Recensione: SOPRA EROI E TOMBE (Sobre héroes y tumbas, 1961) di Ernesto Sábato

Antonio Ippolito

31xV7CqSBkLAlejandra è una ragazza affascinante ma enigmatica e scostante. Epilettica, sonnambula, sembra possedere attitudini paranormali, oppure è solo agitata da forze più grandi di lei, che non riesce, o non vuole, dominare. E nasconde un inconfessabile mistero. Martín, invece, è un innamorato possessivo e un po’ noioso. Per lui stare con Alejandra è un’esperienza sconvolgente in tutti i sensi, che lo può portare dall’estasi all’angoscia in pochi minuti. Bruno è un intellettuale dal carattere contemplativo, tendente alla malinconia e al rimpianto, alla ricerca di un’impossibile saggezza. Fernando è un paranoico ossessionato dall’idea che tutti i ciechi facciano parte di una setta demoniaca destinata alla conquista del mondo. Percorre il suo viaggio nei territori del male e della perversione con la più raffinata e paradossale lucidità. Ma tutta la sua famiglia, gli Olmos, depositari di antichi valori, sono toccati dalla tara della follia e del decadimento. In attesa di una tragica e spettacolare purificazione.

Titolo: Sopra eroi e tombe | Autore: Ernesto Sábato | Anno di pubblicazione: 1961 | Titolo originale: Sobre héroes y tumbas

Avete presente quelle opere di arte moderna, che più che sculture tradizionali sono installazioni, più che dipinti assemblaggi di materiali diversi, formate da componenti decisamente eterogenei, che però nel loro contrasto emanano un’aura tutta particolare?

Così è questo romanzo di Sábato: sua principale e peraltro quasi unica opera letteraria, dato che gli altri due suoi romanzi, “Il tunnel” e “Abaddon lo sterminatore”, riprendono molti dei temi qui riuniti.

Il modo in cui la letteratura latinoamericana raggiunge il nostro paese è decisamente erratico, se il successo travolgente di García Márquez e Isabel Allende non ha mai portato a conoscere un romanzo come questo, che precorre di decenni alcuni dei temi e delle tecniche con cui lo scrittore colombiano meritò il Nobel; anzi, solo nel 2010 ne è stata pubblicata una traduzione integrale!

Certo, qui siamo in Argentina: terra di rovelli esistenziali e infinita nostalgia dell’Europa, che non si puó annegare nelle spezie caraibiche, e dove manca anche lo sguardo sereno e aristocratico di una Allende, che possa trascendere la realtà quotidiana. Ma un romanzo latinoamericano che riesce ad affascinare senza passioni sensuali meriterebbe ammirazione solo per questo; piacerà a chi di García Márquez ha apprezzato anche l’amaro “Generale nel suo labirinto”.

Il romanzo si apre con lo stralcio di un articolo di cronaca nera, che descrive l’atroce morte di una giovane e di un certo Fernando. La giovane è la stessa Alejandra di cui, nelle pagine successive, ci viene raccontato l’incontro con Martín nel parco Lezama, avvenuto due anni prima.

Questa morte incombente ricorre come un tema musicale e crea un senso di circolarità temporale, come sarà per la fucilazione di Aureliano Buendía in “Cent’anni di solitudine”; la similitudine musicale viene evocata anche dallo stile di Sábato: opposto alla sinteticità oracolare di Borges, si esprime con lunghe ondate di pensieri, con un armonioso flusso di coscienza che continuamente parte dall’uno o dall’altro dei personaggi, per arriva a descrivere gli altri protagonisti, mai visti “oggettivamente”, ma sempre attraverso la descrizione o il ricordo o il sentito dire di qualcun altro.

Inoltre la narrazione, lungi dall’essere lineare, procede per flash-back progressivi, che ricostruiscono la vita della misteriosa Alejandra e, in minor misura, dell’ “umiliato e offeso” Martín, rifiutato fin dall’infanzia da una “madrefogna” che avrebbe voluto abortirlo, e non difeso dal debole padre; e al tempo stesso descrive l’approfondirsi della loro tormentata relazione.

Una difficile relazione amorosa, un “desencuentro”, che a Martín, più che amore e comprensione, porterà la conoscenza di ogni angolo della società “porteña”.

Centro di tutto è la palazzina degli Olmos Acevedo, la famiglia di Alejandra, dove Martín riuscirà a essere ammesso solo dopo mesi di faticosi appuntamenti. Un tempo villa padronale nella pampa, ormai fagocitata dall’espansione industriale del quartiere di Barracas, ridotta a una parte della pianta iniziale perché il resto è stato via via venduto e trasformato in case popolari e capannoni industriali; nelle stanze superstiti, ingombre di vecchi mobili e relitti di altri tempi, sopravvivono i membri di questa antica famiglia: un bisnonno perso nei ricordi delle guerre civili (uno dei suoi ricordi, l’antenato Celedonio Olmos che partecipa con padre e fratello alla Legione della libertà, diventerà un’altra delle immagini ricorrenti del romanzo), uno zio demente che non parla ma suona il clarinetto, una prozia folle che vive reclusa da novant’anni conservando la testa del padre.. Martín si muove a tentoni in questo mondo di ricordi, cercando goffamente di ricavarne un senso, e soprattutto di capire Alejandra.

Alejandra si staglia su tutti: giovane ribelle, piena di oscuri segreti (il più atroce la porterà alla orribile morte annunciata fin dall’inizio, ma non verrà mai esplicitato, anche se intuibile: uno dei tanti motivi di fascino del romanzo è l’intensità del non detto, di quanto va letto tra le righe). È facile definirla epilettica, bipolare, e magari alcolizzata e drogata (si veda su Goodreads la bella recensione di Steven Godin): in realtà è tutto questo, ma è anche un personaggio che riassume grandi contraddizioni umane e storiche; un personaggio così vivo da aver ispirato al grande compositore Aníbal Troilo un tango a suo nome (con testo dello stesso Sábato), e al contempo essere forse metafora dell’Argentina stessa.

s-l1600Alejandra che cerca la santità e la perdizione; che da ragazzina seduce per sfida il suo compagno di giochi, tranquillo cattolico benpensante, poi lo porta in alto mare per morire insieme; che esprime secoli di amarezza accumulata (“tuo trisnonno il generale Acevedo? Quello di viale Acevedo?” “solo nomi di strade ci rimangono”), che dà appuntamenti nei tempi e momenti più imprevisti, compare con le compagnie più strane, ma lo avverte “io sono una schifezza” (“yo soy basura”) ed è sempre disponibile a una spiegazione e a una riconciliazione, in un disperato tentativo di redenzione con l’ingenuo Martín.

Ogni capitolo si svolge in un ambiente sociale diverso, che Sábato ricostruisce magistralmente adottandone ogni volta il registro linguistico: dal “bar sport” di Chichín dove Martín va a consolarsi con gli amici parlando dell’amato River Plate, in una conversazione che mescola italiano, spagnolo, “cocoliche”; alla grande impresa dove cerca lavoro tramite una raccomandazione di lei, per ottenere solo un’interminabile predica gonfia di retorica aziendalista; al condominio popolare dove un umile conduttore di carrozze gli offre un letto, gli spiega che non si sente di abbandonare la vecchia carrozza a cavalli per i nuovi taxi, e gli fa conoscere il padre, che ancora parla solo calabrese e ricorda la festa di San Giuseppe; ai locali notturni dove incontrano l’ambiguo faccendiere italiano Bordenave, ed emigrati russi, già violinisti al Teatro Colón, sono ridotti a lavare bicchieri; o il frivolo ambiente della sartoria dove Alejandra lavora, tra colleghe pettegole e omosessuali agenti di teatro.. un turbine di ambienti, di illusioni e nostalgie, dove l’unico punto d’appoggio è Bruno, intellettuale saggio e disincantato, già innamorato di Georgina, la madre di Alejandra.

Ogni ambiente offre il pretesto per riflessioni storiche e umane, troppe per riportarle qui; e non manca la pagina di storia vissuta senza capirla dall’uomo comune: come Fabrizio Del Dongo passava una giornata su un campo di battaglia, ma solo tempo dopo gli spiegavano che era stata Waterloo, cosí Martín è in plaza de Mayo quando la Marina bombarda la Casa Rosada sperando di eliminare Perón, ma uccidendo centinaia di persone, e la risposta è la “quema de las iglesias”, saccheggio e distruzione delle chiese del paese da parte dei peronisti. Martín e un suo amico “cabecita negra” (cosí erano chiamati con disprezzo gli operai appena arrivati nella periferia di Buenos Aires dalle campagne) prima partecipano a un rogo di arredi sacri, poi aiutano un’anziana signora a salvare un crocefisso: nell’elegante casa di lei verranno premiati, ma incomprensione e incomunicabilità continueranno a regnare.

Non manca un incontro con Borges, maestro ammirato ma non amato, di cui si ricorda un lungo dissidio con l’autore per evidenti ragioni ideologiche e umane, ma anche una storica “riconciliazione”.

Un turbine di esperienze in cui Martín è trascinato dalla gelosia all’inseguimento della sfuggente Alejandra, fino a intravedere in un bar un uomo che gli sembra dominarla..

..e quell’uomo è Fernando, il padre di lei, come lei stessa, esasperata dalle domande di Martín, gli rivela. E qui inizia una parte totalmente diversa del romanzo: il “Rapporto sui ciechi”, cosí famoso da essere pubblicato anche da solo, ed essere diventato un fumetto disegnato da Alberto Breccia. È un altro pezzo di bravura di Sábato: centocinquanta pagine narrate in prima persona, il lucidissimo delirio di Fernando appunto, uomo dai mille volti (anarchico, falsario, esperto d’arte, criminale generico..), dominato dall’ossessione di una congiura dei ciechi per dominare il mondo. È questa parte centrale del romanzo a potersi definire decisamente “weird”.

Innanzitutto la trama stessa: l’ossessione di Fernando è cosí coerente, logica, capillare da convincere il lettore, fino a fargli temere la stessa mostruosa cospirazione. Ogni aspetto della realtà è piegato ad essa; e Fernando riesce ad accumulare casi di cronaca nera che dimostrano l’onnipotenza della temuta setta; episodi anche nerissimi e morbosi, come quello dei due camerieri “puniti per un tradimento” con l’essere “accidentalmente” rinchiusi nell’ascensore dei padroni appena partiti per le vacanze estive. Con lucida razionalità Fernando analizza le fasi della loro agonía, la disperazione, il cannibalismo che si sarà alla fine scatenato tra loro (è arrivato a studiare i ritrovamenmti polizieschi..). Rifugiato a Parigi, scopre che presso un amico pittore lavora una modella cieca: poterla vedere non visto scatenrrà le sie ossessioni per “studialra mewglio, che avrebbe atrocemente punito il marito..

“Weird” e “fantasy” sono i lunghi deliri che Fernando narra, nel corso delle sue notti insonni: un gigante monócolo che lo spinge attraverso paludi brulicanti di vermi verso un orizzonte sconosciuto, mentre pterodattili e giganteschi pipistrelli lo perseguitano e gli strappano gli occhi (come lui faceva da bambino agli uccelli catturati, traumatizzando il mite Bruno); l’arrivo a una città sconosciuta, dove torri altissime custodiscono un idolo misterioso..

Ulteriormente “weird” è l’esplorazione della “casa dei ciechi”. Se il “Rapporto sui ciechi” è un romanzo nel romanzo, al punto che in Argentina è stato anche pubblicato a parte (come si pubblica a parte “Un amore di Swann” per attrarre il lettore che esiterebbe ad affrontare direttamente “Dalla parte di Swann”), nel “Rapporto” il racconto dell’esplorazione notturna del sotterraneo dei ciechi è un racconto nel romanzo nel romanzo: e meriterebbe di entrare nel canone della “fantascienza sotterranea”1. Sábato è bravissimo a narrarla in modo che le allucinate illazioni di Fernando siano altrettanto verosimili delle spiegazioni più razionali che il lettore, sopraffatto, cerca di darsi per non soccombere alla follia! Un’interminabile sprofondare nell’abisso della coscienza: e non a caso il finale di questa parte è l’immediato preludio del misfatto accennato all’inizio.

CMS_1304285702549_ernesto_sabatoL’ultima parte riguarda le conseguenze di quel fatto di sangue. Martín cerca per quanto può di capire la morte di Alejandra, e trovare un senso in una vita assurda. Pian piano, l’andamento della narrazione si trasforma in un pezzo di bravura finale, con due piani storici sempre più freneticamente alternati fino a fondersi (come farà King in It, se mi permettete il paragone): il vagabondaggio per Buenos Aires di Martín, impazzito dal dolore, fino a che non prenderà la decisione di fuggire verso la Patagonia dove lavorare come camionista; e la ritirata dei resti della Legione della Libertà, ultimo pezzo dell’esercito che si opponeva al dittatore Rosas. Solo un uomo dell’apertura mentale di Sábato2 poteva mettere in parallelo due episodi cosí diversi. Il secondo, in particolare, assume grande respiro: un’epica ritirata verso le province andine di Jujuy e Salta dove resistere, cosí si illude il generale Lavalle, e i suoi uomini per lealtà non vogliono disilluderlo, nemmeno dopo che i reggimenti provenienti dalle altre province argentine li hanno lasciati per tornare a difendere le loro case; quando il generale, appena arrivato a Jujuy, viene ucciso in un’imboscata, i centocinquanta uomini rimasti decidono di impedire a tutti i costi al generale nemico Oribe di mantenere la sua promessa, “rientrare a Buenos Aires con la testa di Lavalle su una lancia”. Comincia cosí un’ulteriore allucinante fuga verso la Bolivia trascinandosi dietro il cadavere del generale, protetti da una retroguardia che viene via via sterminata, mentre il cadavere va putrefacendosi e a un certo punto il suo compagno d’armi più fedele deve scarnificarlo, per continuare a portar via solo la testa, il cuore e le ossa..

Per finire in un senso della vita esistenziale ed etico, dove solo la solidarietà umana salva l’uomo, come nei contemporanei Camus o in Terra degli uomini di Saint-Exupéry o La condizione umana di Malraux: “non importa che la guerra sia assurda: il tuo plotone è un valore assoluto”.

1 sotto-sottogenere fantascientifico che amo molto, il cui corpus era una volta pressochè interamente incluso nel volume “Scendendo”, ma a cui oggi possiamo riportare molti capitoli di “It”, nonché racconti come “The way it works out and all” di Peter Beagle e “The catastrophe of cities” di Lisa Goldstein.

Il principio sottinteso è: La verità, anziché dentro di noi, potrebbe essere al di sotto, e perché no nelle fogne?

2 Sàbato fu dirigente della Gioventù Comunista Argentina negli anni ’30, seguendo anche corsi della scuola del partito a Mosca, negli anni di Stalin; ma in seguito si distaccó dal comunismo per approdare a una filosofia esistenzialista.

Negli anni ’80 fu molto apprezzato come presidente della Conadep, la Commissione nazionale per i Diritti Umani che al ritorno della democrazia cercó di fare il bilancio dei crimini della dittatura militare.

Antonio Ippolito