Recensione: MALEDETTI DALLE FIAMME (2017) di Giuseppe Recchia

FABRIZIO FANGAREGGI8106915_2547831Touronne è un covo di disperati, fuggiti dalla Guerra Eterna. La chiamano la Città Libera ma è una terra malata, con un Governo corrotto che deve proteggere il suo dominio da un Tribunale pronto a condannare chiunque, mentre dal sottosuolo trasuda il marcio delle attività clandestine e delle lotte tra Capi.

Varamir è un poco di buono: si fa chiamare Principe e sopravvive nei bassifondi soltanto grazie alla sua faccia tosta, alle menzogne e alla bravura con le carte. Nel lontano Ovest, suo fratello Iska ha risvegliato per sbaglio il potere di una delle Sorelle Nere, streghe votate alla distruzione dell’intero genere umano. La speranza è celata in antiche biblioteche, sepolte secoli prima, al sicuro, dagli ultimi grandi maghi.

Tra ribaltamenti di potere, incursioni religiose e un mondo più infetto che mai, il lato oscuro del fantasy incombe sui Maledetti dalle fiamme.

Titolo: Maledetti dalle fiamme | Autore: Giuseppe Recchia | Anno di pubblicazione: 2017 | Editore: Watson Edizioni | Collana: TrueFantasy | Pagine: 326 | ISBN-13:  9788898036899 | Prezzo di copertina: 14€

Nella bellissima introduzione, Mariateresa Botta ci riporta alle origini del fantasy e con un pizzico di patriottismo letterario fa un’analisi accurata e non accorata che condivido in pieno. Ci esorta a scoprire nuovi talenti italiani. Bene, grazie anche e non solo a Watson Edizioni, di cui Maledetti dalle Fiamme ne inaugurò la collana TrueFantasy, negli ultimi tempi si sta formando un nuovo movimento che tende a voler far dimenticare gli errori di un recente passato editoriale in ambito di fantasy scritto da autori italiani.

Ebbene, con questo romanzo d’esordio Giuseppe Recchia ne porta in parte il fardello ma non riesce a liberarsene del tutto. Vediamo il perché.

Maledetti dalle Fiamme ha tutte le carte in regola per gettare una ventata di freschezza e nel farlo offre un low fantasy a tinte fosche, insaporendolo con streghe, inquisitori, fantasmi, possessioni e dannati di ogni sorta. Dall’inizio Touronne si presenta come un’ambientazione chiusa, sebbene al di fuori di quelle mura si prospetti l’esistenza di un mondo ben più vasto che l’autore ci fa appena sfiorare, concentrandosi sulla realtà oppressiva della città, con i suoi bassifondi, i suoi intrighi e le sue oscure dinamiche. E lo fa con un passato ancora più buio e misterioso, connesso a un impero caduto dove biblioteche immense e ricche di sapere furono celate dai Thule per seppellire i loro segreti. La stessa lingua antica è un nodo cruciale per la trama, così come la ricerca della Biblioteca del Nord, rimasta sepolta sotto Touronne. E la Prima Lingua è l’unica fonte magica che può contrastare il ritorno del Mondo Ancestrale, una specie di risveglio del Male che getta le sue spire in un presagio di devastazione, propagandosi per la città in una pandemia di corpi e menti distorte.

Recchia attinge di certo al suo bagaglio di studi storici per creare le basi culturali e religiose in cui tracciare la sua storia, tanto che all’inizio potrebbe quasi sembrare un racconto nel basso medioevo, se non per l’uso di moschetti che richiama epoche successive. Ma non si dilunga in molte spiegazioni e questo è un pregio: il non detto stuzzica la fantasia e non rallenta il racconto.

Il protagonista del romanzo è Varamir, un Principe di nobili natali con un passato da Bibliotecario che ha rinnegato, costretto a vivere alla giornata nei bassi fondi. Varamir è, infatti, l’unico personaggio che ha un vero arco di trasformazione. Nonostante questo, la sua evoluzione è lenta e forse non del tutto motivata a livello psicologico. In effetti, ho fatto fatica ad affezionarmi a Varamir, un codardo che fugge dalla sua amata incinta e che d’istinto vorrebbe scappare davanti a ogni pericolo. Forse perché rifugge dal suo passato, fintanto che non è costretto ad affrontarlo.

Se lo scopo dell’autore era concepire un antieroe, una canaglia, il risultato non è riuscito del tutto, perché il protagonista manca di quel mordente necessario a renderlo affascinante e indimenticabile.

Meglio alcuni comprimari, come la stessa amata Mircela o suo padre Caronte, uno dei Capi delle gang che gestiscono le attività criminali, neppure troppo clandestine. Oppure Lazaro, un mercenario ubriacone e traditore che si ritrova a gestire un potere sconosciuto, tramite lo spettro di un barbaro sciamano.

Oltre a quelli sopra citati, i punti di vista sono tanti. Alcuni servono per far procedere la narrazione, come per Ezra delle Ceneri, uno dei Castighi di Dio, giunto a portare la salvazione a Touronne. Altri vorrebbero far apprezzare i molti personaggi che interagiscono nella trama, come l’eunuco ex-gladiatore Sarjan, la guerriera e guardia del corpo Virika o il complottista Casper Jarsa. Poi si aggiungono quelli del giovane Ratto Jean, del tenente Garonne e del prete apostata Iska, fratello di Varamir. Forse sono troppi, visti i ruoli marginali che ricoprono alcuni di loro nel corso del romanzo e, soprattutto, per come sono disseminati tra le pagine.

Superata la prima parte, utile a far acclimatare il lettore con la Città Libera e i suoi attori, il nucleo della narrazione si concentra in pochi giorni e, dalla seconda parte, il ritmo sale e si viene catapultati nel mezzo dell’intreccio narrativo. C’è quello che serve per procedere in maniera più spedita e si comprendono gli indizi lasciati lungo il percorso, a volte in maniera esplicita, altre volte dovendo cercare tra le righe.

E qui veniamo allo stile di Recchia. La prosa in generale è abbastanza buona, equilibrata nell’insieme, solo un po’ troppo frammentaria. Mi spiego meglio: più volte sono dovuto tornare indietro a rileggere alcune frasi per capire cosa stava accadendo. Non certo a causa di errori grammaticali o di sintassi sbagliate, ma perché c’è una scrittura a volte sin troppo ambigua.

Il mistero o la suspense non si creano con l’incomprensione, al contrario.

E nella terza parte, quando il romanzo pulsa di vitalità propria e si assapora tutta la macabra e violenta visione del suo insieme, quando l’orrore prende forma e si è pronti al gran finale, mi sono cadute le braccia.

Non entro nel merito per non anticipare nulla, ma la soluzione adottata è davvero banale. E le vicissitudini che portano alle ultime pagine risultano un po’ confuse.

L’autore non sembra essere troppo a suo agio con le scene di azione e nelle dinamiche da lui stesso elaborate, e lo dimostra maggiormente quando il romanzo dovrebbe raggiungere il suo apice.

Il finale è quello che rimane più impresso al termine di una lettura di un romanzo. Se anche l’inizio è un po’ lento e man mano sale di tono, di ritmo e il mistero si sbroglia con soluzioni intelligenti, si arriva alla fine con quel dolce gusto in bocca che fa apprezzare l’opera nel suo complesso.

Recchia scala la montagna e poi manca l’ultimo appiglio. E cade.

Un’ingenuità che non inficia la fatica per la sua opera prima e non ne cancella i meriti.

Maledetti dalle fiamme rimane un’opera degna di far parte di questo nuovo corso fantasy italiano che scorgo crescere sempre più. E quando s’intravede del talento, questo va comunque supportato, nella speranza che gli auspici espressi da Mariateresa Botta si trasformino presto in una realtà solida e conclamata.

Fabrizio Fangareggi