I classici dell’Heroic Fantasy: IL MASTINO DELLA GUERRA (The War Hound and the World’s Pain, 1981) di Michael Moorcock

Antonio IppolitoIl mastino della guerraSiamo al tempo della guerra dei trent’anni, forse il periodo più brutto e apocalittico della storia dell’Europa. Graf von Bek, mercenario di pessima reputazione, diserta i suoi soldati dopo l’improvviso scatenarsi della peste e si ritrova a ritrova a vagare per una cupa foresta nel cui cuore sorge un castello ricco e desolato. Un rifugio sicuro? No di certo: perché il signore del castello altri non è che Lucifero in persona, e il signore delle tenebre gli ha permesso l’accesso soltanto perché vuole offrirgli un insolito patto. Il Diavolo vuole riguadagnarsi il suo posto in Paradiso, e per ottenerlo deve trovare la Cura per il Dolore del Mondo. Von Bek è l’uomo che egli ha scelto per compiere questa impresa quasi impossibile: se von Bek avrà successo in questa ricerca, Lucifero rinuncerà a ogni diritto sulla sua anima persa. Comincia così una splendida avventura attraverso l’Europa del diciassettesimo secolo in tutta la sua truculenta, sanguinosa, terribile grandezza, e poi attraverso una strana e fantastica terra di mezzo che sta tra il Cielo e l’Inferno ed è dimora di meravigliose creature mitologiche e demoni e mostri di tutte le forme.

Titolo: Il mastino della guerra | Autore: Michael Moorcock | Titolo originale: The War Hound and the World’s Pain, 1981 | Primo romanzo della serie di Von Beck | Pagine 204 | Traduzione di Annarita Guarnieri | Edizione italiana: Fantacollana Nord n°52 | Per tutte le edizioni del romanzo clicca QUI

IL CICLO DI VON BECK

  1. 1981 – Il mastino della guerra (The War Hound and the World’s Pain)
  2. 1982 – The Brothel in Rosenstrasse
  3. 1986 – The City in the Autumn Stars

THWRHNDNDT1983È affascinante scoprire un fantasy che affronta di petto temi teologici, ed è agli antipodi del cristianesimo di Tolkien, perché prende addirittura le parti di Lucifero.. come ci si può aspettare dall’autore che nel romanzo “INRI” (Behold the man) aveva ridicolizzato le origini del Cristianesimo; ma la sua argomentazione è profonda e stimolante, tutt’altro che paradossale.

Moorcock è un autore nella cui produzione ci si può perdere, per quantità e versatilità, senza dimenticare la sua attività come editore di New Worlds e promotore della New Wave, nonché in ambito musicale; è una persona di eccezionale interesse, probabilmente non conosciuto da noi quanto merita, nonostante molto sia stato pubblicato. È un anarchico che ha spesso preso posizioni nette pro e contro altri autori: lodando Leiber come autore di fantasy non di evasione, al tempo stesso sminuendo Tolkien e C.S.Lewis, conosciuti di persona in gioventù, come promotori di un’Inghilterra troppo bella per esser vera, simile ai racconti di Winnie-the-Pooh (!); fino a criticare apertamente Lovecraft per razzismo e misoginia, e chiedere alla catena di librerie WHSmith di tenere sullo scaffale più alto la serie di fantasy sadomaso “Gor”.

Sul piano letterario, la sua vasta produzione è in parte ordinata in cicli, che formano un multiverso con temi e personaggi ricorrenti, in particolare il “Campione eterno”; un multiverso “aperto” a collaborazioni con altri scrittori: per esempio, nel racconto “The gothic touch”, Elric di Melniboné incontra Kane, il barbaro creato da K. E. Wagner; anche questo romanzo si inquadra in esso.

1843795321“Il mastino della guerra” si apre nel 1631, in piena Guerra dei Trent’Anni: il capitano Ulrich von Beck ha appena partecipato al saccheggio di Magdeburgo, concluso con lo sterminio della sua popolazione; un episodio che ha disgustato persino un “mastino della guerra” come lui. Convinto che la sua soldataglia abbia contratto la peste (siamo negli stessi anni dei Promessi Sposi), la abbandona al suo destino e procede solo, in cerca di un nuovo ingaggio, all’incirca in direzione di Norimberga. Si troverà ad attraversare per giorni una foresta fitta, ma priva di vita animale; per arrivare a uno splendido castello, isolato e apparentemente abbandonato, ma perfettamente fornito di ogni necessità, come se il proprietario fosse appena andato via. Il guerriero si concede qualche giorno di riposo solitario, fino all’arrivo di un corteo di morti viventi, che scortano una donna misteriosa: è Sabrina, affascinante strega al servizio di un padrone sconosciuto. Fra i due, reciprocamente attratti, si sviluppa una schermaglia che sfocia in una grande passione, su cui però grava l’ombra del segreto che lei oppone riguardo all’identità del suo padrone. Solo dopo aver davvero messo alla prova Ulrich, Sabrina lo ammetterà alla presenza niente meno che di Lucifero: il più splendido degli arcangeli, eternamente condannato per la sua tracotanza. Ma non c’è nulla di “satanico” nell’incontro, che avviene in una biblioteca; e Lucifero ha le meravigliose fattezze che potete vedere nella copertina, opera di Rowena (era già la copertina originale).

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Perché quest’incontro, evidentemente voluto? Anche “personaggi” eterni come il Dio cristiano e il suo angelo più perfetto evolvono con i millenni: Lucifero è stufo della sterilità del suo agire, ha suscitato per secoli il meglio dell’intelligenza e della filosofia umana come sfida a Dio, ma è stato tutto inutile: non solo Dio non si è commosso, ma l’umanità l’ha deluso, sprofondando nel baratro delle guerre di religione. Tanto vale rinunciare, e mostrare a Dio di essere capace anche di bontà. Incaricherà quindi un cavaliere sufficientemente esperto e disilluso di trovare una cura al dolore del mondo (il titolo originale infatti è “The war’s hound and the world’s pain”).

Per convincere il recalcitrante capitano, gli basta ricordargli che la sua anima è già dannata e quindi sua, e mostrargli l’inferno che lo aspetta: in una bellissima rappresentazione, vediamo non tormenti danteschi, ma città infernali simili alle nostre, prive però di qualsiasi speranza e gioia; qualcosa di molto più angosciante. E poi c’è Sabrina: che rivedrà solo a missione riuscita…

757196Inizia così una serie di avventure di puro fantasy, dipinte con un pennello dai colori intensi, e ricche di simboli; attraverso una serie di luoghi magici e significativi: il passo degli eremiti, la Valle della Nube Dorata e la sua imperatrice bambina Xiombarg (che ritorna in altre opere moorcockiane, come il ciclo di Corum), la Città della Peste…

Moorcock racconta con grande ricchezza di riferimenti alle leggende medievali e nordiche: ritroviamo una “caccia infernale” guidata da un “Wildgrave” o guardiano della foresta (ricorda quella che faceva da sfondo a una delle più belle novelle del Decamerone: Nastagio degli Onesti); i personaggi temono il Ragnarok o Crepuscolo degli Dèi delle saghe norrene, preceduta dal Fimbulwinter, un inverno di tre anni che distruggerà ogni traccia di civiltà umana (qualche volta ho sentito la mancanza di note a piè di pagina).

Tutto ciò non appesantisce per nulla la lettura, che anzi corre attraverso una serie rutilante di invenzioni e paesaggi fantastici: la più importante è il Mittelmarch, una “marca o terra intermedia” rispetto alle terre normali, dove le stagioni sono opposte e vivono popolazioni felici di essersi sottratte alle miserie del mondo reale. Come la Fantàsia della Storia Infinita, però, anche il Mittelmarch non è un’oasi di pace: i terribili eventi umani la stanno comunque scuotendo e portando alla decadenza. Se molti umani sono di nuovo convinti, come nel Medioevo, che il mondo stia per finire, anche nel Mittelmarch una degenerazione è in corso.

Ulrich von Beck e il suo giovane e impulsivo amico, il cosacco Sedenko, attraversano così terre umane e intermedie. Sedenko ha la fede feroce e ingenua dei cosacchi abituati a combattere i Tartari infedeli come fossero bestie feroci: c’è ambiguità nella loro amicizia, perché Ulrich non rivela all’altro che solo chi è già dannato può entrare nel Mittelmarch; la fede di Sedenko è quindi rivolta a un Dio che non si degna nemmeno di comunicare la condanna a un suo fedele servitore..

Michael Moorcock

Moorcock ha quindi occasione di esporre spesso il suo pensiero scettico e razionalista; è forse suo alter-ego l’affascinante personaggio di Philander Groot (letteralmente: grande amico dell’uomo), sorta di filosofo illuminista alla Diderot, che appare più volte dove meno è atteso. Deriso dapprima come “zerbinotto” dal nostro soldataccio per i suoi modi da damerino del ‘700, si rivelerà via via un’influenza indiretta in tutto il Mittelmarch; geniale il modo in cui ha pacificato i Tartari, donando loro da custodire un’ampolla che conterrebbe un genio, il quale, una volta liberato, devasterebbe il Mittelmarch; data l’importanza di questo compito, i Tartari non si dànno più a scorrerie, e i popoli confinanti, loro nemici, li rispettano. Sedenko, per l’autore esempio di fede ardente quanto ottusa, non potrà trattenersi dal sottrarla e profanarla, nonostante la generosa ospitalità ricevuta, con indignazione di Ulrich; con stupore di entrambi, dall’ampolla non uscirà nessun genio distruttore! Philander aveva saputo usare persino la vuota superstizione per creare pace tra i popoli? Chissà. A dire il vero, dall’ampolla spuntano le manine di una fragile e misteriosa creatura, simile alla Sibilla citata da Petronio: ma non ne sapremo più nulla, perché si avvicina un’altra avventura: quella della Città della Peste.. I due cavalieri attraversano anche il nord-ovest italiano: Verona, Brescia, Crema; osservano follie e prodigi, falsi profeti che proclamano la loro fede anche sul rogo, prodigi della natura che potrebbero smentire ma lasciano credere, ormai incalliti dall’esperienza.

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Nemici sempre più numerosi e potenti incalzano; la rassegnata saggezza di Groot (“L’uomo è una bestia razionalizzante, ma non razionale”) non riesce a calmare l’esasperazione di Ulrich, salvatore dell’umanità solo perché costretto:

E ben venga la Fine! Questo è un mondo povero, cattivo e decadente, che si aspetta amore senza sacrificio, l’immediato esaudimento dei suoi desideri, come potrebbe volerlo un bambino e una bestia, e che diventa capriccioso se non riceve quella soddisfazione e si autodistrugge per l’ira. Che senso ha cercare la Cura per la sua Sofferenza, Philander Groot? Che senso ha cercare in qualche modo di salvarlo dal suo ben meritato destino?”

La ricerca della Cura per il Dolore del Mondo, di fatto il Santo Graal, si concluderà in un sorprendente anti-climax, dove Moorcock anticipa la trovata finale di un famoso film di Hollywood. E non mancherà la presenza di Lilith: un nome che parla da solo..

Una magnifica opera, in definitiva: che lascia nella memoria personaggi, immagini, idee, e il desiderio di conoscere le altre che Moorcock ha dedicato a Von Beck e discendenti. Purtroppo non sono state tradotte in italiano: verranno comunque recensite su Heroic Fantasy Italia.. chissà che non convincano un editore!

L’ottima traduzione di Annarita Guarnieri rende vividamente le immagini e il ritmo del romanzo.

Antonio Ippolito