Recensione: IL DRAGO E IL GEORGE (The Dragon and The George, 1976) di Gordon R. Dickson

Giovanni LuisiIl drago e il GeorgeIl drago e il Geroge è l’opera che ha vinto il premio istituito dalla British Fantasy Society per il miglior romanzo di fantasy classica. La premessa da cui parte Gordon Dickson nel raccontarci questa splendida uesta splendida avventura fantastica è che esista un mondo parallelo medievaleggiante in cui vivono draghi parlanti e intelligenti, oltre ai soliti incantatori e mostri vari. Jim Eckert e la sua fidanzata Angic Farrell sono due assistenti universitari del piccolo college di Roverpal nel Minnesota; Angie, in particolare, lavora assieme al professor Grottwold Weinar Hansen, un tipo piuttosto strampalato che ritiene d’aver inventato una macchina per la proiezione astrale delle menti umane. Il congegno di Grottwold si rivela tuttavia alquanto imperfetto, perché Angie, sottopostasi all’esperimento, scompare misteriosamente e Jim, nel tentativo di seguirla, si ritrova “proiettato astralmente” nel corpo di un giovane drago un po’ scavezzacollo di nome Gorbash. La cosa in sé non sarebbe poi terribile se anche Angie fosse stata trasportata nel corpo di un altro drago, magari femmina; ma, purtroppo per Jim Eckert, non è così. Angie è rimasta una ragazza umana, o meglio un “george”, come i draghi di questo magico mondo parallelo chiamano tutti gli esseri umani. E anzi, a rendere ancora peggiore una situazione già difficile, Angie viene subito fatta prigioniera da un drago maligno e dispettoso, e condotta nella cittadella delle Potenze Oscure. Jim, però, non si arrende, nonostante la propria mancanza di conoscenza delle magie di questa terra e delle abitudini di un drago rispettabile (o quasi) quale egli è adesso. Si arma di coraggio e, con l’aiuto di uno sparuto gruppo di intrepidi eroi (tra cui un mago gastritico, un lupo parlante, un cavaliere errante e due arcieri alla Robin Hood), parte alla riconquista della sua damigella rapita: una ricerca che culminerà alla fine in un’epica battaglia tra le forze stesse del Bene e del Male. Una grande fantasy, una meravigliosa favola eroica in cui Dickson fonde con mirabile bravura lo spirito del Signore degli Anelli di Tolkien con l’umorismo del Castello d’acciaio di De Camp e Pratt.

Titolo: Il drago e il George | Titolo originale: The Dragon and The George | Anno di pubblicazione: 1976 | Autore: Gordon R. Dickson | Pagine: 218 | Copertina di Boris Vallejo | Il romanzo fa parte della Serie del cavaliere del drago (Primo volume e unico tradotto in Italia) | Può essere letto indipendentemente dagli altri romanzi del ciclo

  • Il drago e il George (The Dragon and The George, 1976)
  • The Dragon Knight, 1990
  • The Dragon on the Border, 1992
  • The Dragon at War, 1992
  • The Dragon, the Earl, and the Troll, 1994
  • The Dragon and the Djinn, 1996
  • The Dragon and the Gnarly King, 1997
  • The Dragon in Lyonesse, 1998
  • The Dragon and the Fair Maid of Kent, 2000

5131CQY7VKLEdito dall’altrettanto esimia Editrice Nord ed anche ristampato in edizione economica eccoci a parlare di Il drago e il George (The Dragon and The George, 1976). Se qualcuno ha visto Il volo dei draghi sappia che è una riduzione a cartoni animati (di qualità niente male fra l’altro…da noi passato solo una volta a Natale sull’ormai dimenticata Telepiù nei primi anni 90, ragione per cui l’ho visto, mi ha incuriosito e ne ho cercato il libro) di questo romanzo, unico “divertissement” fantasy dell’altrimenti noto per romanzi di fantascienza Gordon R. Dickson (autore del ciclo dei Dorsai e del famoso “Soldato, non chiedere”).

Come altri scrittori prima e dopo di lui, Dickson si trova di fronte a due dilemmi: come essere originale in una storia Fantasy, senza ripercorrere strade già percorse egregiamente da altri, e come fare arrivare il proprio eroe, proveniente dal mondo “normale” nella realtà Fantastica dove può svilupparsi l’avventura? Sia Poul Anderson (nel bellissimo “Tre Cuori e Tre Leoni”) che Fletcher Pratt e Sprague De Camp (nell’altrettanto eccelso “Il Castello d’Acciaio”) avevano affrontato lo stesso tema, il primo regalandoci una storia favolosa nella sua classica semplicità, i secondi in una saga più originale (in cui il protagonista riesce ad entrare in mondi che hanno ispirato gli scrittori a scriverne i libri, come la Saga del Kalevala o dell’Orlando Furioso). La soluzione di Dickson non è particolarmente originale per il passaggio dal mondo reale a quello fantastico: il protagonista, un assistente universitario del Minnesota di nome Jim Eckert, vede sparire la sua fidanzata Angie a causa dello strampalato macchinario inventato dall’altrettanto bizzarro Professor Grottwold Weinar Hansen, convinto di poter proiettare la forma astrale delle persone in un’altra realtà, parallela alla nostra. Per cercare di salvare la sua amata, anche Jim decide istintivamente di farsi “proiettare” dalla macchina del Professor Hansen, finendo quindi in un mondo medievaleggiante, che ricalca quelli immaginati dai pittori pre-raffaelliti e vede insieme cavalieri alla Wilfred di Ivanohe, arcieri in stile Robin Hood, e Forze del Male da combattere. La cosa bella (e un po’ più originale) è che, mentre Angie rimane la classica fanciulla in pericolo da salvare, Jim si incarna non in un uomo, ma in un giovane drago di nome Gorbash. E’ proprio nella descrizione di cosa voglia dire essere drago che Dickson da il meglio di se, piuttosto che nella descrizione di un mondo che sa troppo di Deja Vu. Jim non sa nulla del nuovo mondo e delle sue regole: sta all’anziano “zio”, il drago Smrgol, insegnargli le basi della sopravvivenza e del comportamento di un vero Drago.

Prima di tutto, i Draghi non sono semplicemente draghi: ce ne sono di vario tipo, dimensioni e abilità, alcuni addirittura vigliacchi e paurosi, come quelli palustri, considerati una razza inferiore (anche i rettiloni sono razzisti…); per lo più i Draghi sono nobili e coraggiosi, differentemente dagli Ogre che sono loro nemici naturali e in grado di combatterli fieramente in corpo a corpo. Tutti i Draghi hanno sete insaziabile per i tesori e amano farsene dei giacigli; ribaltando il luogo comune umano che presuppone che tutti i draghi siano uguali, essi si chiamano fra loro per nome, mentre generalizzano a loro volta chiamando gli umani “georgi” (plurale di George, chiaro riferimento a San Giorgio, uccisore di Draghi per eccellenza). I georgi più pericolosi e bellicosi vestono dei “gusci” (le armature), sono armati di lunghe corna appuntite (le lance da cavaliere), ma una volta “sgusciati” sono buonissimi da mangiare, oppure possono essere scambiati preso altri georgi per ricevere un cospicuo tesoro.

7161GRS8Y3LEssere un drago è fisicamente esaltante: il corpo è fortissimo, può volare (esperienza gioiosa, ma faticosissima, specialmente la prima volta), rigenera facilmente le ferite, a meno che ad infliggerle non sia un cavaliere in armatura che carichi con una lunga lancia (come dice il saggio Smrgol, “qualsiasi george ingusciato con un po’ di esperienza può farti a pezzi”). Grazie alla possanza innata del suo nuovo corpo, Jim (o Gorbash) può quindi decidere di affrontare le Potenze delle Tenebre, incarnate dal malvagio drago Bryagh e arroccate presso la Torre Abominevole, unico modo per liberare Angie e anche se stesso e tornare al proprio mondo.

Nonostante la sua nuova forza e il suo innato coraggio, Jim/Gorbash avrà comunque bisogno di alleati, come il gastritico mago Carolinus, lo stereotipato cavaliere Sir Neville-Smythe, il feroce e saggio Lupo parlante Arach, l’arciera dalla bellezza perfetta Danielle (figlia di Giles o’ the Wold, una specie di Robin Hood) e l’altrettanto abile arciere gallese Dafydd ap Hywel. Affronteranno battaglie con malvagi guerrieri e contro i famelici sabbiasporchi (via di mezzo fra ratti e schifosi scarafaggi, capaci di divorare anche un drago) fino all’epico scontro finale, neanche troppo scontato: in fin dei conti, chi vorrebbe ritornare al mondo “normale” avendo la possibilità di rimanere in un mondo fantastico, dove i buoni vincono sempre ed il coraggio e la bontà vengono premiati?

Il romanzo di Dickson è breve, poco più di 200 pagine che si leggono d’un fiato: puro intrattenimento, pochi ma buoni spunti di riflessione; in generale lo valuto con un 7,5/10 e lo consiglio, anche se non sarà facilissimo trovarlo, considerato che io stesso l’ho inseguito su ebay e alle mostre dei libri usati, trovandolo solo dopo una lunga “Caccia”.

Giovanni Luisi