Recensione: ITALIAN SWORD & SORCERY (2018) di Francesco La Manno

Giorgio Smojverpolifemo1_Store-1Italian Sword&Sorcery. La via italiana all’heroic fantasy è un saggio di Francesco La Manno, curato da Annarita Guarnieri, che ha l’obiettivo di delineare i confini dello sword and sorcery, particolare sottogenere del fantasy nato quasi un secolo or sono dalla penna di Robert E. Howard che ancora oggi continua ad appassionare i lettori di tutto il mondo.

Lo studio muove dall’analisi degli elementi costitutivi dello sword and sorcery, dalla disamina dei principali personaggi di heroic fantasy del Maestro di Cross Plains (Conan il Cimmero, Kull di Valusia, Solomon Kane, Bran Mak Morn e James Allison), da una ricognizione nei cicli dell’immaginario nero di Clark Ashton Smith (Hyperborea, Poseidonis, Averoigne e Zothique) e di Thongor di Lemuria di Lin Carter, dalla critica mordace al fenomeno commerciale del grimdark fantasy lanciato da George R.R. Martin e da Joe Abercrombie, per concludere con la presentazione della nuova fantasia eroica mediterranea e dei suoi alfieri.

Il volume contiene anche i saggi di Adriano Monti Buzzetti, Gianfranco de Turris, Mario Polia e Paolo Paron.

Titolo: Italian Sword&Sorcery. La via italiana all’heroic fantasy | Autore: Francesco La Manno | Curatore: Annarita Guarnieri | Illustratore: Andrea Piparo | Progetto grafico e impaginazione:Mala Spina | Editore: Italian Sword&Sorcery Books | Collana: Valusia n.1 | Genere: saggi | Pagine: 220 | Data di pubblicazione: 4 dicembre 2018 | Prezzo: € 4,99 | ISBN: 978-88-943230-6-1

Scrivo queste righe con un certo imbarazzo. Una recensione è come un atto d’amore, e in ogni atto d’amore ben riuscito occorre ci sia un ruolo attivo e uno passivo, anche se oggi non corrispondono più ai generi come una volta.

Ora, in letteratura, il narratore è la parte attiva e il recensore quella passiva. Una buona critica di un bel racconto/romanzo è gratificante quasi come una scopata. Un saggio su un saggio, recensire un recensore, è vagamente contro natura. Ma ITALIAN SWORD & SORCERY di Francesco La Manno è così stimolante che mi concedo questo piccolo peccato.

L’opera inizia con la fiera rivendicazione di Adriano Monti Buzzetti dell’autonomia e della priorità storica dell’immaginario italiano, troppo spesso punito dell’esterofilia, e un articolo di Gianfranco De Turris ricco della sua pluridecennale esperienza. Rendo omaggio al loro contributo, che meriterebbe più spazio, per concentrami sul corpo principale, il saggio di La Manno.

L’autore fa una difesa appassionata del genere Sword & Sorcery o Heroic Fantasy, oggi spesso sottovalutato a favore di altri generi fantastici, il sempre popolare High Fantasy di derivazione Tolkieniana, l’Urban Fantasy e il Grimdark, pretesi più “adulti”. Come un patriota che scriva del proprio paese, difendendone storia e confini, La Manno risale all’origine del mito, definisce lo schema dell’avventura, poi l’identità propria del genere Sword & Sorcery, sempre in modo così ben argomentato e competente da affascinare anche chi dissenta. Il mio personale dissenso si appunta sul capitolo “L’antieroe solitario” dove, a mio parere, nel definire la natura dell’eroe La Manno cade in uno di quegli eccessi di tipizzazione che capitano a chi difenda con passione una causa degna e cerchi di dare norma a una materia naturalmente magmatica.

La Manno definisce la figura dell’Eroe della tradizione “tipo ideale di persona umana che nel centro del suo essere si vota al nobile e alla realizzazione del nobile”citando Giuseppe Centore in “L’eroe, l’uomo, il superuomo e il santo”; e ad essa contrappone, come anti-eroi, i protagonisti dello Sword & Sorcery, a partire da Conan, razziatori, pirati, mercenari, usurpatori di regni. Howard avrebbe avuto buon gioco ad obiettare che essere razziatore, pirata e mercenario è vergognoso dal punto di vista di una società socialmente gerarchizzata (decadente, l’avrebbe definita lui) ma non lo era affatto nelle età del bronzo e del ferro. Omero dice chiaro che Achille, figlio di una dea, era un pirata che guidava gli Achei per mare in cerca di preda; Ulisse, malgrado la conclamata volontà di tornare a Itaca, senza necessità si ferma per strada a razziare i Ciconi. Archiloco, Alceo e Senofonte vantano le proprie imprese di mercenari. Sigfrido si impadronì dell’Oro del Reno senza alcun diritto, uccidendo Fafnir e Reginn. E Harald Hardrada, l’ultimo eroe vichingo, prima di essere re fu razziatore e mercenario, e certo avrebbe spaccato la testa con la scure a chiunque l’avesse definito “antieroe”.

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Gli eroi dell’età del bronzo e del ferro non miravano al bene comune, concetto molto più tardo, ma seguivano il proprio istinto, il proprio demone in termini greci, che poteva essere generoso, o rispondere alla volontà di potenza, all’avidità o al bisogno primario di battersi con altri eroi o mostri per avere la misura di sé stessi. Conan, Fafhrd, il Gray Mouser sono eroi, nel senso originale, non meno di Achille, Sigurd o Beowulf.

Dove La Manno va a segno in maniera indiscutibile è nel contrapporre Conan e Kull, usurpatori, all’eroe per eccellenza dello High Fantasy, Aragorn, re legittimo pur se esiliato. Questa è una discriminante reale tra lo Sword &Sorcery e l’High Fantasy. Ma va detto che il “rozzo” Howard era molto più in sintonia coi valori dell’Europa precristiana dello storico e filologo Tolkien. L’ideologia dinastica-legittimista, dominante nello high fantasy, a cui stranamente aderisce anche un autore ritenuto rivoluzionario come Martin, è estranea all’Europa antica: gli eroi fondatori, Teseo e Romolo, erano uomini venuti dal nulla, usurpatori figi di nessuno (e come tali ritenuti di stirpe divina); nemmeno uno dei sette re di Roma fu figlio del suo predecessore immediato, e anche pochi degli imperatori (e non i migliori). L’ideologia dinastica viene dal concetto iranico di Khvarenah, lo splendore che la divinità concede alle dinastie legittime, Achemenidi, Arsacidi e Sasanidi, tutte durate molti secoli. Penetrò nel cristianesimo tramite la tradizione ebraica sulla stirpe di David. Solo nel tardo medioevo si affermò in Europa. Carlo Magno era ancora un usurpatore, suo nonno aveva strappato il regno ai Merovingi e lui stesso i diritti di suo fratello Carlomanno, e sino all’undicesimo secolo i principi di legittimità dinastica e primogenitura contarono quanto il due di picche a briscola, solo in seguito chiesa e monarchia riuscirono a fatica a imporli. Lungi dall’essere negativi, Conan e Kull sono re-eroi dell’età del ferro, mentre l’ideologia cui si rifanno Aragorn, o Daenerys è tardo medioevale.

Anche la definizione dell’eroe dello Sword & Sorcery come “solitario” prescinde dall’opera di uno dei fondatori, nonché inventore del termine: Fritz Leiber, che mette al centro delle avventure la formidabile coppia formata dal possente barbaro Fafhrd e dal civilissimo e astuto spadaccino Gray Mouser. L’introduzione dell’amicizia eroica arricchì il genere. Tra le tante successive coppie di eroi mi piace ricordare Ombra di Lancia e Goccia di Fiamma di Gianluigi Zuddas.

La successiva analisi dei personaggi di Howard è perfetta, salvo la valenza negativa attribuita a passioni eroiche (l’ira, ad esempio, è una caratteristica dell’eroe, da Achille a Cu Chulain, Beowulf e Rostam).

Il più interessante è il saggio sul ciclo di James Allison, poco conosciuto dal grande pubblico, di cui viene illuminato il significato filosofico e sociale.

Raccomando la lettura del capitolo successivo a chiunque ancora non conosca l’opera di Clark Ashton Smith: con una profonda disanima dei cicli di racconti di Hyperborea, Poseidonis, Averroigne e Zothique, La Manno illustra assai bene la poetica del sottovalutato autore californiano, la sua affinità col decadentismo europeo, la splendida qualità della scrittura.

La Manno qui dimostra due cose importanti: una è che lo Sword & Sorcery non è limitato, come molti ancora credono, a storie di barbari nerboruti, che può essere scritto, con ottimi risultati, senza eroi. L’altra è che il genere è un ottimo veicolo per la satira e per un’osservazione critica della società: pur nell’ambito della pura fantasia, senza mai cedere all’attualità contingente, Smith sfiora con tocco ironico i mali profondi, la corruzione ingenerata dal potere, la natura oppressiva delle strutture sociali e l’arroganza e insieme la fragilità della civilizzazione umana.

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Né è da dire che gli eroi siano del tutto assenti: ne “Il tessitore della cripta” i protagonisti sono valorosi veterani di guerre feroci e pericoli disperati, ne “I negromanti di Naat” un valoroso principe di un popolo nomade cerca il suo amore perduto, una situazione classica da Heroic Fantasy: ma il pessimismo radicale di Clark Ashton Smith lo porta a ritenere inutile il valore contro il profondo orrore del cosmo e della condizione umana.

Raccomando a tutti anche la lettura dell’intervista realizzata da Maria Teresa Botta al compianto GIUSEPPE LIPPI, recentemente ripubblicata su Heroic Fantasy Italia.

Del capitolo dedicato al ciclo di Thongor di Lemuria di Lin Carter, dirò solo che mi ha fatto ricredere. Non avevo mai letto Carter, che consideravo un pedissequo imitatore di Howard, e ora vi porrò rimedio.

Il successivo “La nuova fantasia eroica mediterranea” è insieme storia del genere in Italia e manifesto programmatico. Mi rincresce soltanto che non vi sia cenno all’opera di Giuseppe Pederiali.

L’intento di “esaltare i miti, i culti e le tradizioni folcloristiche della nostra terra e dell’area mediterranea, che non hanno nulla da invidiare rispetto a quelli nordici” non può che essere condiviso, e in questo senso va un libro apparso in questi giorni con grande successo, “Folklore – Antologia fantastica del Folklore Italiano” pubblicato dall’editore Watson.

Va detto come anche i maestri anglosassoni molto debbano alla mitologia dei popoli del Mediterraneo: i “mostri divini” Dagon, Derketo, Tiamat, Medusa, Echidna, Scilla, Hydra, Ceto e Forco sono assai più affini ai Grandi Antichi di quanto si trovi nei miti nordici. Rospi giganti erano presenti nel nostro folklore stregonesco prima di Tsathoggua, e i cantari anonimi, poi Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Giambattista Basile hanno narrato di Orchi e Homini Selvatici molto prima di Tolkien. Viene voglia di ridare ai diffamati Orchi la loro originale dignità.

La Manno sottolinea che i protagonisti del “med fantasy” sono“mercenari, assassini, ladri, imbonitori, infidi diplomatici, cialtroni, negromanti e reietti”. Vero, ma limitativo. Hanno eguale diritto di cittadinanza gli eroi cavallereschi cari a Donato Altomare, i duri e sobri legionari romani di Roberto Genovesi, e qualche esempio di belle figure di legionari c’è anche, se mi è consentito, nel recente“Impero. Antologia Gladius & Sorcery”.

Certo, i cavalieri del fantasy mediterraneo somigliano più a Don Chisciotte o a Brancaleone che a Lancillotto, ma non per questo non sanno battersi per la causa giusta; i legionari non saranno belli lustri e puliti come nei film americani, ma sanno tener ferma un acies anche contro schiere di demoni. Siamo italiani, tra l’eroe immacolato e l’assassino ci sono sfumature di grigio; come ad esempio il Malqvist di Alessandro Forlani in Crypt Marauders, mercenario e tombarolo, ma che, a differenza di Conan, neanche morto di fame deruberebbe un taverniere, perché un onesto lavoratore ha diritto a un onesto guadagno.

Solo per motivi di spazio non posso soffermarmi sulle presentazioni dell’antologia “Mediterranea” e dei singoli romanzi di Angelo Berti, Alberto Henriet, Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini, Davide Camparsi, di Alessandro Forlani, di Andrea Oliva, di Franco Forte e Alfonso Zarbo: tutti interessanti a vario titolo, e le sinossi sono accompagnate da dissertazioni preziose, come quella sulla mitologia minoica. Malgrado la sua passione per lo Sword & Sorcery, La Manno chiarisce che ci sono storie, come quelle di Donato Altomare e Alessandro Forlani, a cui qualsiasi costrizione in un genere e in regole predeterminate va stretta.

La Manno dedica l’ultimo capitolo al genere emergente grimdark, nato sul successo di Geoerge RR. Martin, trasformato in scuola da Joe Abercrombie. Con passione di patriota che veda invasi i suoi confini, ma con buoni argomenti, ne smaschera la generale mancanza di cultura e la finta valenza realistica.

Due sono i punti focali: il primo è l’eliminazione o riduzione a elemento secondario della magia. È forse una reazione un abuso di magia nella narrativa, nei film e telefilm. Harry Potter che stravolge le leggi della natura per mettere in ordine la propria stanza o liberarsi da una zia importuna è davvero puerile, già Topolino in Fantasia mostrava che la magia ha sempre conseguenze. Tuttavia etichettare come superficiale la visione magica del mondo, anima della narrativa fantastica sin dall’epos antico e dai romanzi medievali, è prova di incultura profonda.

L’altra critica mossa da La Manno è “l’adozione di infinite scene di torture, del continuo turpiloquio, di ultraviolenza, luridume e sesso esplicito”. George Martin ha spiegato la ricorrenza dello stupro nei suoi romanzi con la volontà di “dire la verità” sull’età medievale cui si ispira. Molti storici però hanno risposto che lo stupro esisteva nelle guerre medievali, ma non più che in quelle moderne, e non era la regola generale della società.

Il turpiloquio di autori prseudo-medievali suona forzato e innaturale come quello dei ragazzini che dicono le parolacce per sentirsi grandi. Nel medio evo, anche nella novellistica e nei fabliaux che usano il linguaggio del popolo e la scurrilità a fini comici, non c’è affatto una simile insistenza ossessiva.

Dispiace solo che il bel ciclo di Steven Erikson, “La caduta di Malazan”, sia qui associato a questo movimento; Erikson ha una visione magica del mondo, e personalmente trovo che Whiskeyjack e gli arsori di ponti siano tra i più begli eroi della letteratura fantastica moderna.

Mi rincresce di non poter parlare per motivi di spazio dei due saggi sullo sciamanesimo di Mario Polia e Paolo Paron, ma ne raccomando la lettura.

Gli estratti da “Le cronache del Sole Mortale”,“Bysantium” “Mediterranea” e “Pirro il distruttore” sono una boccata di bella narrativa che solleva il lettore dopo tanta dissertazione.

Giorgio Smojver

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