Recensione: DISCESA IN EGITTO (A Descent into Egypt, 1914) di Algernon Blackwood

Christian Lambertidiscesa-in-egittoContinuò a parlare della singolarità di quella terra come un semplice nastro di vegetazione lungo l’antico fiume, per il resto rovine, deserto, desolate lande mortali inondate di sole… Sembrava esserci, per lui, un’insolita rivelazione spirituale in quei luoghi dove il Passato sopravviveva con tanta potenza. Parlava quasi come se cancellasse il Presente.

George Isley, animo errabondo e inquieto, viaggia sino in Egitto alla ricerca di memorie sepolte. Davanti agli occhi del narratore, inizia la discesa nell’oceano di sabbia e nei suoi sbalorditivi e terrificanti ricordi. E l’anima di una civiltà perduta riprende vita, stringendo i protagonisti nelle proprie spire.

Titolo: Discesa in Egitto | Autore: Algernon Blackwood | Titolo originale: A Descent into Egypt, 1914 | Edizione italiana: Hypnos Edizioni | Collana: Visioni n°6 | Pagine: 92 | Prezzo di copertina: 8,90€  in ebook: 2,99€ |  Traduzione di Elena Furlan | Illustrazione di copertina: Ivo Torello | ISBN: 9788896952597 (cartaceo); 9788896952580 (ebook)

Grazie a Edizioni Hypnos giunge in Italia un inedito del maestro del weird Algernon Blackwood. Sto parlando del romanzo breve Discesa in Egitto (A Descent into Egypt), pubblicato per la prima volta nell’antologia Incredible Adventures dall’editore Macmillan nel 1914, ristampata nel 2004 da Hippocampus Press.

La storia si focalizza su George Isley, un uomo brillante capace di eccellere in tutte le mansioni che svolge. Ad un certo punto della sua vita decide di abbandonare la carriera diplomatica per viaggiare e esplorare, con l’intento di isolarsi dalla frenetica quotidianità e ritrovare se stesso. La sua metamorfosi spirituale avviene in Egitto. Nei dintorni di Tebe, nella valle delle Tombe e dei Re, in compagnia di un egittologo di nome Moleson, Isley sperimenta culti antichi che in epoche remote i sacerdoti locali praticavano all’ombra di suggestive montagne, inneggiando a potenti divinità il cui influsso non è stato intaccato dal tempo e dal progresso.

Dopo quell’esperienza trascendentale Isley è cambiato. Ha un atteggiamento troppo mite, privo della sua consueta animosità. Dietro il suo sguardo vacuo chi lo conosce bene intuisce l’estinzione della scintilla vitale. Ed è proprio l’amico intimo di Isley, nonché narratore della vicenda, a stendere il raccapricciante resoconto di tale cambiamento. Un’alterazione che stava per coinvolgere anche lui, perché l’Egitto non ti lascia andare tanto facilmente.

‹‹Ciò che intendo – e credo di saperne qualcosa! – è che mentre la maggior parte dei paesi dà, altri prendono. L’Egitto ti cambia››. Aggiunge ancora Isley: ‹‹L’Egitto moderno dopotutto non è che un trucco della civilizzazione […] ma l’antico Egitto giace in attesa, nascosto, sottoterra. Per quanto sia morto, è sorprendentemente vivo. E lo senti toccarti. Prenderti qualcosa. Si arricchisce. Torni dall’Egitto…meno di quel che eri prima››.

E’ l’atmosfera di immota vastità a rapirti l’anima. Quei deserti sonnolenti, l’immenso Nilo dalle sorgenti sperdute, le colossali costruzioni in pietra – dalle Piramidi alla Sfinge – che presidiano con angosciante risolutezza la spoglia maestosità del deserto. L’Egitto è pervaso da un’eterea malia che disorienta e annichilisce, intensificata dal timore reverenziale del suo millenario retaggio.

Mi vengono in mente altri esempi illustri in cui i personaggi vengono soverchiati dall’atmosfera dei luoghi malsani che frequentano, come la venefica Calcutta descritta da Dan Simmons ne Il canto di Kali, oppure l’esoterica architettura metropolitana di Fritz Leiber in Nostra Signora delle Tenebre, e ancora l’onirica natura da incubo de I Salici dello stesso Blackwood.

Oltre a questo tema, in Discesa in Egitto risaltano elementi cari a Lovecraft. Su tutti l’agghiacciante sensazione di smarrimento al cospetto di una vastità intelligibile, dentro la quale si annidano forze che lambiscono la ragione e tanto basta per mandarla in frantumi. Se in Lovecraft ciò si manifesta dinanzi all’imperscrutabile cosmo, in questo caso gli effetti destabilizzanti giungono dall’insondabile abisso millenario, intriso di misticismo e mistero, in cui è radicata la cultura egizia. E chi ha l’ardire di scavarvi a fondo rimane segnato a vita dai segreti che affiorano. Non è un caso quindi che le sconsiderate ricerche di Isley e Moleson li abbiano condotti all’autodistruzione.

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A tal proposito mi è saltata all’occhio una morale di fondo che credo Blackwood abbia voluto lasciarci. Isley ha conosciuto e assaporato i fasti del Passato, ma chiudersi nel bozzolo di un nostalgico sogno non giova, poiché è bene posare le mani su qualcosa di concreto, il Presente, e adoperarsi per migliorarlo anziché voltarsi indietro verso un’illusione inafferrabile, irripetibile, vivendo di rimpianti. Spesso i ricordi sono un’ingannevole fuga verso un’effimera consolazione che tradisce la reale percezione delle cose, poiché non è fuggendo e alienandosi che si raggiungono i traguardi, ma perseverando sul terreno che possiamo calpestare, quello attuale, tenendo lo sguardo fisso sul domani.

A conti fatti si riconferma l’immenso talento di Algernon Blackwood. Discesa in Egitto è un viaggio che non lascia indifferenti. Al pari del luogo descritto avvince e rapisce, lasciandoci spiazzati al termine di una lettura che, come per il Passato, è trascorsa troppo in fretta e avremmo voluto ancora a crogiolarci in essa.

Christian Lamberti