Recensione: LEGGENDE ALLA FINE DEL TEMPO (Legends from the End of Time, 1976) di Michael Moorcock

Antonio Ippolito

Leggende alla fine del tempoAl crepuscolo della terra una folla di variopinti personaggi attende eventi che nessuno è in grado di prevedere, e intanto intreccia duelli, organizza micidiali banchetti, fa e disfa mondi. In ROSE PALLIDE (Pale Roses) trovate il tristissimo Werther de Goethe, che solo l’amicizia di una misteriosa fanciulla può aiutare. Ma il destino vuole che anche nell’idillio si celi l’insidia… In OMBRE ANTICHE (Ancient Shadows) si narra la triste avventura di Dafni Armatuce, proveniente da un’epoca dove regna l’abnegazione, e che deve fare i conti con i crudeli costumi della fine del tempo. STELLE BIANCHE (White Stars) è il racconto di un duello, preparato fin nei minimi dettagli, e che uno dei due sfidanti vuole perdere a tutti i costi… In FUOCO COSTANTE (Constant Fire) conoscerete infine il mistico destino di Miss Mavis Ming, e del suo folle amante, il Fireclown. Una galleria di stravaganze, un’antologia di avventure in un mondo lontanissimo, che vivrete assieme a ser Duro lo Sconosciuto, l’Orchidea di Ferro, il signor Frastagliato di Canaria e i loro matti compagni alla fine del mondo.

Titolo: Leggende alla fine del tempo | Autore: Michael Moorcock | Titolo originale: Legends from the End of Time, 1976 | Antologia | Pagine 208 | Traduzione di Rino Ferri | Edizione italiana: 31 Marzo 1978 COLLANA Robot Speciale 7, Armenia Editore | Per tutte le edizioni clicca QUI | Copertina di Giuseppe Festino

Il volume contiene:

  • Rose pallide (Racconto lungo, Pale Roses)
  • Stelle bianche (Racconto lungo, White Stars)
  • Ombre antiche (Romanzo breve, Ancient Shadows)
  • Fuoco costante (Romanzo breve, Constant Fire)

I cicli scritti da Moorcock e liberamente collegati nel suo Multiverso sono talmente tanti che di qualcuno ci sono arrivati solo frammenti: è il caso di queste Leggende, di fatto un gruppo di racconti debolmente collegati tra loro, pubblicati dopo i 3 romanzi veri e propri che costituivano il ciclo dei “Dancers at the End of Time” ma mai tradotti in Italia; si tratta però di un’opera che Moorcock non considera minore, dal momento che dopo la prima edizione del 1976 (tradotta nel 1978 da Armenia e qui recensita) ne ha pubblicato un’altra nel 1993 dove i racconti sono stati rivisti e ampliati ed è stato aggiunto “Elric at the end of time”, dove Elric di Melniboné visita la Terra alla Fine del Tempo..

Di che si tratta, quindi? Cos’è la “Fine del Tempo”?

Già nella prima storia di viaggi nel tempo, Wells non riusciva a limitarsi alle profezie sociali ma sentiva il bisogno di dare un romantico sguardo al lontano futuro del nostro pianeta, creando scene che non c’entravano molto con il resto del racconto, ma che sono rimaste assolutamente indimenticabili per ogni appassionato.

Allo stesso modo, qui Moorcock crea una Terra milioni di anni nel futuro, dove il sole sta morendo e anche del resto della galassia resta poco (anche perché esistono città viventi che consumano stelle lontane per sostenere lo stile di vita degli ultimi abitanti); si tratta però di una fine del tempo ben più animata di quella wellsiana: popolata da un pugno di bizzarri oltre-umani, che vivono come signori rinascimentali, inventando feste, lanciando mode, ricreando paesaggi e interi continenti per sfizio, ricordando antichi eroi come Humphrey Bogarde ed Elric di Marylebone (sic). Qualcuno è così eccentrico da voler viaggiare per la galassia e vedere i pochi alieni rimasti, ma per i più non vale la pena: è più interessante mantenere serragli di viaggiatori nel tempo, tutti coloro che nel corso della storia hanno desiderato vedere esplorare il futuro e non hanno potuto tornare indietro per un particolare effetto fisico: questa Terra remota è un po’ una trappola che attira viaggiatori temporali da tutte le ère.

LGNDSFRMTH1977Una Terra allegra e decadente come il “Ristorante alla fine del tempo” di Douglas Adams: e in effetti l’esordio della serie principale ricorda proprio quello che di lì a poco avrebbe dato il via alla fortunatissima serie di Adams: un alieno giunge sulla terra per annunciare l’imminente fine del mondo, ma non viene creduto..

Queste quattro storie non coinvolgono Jherek Carmelian, il protagonista della serie principale (attenzione alle iniziali JC: Moorcock si diverte a inserire come suo “alter ego” un personaggio, per esempio Jerry Cornelius di “Programma finale”, con queste iniziali, che poi sono le stesse di Gesù Cristo: già usate così nel musical “Jesus Christ Superstar”), ma servono a esplorare le possibilità dei personaggi secondari.

In “Rose pallide” Werther de Goethe, romanticissimo personaggio forse perché uno dei pochi a essere nato di parto naturale, vince il suo mal di vivere prendendosi cura di un’orfanella. Ben presto questa diventerà un’attraente ragazzina: Werther cederà al suo fascino e la sedurrà, o meglio se ne lascerà sedurre, per poi crogiolarsi nei sensi di colpa e poter dire di aver finalmente capito cos’è il peccato. Molto bello il personaggio di Madama Christia, l’Eterna Concubina, che ispira a Giuseppe Festino un’eccellente illustrazione erotica (teschio compreso), che rivaleggia con la splendida copertina.

In “Stelle bianche”, il Signor Duro lo Sconosciuto (complimenti al traduttore Rino Ferri, che ha saputo rendere “Lord Shark the Unknown”, e tanti altri bizzarri nomi!), unico misantropo e cinico dell’allegra brigata, che vivo solo con i suoi automi da duello in una casa-caserma, è costretto ad accettare una sfida dal fatuo Duca delle Regine, spinto dalla volitiva Orchidea di Ferro. Per coincidenza in quel periodo piomba dal XXV secolo un plotone di soldati USA, impegnati in una guerra contro Alfa Centauri nel XXV secolo: con molta diffidenza insegneranno ai loro degenerati discendenti i concetti di onore, patria, coraggio..

In “Ombre antiche”, forse il racconto più bello e sviluppato, drammatico mentre gli altri sono farseschi, arrivano alla Fine del Tempo Dafni Armatuce e suo figlio Snuffles, esploratori inviati da una Terra poverissima che vive di dolorosi sacrifici. Eccezionali e psichedeliche le prime pagine dove i due affrontano un percorso di illusioni attraverso una delle città viventi, dove i palazzi cantano e i paesaggi si trasformano, fino a essere recuperati dagli abitanti; e qui inizia un doloroso confronto culturale con i dissipati e degeneri abitanti della Fine del Tempo, quali O’Kala Cremisi, Mazza Dolce, Gaf il Cavallo Piangente.., tenuti a malapena a freno dal Signor Frastagliato di Canaria (“Lord Jagged..”!), uno dei pochi ad aver conservato un po’ di saggezza. Ma non può frenare Mavis Ming, prototipo della donnetta lamentosa e sdolcinata: delusa dagli uomini sta provando a essere lesbica, ma respinta dalla severa Dafni, che vuole solo tornare alla sua epoca per avere l’unico figlio ammesso dal Governo, si dedica a sedurle il figlio, convincendolo prima a farsi donna per lei, poi a farsi trasformare fisicamente in abitante della Fine del Tempo.. omosessualità, bisessualità, transessualità non sono certo insolite alla Fine del Tempo, ma l’abbandono dei propri princìpi per seguire un personaggio così misero avrà gravi conseguenze; mentre Dafni affronterà l’estremo sacrificio pur di tornare all’Armatuce, il suo Stato totalitario, per avvertire di non mandare altri esploratori.

TLSEOT1989“Fuoco costante” è il racconto più sconcertante. Nel mezzo di una festa dove il Commissario del Bengala sta offrendo ai suoi ospiti dinosauri di gelatina, vivi ma commestibili, atterra un’arcaica astronave: la guida il Fireclown, eccentrico profeta, invasato Messia, apparso anche in altri romanzi moorcockiani. Viene abilmente catturato dal Dottor Volospion, un razionalista dal ricchissimo serraglio dove conserva reliquie, santoni e credenti di tutti i culti della Galassia. Nella sua bizzarrìa megalomane, il Fireclown sembra capire cose che Volospion non può capire: per esempio, che il Graal non è un oggetto che si possa collezionare, ma un’entità che appare a chi ne è degno. E stranamente il Fireclown ha un’irrefrenabile attrazione per la scialba Mavis Ming, di cui dice di vedere l’anima pura sotto il guscio di cinismo. Con una serie di trucchi riuscirà a sfuggire al serraglio rapendo la riluttante Mavis, per sottoporla a una sessione sadomasochista da cui uscirà rigenerata nello spirito (e qui Festino ci dà un’altra illustrazione decisamente inattesa, rispetto ai casti cànoni della fantascienza..): alla fine il Graal sigillerà l’unione tra i due..

Nella brillante prefazione, Giuseppe Lippi sottolinea l’aspetto giocoso e assurdo di queste avventure, simili ai fumetti Marvel, con cui traccia paralleli; sarò ingenuo, ma penso che Moorcock abbia comunque visto un significato in questi racconti. Affermò di averli scritti come risposta alla popolarità del fantasy come “Il signore degli anelli”, che chiamava “un epico Winnie-the-Pooh” (MM non perde occasioni per una beffarda polemica verso Tolkien: la sciocca e sdolcinata Mavis Ming ricorda come suoi autori preferiti da ragazzina proprio JRR e A.A.Milne, l’autore di Winnie).

Il fantasy di Moorcock non è carne e sangue come quello di Howard, Leiber, K.E.Wagner, nè spirito come per Tolkien, nè pittura e musica decadenti come per C.A.Smith: è un gioco intellettuale, un fantasy di idee e colori, che può variare dal “divertissement” apparentemente semplice di queste Leggende alle questioni teologiche del “Mastino della guerra”.

Antonio Ippolito