Recensione: LA QUINTA STAGIONE (The Fifth Season, 2015) di N. K. Jemisin

CRISTIANO SACCOCCIA

È iniziata la stagione della fine. Con un’enorme frattura che percorre l’Immoto, l’unico continente del pianeta, da parte a parte, una faglia che sputa tanta cenere da oscurare il cielo per anni. O secoli. Comincia con la morte, con un figlio assassinato e una figlia scomparsa. Comincia con il tradimento e con ferite a lungo sopite che tornano a pulsare. L’Immoto è da sempre abituato alle catastrofi, alle terribili Quinte Stagioni che ne sconquassano periodicamente le viscere provocando sismi e sconvolgimenti climatici. Quelle Stagioni che gli orogeni sono in grado di prevedere, controllare, provocare. Per questo sono temuti e odiati più della lunga e fredda notte; per questo vengono perseguitati, nascosti, uccisi; o, se sono fortunati, sono presi fin da piccoli e messi sotto la tutela di un Custode, nel Fulcro, e costretti a usare il loro potere per il bene del mondo.

È in questa terra spezzata che si trovano a vivere Damaya, Essun e Syenite, tre orogene legate da un unico destino.

Titolo: La quinta stagione | Primo romanzo della trilogia La terra spezzata | Autore: N. K. Jemisin | Genere: Science Fantasy | Titolo originale: The Fifth Season, 2015 | Vincitore del premio Hugo come miglior romanzo al 74° Worldcon nel 2016 | Editore italiano: Mondadori | ISBN: 9788804710288 | Pagine: 490

Nel 2016 N. K. Jemesin si aggiudicò il premio Hugo per il miglior romanzo, diventando la prima autrice afroamericana a siglare questo successo, nei successivi anni tagliò un altro traguardo: vincere i successivi premi Hugo due volte di fila con i romanzi The Obelisk Gate e The Stone Sky. De facto la saga de La terra spezzata è uno dei lavori contemporanei più importanti del fantastico, un plauso va alla Mondadori per aver portato in Italia il primo volume della trilogia, La Quinta Stagione.

Premetto che ho sempre voluto dare un taglio “professionale” alle mie recensioni, puntando sul retroterra culturale, le esperienze letterarie e lo studio dell’autore stesso, così da offrire al futuro lettore i punti cardine che contraddistinguono un’opera. Invece Jemisin si è infiltrata nella mia anima, nel mio sangue e nel mio cervello, mi ha preso a pugni, lasciandomi ansimante a contemplare quel doloroso e magnifico affresco che si chiama Immoto. Perciò sarà una recensione di “pancia”.

L’Immoto è una macro isola-continente, probabilmente l’unica terra emersa degna di nota, divisa in tre aree: l’Artide, le Fasce Equatoriali e l’Antartide. La terra è sempre funestata da piaghe naturali e disastri ambientali, catastrofi geologiche e eruzioni vulcaniche, Immoto è una terra in eterno movimento, il suo cuore è fatto di placche tettoniche che ingaggiano battaglie telluriche, scatenando così le Quinte stagioni. Primavera, Estate, Autunno, Inverno e la Morte, la Quinta Stagione è un’era geologica caratterizzata da interminabili eruzioni vulcaniche, piogge di cenere, carestie, terremoti e morte, ovviamente.

A tenere le redini dell’Immoto c’è il decadente Vecchio Impero Sanze con la sua élite aristocratica della capitale Yumenes e il Fulcro con i suoi Custodi. Il Fulcro è un’associazione che addestra e alleva gli orogeni, individui speciali che hanno la facoltà di manipolare la terra, sedare i movimenti sismici, muovere montagne e spegnere vulcani, dei veri e propri portenti del genere umano, che se lasciati incontrollati porterebbero all’estinzione della nostra specie. Il compito del Fulcro, perpetrato dai Custodi, è quello di trovare i bambini orogeni (potenti quanto incontrollabili) e offrire loro una formazione accademica e orogenica così da poterli impiegare in base alle esigenze di Yumenes e dell’impero. Gli orogeni data la loro potenza e pericolosità sono temuti e rispettati e spesso odiati dalla popolazione, infatti vengono chiamati comunemente rogga per disprezzare la loro natura “non umana”, bestiale. Questo per quanto riguarda il worldbuilding.

Il romanzo segue le vicende di tre orogene, Essun, Syenite, Damaya, forti figure femminili ( di età molto diverse) descritte con sapiente forza psicologica. Un elemento da sottolineare è che la Jemesin utilizza sempre il tempo presente, espediente verbale davvero particolare per descrivere un’epopea di fantascienza (con forti tinte fantasy), ma ancora più desueto ( e vincente) è narrare i POV (capitoli, dal punto di vista di un determinato personaggio) di Essun con la seconda persona. Il linguaggio e la classe narrativa di Jemesin ci permette di vivere direttamente le peripezie delle protagoniste e di sentire sulla nostra pelle e nell’animo il roboante e distruttivo urlo di una terra ribelle e che agogna la distruzione.

Come per i grandi classici della fantascienza il romanzo mette a nudo grandi tematiche, da quelle ambientali (potremmo parlare di climate-fiction) a quelle sessuali (nell’immoto spesso si formano relazioni poliamorose, omosessuali e ci sono ulteriori concetti gender), dall’oppressione delle minoranze all’emarginazione del “diverso”. Il tutto senza cadere in un moraleggiante e opprimente politicaly correct. La storia è grande, immensa, come le grande epopee classiche; moderna ma non schiava dei preconcetti contemporanei, anzi supera e rielabora argomentazioni ancora calde, le ribalta e le normalizza. Io sono sempre stato un nemico di certe tematiche, perché sono schiave della positive attitude commerciale, invece ecco un romanzo maturo e allo stesso tempo giovane, intelligente e soprattutto epico. La storia di una donna, di una ragazza e di una bambina, di oppressioni culturali e difficoltà sentimentali/sessuali. Fantascienza di qualità, le note stonate sono pochissime e tollerabili, e questo è solo il primo libro. Non vedo l’ora dei seguiti, sarà un bestseller anche in Italia. Un tassello davvero importante per la letteratura afromericana.
Femminismo? All’interno di questo romanzo le donne ricoprono un ruolo centrale, eppure non dominante! No la Jemesin non parla di sessi, ma di individui, è questo il bello. Non c’è mai un minestrone concettuale sul ruolo della donna, ma si incentra magistralmente nel dolore del singolo che è uno specchio della collettività. Appiana tutte le divergenze odierne e le traduce in un romanzo che narra qualcosa di antico e classico ma estremamente evocativo. Il bisogno di cambiare le cose.

Cristiano Saccoccia

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