Recensione: ELOGIO DEL FANTASTICO (Admirations, 1970) di Jacques Bergier

Giorgio Smojver

Bergier_Elogio del fantastico_il Palindromo 2018-550x550Vi sono scrittori la cui opera oltrepassa la mera letteratura. Come disse Arthur Conan Doyle, hanno varcato la soglia magica. L’oggetto di questo libro è costituito da dieci autori del genere. Anche se talvolta sfiorano la fantascienza, la teologia o le fiabe, in realtà non appartengono a una categoria precisa. Essi descrivono l’universo in cui viviamo, la cui vera realtà non ha nulla a che fare con le apparenze. Jacques Bergier ha coniato l’espressione realismo fantastico, lanciandosi in riflessioni sul nostro universo, spiegando le complicazioni del visibile con la semplicità dell’invisibile.
Elogio del fantastico è un viaggio attraverso le opere di John Buchan, Abraham Merritt, Arthur Machen, Ivan Efremov, John W. Campbell, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, Stanislaw Lem, Robert E. Howard, Talbot Mundy e l’immancabile H.P. Lovecraft.

Prima edizione italiana a cura di Andrea Scarabelli, con un’introduzione di Gianfranco de Turris e dieci tavole di Alessandro Colombo e Simone Geraci.

Titolo: Elogio del fantastico | Titolo originale: Admirations | Autore: Jacques Bergier | Editore: Il Palindromo | Collana: I tre sedili deserti | ISBN: 978-88-98447-50-3 | Prezzo di copertina: 22€ | Pagine: 332 | note: a cura di Andrea Scarabelli, introduzione di Gianfranco de Turris, con dieci tavole di Alessandro Colombo e Simone Geraci

Recensire Elogio del Fantastico, edito da Il Palindromo, è una presunzione di cui mi scuso; ma è uno scritto così stimolante che è opportuno che si riscontrino opinioni diverse, anche se riferite solo a parte dell’opera, come la mia: infatti ammetto di non conoscere a fondo metà degli autori cui si riferiscono i saggi di Admirations, questo è il titolo originale e forse più pertinente. Jacques Bergier dichiara infatti di dedicare il libro a dieci “scrittori magici” per cui prova “un ammirazione incondizionata e scevra dal benché minimo senso critico”. Ma ce n’è un undicesimo: lo stesso Jacques Bergier.

Jacques Bergier, autore discusso e discutibile ma senza dubbio geniale e poliedrico, scienziato, occultista, spia, è un personaggio significativo che l’editoria italiana ha trascurato. Negli ultimi trent’anni in Italia sono uscite solo diverse ristampe, prevalentemente in edizione economica, de Il Mattino dei Maghi con Mondadori e I libri maledetti nella benemerita edizione de L’età dell’Aquario. E parliamo di un autore la cui bibliografia consta di cinquanta titoli senza contare gli articoli su riviste!

Ringrazio quindi l’editore Il Palindromo, Andrea Scarabelli, Gianfranco de Turris e Giuseppe Aguanno per aver colmato una lacuna pubblicando una delle sue opere più significative. E rendo onore alla loro onestà: perché è chiaro che parteggiano per Bergier, ma molto sinceramente ci avvertono che egli usa spesso “termini e paragoni iperbolici”, e che compie “una specie di auto-mitologizzazione, una più o meno indiretta apologia di sé stesso, e al fatto, per lui tipico, di fare continue affermazioni e citazioni senza riscontri senza indicare le specifiche fonti delle informazioni e i nomi di chi gliele ha fornite”. (Nota mia: non per niente era un ex agente segreto). In altre parole i curatori, pur ammirando il realismo fantastico, forniscono al lettore critico e dubbioso le armi per contraddirli. Un atto, oserei dire, cavalleresco.

Les_Editions_de_lOeil_du_Sphinx-admirationsIo quindi ne approfitto per esprimere tanto la mia ammirazione quanto i miei dubbi: parlerò solo dei saggi su autori che conosco bene, Tolkien, Howard, Machen e Merritt, non di Stanislav Lem e Ivan Efremov, perché non sono un esperto di fantascienza. In questo genere ho amato moltissimo Ray Bradbury (sul quale Bergier nutre riserve, p. 28) e Clifford Dante Simak, neanche menzionato, sebbene avesse già pubblicato Anni senza fine, L’anello intorno al sole e Goblin reservation, tra gli altri. Nella mia personale lista di autori magici questi non mancherebbero, come anche Clark Ashton Smith e Fritz Leiber. A ciascuno le sue Admirations.

La scelta di Jacques Bergier non è di elogiare i maestri classici della creazione fantastica, come Edgar Allan Poe, E.T.A. Hoffmann, Goethe e Balzac; ma di far conoscere autori, sottovalutati o ignorati dalla cultura francese sua contemporanea, che lui sentiva affini alla sua visione.

Sul movimento letterario-scientifico che fu il realismo fantastico non mi soffermerò, rimandando al bel saggio di Andrea Scarabelli. Per Bergier la fantasia non è solo creatrice di universi ben distinti da quello reale, come in Ludovico Ariosto, Shakespeare, Poe e Hoffmann ma anche un metodo per indagare la realtà, e persino la scienza. Sua materia è tutta la realtà fisica e storica vista senza i filtri della ricerca graduale e della sperimentazione, ma mediante l’intuito, il genio e le tradizioni marginali.

Secondo me i criteri del realismo fantastico sono validi ancor oggi quando rivalutano l’importanza dell’intuizione nella scienza e l’influenza di artisti e profeti sulla storia, non riconducibile a puro meccanicismo dei contrasti sociali. Mentre è caduca la parte che si attaccava a teorie para-storiche o pseudo scientifiche, o alternative se preferite, come quella delle civiltà preistoriche che avrebbero conosciuto l’energia nucleare e i viaggi nello spazio, o l’ascesa del nazionalsocialismo come opera di società occulte: lo dico con tutto il rispetto per l’eroica militanza nella resistenza di Bergier.

Rober E. Howard vede molto più chiaramente di Bergier, rivendicando la “verità” di Conan, che, diceva, gli dettava le sue avventure in sogno, ma precisando: “Niente di questo saggio deve essere considerato come un tentativo di avanzare una qualsivoglia teoria in opposizione alla storiografia accertata”(nota 23 a p. 223). Quindi la verità della fantasia nella narrazione non oscura il metodo storico, l’esame meticoloso di fonti e prove. Howard non ipotizza mai che l’età Hyboriana fosse una realtà storica.

Jacques Bergier Jacques Bergier

Il saggio su Howard dice poco di nuovo a noi, ma bisogna ricordare che da allora sullo scrittore texano sono stati versati fiumi di inchiostro, mentre nel 1970 era misconosciuto in Francia (e in Italia: la prima edizione Nord è del 1972). A Bergier, che ebbe difficoltà anche a reperire i racconti, va il grandissimo merito di aver spiegato la grandezza di Howard agli europei.

Una valutazione analoga va fatta per il saggio su Tolkien: Bergier non ebbe modo di conoscere il Silmarillion, né il successivo lavoro di raccolta e pubblicazione degli inediti di Christopher Tolkien. Per Tolkien Bergier ha un’ammirazione sconfinata, e cita i giudizi entusiasti di Hughes, Mitchison e C.S.Lewis, che arriva a dire “Se l’Ariosto eguaglia Tolkien per la potenza inventiva, a mancargli è però la sua eroica serietà”, a riprova di quanto poco capiscano gli scrittori anglosassoni del rinascimento italiano1.

Tuttavia, malgrado la sua ammirazione per Tolkien, spiegato a un pubblico francese che l’ignorava del tutto, Bergier fa forzature del testo, che sembra aver riplasmato inconsciamente secondo le proprie idee. Cito: “Il mondo umano, così rilevante per Lewis, nel Signore degli Anelli non ha alcuna influenza. In realtà non se ne parla nemmeno.”“La lotta è talmente importante che la nostra gente non vi gioca alcun ruolo.” (p. 151)

Alcun ruolo Isildur, e Aragorn? E i cavalieri di Rohan? Caduta, redenzione, eroismo degli uomini sono fondamentali nel Signore degli Anelli.

“Nell’anno uno, gli Hobbit arrivano nella propria terra e per quindici secoli apprendono da Maestri non umani le arti dell’edilizia e dell’agricoltura. Questi maestri non hanno mai insegnato loro la Scienza, nel timore che essi potessero autodistruggersi” (p. 155). Ma in Tolkien gli Hobbit appaiono per la prima volta nell’anno 1050 e non hanno mai avuto maestri, né umani né non umani. Gandalf non insegna edilizia o agricoltura, né lo sfiora l’idea che gli Hobbit possano autodistruggersi. Quest’idea appartiene al Mattino dei Maghi, non a Il Signore degli Anelli.

A pp. 159-160 Bergier parla dello Specchio di Galadriel, definendolo uno strumento tecnico. E nota come “Al contrario delle nostre macchine, lo specchio possieda una vita propria, e talvolta mostri ciò che sceglie di mostrare.” Bergier si spinge a ipotizzarne un’origine extra terrestre, pur ammettendo che è azzardato. Ma lo specchio è un bacile d’acqua e l’idromanzia è un metodo divinatorio ben noto ai maghi medievali. Proprio perché non è uno strumento è imprevedibile: in ogni concezione magica del mondo l’acqua ha vita propria. Gli Elfi in Tolkien non parlano mai di tecnologia. Sembra davvero che Bergier sia tentato di attrarre Tolkien nell’ambito delle teorie di antiche civiltà extra terrestri.

Merritt_Il-vascello-di-Ishtar_il-Palindromo_2018Molto più importante e interessante per noi è il saggio dedicato ad Abraham Merritt, Se Tolkien e Howard hanno beneficiato di studi successivi e della pubblicazione post mortem dei loro inediti, che Bergier nel 1970 non poteva conoscere, Merritt è tuttora ignorato e sottostimato, soprattutto in Italia.

Lo dico da bibliotecario: dal 1998, quando fu pubblicato Il Pozzo della Luna a oggi, in oltre vent’anni, l’unica edizione di Merritt è stata Il vascello di Isthar, con Il palindromo, nel 2018. Sette passi di Satana, che Bergier considera uno dei migliori romanzi mai scritti, non ha mai avuto un’edizione (v. p. 66). Eppure Merritt fu un precursore e un maestro, di cui Lovecraft scrisse “Se non è privo di difetti, è nondimeno il più intenso e peculiare autore fantastico tra coloro che oggi scrivono sui pulp… Ha la capacità di lavorare sulle atmosfere investendo i luoghi in un’aura di empio terrore” (Howard Philips Lovecraft, selected letters, da nota 4 p. 58 de L’elogio del fantastico). Il capolavoro Gli abitatori del miraggio, di cui Bergier mette bene in risalto il valore di romanzo di avventure ma anche la riflessione su rituale e sacrificio, non è pubblicato dall’edizione Fanucci di trenta anni fa. Che qualche editore si faccia coraggio e ci ridia Merritt!

Certo Merritt ha i suoi limiti, la psicologia dei personaggi è tagliata con l’accetta secondo stereotipi noti (Lovecraft lo riteneva conseguenza del suo rivolgersi a un vasto pubblico popolare), ma la sua capacità di creare atmosfere di orrore arcaico ricorda Lovecraft stesso, e il ritmo d’azione Howard. È anche una scoperta illuminante la vita da romanzo di Merritt, qui narrata, l’esplorazione di Chichen Itzà, il lavoro da giornalista di inchiesta, che aiutano a capire molto dei suoi scritti.

Devo fare un cenno al saggio su John Buchan; non per il valore letterario di Buchan, che Bergier considera uno dei più grandi maestri dell’avventura fantastica: io non l’ho letto quindi non contraddirò, né concorderò. Più importante e la superiorità etica che Bergier attribuisce a Buchan e ai suoi personaggi. È evidente che Bergier considera la guerra segreta un nobile compito in una lotta contro il male assoluto (non per niente fu amico di Ian Fleming). Ed è una posizione che va rispettata, per quanto Bergier come agente segreto, resistendo alla tortura e al campo di concentramento.

Però non possiamo ignorare la realtà storica: John Buchan lavorava per il War Propagand Bureau quando scrisse I trentanove scalini e Il mantello verde, di fatto opere di propaganda. Il War Propagand Bureau ebbe la storica responsabilità di aver ingannato la popolazione, celando la verità sulla battaglia della Somme e il disastro dei Dardanelli, ma soprattutto spacciando per conflitto tra civiltà e barbarie quello che fu uno scontro tra apparati militar-industriali. Convinzione che portò alla decisione di punire la Germania al di là di ogni ragionevolezza nel trattato di Versailles e fu causa indiretta dell’ascesa di Hitler. Il non ammettere l’ingiustizia della propaganda di guerra e di quel trattato portò Bergier a non comprendere il successo del nazismo e a cercarne improbabili spiegazioni esoteriche.

Parliamo infine di Arthur Machen. Di lui Lovecraft dice: “Machen is a Titan—perhaps the greatest living author—and I must read everything of his.” (lettera a Frank Belknap Long, 3 giugno 1923).

Machen è un maestro del fantastico, a lungo trascurato in Italia, si può dire sino alle recenti e benvenute pubblicazioni delle edizioni Theoria de Il grande dio Pan e Il Terrore, La gloria segreta, e di Il Palindromo La collina dei sogni. Non conosco saggi a lui dedicati, è quindi preziosa la biografia scritta da Bergier in questo volume. Machen è un gallese affascinato da Londra, nato a Caerleon, sede della Legione seconda Augusta e vera capitale di Re Artù (particolare qui taciuto ma ricordato ne Il mattino dei Maghi) che porta nella grande capitale industriale la ricchissima eredità di miti e sogni del Galles. Occultista, membro dell’ordine della Golden Dawn con Arthur Conan Doyle, Algernon Blackwood e il premio nobel William Butler Yeats, trova il suo spazio tanto nelle colline incoronate di megaliti (Storia del sigillo nero, La gente bianca) quanto nelle labirintiche e affollate strade di Londra (dove è ambientato il bellissimo I tre impostori).

C’è solo da rimpiangere che in questo saggio non si accenni al racconto La gente bianca di cui Lovecraft scrisse “In Machen, the subtlest story—The White People—is undoubtedly the greatest, even though it hasn’t the tangible, visible terrors of The Great God Pan or The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930).

Ma a questo stupendo racconto è dedicato un intero capitolo de Il mattino dei maghi. La concezione del Male Assoluto esposta da Machen, profondamente diversa dal male come violazione delle leggi sociali, è per Bergier la miglior spiegazione dei ripetuti genocidi del Novecento.

Giorgio Smojver

 

1Anche Lyon Sprague de Camp, nel suo Castello di Acciaio, fa lo stesso errore, di considerare Ludovico Ariosto solo come narratore ironico, se non addirittura eroicomico. Nella narrativa del’900 non c’è un passo che superi, per grandezza eroica, l’attacco di Rodomonte a Parigi o il duello tra tre eroi cristiani e tre saraceni a Lipadusa; né il duello notturno tra Orlando e Agricane nell’Innamorato del Boiardo. Il culmine del epos si raggiunge quando all’avversario, per esigenza della storia destinato alla sconfitta, si riconosce statura eroica pari a quella del protagonista: cosa rara nel Novecento, secolo ideologico.

1 thought on “Recensione: ELOGIO DEL FANTASTICO (Admirations, 1970) di Jacques Bergier”

  1. Interessantissima recensione, studiata, ben articolata e ricca di spunti per approfondire! Un libro che ho acquistato di recente e che spero di avere presto il piacere di iniziare a leggere.

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