Recensione: LA FIGLIA DELLA LADRA DI SOGNI (The Dreamthief’s Daughter, 2001) di Michael Moorcock

Antonio Ippolito

DRMTHFSDR2001BIl nostro percorso attraverso le opere di Moorcock, con particolare attenzione al ciclo di Von Beck, ci porta a un romanzo insolito.

Siamo nella stessa Sassonia del “Mastino della guerra”, terra di antiche leggende, vicino a Magdeburgo. Nell’immaginaria Mirenburg Ulric von Beck, nobile decaduto, ultimo esponente della sua antica famiglia, reietto perché albino e innamorato solo della sua “Spada Corvo”, vive dal suo castello la fine della Germania di Bismarck e il suo precipitare nella follia hitleriana. Alla cruda realtà lo riportano le sempre più frequrenti visite dell’ambizioso cugino Gaynor, già diplomatico ungherese, intento a fare carriera cavalcando l’onda del nuovo potere: vuole a tutti i costi la spada, apparentemente perché ieratici nazisti sono notoriamente ossessionati dagli antichi cimelii cavallereschi; ma forse ci sono anche altre ragioni, e la presenza al suo fianco di uno spettrale ufficiale delle SS chiamato Klosterheim ricorderà qualcosa a chi ha letto “Il mastino”..

Con prosa sontuosa ed elegante, Moorcock scrive una prima parte di romanzo strettamente storico, seguendo con partecipazione la corruzione dell’anima di questo Paese; non mancano spunti originali, come i campi di concentramento per avversari politici negli anni ‘30, quasi mai trattati quando si parla di nazionalsocialismo, o il richiamo alla Rosa Bianca, una delle poche forme di resistenza organizzata al regime.

Come nello struggente “Amico ritrovato” di Uhlman, gli amati simboli della vecchia Germania vengono via via sviliti e prostituiti dal nuovo potere dittatoriale; anche se Moorcock va un passo oltre Uhlman, e acutamente mostra come il germe della violenza fosse presente già nel passato romantico e pieno di “Gemuetlichkeit” (l’amata intimità domestica), se la più bella e romantica casa di Hamelin, il borgo del leggendario pifferaio, apparteneva a un borgomastro che si vantava di essere “cacciatore di streghe (e stregoni)”. Unica concessione al fantastico fin qui, la mistica della spada.

Il realismo orrido, ai confini con il sadico, si muta gradualmente in fantasy: e dall’ “Amico ritrovato” passiamo ai “Predatori dell’arca perduta”, con i suoi nazisti di cartapesta, durante un’avventurosa fuga. Avventura, però matura. E piena di enigmi: come mai questo discendente del capitano di ventura Ulrich von Beck non somiglia al sanguigno epònimo, ma al diafano Elric di Melniboné? Chi è il misterioso dottor El, e soprattutto chi è la taciturna arciera che lo accompagna?

Quando il nostro eroe suo malgrado fugge in una caverna di Hamelin (un richiamo alla fiaba?), si cambia ancora ritmo: dall’avventura un po’ pulp passiamo a una narrazione stile Alice nel Paese della Meraviglie ambientata in un mondo sotterraneo, dove ogni logica “terrestre” è ribaltata. Un mondo fatto di paradossi: il mondo minerale e quello organico si confondono e si scambiano, appaiono animali mitologici come il Monsieur Renyard, la Volpe delle leggende medievali come il “Roman de Renard”, che rivelano allo sconcertato Ulric i segreti dei suoi antenati, Ulrich viene accolto da un popolo di umanoidi fragili e dediti alla meditazione, nati da un’evoluzione parallela (però parlano greco!?), che però esibiscono poteri in grado di fermare una squadraccia di SA (truppe d’assalto).. gatti delle dimensioni di smilodonti si aggirano per immense caverne, enormi fossili traslucidi vengono usati come zattere per scendere il fiume di luce..: è il Middlemarch, la terra di confine, ma ancora più bizzarra di quella che l’antenato Ulrich percorreva nel “Mastino della guerra”: questo è un Middlemarch che collega mondi e dimensioni diverse. Il pacifico Ulric di adesso vince a fatica la tentazione di ritirarsi a vivere in quella specie di Shangri-La ipogea: come ha fatto invece un legionario francese, che lo ha assistito durante la guarigione.

La figlia della ladra di sogniNon si finisce di scoprire questo mondo sotterraneo: la lussureggiante fantasia di Moorcock, impareggiabile nel descrivere ambientazioni aliene, si lancia a briglie sciolte, e forse sfugge un po’ di mano all’autore, per descrivere un mondo dove nulla è come sembra e ogni cosa allude a un ordine superiore, finchè non scopriamo che Gaynor mette a rischio addirittura “la” multiverso (femminile nell’originale). A Ulric e a noi viene via via spiegata la struttura della multiverso e come la lotta contro il nazismo sia solo uno dei piani su cui si svolge un confronto cosmico, e nemmeno il più importante; come interagiscano tra loro gli avatar di ogni protagonista nei diversi piani, come si possa viaggiare tra di essi lungo raggi di luna..

Ma siamo ancora a metà romanzo: e qui avviene l’evento centrale, la comparsa di Elric in persona, su cui non dirò di più, se non che da quel momento l’azione passa a Tanelorn, la città da sempre contesa tra le forze della Legge e del Caos. Si sa che Moorcock crede in un equilibrio dinamico tra di esse (pur avendo evidente simpatia per il Caos, e il suo Signore Arioch, patrono di Elric): ma qui Miggea, Signora della Legge, appare rimbambita, sclerotica, e il tipo di Legge che ne consegue e quello espresso dai nazisti:

Follia, ecco cosa avevo davanti agli occhi. L’avevo vista più di una volta quando la Legge diveniva corrotta e decadente. Per questa sola ragione il mio popolo preferiva le incertezze e la sregolatezza del Caos. La Legge, una volta andata a male, era una prospettiva ben più esiziale. Il Caos non si fingeva logico, tranne per la logica del temperamento, del sentimento.

E ancora:

ma se distruggerete il Caos?”, chiesi. “Cosa succederà?”

Allora la Legge potrà controllare ogni cosa. L’imprevedibile sarà bandito. Il numinoso non esisterà più. Produrremo un mondo ordinato, con ogni cosa al suo posto, e ognuno al suo posto. Sapremo finalmente che cosa porta il futuro. È destino dell’uomo completare l’opera degli dèi e terminare la divina sinfonia in cui tutti suoneremo uno strumento”.

Dentro di me stavo pensando che raramente avevo sentito tali pie farneticazioni così perfettamente espresse. Forse il mio eccessivo amore per la lettura, da bambino, mi aveva reso troppo familiare con tutti i vecchi argomenti utilizzati per giustificare la mortale brama di potere. Nel momento in cui veniva invocata l’autorità morale del soprannaturale, sapevi di essere in conflitto con un autoinganno monumentale, in cui non si poteva avere fiducia a nessun livello.

Il destino dell’uomo? Il tuo destino, vorrai dire!”..

L’accostamento tra tragica storia contemporanea e fantasy può sembrare Kitsch, ma è sviluppato con molta serietà e permette a Moorcock considerazioni molto interessanti su cosa diano davvero Legge e Caos:

Non potei evitare di riflettere su questa ironia. Mi trovavo in un futuro che pochi avrebbero potuto predire nel 1917. Ora, nel 1940, ricordavo tutti gli allarmi che erano stati lanciati fin dal 1920. Anni di film, canzoni, romanzi e opere teatrali antimilitaristi; anni di analisi e dichiarazioni oracolari. Troppe, forse? Erano state alla fine le previsioni a creare la situazione che avevano sperato con tutto il cuore di allontanare?

Era l’anarchia così terribile, confrontata alla mortale disciplina del fascismo? Democrazia e giustizia sociale avevano potuto emergere tanto dal caos quanto dalla tirannia. Chi era stato capace di predire la follia assoluta che si sarebbe abbattuta sul nostro mondo nel nome dell’ “ordine”?

0684861313.01.LZZZZZZZNel frattempo a Tanelorn si riuniscono finalmente i vari filoni del romanzo, e vengono descritti altri potenti paesaggi surreali, come i deserti calcinati dal passaggio di Miggea; e si discute sulla natura dei misteriosi Gray Fees, matrice della multiverso, forse l’entità più simile a un Dio creatore che si possa concepire in quell’universo, e dei loro rapporti niente meno che con il Santo Graal, e con gli altri “oggetti” ad esso legati.

Il tempo non è una strada: è un oceano”.

A questo punto il romanzo accelera parecchio, ma non voglio guastare le sorprese: avremo molte notizie su Elric e la sua.. discendenza. Si torna sulla terra, ma accompagnati dai draghi di Melniboné, che permettono un gran finale dove Ulric ed Elric, a cavallo dei draghi, dècimano la Luftwaffe, sventando un bombardamento a tappeto che avrebbe aperto la strada all’Operazione Leone Marino, ovvero l’invasione dell’amata Inghilterra. L’intervento soprannaturale creerà la leggenda dei Draghi del Wessex, analoga a quella (reale) degli angeli o degli arcieri di Mons, inventata da Arthur Machen durante la I Guerra Mondiale: a volte è difficile distinguere realtà e fantasia!

Vale la pena riportare questa appassionata dichiarazione d’amore per il suo paese, espressa all’inizio del combattimento finale:

Piangevo il trapasso dell’Inghilterra con sentimenti contrastanti. La sua arroganza, il suo potere trascurato, il suo facile disprezzo per tutte le altre razze e nazioni, tutto ciò era rimasto fino alla fine. Erano state queste qualità a portarla a sottovalutare la Germania. Ma anche il suo coraggio, la sua tenacia, il suo pigro buon carattere, la sua inventiva, la sua tranquillità sotto il fuoco, tutte queste erano state investite nelle sue grandi navi da guerra, quelle isole da combattimento in miniatura, ognuna una piccola nazione a sé. Quei navigli avevano dominato il mondo e sconfitto Napoleone in mare, mentre insieme l’avevamo sconfitto in terra [parla il tedesco Von Beck]. Certo una nazione sanguinaria e piratesca, pronta a vantarsi della sua rozzezza e brutalità. Ma i suoi eroi si erano guadagnati il potere attraverso la determinazione, rischiando le loro vite e le loro fortune. E non pochi di quei grandi uomini erano stati grandi poeti o storici. Se si fosse mostrara decadente ora, sarebbe stato perché non possedeva più uomini di tale integrità e ampiezza di visione.

Era il giorno della sua resa dei conti. Il giorno a cui tutte le grandi nazioni imperiali alla fine giungono: Bisanzio e Cartagine, Gerusalemme e Roma. Incapaci di concepire la propria mortalità, scoprono la doppia amarezza della sconfitta e della schiavitù. Hitler aveva reintrodotto la schiavitù in tutto il suo impero. I britannici, che avevano guidato il mondo nell’abolire quella spaventosa pratica, avrebbero conosciuto di nuovo l’umiliazione e la terribile infelicità dei lavori forzati. Proprio mentre accantonava i vizi nazionali e faceva appello alle proprie virtù, una tromba stava suonando il silenzio per la sua libertà e la sua gloria. Avrebbe affrontato la sconfitta dimostrando che la virtù è più forte del vizio, che il coraggio prevale sulla codardia e che entrambi possono coesistere in momento che possiamo indicare anni dopo come esempi del meglio, anziché del peggio, che possiamo essere. E mostrare come la virtù ci renda più forti e sicuri di quanto possa fare qualunque cinismo. Perché questa era una lezione che noialtri non riuscivamo a imparare?

Concludendo, questo romanzo è ricchissimo di temi, personaggi, paesaggi, immagini, idee; a volte un po’ faticoso sia nell’andamento, sia per la ricchezza stessa di descrizioni e paesaggi, cui Moorcock si dedica volentieri. A qualcuno ha fatto un brutto effetto: siccome bisogna sempre sentire anche un’altra campana, ecco il link:

http://mondifantastici.blogspot.it/2012/02/la-figlia-della-ladra-di-sogni.html

A me, forse perché conosco da poco il mondo di Moorcock, e mi interessa la struttura della sua Multiverso, sono piaciuti pure gli spiegoni. È forse un romanzo di transizione, necessario per unire il ciclo di Oona al ciclo di Elric; molti personaggi appaiono brevemente, probabilmente destinati a essere ripresi più avanti nel ciclo: il legionario francese Fromental, il Signor Renyard, i tre bislacchi gentiluomini Baron Squillo, Signor Vanteria e Duca Raglio. Da citare anche l’invenzione del mito delle Pietre di Morn: una porta tra le dimensioni posta sull’isola di Morn (immaginaria, ma modellata sull’isola di Man).

Antonio Ippolito