redini impennandogli la cavalcatura davanti – Volevo vedere se è vero che nemmeno di mattina te la si può fare.” E una risata, smontando, la spada ancora sguainata. Hurian avvertì il fiato di Rhein accarezzargli l’incavo del ginocchio. Sentì il ringhio farsi più flebile, fino a sparire. Brutto segno, quando quella bestia decideva di tirare il fiato. “Metti via la spada, cazzone. A Rhein non piace…” Ariud rinforcò e fece fare alle redini della cavalcatura un paio di giri attorno alla mangiatoia del mastino. “Dovrebbe aver imparato a riconoscere il mio odore, cazzo… Sono due anni che ci vede assieme!” – “Solo perché non hai ancora cercato di fottermi, non vuol dire che possiamo fidarci.” Colpì scherzoso sulla spalla, col dorso del pugno stretto. Poi tirò spiccio: “Finiscila di cazzeggiare, Ariud. Che sei venuto a fare?” Sedette su uno dei ceppi che circondavano il fuoco. Puntò gli occhi sull’amico, fissandolo da sotto alle sopracciglia nere.

Ariud rimase in piedi. I capelli lunghi schermarono la palla di ghiaccio del sole. Controluce, il biondo cenere della chioma sbiadiva in un grigio indistinto. Dal basso, Hurian lo vide incrociare le braccia al petto di fronte, spalle sicure. Erano cresciuti assieme, negli ultimi dieci anni. In quei due lustri, però, avevano diviso solo primavere e inverni, non certo le fortune e gli onori. Ariud era pur sempre il secondogenito di Re Mahnfred Grauf. Successore al trono del Nuovo Regno, da quando il fratello Branno, il maggiore, era crepato nell’ennesima ultima guerra. Hurian, invece, di quella corona, era soltanto il Martello della Giustizia. Certo, pur sempre il Campione del Re, ma nulla di più. Muscoli e nervi, sangue e acciaio. A servizio.

“Niente scorta, niente armatura… – gli tenne gli occhi in faccia – Tuo padre ha bisogno di farmi castigare qualcuno tra le Pietre o hai voglia di toglierti di dosso un po’ di ruggine? È parecchio che non ti fai pestare…” Seguì Ariud mettersi a sedere, il fuoco tra loro. Lo vide sbuffare un mezzo sorriso, afferrare il pentolino che borbottava e far scivolare la broda d’erbe nel primo bicchiere che s’era ritrovato per le mani. Silenzio. “Non dirmi! Avete finito la stahlgras a palazzo?” L’amico, lì di fronte, diede un sorso. Poi, come fosse niente, sputò: “Il Conte degli Stracci. L’abbiamo trovato…”

Quelle parole investirono Hurian. Abbassò gli occhi. Riempì il suo bicchiere, regalando ad Ariud lo stesso silenzio che mette ansia e suggerisce domande. Bevve un sorso. Caldo, amaro; gusto ferroso quello della stahlgras. “Quando ha comandato il Giudizio tuo padre?” – “Prima tocca prenderlo…” Restò di nuovo in silenzio. Solo un attimo, prima di proseguire: “Per quello Re Mahnfred non ha bisogno del Martello. Tu e cinque o sei della Guardia siete più che sufficienti per quel maiale di Torsey e due o tre senzapalle che gli saranno rimasti fedeli…” Ariud, di rimando, sorrise amaro e scosse il capo: “Lo so. Ma mio padre ha parecchio insistito perché tu venga con noi.” Quel parecchio insistito non lasciava intendere nulla di buono.

Aggrottò la fronte, bevve ancora. “Cos’è? Non si fida?” – “Non delle tre megere che stanno incollate al culo del Conte degli Stracci. Dice che per quelle streghe ci vuole uno come te. – Ariud fece una breve pausa, poi rincarò – Un mandriano come loro.” Hurian annuì e si svuotò in gola il bicchiere. Amaro. Mandriano: una condanna che non si lavava via. Nemmeno con tutto il sangue versato. Il suo e quello dei tanti, troppi, che aveva ammazzato. Palmi sulle ginocchia si fece forza e si mise in piedi. Odiava i mandriani. E, però, ogni minuto, nessuno perdeva occasione per fargli notare che un pizzico di quell’odio, il più acido e profondo, era quello che gli toccava riversarsi addosso. Perché sempre, c’era qualcuno a ricordargli che mandriano, alla fine, lo era anche lui.

“Quando?” – “Stanotte! – Ariud incalzò – E domani, sulla piazza di Auvfell, tra le Pietre Sacre in Cerchio, io e te avremo la nostra vendetta!” Hurian non rispose, voltò le spalle. Mosse qualche passo verso Rhein “Sentito? Budella d’infame, domani!” Gli colpì il muso, dolcemente, tra gli occhi. “Non credo di poter rifiutare. Giusto?” – “Non hai mai potuto. Gli uomini della Guardia arriveranno tra qualche ora. Partiremo subito. Preparati!”

Torcey, Conte degli Stracci: madre baldracca, padre ignoto e tanta invidia da riempire dieci inferni. Gavetta nelle masnade mercenarie che erano il sale delle Nuove Terre. Fino a quando non era finito per arrivare al soldo di Rheinardt, la Fiamma Nera. Bravo di spada. Insuperabile, quando più che elmi da spaccare c’erano gole da tagliare. E forzieri da sfasciare. Torcey: sotto Rheinardt s’era fatto i galloni, finendo per comandare il Primo d’assalto della Falange delle Fiamme Nere. L’ultima volta che l’aveva visto, era dietro le finestre della Rocca di Fuargart. Contro l’unico ordine spiccato dal Capitano, stava rivoltando ogni cassetto, in ogni stanza, cercando fino all’ultimo spicciolo. Mentre i suoi uomini si fottevano anche le governanti di Casa Franzer. Le ultime parole che gli aveva sentito gridare, con voce stridula, erano state: Toglietemi quella cosa dalle palle… Fatela smettere! Un attimo dopo, il fagotto con dentro il nipote del Conte era volato giù dalla finestra della torre.

Hurian lo conosceva bene. E se ricordava ogni singolo dettaglio dell’esistenza di quell’infame era perché era stato proprio quel sudicio, quindici anni prima, assieme a quell’altro porco di Cagnazzo, il comandante del Secondo, ad ordire la congiura contro suo padre, il Capitano Rheinardt. L’aveva giurato, ogni notte, che Torcey e Cagnazzo sarebbero crepati. Per mano sua. E prima d’ammazzarli avrebbe rivomitato loro addosso tutto l’odio che gli era marcito dentro in quindici anni di schiavitù, barbarie, testa china. Avrebbe avuto la sua vendetta.

Avrebbe avuto la sua vendetta, sì. Assieme ad Ariud, però. Meglio: solo grazie al fatto che anche Ariud, erede al trono che lui si trovava a servire, aveva un conto aperto con quel figlio d’un cane. Curioso: nell’ultima guerra, Torcey gli aveva fatto dono della corona. Per farlo, però, gli aveva ammazzato il fratello maggiore, Branno, erede legittimo. Ecco: se Torcey era finito sulla lista nera dei Grauf era per quella morte. E per il tradimento alla Corona. S’era fatto Conte senza averne sangue. S’era fottuto Fuargart e le terre che erano state dei Franzer. Da Conte, nell’ombra, aveva tramato contro Re Mahnfred, il figlio dello Zoppo. Aveva guidato la guerra dei Ribelli. Aveva ammazzato Branno. Sì, la furia di Re Mahnfred se l’era comprata bene. Hurian avrebbe avuto la sua vendetta; solo perché era la stessa pretesa da Re Mahnfred.

Al Martello della Giustizia di Casa Grauf un onore del genere non era permesso. Soprattutto perché nelle vene non aveva sangue del Freddo. E il Codice di Ghiaccio diceva che sul campo, in guerra, tra gli eroi e i condottieri, non c’era spazio per un mandriano. E per quanto Hurian ci provasse a cancellarlo, bastava guardarlo in faccia: occhi tirati, scorza scura. Con le genti del Freddo nulla in comune. Che fosse stato allevato da loro non contava. Che si fosse fatto le ossa sul campo di battaglia, all’ombra di Rheinardt, non interessava. A chi lo tirò fuori dalla porcilaia con le gambe spezzate, il giorno della congiura, bastò guardarlo in faccia per dirlo schiavo. Ed a salvarlo dalla morte, quel giorno, furono uomini fedeli a Grauf. Bastardi che servivano la sua stessa bandiera. E sebbene l’avessero riconosciuto, non ci pensarono due volte a rivenderselo. Cinque anni, schiavo, carne e ferro nelle arene di mezzo mondo. Fino a quando l’arena non fu quella del novello Re Mahnfred, il figlio di Grauf lo Zoppo.

Appena risalito al trono che era stato del padre, riunite ancora le contee ed i ducati, si rese conto di aver bisogno di un Martello della Giustizia. Lo pretendeva il Codice. Muscoli duri e furia, ogni volta che un Giudizio avesse reclamato sangue tra le Pietre Sacre in Cerchio. Mahnfred non lo scelse per gratitudine verso Rheinardt, che lo Zoppo l’aveva servito dal primo giorno. No. Forse, Hurian il Bastardo, il ragazzo che conduceva i molossi della Falange sul campo, Re Mahnfred non lo conosceva neppure. Tra i cinque o sei che rimasero in piedi scelse lui perché lesse nei suoi occhi una furia, una barbarie, che negli altri non c’era. Ho visto un Demone, un mostro con denti di lupo e scorza di bisonte. Ho sentito puzza di bestia e viene da quel ragazzo, quello con l’elmo cornuto e la celata di zanne. Lo voglio! Venduto, ancora. Questa volta, almeno, senza ceppi ai polsi. Questa volta, con un Re che gli parlava, camminandogli di fianco: “Quindici primavere: le stesse che conta Arion, il minore dei miei figli. Un giorno guiderà le Furie il Ghiaccio, a fianco di Branno, quando sarà re. Avrà bisogno di imparare a combattere, prima ancora di imparare il Codice. Se ti ho scelto, è anche per questo.”

Attorno al fuoco, mentre le costate colavano e Ariud versava birra nera, Hurian chiamò a se Rhein porgendogli un osso. “Cazzo, tu proprio non ci arrivi… – Scosse la testa – Ce l’hai nel sangue! A una bestia del genere non devi dare carne cruda!” Il tono era di quelli duri. Da terra, Hurian alzò gli occhi e glieli mise dritti in faccia. “Quando sul campo spezza le ossa ai nemici, però…” Semplice constatare. Riabbassò lo sguardo: “Ho sempre fatto così. Me l’ha insegnato mio padre… – Trasse un respiro – E nessuno tra voi gli ha mai fatto notare che il Codice dicesse altro…” Vide l’ombra di Ariud allungarsi e coprire per una parte il fuoco. Alzò lo sguardo e si trovò sotto gli occhi uno dei due boccali. “Bevi, stronzo… Non siamo in guerra.” Hurian trattenne una risata: “Fino a quando? Un anno o due e la sete di sangue di Rhein ti farà comodo. Proprio come il mio martello. Il tempo che qualcuno si faccia venire in testa che la corona non ti dona…” Ariud lo scalciò piano sullo stinco. “Quando sarò re, se qualcuno proverà a mettere di nuovo tutto in discussione, non mi servirà il tuo martello… Quando sarò re, tu sarai alla testa delle Furie del Ghiaccio!” Hurian sbuffò, mentre in lontananza sentì montare zoccoli sul terreno. Alzò lo sguardo: gli uomini della Guardia Scelta al galoppo. “Un mandriano a guidare le Furie?!” – “Quando sarò re.”

“Capitano, è nella magione di un fattore a Rivanera.” Jorus, ranger della Guardia parlò veloce smontando. Gli altri due, poco più che soldati, restarono a distanza. Lo sguardo fisso di Rhein, probabilmente, aveva fatto un certo effetto sui cavalli. Le narici umide del mastino fiutavano l’aria. Erano l’unica cosa che si muovesse in quella montagna di zanne, pelo e muscoli. Anche il cavallo di Jorus cominciò a mostrare disagio, pestando in terra gli zoccoli. “Legateli all’ingresso: quella bestia non va d’accordo col puzzo della paura…” ordinò per le spicce Ariud, che s’era avvicinato all’esploratore per battergli il pugno sulla spalla. “Ottimo lavoro. Prendetevi un’oretta di riposo. Ripartiamo quando il sole comincia a calare: voglio prenderli nel sonno.” Hurian non fece un fiato. Guardò i tre soldati, fece un cenno rapido degli occhi verso le pietre sistemate attorno al fuoco. Prima di prendere una delle due costate dal fuoco e passarla ad Ariud, si voltò verso il mastino. Gli sibilò un ordine. Rhein rinculò lentamente. Tra le zampe, serrato, l’osso.

“Chi è riuscito a mettersi a guardia quel figlio d’un cane?” – “Nessuno, Capitano.” Vide Ariud ghignare: “Quando ti restano gli spicci, anche i più fidati ti mollano a braghe calate…” Eppure, ad Hurian quello non interessava. Era un’altra, la curiosità. Mandò giù il boccone, poi volse lo sguardo al ranger: “Il re ha detto che Torcey si porta incollate alle mutande tre mandriane. Sapete niente?” – “Megere, Hurian… A sentire i popolani di Fraugart, streghe capaci di ogni maleficio.” L’esploratore abbassò la testa. Hurian sbuffò di disappunto. Scosse la testa sprezzante: “Superstizioni da zappatore col culo arso…” – “No, Hurien, ti sbagli… Il loro passo secca la terra. Hanno voci capaci di spezzare il coraggio ed il loro tocco…”

Hurian non aspettò nemmeno che quella frase finisse. Si sollevò di scatto. Scalciò. “Stronzate!” Vide l’esploratore abbassare gli occhi. “Gli dei delle Messi non hanno mai permesso ad una donna di scrivere nel Libro del Sole e del Vento. Non esistono donne che siedano tra i Graa. Solo gli uomini possono essere Graa, padroni. Che si tocchi o no, quel che possiedono, non conta. Graa Vir o Graa Lish non fa differenza. Niente regine e niente megere. Quelle saranno Beich: indovine!” Alzò gli occhi verso Ariud, con un sottile disprezzo dietro il sorriso. “Per tre vacche che al massimo sanno spiare nella nebbia non avete bisogno né di mandriani, né di Martelli.” Ariud restò perplesso, in silenzio. Jorus, a capo chinò, accennò: “Sono tanti, nella Contea, a dire che la loro voce detta legge… E che il loro tocco è mortale.”

Hurien gli si parò davanti. Abbassò la mano a cercare il mento e gli sollevò il viso: “Di sicuro avranno serpi sulla lingua, ma questo non è un dono degli dei. Anche la troia peggiore ha il potere di seminare tragedie…” Gli occhi di Jorus cercarono di sfuggire ai suoi ancora una volta. Invano: “Ma porco… – obbligandolo a sostenere lo sguardo – Basta un pungo di sale mischiato alla cenere per bruciare un raccolto. Una radice nella zuppa per far crepare un uomo. Quelle tre vacche sono false come i loro dei.” Tornò con lo sguardo su Ariud: “Davvero Re Mahnfred vuole che venga a scortarvi il culo perché ha paura di tre indovine?” Ariud si limitò ad annuire. Sul suo volto, però, non c’era traccia di ghigni o sorrisi: “Megere, Hurian. Se il Re le chiama così, dovrai fartelo piacere.” Un comando. E gli ordini non potevano essere discussi. Mollò il mento di Jorus. Si strozzò la stizza nelle budella e si rimise a sedere. Agguantò da terra la carne che era caduta e morse forte. Ariud provò a stemperare: “Ma cazzo, ci credo che non ti ci trovi, a corte! Sembri una bestia, anche a tavola…” I tre della Guardia, però, non fecero un fiato.

Due ore di cammino, a passo lento. I tre avanti, poi Ariud e Hurian. Rhein, bardato di cuoio e borchie, al passo. Le lunghe marce, per il mastino, non erano mai state un problema. Hurian, l’aveva abituato a prove estenuanti. Alla prima battaglia, Rhein aveva risposto con inumana devozione. Il primo a lanciarsi alla carica. L’ultimo a mollare, solo perché l’aveva comandato. All’addestramento di quella bestia aveva dedicato un anno. Ripagato da risultati che lui stesso non si sarebbe aspettato.

Hurian restò muto per gran parte della marcia. Sentiva che qualcosa non andava. Messa come l’aveva spiattellata Ariud era roba da due soldi. Torcey non era più il guerriero di un tempo e lui era certo di potergli tenere testa. Il bastardello buono solo a comandare le cariche dei mastini – come forse Torcey lo ricordava – era cresciuto. E non lo temeva. No. Non era il pensiero di quell’infame; era altro, a scuoterlo. Si guardò dentro. Si morse il labbro a sangue. Sentì la carne spaccarsi sotto gli incisivi. Cercò quel dolore: lo rincorse. Ne aveva bisogno. Quasi a punirsi per quel pensiero. Irreale. Le tre mandriane che Torcey si teneva stretto. Era quello, il pensiero che non sopportava. E non era più tanto la faccenda del mandriano che scacciava le mandriane. C’era dell’altro.

La paura: annidata da qualche parte da quando aveva parlato con Jorus. Quelle non erano streghe. Quasi trenta primavere e nessuno, mai, gli aveva raccontato di una Graa-Lish, una Padrona di quel che non si tocca, una Strega. Perché gli Dei delle Messi, se mai fossero esistiti, non facevano dono alle femmine di quel potere. Eppure, non smetteva di pensarci. Sentì il sangue, sulla lingua. Succhiò. Sputò via, per scacciare quei pensieri. Il sole iniziava a calare e c’era un’ora ancora di cammino. Un’ora buona per cancellare via, in silenzio, ogni dubbio. Poi, invece, chiese: “Che ne facciamo del padrone di casa e della famiglia? Ci sono comandi?” Affogò tutto in quella domanda senza importanza per paura qualcuno leggesse, in quel silenzio, quel pensiero che non voleva morire.

“Il Re non ha fatto cenno…” Jorus si voltò verso Ariud, quasi a cercare una risposta. Anche Hurian si girò. “Fosse per me, brucerei la magione e li trascinerei ad Auvfell per scannarli…” – “Ma?” Lo incalzò, conoscendo la risposta. “Ma mio padre crede che la pietà ed il perdono siano più utili, coi pezzenti, adesso che c’è un regno da ricucire…” Ironia e delusione. Gli ordini non si dovevano discutere. Fossero stati soli l’avrebbe sentito bestemmiare. “E quindi, Ariud?” – “Due o tre ceffoni, al massimo, al padrone di casa. Se proprio si deve. E l’uccello nelle mutande. Mio padre non la prenderebbe bene.”

“Di casa! Voi, di casa, aprite!” Le due guardie si fecero per prime avanti. Ariud rimase qualche falcata indietro, mentre Jorus chiudeva la fila. Hurian, smontato da cavallo, guardò i compagni d’arme muoversi, mentre assicurava le redini alla staccionata. Chiamò a se Rhein, con un sibilo tra i denti: Hursh! Il mastino gli s’incollò al ginocchio. Lo sentì respirare profondamente, fiutare l’aria. Alzò gli occhi e vide Ariud venir giù indolente. Aveva lasciato il cavallo al centro dello spiazzo e si muoveva a passi annoiati. “Di casa! Aprite e non vi sarà fatto nulla! È un ordine di Re Mahnfred!” Jorus lo raggiunse. La spada, sguainata, strisciava con la punta l’acciottolato. “Voi due, fuori le balestre. Sparate, se quel figlio di cagna dovesse provare a scappare… – Ariud diede l’ordine alle due guardie tenendo la voce bassa – Mirate alle gambe. Mio padre lo vuole vivo!”

S’avvicinò. Con una pacca sulla groppa di Rhein, incitò il mastino a seguirlo. Il martello, sfilato dall’imbragatura sulla sella, se l’era già serrato al polso. Era quattro o cinque passi dietro Ariud, quando dall’interno un rumore sordo di ferro e legno lasciò intuire che qualcuno aveva trovato il coraggio di aprire. Comparve una ragazzina. Trecce disordinate, occhi che tremavano più della voce: “Dite, mio Signore…” – “Non temere piccola. Via dall’uscio e chiamaci tuo padre.” Fu Jorus a risponderle. Aveva superato Ariud, quasi a pretendere di fargli scudo. “Perdonate, Signore. Mio padre è a letto. È debole e malato …” Occhi che provavano a sparire tra le punte dei piedi. Brividi. “Dovrà farsi forza, piccola. Non c’è nulla da temere. Facci entrare e vallo a chiamare… – Jorus poggiò la sinistra sullo stipite, cercando di spiare all’interno – Ci manda il Re!” Ariud si fece avanti, le mani nascoste dietro. Da dentro, in quello spicchio di luce, nessuna risposta. Solo il respiro ansioso. La piccola trovò le ultime gramigne di coraggio: “Vi prego… Siamo brava gente…” – “Lo sappiamo, questo. Facci entrare e va a chiamare tuo padre!” Ancora una volta, Jorus aveva cercato di mantenere un tono sereno.

Hurian alzò gli occhi. Fissò la schiena di Ariud e vide le dita tamburellare frenetiche. Doveva sentirlo anche Rhein, che respirava più forte. Sentì alla coscia il petto del mastino dilatarsi con lentezza. Conosceva quella bestia: stava provando a leggere ogni segnale. La paura della ragazzina, l’odore della cena, l’acido nervosismo di Ariud e l’ansia di Jorus. Fu l’ennesimo vi prego piagnucolato a far scoppiare tutto. Ariud diede un colpo secco. Spostò il ranger e si fece avanti, serrando sul battente della porta ed infilando il piede dentro. “Finiscila!” Hurian abbassò la testa. Scosse il capo; sarebbe finita male.

Quando l’uscio fu spalancato, da dietro le spalle di Ariud e Jorus vide la piccola; le mani al petto a trattenere il cuore. Aspettò che i due fossero dentro, poi si avvicinò, tirandosi appresso il mastino. Sentì, inconfondibile, il suono del ferro. Vide Ariud sguainare la spada. Lo vide colpire con un calcio un mobile. Vide lo sguardo stranito di Jorus. Sentì l’amico ringhiare: “Dov’è? Dove lo nascondete, quel figlio d’un cane?” Dal fondo di quella stanza solo urla isteriche di donna e la voce d’un uomo, terrorizzata, che provava a farsi sentire: “Vi prego… Vi prego, signori, non fateci del male!”

Entrò veloce, il martello contro la gamba destra, il mastino dietro. Si guardò attorno schizzando con gli occhi ai quattro angoli, cercando dettagli. Trovò in fondo alla stanza l’uomo, nell’angolo, contro una porta, che provava a far scudo ad una delle due figlie – o forse solo alla porta. Vide l’altra ragazzina rintanarsi dalla parte opposta, scivolare con la schiena giù, lungo la parete. Avanzò verso Ariud e gli toccò la spalla. “Calma! Così non risolviamo niente…” Un sussurro. Vide l’amico voltarsi. Negli occhi trovò nervi impazziti. Non aspettò domande. Con un cenno indicò Rhein. Vide Ariud annuire e tirare un respiro intenso.

Chiamò dentro Rhein. Lo vide indugiare. Provare a fare un passo. Sgranava gli occhi e andava indietro, rimettendo la zampa fuori dall’uscio. Lo sentì trattenere il respiro, puntare dritto le narici in direzione dell’uomo al muro. Lo sguardo, però, si serrò come mascelle impazzite oltre, come se quel poveraccio fosse invisibile. Provò ad incoraggiarlo una volta di più. La guardò severo, soffiò fuori il comando. Rhein ci provò ancora, poi scattò indietro, con un guaito stridulo, nemmeno gli avessero trafitto il petto con uno stocco rovente. Fu allora che lo sentì.

Un puzzo acre. Si guardò intorno. I guaiti di Rhein riempivano l’aria ma era come se non gli s’infilassero nelle orecchie. Tanfo, insostenibile, a rubare la scena. Corse con lo sguardo su Ariud, su Jorus. Non c’era disgusto, solo ansia. Lineamenti bloccati, quasi una immagine fissa. I due si rivolsero all’uomo che tremava nell’angolo. Rabbiosi. Non bastava la furia di Ariud; ci si era messo di mezzo anche Jorus. Ringhiava furia e fretta. Due passi indietro, Hurian continuava immobile ad osservare, con quel puzzo pestilenziale che sembrava venir su dal pavimento. Poi tutto si fece confuso. Vide Ariud scattare e tagliare in due la stanza, la spada a fendere l’aria. Con un movimento rapido, in un attimo, fu addosso alla ragazzina dall’altra parte; la punta della spada alla gola. “Figlio d’un cane te la sgozzo davanti agli occhi! Dov’è che lo nascondi?” Jorus, lì davanti, vibrò un pugno di una violenza cieca sul tavolo. Fissò il padrone di casa e senza una parola gli fu addosso. Le mani si strinsero sui cenci che aveva addosso. I piedi di quello mulinarono nell’aria. “T’impicco! Parla!” Fu tra quelle scie di corpi impazziti che la vide. Sul pavimento, mossa dagli stivali, dai mantelli, dai passi furibondi. Risalire in volute indolenti. Come fosse fumo. Come fosse nebbia. Una bruma scura, rossa come sangue rappreso.

Veniva su dal pavimento. Lezzo di morte e piscio e corpi scoppiati. Il fetore dei campi di battaglia. Eppure, non c’erano morti tra quelle pareti. Sentì la destra pesante, come se invece di uno, impiccati al polso portasse due martelli. Sentì pungere i muscoli della spalla, bruciare bicipite e tricipite. Le ginocchia, d’un colpo, batterono tra di loro. Si scoprì a tremare. Il mondo si era fermato. Oppure, semplicemente aveva continuato a scorrere senza immagini impresse nella memoria. Perché quella scena non conosceva silenzio né requie. Solo, lui non riusciva a vederne contorni né dettagli. Fu il latrato impazzito di Rhein a risvegliarlo. Di scatto corse con gli occhi sul mastino. Lo trovò ringhiante, bava alla bocca, piegato sulle zampe anteriori come fosse un inchino infuriato, come se qualcuno lo stesse forzando a sottomettersi. Paura: era quella a scuoterlo. E terrore: le stesse sensazioni che, impastate a quella nebbia rossastra s’erano cucite sulla carne dei due amici.

Eppure, nessuno pareva vederla. Né Rhein che guaiva e si torceva, né gli altri, che continuavano invasati. Guardò ancora verso Jorus, che teneva l’uomo sollevato e lo scuoteva, sbattendolo di schiena contro la parete. Cercò Ariud e lo trovò. Dietro la ragazzetta, che aveva trascinato per capelli a favore della vista paterna. Le teneva la lama premuta contro la gola. “La scanno! Ora la scanno!” Sembrava non saper abbaiare altro. E la bruma. Vide uno sbuffo soffiato fuori dallo spiffero tra le assi della parete. Cercò oltre Jorus, oltre il vecchio e la bambina dietro di lui. Trovò la porta e guardò sotto. Era da lì che veniva quella nebbia. Si fece indietro. Inquadrò l’uscita e le due guardie che erano rimaste immobili, a cavallo, le balestre sfoderate: “Restate lì: occhi aperti e mani svelte!” Poi tornò a farsi avanti.

Due passi: martello stretto, denti serrati a vincere il dolore al braccio. Rahat! Il comando secco scoppiò, sputato fuori da chissà dove. Non aveva nemmeno dovuto cercarlo nei recessi della memoria: il mandriano lo usava per addestrare Rhein. Divorò la stanza. Spinse via il terzetto nell’angolo e quando fu di fronte alla porta, con una pedata sola, la buttò giù. Dietro il fracasso e la polvere, una camera spoglia. Giacigli. Pagliericci sul pavimento sporco. Sul muro di sinistra, spalancata, una finestra. Hurien si voltò d’istinto alle sue spalle. Urlò rabbioso: “Attenti lì fuori! Sta scappando…” Gli rispose il nitrito stridulo di uno dei due cavalli. Grida, rumore di zoccoli e poi un urlo solo. Un urlo di dolore. Tornò a voltarsi verso la stanza. Al centro, attorno a quello che sembrava un braciere, una vecchia avvizzita e due donne, parecchio più giovani, che le tenevano le mani. Niente, se non i tizzoni consumati, a bruciare sul pavimento. Era la vecchia, dalla bocca, a soffiare fuori quella nebbia, mentre le due al fianco, una per lato, sembravano sussurrarle qualcosa. “Spezzate il cerchio, troie! E poi ferme. E mute!” Hurian rombò quelle parole tenendo il martello sollevato sopra la testa. Sentì Ariud alle sue spalle ordinare a Jorus di andare fuori ed accertarsi di quel che fosse successo. Poi lo sentì sibilare, tagliente: “Visto, vecchio coglione? Ci voleva tanto?”

Di colpo, tutto era tornato a scorrere. Hurian tirò un respiro profondo. Chiamò a se Rhein e sentì le unghie del mastino segnare i passi sulle assi del pavimento. Piano, come se ancora non fossero sicuri. Sentì l’affanno caldo proprio dietro l’incavo del ginocchio. Senza muoversi dall’uscio, cercò il muso della bestia con la mano. Tornò a guardare le tre. Non s’erano mosse, neppure un fiato. Fissò la vecchia, bocca chiusa e sguardo grigio, vitreo. Occhi che non conoscevano luce. E non c’era la voce delle due, ora, a suggerire il mondo. Figlie? Una di sicuro. L’altra, ancor più giovane, era forse una nipote. Sentì voci concitate alle sue spalle. Nelle orecchie scivolò anche il ringhio basso di Rhein. E lo scalpiccio di passi forzati, a coppie. “Eccolo, Signore! Stava provando a scappare, il Conte di Stracci…” Un botto: il rumore che fanno i corpi che cadono. Ariud sembrò avere altro per la testa: “Riportalo fuori e chiama i ragazzi. Fuori anche questo vecchio e queste due straccione… Dovremo rivoltare tutto, qui dentro!”

Hurian restò fermo. Non aveva smesso un attimo di osservare il terzetto. Soprattutto la donna alla sinistra. madre della ragazza e figlia della vecchia? Era l’unica a cercare il suo sguardo. La più giovane sembrava non respirare neppure. La vecchia, affannata, voltava il viso intorno, sussurrando. Senza che ci fosse risposta. Parlava un dialetto antico. Hurian, per quanto si sforzasse, non riuscì a capire cosa stesse blaterando. Spazientito, varcò la soglia fino al braciere, scompigliando i tizzoni con qualche pedata. Parlò alla donna: “Dì a tua madre di cucirsi la bocca…” e le sventolò il martello davanti. La vide chinare la testa ed avvicinare le labbra alle orecchie della vecchia. Gli occhi dell’anziana cercarono attorno. Senza che Hurian capisse come, si puntarono dritti nei suoi. La vecchia, a voce più chiara, lasciò andare solo una parola. Incomprensibile, così dura e difficile da dover essere antica quanto i tempi passati. “Gotla!” Poi tacque, impietrita.

Erano stati di certo i passi di Ariud e dei due della guardia a sconvolgerla. Hurian li sentì arrivare, spicci. L’ombra dell’amico gli girò attorno sul pavimento. Lo vide piegarsi sulla più giovane, afferrarla di peso dalle spalle e sollevarla come se non pesasse nulla. “Che stai facendo, Ariud?” Hurian non s’accorse del tono severo. “Al Re queste tre troie non interessano. Per cui, prima di scannarle, divertiamoci. No? I ragazzi se lo meritano…” Poi, rivolto ai due giovani: “Non se ne trovano poi tante di selvagge così, dalle nostre parti. Non senza pagare, almeno.” Hurian annuì, quasi senza voltarsi. Aveva gli occhi in quelli della donna lì per terra. Lineamenti duri, mandriani come pochi. Si chiese quanto tempo era passato, dall’ultima volta. Tanto, davvero. A metterle in fila, bastavano le dita di mani e piedi.

Rheinardt non gli aveva mai permesso di accodarsi, quando era l’ora del bottino. Anzi, il Capitano, suo padre, aveva sempre liquidato come poveri stronzi tutti quelli che non vedevano l’ora di tirare fuori l’uccello e premersi come forsennati dentro corpi sfasciati e tremanti. Quasi che la guerra la facessero per fottere, più che per vivere. E così, parecchio in ritardo, i piaceri li aveva conosciuti quando Mahren, il Padrone, lo ringraziava per qualche bel combattimento pagandogli una donna. Amare? Non gli era mai capitato, anche perché, da quando Mahnfred l’aveva affrancato e trasformato nel Martello, il diritto ad un amore gli era stato precluso dalla Promessa. Per cui, sì, era tanto, troppo. E c’era qualcosa, in quella donna, che gli faceva dimenticare pure l’odio ed il ribrezzo per quegli occhi tirati e quella pelle scura.

Il fascino selvaggio di quel viso? Lo sguardo remissivo con cui lo guardava da terra? O solo la prospettiva di possedere una donna, per la prima volta; il possesso. Prendere, senza chiedere permesso.

Le si avvicinò a passo lento. Dietro, i due giovani sudavano a tenere ferma la ragazzina. “Buona, sgualdrina! Cazzo, sguscia come una serpe…” Non lo ascoltava. Ad un passo dalla donna, immobile lì per terra, le afferrò il viso con la sinistra. Sollevò il mento, la fissò; il fatto che resistesse al suo sguardo risvegliò la furia. Le urla della ragazzina si fecero più forti. Furono le parole soffiate dalla vecchia, invece, a sibilargli nelle orecchie. Un mantra ossessivo. Una cantilena che rotolava. Una preghiera?

Gotla, grav-ish tuniet!

E le dita avvizzite dell’anziana strette sul polso dell’altra. Mentre quelle parole continuavano a rincorrersi. “Che cazzo sta dicendo?” La donna continuò a fissarlo. Labbra che si dischiusero, solo per un attimo. “Lo so che mi capisci, schifosa. Rispondi!” Quella sembrò sul punto di convincersi. Nulla. Hurian rincalzò: “Tuniet è morte… Che sta dicendo?”

Abbassò la sinistra a cercare la mano della vecchia. Strinse le dita da spezzarle. E quella non fece un fiato. Non smise di cantilenare. Nemmeno quando la scalciò a terra lontano. Tornò all’altra. Serrò le dita al collo e fece per sollevarla. Quella assecondò. Sollevò il martello, minacciando di colpirla: “Servo Lax e Tinud, Luce e Buio e non vi temo!” Recitò i versi del Giuramento. La vide abbassare lo sguardo. Sentì la sua voce, per la prima volta: “Dice che morire è meglio di Gotla!” – “E Gotla? Che vuol dire Gotla?” Quella avvampò, scoppiò a piangere: “Gotla è quello che non si può dire…”

“Non lo hai ancora capito, cazzone?! Sta dicendo che è meglio crepare che finire sotto i nostri uccelli!” Ariud lasciò andare quella risposta in mezzo alle risate affaticate. Hurian ci credette, forse. Abbassò il braccio, fino a far toccare di nuovo terra alla donna. Afferrò il vestito dalla scollatura e tirò giù: uno strappo. Sotto la vide nuda. Fissò quel corpo, non più giovane. Era come lo chiamasse. Passò la mano sulla spalla, premendo. La costrinse in ginocchio. Osservò le sue mani, rassegnate, spostarsi sull’orlo più basso del cencio per sollevarlo, scoprendo culo, cosce, la carne più nascosta. Da mandriana, gli dava le spalle. Come le bestie. Hurian pensò che non sarebbe bastato. Perché quello sguardo, quel corpo, le parole che la vecchia continuava a ripetere, avevano risvegliato altro. La voleva. Gli sembrò di non aver mai desiderato qualcosa così intensamente. Per quanto fosse solo una bestia randagia, qualcosa da prendere per il gusto di non chiedere permesso. “Così, cagna… Voltati!”

La tirò a se, dalla spalla. La sentì implorare. E seppure avesse parlato in mandriano, capì ogni singolo accento. Non si chiese perché. La fissò ancora, costringendola a guardarlo. Le afferrò il mento con la sinistra, mentre poggiava l’altro palmo sulla schiena, incurante del peso che il martello imponeva a quel corpo. La sentì invocare l’aiuto di sua madre. Sentì la madre risponderle. Non più con quel mantra ossessivo. Anche le parole della vecchia, sebbene fossero ancora più dure, gli si composero davanti come suoni conosciuti. Fu come se le vedesse scritte dietro la parete della sua mente. Vide quei suoni, scoppiare in singole sillabe e ricomporsi. Quella vecchia strega invocava gli dei più antichi perché risparmiassero a sua figlia lo strazio,.

E la stanza si riempì di un afrore crescente, insopportabile. Sputato fuori dal centro caldo di quella donna. Un fetore di bestie. Eppure, incapace di coprire gli altri odori: l’umido stantio dei cenci, il sudore impastato che Ariud si pisciava addosso, il rancido delle assi di legno. Persino l’odore acre, inconfondibile, della pelle di Rhein. Saliva al naso. E invece di stomacarlo gli faceva ancor più serrare i denti, sentire il duro nei. Quasi si strappò la patta, nell’attimo prima di montarla. Feroce, come gli sembrava che quell’odore reclamasse. Chiuse gli occhi, mentre la voce della vecchia si faceva più forte. E le parole della strega tornarono a comporsi nella sua mente. Questa volta immagini. E dietro gli occhi, si vide dal di fuori. Non era più Hurian. No: vello nero, screziato di riflessi argentei nella luce e blu fondo nell’ombra. Ed il viso stravolto. Era diverso il muso: appuntito, zannuto. Orecchie taglienti, tirate dallo sforzo e denti affilati. E sotto di lui quella donna s’era fatta enorme e goffa, la pelle una scorza pelosa. Corna ricurve, appena accennate, fronte larga, villosa. Un muso che muggiva disperato, occhi enormi. Mentre da dietro, la furia le artigliava la groppa ed i fianchi in una monta brutale.

Si guardò senza parole. Si guardò stravolto, disperato. Sentì i passi che mulinavano. Sentì che nessuno, lì attorno, poteva vedere. Si sentì prigioniero di quell’incubo che sognava nello stesso istante in cui finiva per cucirglisi addosso. Provò ad urlare verso Ariud. Implorò. Voltò lo sguardo a Rhein. Non fu il comando a sgorgargli fuori. Ruppe un ululato, roco, disperato. Ringhiò di rabbia, mentre il muggito della donna tornava a trasformarsi in urlo. Mise gli occhi dritti nelle orbite di ghiaccio della vecchia. La fissò e seppe che, nell’oblio di quella follia, lei lo stava fissando di rimando.

Lish, il Lupo-Nero-Come-L’Ombra: tutto quello che non si può vedere. Vir, la femmina del Montone-Grande-Come-La-Terra: tutto quello che si può toccare. E questo è Dohur. Quello che vedi è Dohur: Quello-Che-Non-Si-Può-Dire…

Dohur: l’assoluto. Ciò che si tocca e ciò che non si può vedere, tenuti assieme contro il volere della natura e degli Dei. La parola che non è permesso nemmeno pensare, da che gli Dei di quelle genti avevano diviso col fuoco i domini magici e quelli terreni. E deciso che ciascuno avrebbe avuto i suoi signori. Re e sciamani, sovrani e stregoni, Graah-Vir e Graah-Lish.

“Perché bestemmi, strega?” Sentì i piedi scalpicciare indietro, la schiena battere alla parete, il martello farsi di colpo insostenibile. La fissò ancora. Sentì di nuovo le parole della strega, questa volta come magli che lo investivano. “Io non bestemmio… – la sentì prendere fiato, serrare gli occhi e cercare la forza, mentre il lupo si premeva impazzito nel corpo della vacca, straziandole la groppa con gli artigli – Sei tu la Bestemmia, Gotla! Sei tu, la Bestemmia, Graah-Dohur!”

Un dolore assoluto lo scosse sotto lo sterno. Come il pugno di un titano. Cercò ogni fiato per vomitare sul viso di quella Megera la rabbia impazzita. Sentì il collo contrarsi, le mascelle serrarsi, digrignò fino a scoppiarsi i molari nelle orecchie. E sentì le tempie rullare. Il muggito della bestia s’era fatto urlo. Erano le grida di quella donna, condannata allo strazio. Chiuse gli occhi; sembrò l’unico modo di difendersi.

“Io lo so chi sono, vecchia! Io lo so chi sono!” E lo gridava, senza rendersene conto, nella lingua dei mandriani. Gotla deerheir! Gotla Graah-Dohur! La vecchia era scossa. Urlava quelle parole: Tu sei Gotla! Gotla è il Graah-Dohur! Quei suoni lo investirono come calci e pugni. Provò a serrare le orecchie, con le mani premute.

Non è di me che parla. Io sono Hurian, il Bastardo di Rheinardt. Non sono un mandriano! Avesse avuto uno stilo, si sarebbe anche forato i timpani. Non sono io il Graah-Dohur… In una porcilaia: è lì che mi hanno trovato! Non posso essere io il re di tutti i mandriani! Gli sembrava d’avere ogni poro inzuppato da quel dolore. Non sono io. Non posso essere io. Non voglio… Sentì che se avesse fatto ancora, solo un attimo, resistenza, avrebbe preso fuoco e sarebbe bruciato. Cercò l’ultimo sputo di coraggio. Non ne trovò. Crollò sulle ginocchia; dalla gola un urlo roco, disperato.

“Gotla! Gotla deerish! Deerish Graah-Dohur!” Gotla! Sono Gotla! Sono il Graah-Dohur!

Sentì la bocca invasa da una broda calda. Sentì sul muso il calore del pelo zuppo e sotto i denti lo stopposo di una cotenna dura. Sentì puzzo di sangue e di sudore. E di terra. Una scossa acida e brutale gli percorse la schiena, dalla testa al pube e poi di nuovo su, mentre i piedi scalciavano impazziti. Si sentì bagnato. Sputò, prima di finire soffocato da quel fiume bollente. Nero fu quel che vide. E quando gli sembrò di aver riaperto gli occhi, la prima cosa fu la punta del suo sesso: dura e insanguinata. E poco più avanti il corpo sfatto di quella donna: la nuca quasi scoppiata, dilaniata da morsi. Portò le mani alla bocca e trovò il mento zuppo di sangue. Mise gli occhi nelle orbite gelide della vecchia. La vide respirare placida, la destra sollevata a palmo aperto, come a farsi scudo. Sollevò il martello e glielo schiantò sulla testa. Ringhiò di rabbia mentre quel maglio calava a spaccare il cranio, fino a cancellarlo in un colpo solo.

Uno spruzzo bollente gli investì il viso, costringendolo a ripulirsi gli occhi coll’avambraccio. Si voltò. Vide il terzetto spaurito. Guardò gli occhi dei ragazzi farsi terrore ed Ariud, incerto, mettersi davanti reggendosi le brache. Sentì il fiato dell’amico rincorrere ogni respiro. “State indietro! – ai due giovani della guardia – Non provate a fare un passo!” Lo vide rimettere mano alla spada, carezzare l’elsa con le dita impazzite. “Sta’ calmo… Non è successo niente. Nessuno ha visto niente!” Hurian scosse la testa. Si mise di fronte, tirandosi su i pantaloni. Richiuse la patta, con la destra leggera, adesso; era come se il martello non pesasse più niente. Avanzò verso i tre. Si mosse guardandoli in faccia. Sentì Ariud tremare mentre provava a calmarlo: “Non sei un mandriano. Sei Hurian, il Martello di Re Mahnfred. Molla quell’affare e calmati!”

Sorrise, stanco. “Te lo ricordi cosa urlò Burosh, il re dei mendicanti, prima che tuo padre me lo facesse sgozzare tra le Pietre-In-Cerchio?” – “Stronzate! Solo la maledizione di un bastardo che sapeva di dover morire!” Si fermò, ad un tiro di passo dai tre. “No. E lo sai bene! Urlò a tuo padre che quando mi sarei risvegliato, sarei tornato alla testa di mille e mille uomini. Ed avrei reclamato quel che era mio. Ed avrei bevuto il sangue di tuo padre e delle vostre genti…” Di fronte a lui, Ariud fece un passo indietro. “Tu non sei quello che altri dicono. Lo hai dimenticato? Tu sei quello che tu forgi, col ferro e col sangue! Siamo noi a scrivere chi siamo, Hurian!” Vide gli occhi dell’amico tremare e dietro le sue spalle sentì alzarsi impazzito il lamento e la preghiera dei due ragazzi.

“Ha gli occhi di un demone, Signore. Ha gli occhi di chi torna da Totarhok… – e l’altro, di rimando – Il Diavolo. È Fenuth in sangue e acciaio!” Sentì passi pesanti: Jorus. Sentì grugnire una bestemmia e sguainare la spada. “Hurian – il tono dell’amico si fece di ghiaccio – molla il martello e fai tre passi indietro. È un ordine!” Sentì le tempie pulsare, di nuovo. Restò fermo, il destro pronto a scattare, l’altro a sollevarsi da scudo. Ariud si mosse, colpendolo col piatto dell’avambraccio sul petto. Fruscio di vesti e cigolio di cuoio e ferro alle spalle. Si lasciò spingere, solo per fare perno sul piede sinistro e caricare. Sollevò e colpì Jorus, che da dietro provava ad incalzarlo. Lo vide crollare in ginocchio, lo spallaccio spaccato, il braccio penzolante. L’esploratore mollò la spada, si portò la mano sulla ferita. Il martello, di nuovo, rapido: un fendente rovescio, sul volto. Dalla tempia alla mandibola, uno schianto furioso. Lo vide sbattere a terra mentre Ariud, a lato, provava a muoversi verso la porta. Scappava, spingendo avanti i due della guardia. Colpì il primo con un calcio, dritto alla bocca dello stomaco. Lo spinse contro il muro mentre gli mulinava il maglio sopra la testa. Colpì l’altro, in faccia. Gli sembrò di muoversi così veloce da lasciarsi indietro anche il clangore del ferro. Si fermò a gambe divaricate. Bevve il terrore che quello piangeva, tra singhiozzi. Guardò la spada caduta sul pavimento. Il ragazzo crollò, seduto a terra mentre sui pantaloni chiari si spandeva una macchia scura. Scalciò secco con lo stivale su quel viso. Vide sangue venir giù dalle labbra, dalla lingua staccata di netto. E mentre il ragazzo si portava le mani sul volto, sollevò ancora il martello e colpì di nuovo. Restò un attimo di più fermo. Gli sembrò quasi di contemplarlo, quel corpo spaccato.

Fu un guaito a spezzare l’incanto. Quando fu sull’uscio vide Ariud, di spalle, che premeva la lama nel petto di Rhein. Il mastino doveva essergli saltato alla gola ed Ariud s’era difeso: resistendo e infilzando il molosso di punta. Passato da parte a parte, con la lama che gli aveva strappato la pelle dietro le scapole, Rhein azzannava feroce l’aria puntando al viso. Guardò Ariud tentare di spingere. Hurian fu dietro in un attimo. Lo colpì sopra la cintola, sulla schiena. Rhein e quello che fino a pochi istanti prima era stato quanto di più simile ad un fratello caracollarono. Ariud finì sul molosso, il braccio sinistro nelle fauci della bestia. La spada, sgusciata dalla presa, restò conficcata nel petto del cane, l’elsa che mulinava come una banderuola. Sentì l’amico gridare. Fu sopra quel fagotto di metallo e carne e sangue in due o tre passi. Allargò le gambe, sovrastando i due. Afferrò la spada, la sfilò con uno strappo secco e la lanciò contro la parete. Sotto, tra le gambe, Ariud cercava di liberarsi dalla morsa di Rhein colpendolo col pugno sul muso e dando scossoni disperati. Inutile: fauci serrate.

“Non farti ammazzare come un pezzente qualsiasi, Ariud… Voltati!” Quel rombo impazzito che rullava nelle tempie continuava a crescere, urlargli che tutto quel che era stato non contava più nulla. Doveva rinascere, cancellare tutto il resto nel sangue. Quello che si dimenava tra le fauci di Rhein non era più Ariud, ma una scoria di un tempo e di una vita che non dovevano più esistere. E però sapeva che il ricordo sarebbe tornato a tormentarlo. Proprio per questo, se doveva strappare ogni cosa, voleva farlo con onore. Ariud non accennava a voltarsi. Lo guardò dimenarsi come una furia. Così lo colpì, con una pedata violenta al fianco. Lo guardò rovescarsi supino. Guardò la faccia mezza nascosta dai capelli, i lineamenti stravolti. “Non farlo, Hurian! Non farlo, ti prego… – la voce gli arrivò alle orecchie distorta, spezzata dal pianto – Dirò a tutti che sei morto con gli altri, da eroe. Dirò a tutti che non esisti più… Ti prego…” Lo guardò scoppiare a piangere.

“Parli a un uomo che non conosco. Non conosco quel nome…” Calò, con violenza, sulla testa di Ariud. Un colpo secco, con gli occhi serrati. Quando li riaprì non indugiò un attimo sul corpo dell’amico. Cercò lo sguardo di Rhein. Lo trovò che ringhiava, le mascelle ancora serrate sul braccio. Provò ad avvicinare la mano al muso, nel tentativo di fargli mollare la presa. La bestia ringhiò. Non riconobbe nessuno dei suoi sussurri. Mosse un passo ancora, fino a sovrastare il mastino. Sollevò il martello e colpì, una, due volte. Alla cieca, ancora.

Fuori, nella notte silenziosa, i cavalli erano spariti. Di sicuro il padrone di casa e le due figlie: fuggiti via. A terra era rimasto il Conte degli Stracci. Jorus l’aveva legato stretto. Prese fiato. Non gli si avvicinò. Restò a guardarlo dalla soglia. Sentì il braccio destro bruciare. Scese i due scalini con lentezza. Si guardò attorno, ancora. Non aveva finito. Torcey; adesso, finalmente, avrebbe avuto modo di avere la sua vendetta. Solo la sua. Niente Martello, niente Pietre-In-Cerchio. Solo lui e quel porco traditore. Strinse il pugno, scosse il polso e lasciò cadere in terra l’arma. Mosse passi lenti verso quello che sembrava un capanno. Lì, forse, avrebbe trovato quel che gli serviva per farsi giustizia. E se così non fosse stato, tanto meglio: l’avrebbe ucciso lo stesso. A mani nude. Alla vecchia maniera.

Si affacciò dentro e passò in rassegna la rastrelliera e quello che gli parve un tavolaccio da lavoro. Il rombo impazzito tornò a squassargli le orecchie. Era sparito, nella quiete immobile di quella notte, appena uscito da quella casa. Adesso tornava. Chiuse gli occhi, sperando passasse. Nulla. Li riaprì e lo sguardo gli cadde su una roncola. Lunga almeno due palmi, coperta della ruggine di tre decenni buoni, il manico di legno sbeccato e scurito dal tempo. Strinse forte. La soppesò: ben bilanciata. Rigirò il manico e la impugnò di traverso. Mosse un paio di fendenti a tagliare l’aria. Non usava una lama da dieci anni, almeno. Non aveva più usato un’arma da taglio da quando Rheinardt, il giorno in cui tutto cambiò, gli aveva tolto la spada di mano e offerto il martello. Eppure, a dispetto di tutti quegli anni, quella lama gli sembrò subito tutt’uno con la furia che gli montava dentro.

Tornò fuori. Divorò lo spazio tra lui e Torcey. Veloce e sporco, come merita. Chiudeva i conti con il fantasma di una vita che aveva vissuto senza che gli appartenesse, quella notte. Lo girò a pancia in su, maneggiandolo come si fa con un corpo da spogliare e gettare nella fossa. Nessun onore. Scese e gli premette un ginocchio sul torace. Calò la lama sul collo, poggiandola, fino a guardare la pelle tendersi senza strapparsi. Con la sinistra sfilò dalla bocca il bavaglio. Lo sentì urlare. Lo sentì pregare. Perché lì davanti, quegli occhi dovevano vedere qualcosa di molto simile al peggiore dei demoni.

“Aveva ragione quel porco di tuo padre: in una porcilaia ci poteva vivere solo un diavolo!” Hurian sorrise, sapendo bene che nello stesso momento erano occhi vuoti e neri quelli con cui lo guardava. “Mio padre? Hai anche il coraggio, infame?” Premette la lama. Quel tanto che bastava a lacerare la scorza senza bucare o strappare. Sentì lì sotto il Conte degli Stracci sibilare un sospiro di dolore, a denti stretti. “Dovevi creparci, lì dentro. Era lì che dovevi morire. Ti ci avevano buttato per quello, nella merda dei maiali… Invece tu… No, non sei morto. Anche il Totarhok ha serrato le porte, quando ti ha visto… Tuo padre lo ripeteva sempre. E aveva ragione: Budia, tua madre, c’è crepata per non ascoltarlo e continuare a tenerti attaccato, come un figlio. E invece, al seno, si portava un demonio…” Restò di ghiaccio. Continuò a fissarlo, dritto negli occhi. “Budia non era mia madre. E Rheinardt non era mio padre… – scese col viso fino a soffiargli quasi in bocca le ultime parole – Io non so chi siano mia madre e mio padre. Ma so cos’è l’onore.” Vide le palpebre dell’infame, lì sotto, chiudersi rassegnate. “Allora non perdere tempo, demonio…”

Era la sua vendetta. Per la prima volta. Non c’erano Pietre-In-Cerchio, né Re o Martelli a reclamare quel sangue. A pensarci bene, nemmeno il suo, di sangue. Da qualche parte, però, sentì come un sussurro suggerirgli che lo doveva a chi lo aveva accudito come un figlio. Sollevò la roncola. Guardò la ferita e quella riga rossa che si stendeva sul collo. Seguì un rivolo lento scendere di lato. Girò la lama e colpì feroce. Giusto a bucargli la gola. E guardarlo crepare lentamente. Si mise in piedi, sopra. Lo guardò rantolare in silenzio. Lo guardò riaprire gli occhi, come se cercasse di guardare il mondo per l’ultima volta, e si chinò perché fosse quella del suo viso l’ultima immagine che portava con sé. “Creperai anche tu, Hurian… – quasi gli volesse cucire addosso la minaccia di una vendetta – Un mandriano non può regnare sulle Nuove Terre. Nemmeno fosse il Diavolo in persona…” Hurian riservò il sussurro di una risposta, beffardo, solo quando fu certo che il respiro sulla bocca di Torcey fosse davvero l’ultimo. Perché anche la sua voce fosse l’ultimo ricordo che quell’infame portava con sé. “Non sono il Diavolo, Torcey. E nemmeno un demone… Sono solo un bastardo.”

 

FINE

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