Recensione: LA STRADA SENZA RITORNO (Maladie i inne opowiadania, 2012) di Andrzej Sapkowski

ZENO SARACINOsapkowski strada senza ritorno recensioneUn cavaliere costretto a combattere per una congrega di maghi potenti e senza scrupoli; un manipolo di soldati finiti per sbaglio nell’inquietante città delle streghe; una giovane pronta a stringere un patto con un demone, pur di vendicarsi di chi le ha mancato di rispetto; un re trincerato nella torre più alta del suo castello, in attesa che avvenga un miracolo… I personaggi che animano gli otto racconti raccolti in questo libro si trovano loro malgrado ad affrontare sfide pericolose e scelte impossibili, battaglie sanguinose e tradimenti inaspettati. Armati solo del proprio coraggio, dovranno attingere a ogni risorsa immaginabile per sopravvivere in un mondo in cui nulla è come sembra, in cui il mostro più feroce si nasconde dietro la maschera dell’uomo comune e persino il più innocente dei sorrisi può celare una minaccia letale.

Titolo: La strada senza ritorno | Titolo originale: Maladie i inne opowiadania, 2012 | ISBN: 9788842929963 | Autore: Andrzej Sapkowski | Collana: Narrativa Nord | Casa Editrice: Nord | Dettagli: 420 pagine, Cartonato | Prezzo di questa edizione cartacea: 18,00€

Andrzej Sapkowski è un autentico paradosso.

No, let me explain: Sapkowski è di per sé un normale scrittore dell’Europa dell’Est, più a suo agio con la narrativa breve che con la forma del “romanzo”, il cui successo in madrepatria dal 1990 è stato reso possibile dalla fortunata sequenza di diverse storie, dal protagonista lo strigo Geralt, in un’ambientazione tardo medievalegrimdark e satirica verso i canoni del fantasy classico.

Sapkowski non è certo un genio, ma è uno scrittore talentuoso, che sebbene disprezzi il carattere “letterario” dei suoi romanzi, gioca con le parole, usa citazioni raffinate, non esita a rivolgersi (anche) a un pubblico colto. Tuttavia, il successo dello strigo/witcher in Polonia appare collocabile negli anni tra il 1995 e gli inizi del ‘2000. In altre parole, Sapkowski era a suo agio con il genere fantasy (quasi) vent’anni fa e da quel momento in poi si è mosso in altre direzioni letterarie: il romanzo sulla guerra russo-afghana, “Viper” (2009) e la trilogia Hussita, “Narrenturm” (2002). Oltre a ciò, almeno stando alle Wikiitaliane, inglesi e polacche, si è dedicato nuovamente alla forma breve, con l’eccezione commerciale del romanzo “La Stagione delle Tempeste” (2013), che devo ancora recuperare.

Bisognerebbe dunque analizzare e recensire i romanzi della serie dello strigo come opere fantasy derivanti dall’ondata degli anni ’60/’70, cui infatti Sapkowski tributa spesso lode: Stephen Donaldson, Michael Moorcock, Ursula K. Le Guin, Roger Zelazny, ecc ecc.

Sì, Geralt come personaggio viene concepito e pubblicato nel 1990, ma bisognerebbe considerare come la scena fantasy polacca giunga con notevole ritardo in Europa, sull’onda della caduta del muro: Sapkowski, se fosse stato un francese, o un tedesco, o un inglese, avrebbe probabilmente pubblicato i suoi romanzi nei tardi anni ’70 o nel pieno degli anni Ottanta. Non a caso il sito di Sapkowski – una reliquia del 1995 (!) – include un articolo del 2001 sull’apertura della Polonia al capitalismo. Non mi addentrerò in un’interpretazione con Google Traduttore, ma Sapkowski è uno scrittore che inizia a pubblicare nella seconda metà degli anni Ottanta con un genere e uno stile proprio della seconda metà degli anni Settanta; una volta divenuto famoso in Polonia nel 1990, accumulando un primo ritardo “storico”, successivamente acquista fama globale solo a partire dal primo Witcher (2007), con un ulteriore ritardo sul ritardo.

"Viper" di Sapkowski. Una produzione minore, neanche 183 pp.

D’altronde, sarebbe interessante osservare come la scena ruolistica polacca praticamente non conosca Dungeons&Dragons, mentre fin dalla sua nascita, sempre negli anni ’90, ha adottato “Martelli di Guerra”, la prima ed. dell’RPG di Warhammer Fantasy Battle. L’ambientazione dell’Old World infatti si adatta bene a un certo gusto per l’humor nero e il grimdark proprio dei polacchi, facilmente declinabile in chiave nazionalista. Questo “ritardo” ha ovviamente giovato a Sapkowski, così come agli autori fantasy dell’Est: gli ha permesso di costruirsi un suo stile, di coniugare il folklore dell’Est Europa con il fantasy classico anglosassone, di marinare lentamente nei decenni contenuti e filosofia di fondo. Il fantasy di Sapkowski non appartiene agli anni ’90 in cui viene pubblicato, ma è una rielaborazione degli anni ’70, un rimpasto a lungo lasciato lievitare. Un risultato ricco di carattere, anche se non privo di idiosincrasie e difetti.

Mentre Terry Brooks e Christopher Paolini incassavano le royalties per i reciproci plagi di Tolkien, pubblicati e/o riediti al seguito del successo della trilogia di Jackson, Sapkowski tranquillamente scriveva una trilogia storica sulle oscure vicende del popolo Boemo; a due anni di distanza dal primo videogioco della saga, “The Witcher” (2007), Sapkwoski pubblicava un romanzo di guerra con venature paranormali, “Viper” (2009). Difficile immaginare qualcosa di meno in sintonia con la cultura pop del primo decennio (uscita della Compagnia dell’Anello, nel 2001 – film tratto da “Eragon”, nel 2006).

Quando si scrive di Sapkowski, occorre dunque considerare come Geralt sia un personaggio letterario degli anni ’90 e che il Sapkowski attuale è per forza di cose profondamente diverso dal Sapkowski dei primi romanzi.

L’attuale antologia – La strada senza ritorno – è in tal senso una creatura multiforme: alcuni racconti risalgono addirittura al 1989, mentre altri sono collocabili in anni più recenti, come “Spanienkreuz” (2006); il racconto di cui Sapkwski va più fiero, “Maladie” è del 1992, ma è stato ripubblicato anche in Polonia recentissimamente, con “Maladie e altre storie” (2012). Quest’ultima raccolta sembra corrispondere all’ordinamento presente nell’attuale antologia, ma per volontà di Sapkowski sono stati toltinell’edizione italiana due racconti, “Qualcosa finisce, qualcosa comincia” e “La polvere della battaglia”. Quest’ultimo è un racconto di fantascienza, mentre “Qualcosa finisce” era l’unica storia con protagonista Geralt: un racconto comico sul suo matrimonio con Yennefer.

Non ho idea sul perché Sapkowski abbia voluto toglierla, ma possiamo avanzare diverse ragioni slegate dal semplice risentimento: si tratta di un racconto picciolo picciolo, che aveva scritto in onore dello sposalizio di un suo amico, come “dono di nozze”. Vi possono pertanto essere ragioni sentimentali, così come artistiche: magari Sapkowski rileggendolo non l’ha ritrovato all’altezza o forse vuole inglobarlo dentro una nuova antologia, sulla scia della “Stagione delle Tempeste”.

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L’ultima fatica di traduzione della Nord è un’antologia infatti divisa tra fantasy e horror, con prevalenza del secondo sul primo. Mi sembra in tal senso eccessiva la critica dei lettori sul fatto che la Nord li avrebbe “ingannati”; l’unico errore è stato del responsabile social, che l’aveva scambiata per una raccolta dello strigo. Mi rassicurerei a questo proposito: se avessero voluto davvero ingannare i lettori avrebbero confezionato una copertina con Geralt e pubblicizzato a dovere l’evento. La raccolta invece è stata pubblicata di soppiatto, non mi sono quasi accorto dell’uscita. Cioè, in America pubblicano tranquillamente Sapkowski con le copertine tratte dai videogiochi, nonostante l’aperto divieto dell’autore, siamo in tutt’altro campo di malefatte. La voce di Sapkowski in questi racconti è la stessa che muove e anima il mondo di Geralt: c’è lo stesso umorismo, gli stessi dialoghi taglienti, gli stessi esercizi di morale, persino in uno o due casi, copie di personaggi il cui profilo psicologico riconosciamo dalla saga dello Witcher. Se vi sono piaciuti i romanzi di Sapkowski, vi piacerà anche questa raccolta: ci sono alti e bassi, ma la qualità media rimane ancorata alle prime due raccolte, “Il guardiano degli innocenti” e “La spada del destino”. Considerate in tanti e quali casi Geralt nei romanzi cede il passo a un altro protagonista e comprenderete che rifiutare la raccolta con l’unica motivazione che “non c’è Geralddd!!11” è del tutto irrazionale.

Sarà interessante osservare se e quali pubblicazioni seguiranno a Sapkowski. In questi anni si è lentamente formato un nutrito gruppo di lettori di Sapkowski e la Polonia si è associata, per merito dei videogiochi, a un certo tipo di Fantasy.

Perché allora non proseguire?

Sono abbastanza sicuro che con una buona campagna pubblicitaria, qualche intervista e un intervallo di tempo non eccessivo, sarebbe possibile avere buone vendite anche dalla trilogia hussita di Sapkowksi e superato il quale, tradurre qualche altro autore fantasy polacco.

Stando anche alla Wiki inglese la scena fantasy è piuttosto ricca e da quel che ho letto grimdark come non mai, facilmente collegabile alle atmosfere pessimiste dello strigo; sono sicuro che complici i bassi costi dei diritti di autori dell’Est, che non sono certo i giganti americani, sarebbe possibile leggere qualcosa di molto, molto interessante. Vedremo. Io la trilogia hussita, da semplice lettore, la comprerei a scatola chiusa.

Sapkowski da giovincello.

A un anno di distanza dall’ultima lettura di Sapkowski, avevo dimenticato quanto l’autore polacco fosse rapido e diretto. Ognuno di questi racconti non presenta mai muri di testo, divagazioni o trame secondarie: si va subito al dunque, without bullshit. A volte ci si può annoiare con alcuni dialoghi, che suonano forzati e risultano superflui alla narrazione; tuttavia lo sforzo di mantenere ogni storia tesa e sul chi vive è altamente apprezzabile.

Nell’ultima opera di Philip Pullman, ad esempio, Malcom Poltstead spesso non combina nulla, si limita a cincischiare in giro. Dobbiamo così sorbirci descrizioni di cibarie, viaggi in fiume e incontri alla locanda: eventi che non hanno nessun legame con la storia vera e propria. I racconti invece dell’antologia “La strada senza ritorno” non perdono tempo a cazzeggiare, limitando il bagaglio di descrizioni e azioni “comuni” all’indispensabile.

L’aggettivo migliore con cui definire Sapkowski è “diretto”. Si parte, si combatte, si scopa, ci si tradisce, ma raramente si resta “narrativamente” fermi in un dato punto della storia.

La sorpresa maggiore per i lettori di vecchia data di Sapkowksi sarà leggerne i racconti horror: sono molteplici e per certi versi sono anche migliori della sua produzione fantasy. Sapkowksi riesce a invocare alcune immagini davvero “creepy”, coerenti con il gotico tradizionale, ma nell’insieme disturbanti. Ampio spazio è dato agli animali, ai gatti in particolare, contrapposti alla violenza della vita urbana. Le storie horror della raccolta sono tuttavia scollegate, composte da brevi paragrafi che dovrebbero ricamare una storia tuttavia spesso elusiva per il lettore, che resta confuso. Eguale difetto appartiene ai racconti fantasy, che mescolano troppi nomi in troppe poche pagine. E’ difficile raccapezzarsi, con creature come i bobolak o i vran di cui non riceviamo una descrizione. Mi è capitato in quasi tutti i racconti di perdere comprimari e dettagli fondamentali per il finale durante la lettura. Tuttavia Sapkowski contraccambia questi difetti con un ammirevole ritmo, come sottolineato è “diretto”: a causa senza dubbio della natura giornalistica di queste storie, tutte più o meno pubblicate in origine sui magazines polacchi e come tali dal numero di pagine limitato.

Un rampante Sapkowski nel 1990. “The cat is on the table”.

La strada da cui non c’è ritorno” (1988) è un bel racconto fantasy, nella tradizione di Sapkowski: compaiono rispettivamente Visenna, madre druido dell’eroe e Korin, un ladro che diverrà padre di Geralt nei fumetti polacchi degli anni ’90. La storia tuttavia, al di là dell’ambientazione in comune, non presenta altri collegamenti con Geralt, che era appena comparso nel primo racconto pubblicato dell’autore, “Lo Strigo” (1986, rivista “La Fantastyka”).

Si tratta di un’avventura con tutti gli elementi che ormai conosciamo: maghi, popolani in rivolta contro il “mostro”, bande di briganti, tradimenti e colpi di scena, riflessioni sulla scomparsa della magia a favore della scienza, con i consueti toni malinconici propri della saga.

Al di fuori dell’elemento linguistico dei nomi e delle nuove razze che non verranno poi riprese successivamente, alcune frasi sono mal costruite:

Vide sei cavalieri con indosso gambesoni rivestiti di placchette di ferro, giachi, elmi di cuoio con nasali d’acciaio che correvano come una retta di metallo tra gli enormi occhi rosso rubino che occupavano metà del viso.

A una prima lettura, quel “che” sembra riferito ai sei cavalieri. E’ come sempre apprezzabile l’uso di una terminologia corretta, i “gambesoni”. Gli occhi rossi svelano la creatura come un “vran”.

Uno scambio di battute verso il finale introduce il motivetto dei riferimenti al contemporaneo all’interno del fantasy, che è poi rimasta come marchio di fabbrica della serie, nei dialoghi e nei nomi:

«Ascolta» disse Visenna dopo un po’.«Secondo te, come andranno le cose in futuro? E’ davvero possibile che la gente smetta di avere bisogno di noi? Almeno nelle questioni più semplici, per quanto riguarda la medicina? In questo campo si nota un lieve progresso, prendiamo per esempio questa fitoterapia, mai si può immaginare che un giorno avranno la meglio, che so, sulla crup? Sulla febbre puerperale? Sul tetano?»

«Twiik. Twiiit.»

«Che razza di risposta. Teoricamente è anche possibile che il nostro cavallo si unisca alla conversazione. E dica qualcosa d’intelligente. E che ne pensi del cancro? Avranno la meglio anche sul cancro? Senza magia?»

«Trrk!»

«Lo credo anch’io.»

I Musicanti” (1990) è il primo racconto horror: una storia di gatti, esperimenti psichici e toni decisamente lovecraftiani: Sapkowski cita il King di “Pet Sematary”, ma il concetto delle Fosse e il finale apocalittico sembrano derivare dal migliore Nyarlathotep.

Il prologo dell’autore offre una testimonianza di prima mano molto più agghiacciante dell’intera antologia messa assieme:

Ma non furono affatto gli animali di King a darmi lo spunto per scrivere I Musicanti. Dovete sapere che io adoro i gatti, amo in maniera addirittura maniacale queste creature. E quando la sera, fuori dalla finestra, echeggiava il grido di un gatto torturato accompagnato da un: «Acchiappalo, Rambo!» lanciato dal vicino, uno stomatologo, o dai falsetti divertiti dei deliziosi piccini della vicina, una docente dell’università di Lodz, ero invaso… No, non da rabbia, non da furia scatenata, non da sete di vendetta. Ero invaso dalla consapevolezza ripugnante, vergognosa della mia impotenza. In seguito venni a sapere che la vicina del quinto piano, un’insegnante in pensione alla quale gli accoppiamenti rumorosi dei gatti impedivano di seguire con l’adeguata concentrazione gli eroi di Dinasty, sfamava le bestiole gettando loro carne macinata accuratamente mescolata… con vetro sminuzzato.

Il racconto ha gravi problemi di raccordo, perchè composto da tanti brevi paragrafi difficili da rappezzare dentro una storia comune: se è tutto chiaro per Sapkowski, lo è meno per il lettore. Confesso che non ho capito alcuni passaggi, ma ho apprezzato il nemico, un’entità apocalittica chiamata il “Pustoloso”, che ricorda un Demone Maggiore di Nurgle, per chi è familiare con Warhammer Fantasy e 40k.

La descrizione delle visioni sperimentate dai protagonisti sono eccellenti, senza esagerare:

Attraverso un velo iridescente e tremolante, Dieter Wipfler vide la guglia appuntita e slanciata di una delle chiese avvolta da lingue infuocate. Vide impalcature di legno e corpi mutilati che penzolavano.
Das ist unmoglich!
Vide un piccolo uomo nero che agitava un crocifisso e gridava…
Das ist unmoglich! Ich traume!
Locus terribilis!
L’enorme camion avanzava lentamente, schiacciando con le ruote la ghiaia, imprimendo nei tratti argillosi le tracce dentate dei copertoni. Sulla fiancata azzurra del grosso rimorchio vide una scritta in grandi caratteri di un bianco cadaverico:

KUHN TEXTILTRANSPORTE GMBH

E, sotto, il nome della città:

BREMEN

Tandaradei!” (1992) è un breve racconto a metà tra l’horror e il fantasy. Potremmo farlo rientrare nel peculiare genere del folk horror. Come ammette lo stesso Sapkowski, fu ispirato dalla storia “You Are My Sunshine” di Tanith Lee.

Una giovane ventiseienne che si sente sempre più sola e lontana dai suoi coetanei sceglie di partecipare a una vacanza estiva nell’equivalente polacco di un campeggio (sono in bungalow). Qui tuttavia fatica a socializzare, è preda della depressione e si sorprende sempre di più a girovagare nei boschi, dove “qualcosa” la fa sentire a casa, o meglio in alcuni suoi sogni, in un’altra epoca, ai tempi dei trovatori medievali.

Racconto che inizia con il setting degno di uno slasher americano, “Tandaradei!” è in realtà una storia erudita e raffinata, dove la protagonista è consumata da quella che sembra una depressione, ma si rivela in realtà qualcosa di più oscuro e terribile. Quelli che in Inghilterra o in Italia definiremmo miti celtici, che in Sapkowski sono “miti pagani”, giocano un ruolo fondamentale. Ma la storia non sarebbe così bella senza le continue citazioni dalla letteratura e dalla poesia tedesca. Sapkowski ricama la trama di un incantesimo che si sviluppa a poco a poco sulla base di un horror contemporaneo, trasformandolo in una storia (quasi) fiabesca.

Segnalo solo nelle prime pagine una delle frasi forse più rigide e innaturali che mi siano mai capitate in un ambito, quale delle scopate e delle avventure amorose, in cui Sapkowski di solito è piuttosto rilassato:

Monika Szreder non si sentiva disdegnata. Aveva ventisei anni e già due esperienze erotiche serie alle spalle. Il carattere e lo svolgimento di entrambe facevano sì che non ne desiderasse una terza.
E tuttavia…

Andiamo, Sapkowski, nessuno ragiona in questo modo. Non sono un esperto nella mente di una giovane studentessa depressa, ma dubito che consideri i precedenti affari romantici col termine clinico di “esperienza erotica”. Cioè, insomma, è una frase poetica quanto una martellata…

A tratti lento, a tratti trascinato, con i suoi difetti, “Tandaradei!” è tuttavia una fantasia allucinata su carta, davvero un bel racconto.

Nel cratere della bomba” (1993) è un oggetto ambiguo, una sorta di racconto politico e/o fantascientifico. Siamo in una Polonia alternativa degli anni Novanta, contesa tra nazionalisti Lituani, fascisti Polacchi ultra-cattolici e freikorps Tedeschi. Nel mezzo, la tranquilla vita di un bambino, Jarek, dall’intelligenza fuori dal normale per colpa di “Cernobyl”, il cui padre rimpiange la rossa bandiera e la vita sotto i Soviet. Jarek decide di andare a scuola nonostante i combattimenti, ma finisce nel bel mezzo di uno scontro campale e… rotola in un cratere.

Dalla sinossi potrebbe sembrare un racconto moralistico, o drammatico, ma in realtà si tratta di una storia comica, dall’andamento picaresco: si passa d’assurdità in assurdità, con tanto humor nero.

Mi sono sentito in colpa, perchè Sapkowski descrive una lunga serie di atrocità, ma diamine, non facevo altro che ridacchiare. Bersaglio prescelto sono i Lituani, dalla nazionalità “inventata”, ma allo stesso modo Sapkowksi critica i continui cambi di nome di piazze e strade, per cercare di accontentare il gruppo nazionale al potere.

Una volta il nostro bel parco, come mi raccontava il mio defunto nonno, era intitolato al maresciallo Pilsudski. Poi, durante la guerra mondiale, il nome fu cambiato in Horst Wessel. Dopo la guerra ne divennero patroni gli eroi di Stalingrado e lo rimasero a lungo, fino a quando il maresciallo Pilsudski non tornò nelle grazie delle autorità e il suo busto nel parco. In seguito, intorno al 1993, iniziò l’Era dei Rapidi Cambiamenti. Il maresciallo Pilsudski cominciò a evocare brutte associazioni: aveva i baffi e faceva colpi di stato, soprattutto a maggio, e non erano tempi in cui nei parchi si potessero tollerare i busti di tipi baffuti a cui piaceva alzare la mano armata sul potere legittimo, a prescindere dalle conseguenze e dalla stagione dell’anno. Dunque il parco fu chiamato Parco dell’Aquila Bianca, ma allora le altre nazionalità, numerosissime a Suwalki, protestarono calorosamente. E con successo. Così il parco fu chiamato Giardino dello Spirito Santo, ma dopo uno sciopero di tre giorni delle banche si decise di cambiargli nome.
Fu proposto Parco di Grunwald, ma protestarono i tedeschi. Fu proposto Parco Adam Mickiewicz, ma i lituani protestarono contro l’ortografia e contro l’iscrizione POETA POLACCO sullo schizzo del monumento. Fu proposto Parco dell’Amicizia, ma protestarono tutti. Alla fine il parco fu ribattezzato Jan III Sobieski e tale è rimasto, probabilmente perché la percentuale di turchi a Suwalski è minima e la loro lobby non ha nessun potere di persuasione. Il proprietario del ristorante Istanbul Kebab, Mustada Baskar Yusuf Oglu, poteva anche scioperare finché non fosse schiattato.

Pomeriggio dorato” (1997) si riallaccia all’amore per i gatti dichiarato da Sapkowski ne “I Musicanti”: si tratta infatti di una rielaborazione di Alice nel Paese delle Meraviglie dal punto di vista del Gatto del Cheshire. Compaiono Alice stessa, Lewis Carroll, Il Cappellaio Matto, Radetzky, ecc ecc. L’immedesimazione nel gatto protagonista, specie nelle prime pagine, è resa bene: tuttavia si tratta pur sempre di Alice, ovvero di una storia già vista e rivista attraverso mille lenti diverse. Sapkowski offre una robusta dose di umorismo condito da una critica verso Freud e le interpretazioni psicanalitiche. Tuttavia le descrizioni rientrano nel canone di Alice e non c’è nulla, davvero nulla che sorprenda il lettore.

Lo stile di scrittura è tra i migliori nell’antologia, con costrutti verbali, figure retoriche e mescolanze erudite degne di un giocoliere della parola. Per citare Sapkowski stesso, “mi sono visto rivolgere rimproveri e frecciate per aver farcito abbondantemente il testo di Pomeriggio dorato con frasi in non meno di cinque lingue straniere, comprese quelle morte.”

Mentre “Pomeriggio dorato” è un retelling di Alice, “I Fatti di Mischief Creek” è una riproposizione dei fatti di Salem. Nel 1633, una posse guidata da un Reverendo puritano, un constable, un carpentiere specializzato in palchi per le impiccagioni e un pellerossa convertito al cristianesimo inseguono una donna in fuga nell’entroterra americano. A giudizio del Reverendo, che ha vissuto i fatti di Salem, è una pericolosa strega. Quando sembrano a un passo dalla cattura, il trapper indiano perde le tracce e nel tentativo di ritrovarle il gruppetto scopre un villaggio nascosto nella foresta, dove le donne sembrano comandare sugli uomini, un gruppo di olandesi e svedesi all’apparenza rimbecilliti. Il racconto è tra i più longevi della raccolta, ma si presenta nell’insieme prevedibile: il villaggio “magico”, il ruolo di “cacciatore di streghe” del Reverendo, il rovesciamento di ruoli dell’elité femminile a capo dell’insediamento… E’ una storia senza guizzi di sorta, ma leggibile: l’incipit sembra anticipare un clima western, ma in realtà è un horror notevole, con un’esplosione di violenza e gore nel finale raccomandabile.

Piuttosto interessante la nota storica di Sapkowski nell’introduzione:

Il record appartiene tuttavia a Quedlinburg: vi furono bruciate centotrentatré donne… in un solo giorno. Nella città slesiana di Nytosa – in modo davvero rinascimentale, secondo lo spirito dell’epoca, lo spirito del progresso, come si confaceva al secolo nato dalla rivoluzione industriale – la corporazione dei fumisti costruì su richiesta dei frati domenicani un forno speciale per bruciare le streghe. Il progresso! Sprofondano nell’oblio l’aratro a chiodo, l’arcolaio, la macina a mano e il mucchio di fascine innalzato alla bell’e meglio in mezzo alla piazza del mercato, e al loro posto compaiono l’aratro moderno, il telaio, il mulino ad acqua e il forno per le streghe. Nel prototipo di Nysa furono bruciate appena poche centinaia di donne, è vero, ma in realtà esso costituì un precursore che non andò dimenticato, ma si sviluppò in milioni di esemplari appena tre secoli dopo. Nella stessa regione. Ad Auschwitz-Birkenau.

Spanienkreuz” (2006) è un altro racconto nel filone storico, ma con un elemento fantasy: un breve componimento redatto per un album spagnolo dedicato a commemorare Guernica. Ambientata nella Seconda Guerra Mondiale, è una short story sui generis, redenta dal twist finale.

Sapkowski maladie recensioneUltimo racconto a completare l’antologia, “Maladie” (1992) forma un trittico ideale con “Pomeriggio dorato” e “I Fatti di Mischief Creek”, perchè completa un nuovo retelling.

Sapkowki colpisce stavolta il mito arturiano, attraverso le vicende di Moroldo, che si intrecciano nella Cornovaglia medievale alle leggende di Tristano e Isotta.

Non sono molto ferrato sulle saghe di re Artù, specie nei riferimenti dello scrittore polacco alla “Morte D’Arthur”, di Thomas Malory. Al lavoro iniziale sulle fonti, Sapkowski affianca il paragone ingombrante delle “Nebbie di Avalon”, della Marion Zimmer Bradley: nel suo, “Maladie” vorrebbe essere una citazione e un omaggio a entrambe le saghe, sia l’originale tardomedievale, che la rielaborazione nel 1960 dell’autrice statunitense.

Il tono generale è malinconico, ma i personaggi sono immersi nella realtà terrena del periodo alla stessa maniera dei personaggi dello Witcher: in tal senso, “Maladie”, completa perfettamente il ciclo aperto con “La strada da cui non c’è ritorno”.

Zeno Saracino

Recensione pubblicata originariamente sull’ottimo blog di Zeno Saracino CRONACHE BIZANTINE:

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