Recensione: T (2018) di Alessandro Forlani

CRISTIANO SACCOCCIAIn memoria di Andrea G. Pinketts

Voglia il cielo che il lettore, fattosi ardito e divenuto

momentaneamente feroce al pari di ciò che legge,

trovi, senza disorientarsi, la sua strada aspra e selvaggia,

attraverso le paludi desolate di queste pagine oscure”

Lautrémont, I Canti di Maldoror

51dDN9Y61ILC’è una mortifera tendenza, da parte dei critici letterari e non, di de-valorizzare la letteratura fantastica, soprattutto se nata in terra ausonica. Probabilmente siamo ancora impegnati a dibattere su Tolkien: letteratura di evasione! Escapismo anti-sociale! La realtà è ben diversa. Perché è vero, noi italiani ci accorgiamo sempre tardi dello “stato delle cose”. La grande editoria del resto non ci aiuta, portando sugli scaffali i grandi nomi anglosassoni, propinando ai lettori le saghe infinite di autori best seller; condannando all’oblio l’autore italico. Non che sia un difetto, il capitalismo librario è sempre esistito; la cultura deve produrre denaro (?).

La piccola editoria, invece, si sta impegnando con zelo ammirevole a proporre nuovi nomi del panorama fantastico e opere inedite. A volte, lo scrittore, sente il bisogno di svincolarsi da certe realtà, e affidarsi a piattaforme di self publishing. È il caso di Alessandro Forlani, autore pesarese vincitore del Premio Urania nel 2011 e del premio Kipple nel 2012; recentemente si è qualificato come finalista al Premio Italia 2018 con il suo romanzo fantasy Arabrab di Anubi. Insomma, un novellino.

“T” è un romanzo pericoloso, da impugnare con cautela come una spada maledetta. Non è il libro per rilassarsi e per sognare, non c’è uno stantio onanismo intellettuale. No qui si parla di stupri psichici, cruda violenza delle sinapsi e profanazione della calotta cranica; il cervello è fottuto. Molti lettori potrebbero sentirsi violati nel profondo, o abbandonare il libro, perché la narrazione è atipica e irruente. Quasi sfacciata. La penna di Forlani è energica e sospinta da una furia berseker, colma di rabbia visionaria e lucidità critica. Come il poema ellenistico di Licofrone, Alessandra, noi lettori (come i protagonisti) siamo intrappolati in un Great Game di divinità viscide e pericolosamente umane; si rischia la sanità mentale in Thanatolia.

Ammetto di aver sbagliato, di essermi avventurato in queste pagine “maldoriane” senza equipaggiamento, perché non ho letto l’antologia Thanatolia edita dalla Watson Edizioni. Da uno scrittore che ha pubblicato per la Delos Digital il vandemecum nerd Il Manuale del Manuale del Dungeon Master, mi aspetto di essere punito per la mia impreparazione.

Fai un tiro su costituzione!

Ho fatto 3…

Bene il ghoul che ti aveva morso ti ha infettato, rimarrai in Thanatolia per sempre.

Il libro del collettivo “Crypt Marauders Chronicles” è l’approccio, credo, migliore per scoprire il necrocontinente Thanatolia. Senza questa lettura, ammetto,di essermi sentito letteralmente spaesato nella lettura di “T”. Questo non è un problema, perché perso nei meandri del romanzo ho vissuto da protagonista l’intero epos surreale di Forlani.

Siamo in un futuro prossimo, nel 2025, il Pointless Act è un istituto (meglio dire tempio maledetto) statale dove vengono condannati….degli innocenti. Il crimine del “non fare niente” è il peggiore fra tutti, universitari disillusi, intellettuali disoccupati, bei culetti di ragazze nullafacenti sono le cavie preferite di questo carcere dell’Oblio. L’Italia è un coacervo di tensioni sociali e negromantiche, Casa Povnd vs anarchici sinistroidi, proteste studentesche, botte da orbi, magheggi sottobanco e favoreggiamenti estorti. Distopia e storia di un futuro imminente. La narrazione segue un ritmo cinematografico con sequenze narrative simili ai frame-rate di una pellicola. Un episodio Netflix sparato nell’endovena cerebrale.

Dilungarsi troppo sulla trama potrebbe essere controproducente. L’ambientazione invece è caotica, un labirinto ipnotico di tasselli simbolici e sepolcreti italici. Il necrocontinente è un miasma letale nato sui resti dei defunti e sulle lacrime dei morti viventi, forgiato da tanfo nauseabondo di carogne in decomposizione. Orrori lovecraftiani e grimori di mostri fantastici popolano le lande cimiteriali di Thanatolia. Thomas Gray con la sua poesia sepolcrale sarebbe impallidito vedendo le lapide spezzate da defunti maledetti, lordi del loro vomito mentre rimpiangono una vita mai vissuta. L’autore ci catapulta anche nell’Italia dei pad.phone, degli account facebook usati come carte di identità, l’Italia del precariato, della Ricerca sopraffatta, delle materie umanistiche uccise con colpi di manganello e favoreggiamenti. Chissà quale Italia stiamo leggendo. “T” è una “storia vera”. Forlani segue la falsariga tracciata da Luciano di Samosata nel II° secolo d.C. Nella premessa al suo romanzo, il sofista siriano dichiara espressamente di narrare una storia ridicola, falsa, inverosimile e fantastica. Storia vera viene spesso riconosciuta come romanzo fantastico/fantascientifico (Cfr. Davide Ghezzo, Dei padri fondatori, la fantascienza dalle origini al 1926). Le avventure mirabolanti del protagonista L(uciano) e dei suoi compari potrebbero far impallidire le più strampalate idee di Jules Verne, ma la vera forza dell’autore di Samosata è di descrivere la realtà usando l’immaginazione. Il sofista rende palese la permeabilità tra i due mondi apparentemente distanti: il Reale e l’Altrove. Si può, di malavoglia, stigmatizzare la faccenda appellandosi al “realismo magico”, ovvero includere nella realtà elementi meravigliosi e soprannaturali. Ma risulta limitante. Molto più accurata è la disquisizione neo-simbolica di Alessandro Voglino (Cfr. Dimensione Cosmica, vol2.). Voglino sintetizza che anche il realismo ha una veste immaginifica, perché racconta una verità “irreale” ma dettata dalla mente dell’autore. La verità soggettiva non coincide con la verità assoluta, non esisterà mai una letteratura del Vero. Invece l’interpretazione neo-simbolica-mitica di Voglino getta una luce interessante, il mondo fantastico intessuto da elementi archetipici ha la capacità “su un piano sottile” di “diventare più reale del nostro stesso mondo concreto”. Forlani è il martello ridicolizzante della società come Luciano di Samosata, ma “T” è l’incudine iper-realistica del fantastico. In mezzo, inesorabile, c’è la critica e la parodia della nostra umana essenza. Troppo sbagliato definire la letteratura di genere come un supporto alle tematiche attuali. La letteratura fantastica è una tematica contemporanea, è una riflessione ultra-veritiera del nostro mondo; non possiamo leggere “T” come un’avventura Sword and Sorcery o pulp. Le etichette non reggono, le definizioni sono scomode come soltanto la satira può esserlo.

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Un romanzo erudito e allo stesso tempo maneggevole, impreziosito dal trash contemporaneo e dall’ immenso bagaglio citazionistico di film, televisione, libri, fumetti e avventure GDR. “T” è un lancio dei dadi sulla plancia da gioco, un tiro sempre negativo e sfortunato. La tempra viene piegata, l’intelligenza plagiata, la forza sconfitta, la costituzione resa inutile. A volte c’è una skill che affiora nel racconto, una tenue speranza. Ma l’autore la sopprime, i protagonisti sono morti ancora prima di iniziare a vivere.

In Thanatolia rivive The Waste Land di Thomas Elliot con il suo arido lirismo poetico, c’è spazio per i cicli carolingi e i romanzi arturiani; ma i paladini sono “disillusi” e combattono contro l’inerzia della (non) vita. Reminiscenze horror estrapolate da deliri gotici prendono vita con più facilità nel mondo “reale”; potremmo parlare di weirdgram (weird+instagram) o account negromantici! La nostra esistenza è tenuta in vita da un agglomerato di foto e vacui post, siamo crocifissi da una miriade di Tweet e infilzati da un Longino intento a guardare l’ennesima puntata di X Rap-factor. Traditi da un Giuda impegnato a farsi l’ultima velina di un programma senza senso.

Nel romanzo di Forlani è nel mondo “reale” che si vivono gli orrori più angoscianti, possiamo tranquillamente ribaltare la tesi di Todorov “il fantastico è trasgressione, varcare una sogna. Nell’incredulità, nell’esitazione tra possibile e impossibile nasce il fantastico”. Ebbene, in “T”, Thanatolia non è (fantastica) spaventosa quanto la nostra nazione, sepolta dall’egoismo narcisista imperante. Il fantastico di Todorov cade sotto i colpi di “Disillusa”, divorato da un ghoul…esasperato dal Clara Muttertod.

“T” è una lettura scomoda, poco piacevole, non rilassante; una dose di esasperazione. Ma per questo magistralmente consigliata a lettori capaci di intravedere…anzi di VEDERE quello che l’autore descrive con alchemica generosità. Demonologo della frase.

Thanatolia, terra di tombaroli e cacciatori di reliquie infette, è un luogo confortevole in confronto alle aule universitarie o agli uffici dei tutori della legge. L’innocenza è un crimine, la nullafacenza è più destabilizzante del vero terrorismo. Essere uno studente senza futuro è più distruttivo di lanciare molotov al Quirinale. Questo è “T”, lo vogliamo chiamare fantasy?

Cristiano Saccoccia

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