L’UOMO DAL PUGNALE D’ORO di Mauro Longo

27295001_10204178294213468_575956402_nCopertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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L’UOMO DAL PUGNALE D’ORO

di Mauro Longo

I

Sheban “Due Piastre” corse lungo il ponte della Fenice e si sporse a prua aggrappandosi allo strallo, la fune che tratteneva la grande vela quadra della galea. L’Isola della Fortezza era appena visibile davanti a loro, sotto il basso velo di foschia del primo mattino.

“Avanti verginelle, siamo quasi arrivati!” gridò ai compagni. Per tutta risposta, Zanklios di Hybla gli urlò da poppa un insulto nella lingua dei suoi avi, fatta di schiocchi e fischi. Kiyon “Bellachioma”, il barbiere di bordo, si affiancò al capitano e guardò nella stessa direzione. Il khemita aveva i capelli cosparsi di olio profumato e al collo un monile di legni odorosi e pietre dure, intagliato con lo stile del Regno del Sole da cui proveniva. Buwawa “il Possente”, in alto accanto a Zanklios sul quadrato del timone, urlò ordini a tutti gli altri predoni della Fenice, cani qual erano, di modo che ben comprendessero che il lavoro da fare sarebbe stato ancora tanto prima di scendere sulle banchine di Tarsis.

Ormeggiarono di fronte all’attracco della Fortezza e Zanklios lasciò che la galea nera che veniva loro incontro per esigere il tributo si accostasse alla Fenice. A prua, tronfio come un maiale all’ingrasso nel brago, c’era un predone a torso nudo, dalla barba nera e riccia e la pelle bruciata dal sole. Si avvicinò ghignando alla Fenice e saltò a bordo, facendo oscillare lo scafo sottile e slanciato.

“La pancia ti è cresciuta, Baba di Zeker!” lo apostrofò Sheban. “Stavi quasi per affondarmi la nave! Tocca a voi sciacalli dell’Isola di Rame custodire la Fortezza, questa luna?”

“Da quanto tempo manchi da Tarsis, Due Piastre? La luna è quasi finita… E se questo giunco che chiami nave rischia di affondare è perché te la sei costruita impastando canne di palude ed escrementi di scimmia!” Baba rise con la bocca spalancata, mostrando i denti neri e spezzati. Per sottolineare la propria sagacia, si mise le mani ai fianchi traboccanti di grasso e si volse attorno con il mento in su, scrutando con occhi di brace la ciurma di Sheban e la propria. I predoni della Fenice lo guardarono disgustati, mentre gli uomini della nave nera sghignazzarono ad alta voce. Uno di essi, un zekerita alto e con gli occhi pitturati di henna, li apostrofò a sua volta. “Che gran bottino avete con voi, cani sherdeniti? Pesce salato e rotoli di cordame, come due lune orsono?” La ciurma della nave nera scoppiò nuovamente a ridere.

“Dici il vero, Ubai figlio di Inukai!” rispose sorridendo Sheban. “E per tanto il nostro tributo sarà commisurato, giusto?”

“Il tributo è sempre commisurato” esclamò una strana voce, da dietro l’uomo chiamato Ubai. I predoni smisero di colpo di ridere e si scostarono, lasciando passare una figura pallida come un morto e completamente agghindata di nero.

Il sacerdote di Moloch passò sul ponte della nave nera leggero come un’ombra e da lì saltò a sua volta sulla Fenice. Stavolta nessuno dei due scafi si mosse o ondeggiò, come se il molochiano non avesse peso, o sapesse muoversi con una destrezza soprannaturale. La sua veste di cuoio nero, simile a quella dei macellai, era lunga e terminava a strascico, e nessuno riusciva a vedere i suoi piedi né a capire se camminasse o fluttuasse nell’aria tersa del mattino.

“Hai chiamato la tua nave ‘Fenice’, Sheban Due Piastre, quinto figlio di Melkaton…” proseguì, con voce profonda mentre avanzava lungo i banchi dei rematori.

“Quarto figlio” puntualizzò Sheban. “A quanto pare non mi conosci così bene, prete.”

Il molochiano gli si fermò di fronte e Sheban vide un’ombra di sorpresa e indignazione superare per un istante il velo di indifferenza del suo volto. La pelle bianca del sacerdote puzzava di cimitero e le sue vesti di cenere, e a Sheban parve quasi di trovarsi di fronte a una pira di cadaveri bruciati. Sembrava persino che la cappa nera del prete fumasse, in quella mattina di sole.

“Davvero?” replicò il sacerdote. I suoi lineamenti erano immobili e cadenti, come quelli di un morto, e la sua voce proveniva direttamente dalla gola, senza che le labbra si muovessero. “È davvero così, Sheban Due Piastre, figlio di Melkaton, Re del Mare e Re tra gli Sherdeniti, a sua volta figlio di Makeris Re tra i Re degli Sherdeniti…?”

“Non dimenticare ‘Figlio di Shera, Regina delle Prostitute di Tarsis’” lo interruppe nuovamente Sheban, ricambiando a testa alta lo sguardo del sacerdote.

Una manata tanto pesante da poter abbattere un vitello piombò sulla spalla del capitano della Fenice. “Vogliamo sbrigarci, prete?” Baba il Grasso si era rivolto al molochiano, ma il suo sguardo fiammeggiante era indirizzato a Sheban, mentre la sua morsa gli stritolava la spalla con l’intento di azzittirlo. “Non voglio restare su questa bagnarola tutto il giorno”.

Altri zekeriti salirono a bordo della Fenice e passarono all’ispezione del carico stivato sottocoperta, esaminando i barili e le casse della nave una per una, mentre il molochiano teneva a memoria la lista del bottino che man mano i predoni a servizio alla Fortezza snocciolavano a voce alta.

Quando il controllo fu finito, il prete emise il suo verdetto e si avvicinò nuovamente al capitano della Fenice, fissandolo con i suoi occhi vitrei.

“Non mi hai lasciato formulare la mia domanda, Sheban Due Piastre. Hai chiamato la tua nave ‘Fenice’, ma intendevi omaggiare la Fenice Nera, serva di Moloch, o la Fenice Rossa sua nemica mortale?”

“Quella che più ti aggrada, prete” fu la secca risposta.

Il sacerdote rimase a scrutarlo altri lunghi istanti. “Dopotutto, presto non avrà più importanza…” disse infine, con un ghigno lugubre stampato sulle labbra immobili. Poi tornò silenzioso sulla nave nera, nuovamente muovendosi a mezz’aria in volute di fumo.

Non appena il sacerdote scomparve dentro la cabina di poppa, Sheban artigliò il braccio del grasso capitano zekerita e imprecò sottovoce.

“Quattro lingotti di bronzo e venti piastre, Baba? I conti non mi tornano…”

“Il tributo è commisurato!” disse a voce alta il grassone a torso nudo. Poi abbassò il tono fino a bisbigliare. “Commisurato alla malora che se li dovrebbe portar via… Il Grande Sacerdote ha fatto allargare il Tempio e scavare altri cunicoli sotto di esso. Il tributo si è alzato a una parte su quattro di tutti i carichi.”

“Una parte su quattro? Ma è un’enormità! E i Nove Re non si sono opposti?”

“C’è stata una votazione. Tuo padre e altri due hanno votato contro, due non hanno parlato, i rimanenti erano a favore. Comunque è una cosa temporanea, durerà solo tre lune.”

“Tre lune! Ma è tutto il resto dell’estate… Io ho già pagato i miei compagni!”

“Perché sei uno sciocco… Ed è per questo che non riesci mai a mettere da parte un bottino decente e ti chiamano “Due Piastre”. I compagni vanno pagati alla fine di tutti i conti, e se non ci sono più piastre si devono accontentare della frusta! Adesso vattene e non tirare troppo la corda con i preti… bastava un’altra delle tue battute per farti finire nella Fornace. E poi che voleva dire quel corvo del malaugurio con l’ultima frase?”

“Lo sa Moloch…” concluse Sheban.

Senza aggiungere altro, Baba di Zeker strappò via il tributo dalle mani di Sheban e saltò nuovamente sulla nave nera. I suoi compagni tirarono su gli ormeggi e manovrarono per tornare alla Fortezza, con i lunghi remi che si immergevano rapidi nel mare colore del vino. A poppa, dall’ombra della cabina, il prete guardava ancora fisso i predoni della Fenice con i suoi occhi morti e non distolse lo sguardo che all’ultimo momento.

II

Quando la galea nera si fu allontanata, Sheban diede ordine di salpare e la Fenice si ritrovò nuovamente a scivolare sulle acque tranquille del Mar di Ponente. Aggirarono l’Isola della Fortezza e osservarono dal ponte le sue spiagge desolate. Decine di statue colossali giacevano affondate nella sabbia, spezzate e riverse, preistorici giganti di pietra nera abbandonati su quelle rive da ere dimenticate.

Fecero rotta verso il delta del Forco. Il fiume che risaliva fino a Tarsis diventava, al momento di gettarsi in mare, un acquitrino composto da cento isole e banchi di sabbia. Ben presto, grandi mangrovie e zolle galleggianti li circondarono, e il vento calò fino a divenire una fioca brezza. Zanklios fece ammainare la grande vela quadra e mise tutti ai remi: quindici compagni per lato, seduti sulle panche del ponte a vogare insieme alle grida incessanti di Buwawa, mentre l’abile pilota di Hybla manovrava i due timoni di poppa. Risalirono così la palude e il fiume, superando coste ricoperte di foreste pluviali sulle cui rive dormivano immensi coccodrilli verdi. Le genti del Forco erano un popolo antico e riservato, malarico e degenerato. Uomini magri e sporchi entravano e uscivano da tuguri di fango, mentre marmocchi simili a rane giocavano nel fiume in mezzo ai serpenti e alle sanguisughe. Li osservarono passare, muti e con i grandi occhi spalancati, mentre la Fenice risaliva quella giungla mefitica e soffocante.

Infine, dopo l’ultima ansa del fiume, la foresta si diradò e la loro destinazione apparve sotto il cielo azzurro e luminoso di quell’estate.

Sheban Due Piastre e Kiyon Bellachioma erano appoggiati al parapetto ai due lati dell’acrostolio, il prolungamento del dritto di prua alto fin oltre le loro teste e scolpito in foggia di fenice. Furono loro dunque a posarvi sopra per primi lo sguardo: Tarsis la Maledetta, la Città dei Misteri, il Porto delle Trappole, la Città lontana dagli Dei, il rifugio dei Nove Re del Mare, dove il dio del fuoco e delle tenebre, Moloch, regnava e assicurava la pace tra i più spietati e abili predoni del Mare di Mezzo.

Sulla sponda sinistra del fiume Forco, che qui era largo e profondo, si estendeva la Città Bassa: un dedalo fangoso di case e vicoli sorto alle spalle dei moli, pieno di locande, taverne, case da gioco, bordelli e barbierie. L’oro che i predoni dei Nove Re saccheggiavano da tutte le coste del Mare di Mezzo fluiva qui come un fiume interminabile, disperdendosi nei mille rivoli di miserabile spreco, lusso barbaro e principesca straccioneria della Città Bassa.

Dall’altro lato del fiume, collegato alla riva sinistra per tramite di due ponti, vi era la Città Alta: una piazzaforte murata eretta attorno a un basso colle, con dentro piazzali a semicerchio, torri e fortezze tondeggianti, e i palazzi dei Nove Re del Mare. In cima all’altura, visibile da ogni parte della città, torreggiava il Grande Tempio di Moloch, un colossale santuario di pietra scura circondato dal campo delle urne della città. La sua parte anteriore, scolpita in foggia di toro, pareva costantemente scrutare il porto con bieco rancore e le fauci spalancate di quella bestia nera costituivano i portali sempre aperti del santuario.

Zanklios guidò la Fenice fino ai moli della Città Bassa, dove ormeggiavano le galee e le altre imbarcazioni dei predoni comuni. La maggior parte di esse erano tricontere come la Fenice: navi lunghe e sottili, dotate di quindici remi per lato disposti su un’unica fila, con alti acrotili a prua, una vela quadra al centro e a poppa un quadrato per il timoniere che sormontava la cabina e l’accesso al ponte inferiore. Dall’altro lato del fiume, vi erano invece gli attracchi destinati ai Re e ai loro congiunti più stretti, con le loro maestose pentecontere da guerra costruite per cinquanta rematori. Sheban vide l’immensa galea di suo padre, la Ketos, e la gloriosa Akheilos di suo fratello Paris, il secondogenito della linea di sangue reale. Sheban era uno dei figli bastardi di Melkaton e non gli era concesso l’ormeggio della Città Alta, ma a lui questo importava poco o nulla.

Finalmente la Fenice attraccò in una delle calate del molo. I predoni gettarono le due ancore al fondo e fissarono alle bitte le cime di poppa. Poi saltarono sul molo uno dopo l’altro, godendosi la sensazione della terraferma sotto i piedi.

“E adesso che farai?” domandò Kiyon, affiancandosi nuovamente al suo capitano. “Ci richiederai indietro la nostra parte?”

“Fossi matto…” rispose Sheban con un sorriso. “Me la restituireste a coltellate nella schiena e vi prendereste pure la Fenice, cani quali siete. Piuttosto vado a ritrattare il debito con Ormenos. Chissà che oggi non si sia svegliato dal verso giusto…”

“Certo, come no…” Kiyon gli diede una pacca sulla schiena. Poi, con gesti insolitamente affettuosi, controllò la solidità della cintura di Sheban e dei foderi che vi pendevano, da cui spuntavano i manici in corno di montone dei suoi due pugnali. “Magari anche il Grande Sacerdote di Moloch oggi deciderà di onorare il Sole con un bel toro bianco, chissà…”

“Attento Kiyon!” lo interruppe Sheban, parlando a voce bassa. “Alle volte faccio anche io lo sbruffone con i molochiani, ma quei preti della malora non scherzano. Io sono pur sempre il figlio di un Re del Mare e sono nato a Tarsis, ma tu sei uno straniero del Regno del Sole e i tuoi dei sono acerrimi nemici dei loro. Se solo ne avessero la scusa, i sacerdoti ti getterebbero ancora vivo nella Fornace. Già accoglierti sulla Fenice e portarti qui è stato un rischio per entrambi… vedi di non farmene pentire!”

“Non te ne pentirai” replicò il barbiere di bordo della Fenice, ammiccando. Alla tersa luce del mattino, gli oli e i pimenti con cui il khemita si imbellettava parevano quasi risplendere.

Sheban non aggiunse altro e si allontanò a grandi passi verso il cuore della Città Bassa, diretto alla bottega dello strozzino a cui doveva una fortuna. Non aveva la minima idea di quello che avrebbe potuto dire o fare, una volta giunto lì.

Ormenos non aveva mai dilazionato o ridotto un debito. Mai. E quelli che non pagavano finivano a pezzi nel fiume, a sfamare i coccodrilli del Forco…

III

A quell’ora del giorno, Piazza delle Erbe era gremita dai banchi dei merciai e dagli ambulanti, che esponevano le loro mercanzie su coperte colorate stese al suolo, dal dorso dei muli o sul retro dei loro carretti. Si trattava per la maggior parte di vecchie, sherdenite dell’entroterra che ogni mattina percorrevano la Via delle Torri a nord di Tarsis per vendere bestiame e ortaggi ai mercati. Erano donne silenziose, con la pelle cotta dal sole e uno scialle scuro sul capo, molto diverse dalle genti delle paludi a sud della città e persino dagli sherdeniti che vivevano sulla costa e obbedivano a Melkaton. Sheban le salutò nella loro lingua e accettò con un cenno del capo le risposte deferenti. Una di esse gli regalò una mela dalla polpa rosa, che il predone addentò con gusto. Sotto i portici del santuario di Zerynthia, dalle colonne intrecciate di edera, mercanti esheni, didoni e shekeliti rivendevano i carichi di spezie ed essenze arrivati per mare. Vi erano poi una mezza dozzina di incantatrici di serpenti libee, che sedevano in terra nude con le braccia avvolte da pitoni, intagliando amuleti, vendendo veleni e unguenti e leggendo la sorte ai disperati.

Sheban si lasciò alle spalle il chiasso della piazza e si infilò tra i vicoli alle sue spalle, un’intricata rete di passaggi stretti come il budello di un cavallo che si dipanava tra il cuore della Città Bassa e le mura orientali di Tarsis. Molte case avevano gli scuri delle finestre ben serrati e stretti spioncini alle porte, da dietro i quali occhi sospettosi scrutavano chiunque passasse troppo vicino. Nella Città Bassa ogni tugurio poteva nascondere tesori e segreti, e anche la più misera abitazione era munita di trappole, serpenti velenosi e uomini armati di scimitarre e pugnali, pronti a difendere i propri averi da tutti gli altri furfanti che giravano lì attorno.

Sheban si ritrovò a metà di una contorta viuzza, tanto stretta che lo sherdenita non avrebbe potuto allargare entrambe le braccia, quando una donna si fece avanti dal lato opposto, scavalcando una vecchia macina spaccata che qualcuno aveva lasciato ad affossarsi nel fango.

“Due piastre…” belò la donna, con voce falsa e strascicata. “Due piastre per una povera storpia. Ve ne prego, Capitano…”

Portava un cappellaccio sgualcito che le copriva lunghi capelli color ocra, impastati di pece e altre sozzure, ma anche con quel copricapo Sheban la riconobbe a prima vista. Era magra come la fame, storta come la morte e brutta come la peste. Non era possibile sbagliarsi: Ailin “la Bella”, una delle peggiori scannacani che si aggiravano per la Città Bassa.

Non era la prima volta che qualcuno lo aspettava in un vicolo per rifilargli un paio di coltellate. Sheban si voltò di scatto, appena in tempo per vedere un brutto ceffo con la faccia butterata e un corto arco di tasso spuntare alle sue spalle e scoccargli contro una freccia.

Sheban si appiattì al muro ed evitò il dardo per un soffio, mentre la punta di bronzo rimbalzava contro le mura storte della via a poche spanne da lui. Senza aspettare che l’arciere incoccasse nuovamente, Sheban si scagliò in avanti verso Ailin, sguainando uno dei pugnali che portava alla cintura. La donna era stata ancora più veloce e aveva già in mano due coltellacci ricurvi da falegname. Lo sherdenita conosceva la fama di Ailin ed evitò qualsiasi cautela. Non appena fu a tiro, sfruttò la propria maggiore altezza e rifilò alla donna una calcagnata diritta al petto, inferta con tutta la propria forza. Ailin tentò di parare con le sue lame e gli graffiò la gamba, ma il colpo la spinse via di un paio di passi e la fece incespicare contro la macina abbandonata al suolo dietro di lei. Sheban le fu addosso in un attimo e la prese a calci ai fianchi e al petto, impedendole di rialzarsi.

Un altro tagliagole spuntò davanti a lui, dallo stesso lato da cui era entrata Ailin. Sheban lanciò la sua arma contro il nuovo arrivato, colpendolo all’occhio destro mentre quello balzava indietro tentando di evitare il pugnale. Il tirapiedi della sicaria lanciò un grido strozzato e si portò le mani al viso, mentre le dita iniziavano a bagnarsi di sangue. Il capitano della Fenice cercò di estrarre l’altro pugnale, ma un calcio di Ailin glielo fece volare via di mano, mandandolo a perdersi nel fango. Sheban lasciò perdere la lama e le balzò nuovamente addosso, rifilandole una ginocchiata sul naso tanto forte da spaccare la cartilagine di quella sorta di pinna storta che la donna si ritrovava in viso. Poi, mentre Ailin era stordita, la prese dai capelli e la sollevò da terra, voltandola verso l’uomo con l’arco e riparandosi dietro di lei. L’uomo butterato aveva la freccia già incoccata e avanzava a lenti passi lungo il vicolo, cercando di prendere la mira con più cura. Con la tagliagole ancora davanti a sé a fargli da scudo, Sheban si voltò rapidamente per guardarsi alle spalle. Per fortuna, l’altro scagnozzo era ancora impegnato con l’occhio appena perso e non costituiva una minaccia immediata.

Ailin si contorceva nella sua presa come un serpente in una giara di ferro arroventato, menando colpi con entrambe le lame mentre Sheban tentava di immobilizzarla, ma le sferzate riuscirono solo a ferirlo superficialmente. Dopo essersi beccato un paio di tagli alle braccia e al dorso delle mani, lo sherdenita riuscì ad afferrare il pugno sinistro della tagliagole e le torse le dita fino a spezzargliene un paio. La donna urlò allora come un cane inferocito e gli rifilò una testata all’indietro, beccandolo al sopracciglio. La testa di Ailin era dura come pietra e il taglio prese subito a sanguinare, imbrattando in pochi istanti metà del viso del predone. Infuriato per il colpo appena subito, Sheban afferrò le dita già rotte della donna e gliele torse con forza. Ailin boccheggiò di dolore e finalmente lasciò la presa sul coltellaccio. Il capitano della Fenice lo afferrò al volo, mentre con l’altra mano finalmente fermò la presa sul collo della donna. Poi infilò la lama arcuata tra le gambe dell’assassina, con la punta rivolta verso l’alto.

“Basta così, Ailin…” le gridò all’orecchio. “Ancora una mossa e ti apro a metà!”

L’uomo con l’arco di tasso e quello con la ferita all’occhio si avvicinarono imprecando, mentre Sheban spingeva il muso della donna contro il muro del vicolo.

“Mandali via o tiro su il coltello e strappo via tutto quello che trovo…” ribadì Sheban, col sangue che gli colava dal sopracciglio fino al mento.

“Andate!” strillò la donna rivolta ai suoi tirapiedi. “Ci rivediamo al buco!”

“Ecco bravi, tornate nel buco, vermi…” li schernì Sheban. Quando se ne furono andati, lo sherdenita sbatté la testa di Ailin contro la parete, per ammorbidirla ancora un po’, e si fece consegnare l’altro coltellaccio.

“Allora? Che cosa volevi da me, Ailin? Chi ti manda?”

“Lo sai chi mi manda, Sheban Due Piastre” ringhiò la donna, sputando al muro un grumo di sangue catarroso. “Ormenos ha già pagato il tributo al Tempio per la tua morte, e i sacerdoti hanno acconsentito.”

“Quel porco, figlio di porci!” esclamò Sheban. “Perché mai non aspetta che vada a pagarlo? Stavo proprio recandomi in quella fogna di bottega che si ritrova a trattare il debito!”

“Che vuoi che ci sia da trattare?” rispose l’assassina. “Gli devi quattrocento piastre e sicuramente non ce le hai con te, pezzente. Sei un predone fallito, la vergogna di tuo padre, indegno figlio di un Re… E anche se le avessi, il termine del pagamento è superato da giorni. Ormenos è furbo… sa che ci guadagnerà molto di più facendoti ammazzare e requisendo la tua nave. Quella sì che vale qualcosa… Sei arrivato in ritardo, e così ha la scusa per farti fuori con il benestare dei preti. Adesso devi solo aspettare che venga un altro a finire il lavoro…”

Sheban si maledisse a voce alta. Maledisse la sua nave, la sua ciurma, lo strozzino e la donna che teneva contro il muro. Si trattenne solo dal maledire tutti i preti della città e il loro dio infame, Moloch, perché parole del genere sarebbero bastate a fargli mandare contro ben altri sicari… La piazza dove Aktaios il Guercio era stato divorato vivo in pieno giorno da un dio invisibile, dopo aver imprecato a voce alta contro il Tempio, era vuota e abbandonata da allora. Le pietre del lastricato erano ancora annerite delle impronte dei suoi sandali…

“A quanto corrisponde il tributo pagato per la mia testa a Moloch?” chiese poi alla sua prigioniera. “Chiedo così, tanto per saperlo…”

Ailin ghignò, la guancia ancora schiacciata contro il lurido muro della stradina. “Non so come Ormenos ci sia riuscito… Forse ai preti devi stare particolarmente antipatico o forse è un macabro scherzo dovuto al tuo soprannome… Fatto sta che si dice abbia pagato solo due piastre, persino di meno di quanto abbia offerto a noi per farti fuori! Dopotutto così il tributo è davvero commisurato, no?”

Sheban spinse la lama contro la carne viva della donna e le premette ancora la testa contro il muro.

“Ehi… sono figlio di uno dei Re del Mare, capitano di una tricontera e alla testa di trenta predoni. Che razza di misura è stata adottata?”

“E che vuoi che ne sappia io? Chiedilo al Grande Sacerdote, vediamo cosa ti risponde da sotto il cappuccio! Forse hanno pensato che sei solo il figlio bastardo del re più pezzente di Tarsis, che la tua compagnia non vale il cibo che mangia e che da troppe lune ormai saccheggi solo barche di pescatori e isole abbandonate alle capre. Ma io di queste cose non mi occupo, Sheban Due Piastre. Io sono solo quella che ti doveva ammazzare.”

“Bene… allora vai da Ormenos a restituirgli le sue piastre, visto che oggi tu e i vermi del tuo buco avete fallito…” Così dicendo sbatté ancora una volta la testa di Ailin contro la pietra del muro e la lasciò cadere a terra stordita. Poi raccolse l’altra lama della tagliagole e si allontanò, a malapena voltandosi un’ultima volta per guardarsi le spalle.

La voce di Ailin lo accompagnò fino a quando non lasciò il vicolo. “Lo vedi che sei un idiota?” gridò la sicaria. “Nessuno paga per un accoltellamento prima che il cadavere sia freddo…”

IV

Il tempo era contro di lui. Doveva raggiungere la lurida bottega di Ormenos prima che lo strozzino scoprisse che l’agguato non era andato a buon fine. O prima che Ailin e qualcun altro dei suoi decidessero di fargliela pagare. Le sue due lame col manico di corno erano perse, ma i due coltellacci di Ailin erano armi anche migliori, sebbene meno preziose: affilati come rasoi e maneggevoli come pugnali. Avrebbero fatto il loro lavoro…

Le sue vesti erano lacere e dalle ferite inferte da Ailin usciva ancora del sangue. Sheban si strappò via la casacca e la bagnò in un rivolo d’acqua melmosa che scorreva ai lati di un pozzo. Si ripulì con quella stoffa inumidita e con il fango si tamponò le ferite, fin quando il sangue non smise di venir fuori. Gettò poi via i resti della giubba e proseguì a torso nudo, con il torace glabro e muscoloso in bella vista.

A passi veloci raggiunse il muro orientale della Città Bassa, che dava direttamente sulle paludi e gli acquitrini del Forco. Per un tratto attorno alle mura tutto il fondo della strada era allagato e Sheban guardò con sospetto la lurida superficie della pozzanghera, come se un coccodrillo o un mostro di fango potesse venirne fuori all’improvviso per attaccarlo.

La bottega di Ormenos aveva una panca di legno all’esterno, dove i visitatori piantavano pugnali e daghe prima di entrare. Il legno era completamente coperto di buchi stretti e lunghi, e vi erano quattro coltellacci e due lame più lunghe piantate sopra. La porta di legno era però chiusa, e così le ante delle due finestrelle che davano sullo spiazzo antistante.

Nessuno bighellonava lì attorno, né dall’interno provenivano rumori.

Sheban girò attorno alla casupola fino al lato più in ombra e forzò gli scuri di legno di una piccola apertura posta all’altezza della sua testa, scrutando poi all’interno. La camera dentro era buia e sembrava deserta. Nessun suono ne proveniva se non un ronzare di mosche, che dal rumore che facevano parevano essere grosse come vespe.

Rapido e silenzioso come un gatto, Sheban si issò sulla finestra e scivolò all’interno, lasciando gli scuri alzati per fare luce e tenersi una via di fuga libera. Si ritrovò in una stanza colma di scaffali immersi nella penombra, carichi di refurtiva e ciarpame di vario genere.

Dopo pochi passi, Sheban si ritrovò davanti al cadavere di un uomo, rovesciato a terra in maniera scomposta. Sguainò una delle lame di Ailin la Bella e si guardò attorno, ma non vide alcuna minaccia. Si chinò allora a scoprire chi fosse la vittima e voltò il corpo sulla schiena. Le membra erano calde e i muscoli molli, la pozza di sangue al di sotto ancora liquida e odorosa. Doveva essere morto da pochi minuti. Sheban credette di riconoscervi uno dei picchiatori di Ormenos, un predone libeo che aveva perso un occhio nella battaglia di Perer. Lo strozzino non se ne andava mai in giro senza di lui.

Man mano che i suoi occhi si abituavano alla penombra, Sheban individuò sparsi per la stanza altri quattro corpi, già assaliti dalle mosche. Uno di essi gli sembrò avere le fattezze di un’altra delle guardie del corpo dello strozzino, mentre gli altri tre dovevano essere i proprietari delle armi lasciate all’esterno.

Un rantolo affannoso si levò dal lato opposto della bottega. Sheban si acquattò ed estrasse anche la seconda lama, pronto a combattere fino all’ultimo sangue.

Avanzò rapido e silenzioso verso un’apertura che dava accesso a una seconda camera, da cui il rantolo sembrava provenire.

A terra, riverso sulla schiena, vi era Ormenos lo strozzino. La mano destra era stretta attorno al collo, mentre la vita gli sfuggiva dalla gola un fiotto di sangue dopo l’altro. Sheban si guardò attorno con attenzione, ma non vide nessun altro nella stanza.

Raggiunse l’usuraio in due passi e provò ad aiutarlo con la ferita, ma era ormai troppo tardi. Il sangue aveva inzuppato completamente la ricca veste dello shekelita e si spandeva velocemente sul pavimento.

Ad un tratto Ormenos parve riconoscerlo, spalancò gli occhi terrorizzato e lo afferrò al braccio con la mano insanguinata.

“L’uomo!” esclamò, gorgogliando in un fiotto di sangue scuro. “L’uomo dal pugnale d’oro!”

“Chi?” chiese Sheban stupito, staccandosi dalla presa del mercante.

Lo sguardo del moribondo era terrorizzato e fissava qualcosa alle spalle del capitano della Fenice.

“L’uomo dal pugnale d’oro! Lì!”

Sheban si voltò di colpo. Una figura ammantata di bianco era attaccata come un ragno al soffitto della stanza. Un attimo dopo si staccò dal tetto e volteggiò accanto a loro, atterrando senza emettere alcun suono.

V

C’erano due cose nelle quali Sheban Due Piastre era davvero bravo: tirar coltellate e andar per mare. Era il momento di dimostrare il suo valore nella prima di esse!

L’uomo ammantato di bianco che era disceso dal soffitto si voltò verso di lui. Aveva in viso una maschera d’oro, lavorata in stile khemita e intarsiata di blu. Una lama dorata emerse dalla manica della sua cappa e l’uomo la afferrò con il pugno. Era un pugnale di foggia levantina, simile a quello in dotazione alla guardia del Re del Sole: una lama larga, corta e diritta, innestata in un manico perpendicolare, che permetteva di colpire con lo stesso movimento di un pugno frontale.

Sheban si aspettò un affondo letale e si mosse per anticiparlo, fintando un’apertura della guardia con i coltelli di Ailin per provocare la reazione dell’avversario. Questi parve abboccare al trucco e inferse il suo colpo, che prontamente venne intercettato da una delle due lame di bronzo impugnate dal predone. Il pugnale sembrava davvero d’oro e Sheban sferrò un colpo pesante con l’altra sua arma sulla lama preziosa, per piegare il metallo più tenero di cui era composta o addirittura spezzarla.

Ma il pugnale risuonò di una nota strana, diversa da quanto ci si sarebbe aspettato dall’oro puro, e la lama non si piegò né si incrinò neppure per un graffio.

In quell’istante, l’uomo ammantato si girò su se stesso e colpì con un poderoso calcio rotante la tempia di Sheban, mandandolo a rotolare all’indietro nello stanzino buio, tra ceste colme di cianfrusaglie di bronzo.

Un attimo dopo, l’uomo dal pugnale d’oro mise il piede sulla gola sanguinante di Ormenos e gli schiacciò il collo con una pressione letale.

Sheban saltò in piedi e si rimise in guardia, stavolta pronto a tutto. Ma l’incappucciato aveva in mente un altro trucco. Dalle pieghe del mantello estrasse l’altro braccio, ricoperto fino al palmo da una piastra d’oro lavorato, e volse la mano aperta verso di lui pronunciando delle parole in una lingua che Sheban non comprese. Una luce abbagliante investì il predone, accecandolo per qualche istante.

Quando la stregoneria dell’uomo dal pugnale d’oro si dissolse e Sheban riuscì a recuperare la vista, Ormenos aveva finito di soffrire e non vi era nessun altro nella stanza.

Lo sherdenita corse alla porta della bottega e si affacciò all’esterno. Nonostante avesse visto lo stregone bianco calcare il piede calzato di bianco sul collo dello strozzino, non vi erano impronte insanguinate da nessuna parte, escludendo quelle che lui stesso stava lasciando in giro.

Sheban fece per dileguarsi a sua volta, ma proprio in quell’istante un drappello di guardie spuntò dalla strada principale e si diresse gridando verso di lui.

“Eccolo! È lì… Fermati, Sheban figlio di Melkaton!”

Lo avevano fregato.

Lo avevano incastrato.

E lui ci era cascato come un pivello.

VI

Sheban ritornò nella bottega dello strozzino, si chiuse la porta alle spalle e abbassò la pesante trave di legno che ne assicurava la chiusura. Per sua fortuna, le difese di quel tugurio erano solide. Ormenos temeva ladri e assassini più di qualsiasi altra cosa. E a buona ragione, a quanto pareva…

Senza perdere tempo a frugare le due stanze, Sheban tornò indietro alla finestra da cui era entrato e si issò sullo stipite. Invece di fuggire in strada, dove sarebbe stato avvistato in pochi istanti, si alzò in piedi sul davanzale e raggiunse il tetto della bottega, con una piroetta degna di una vedetta che scalasse il pennone della propria galea.

Una volta sul tetto, si sdraiò tra le assi e le frasche della copertura, per non farsi scorgere dalle mura e dalle case vicine, e attese che gli uomini della guardia sfondassero la porta della bottega e facessero irruzione all’interno. Sheban conosceva bene quegli sciacalli: scarti delle galee, arruolati alla difesa della città dopo esser stati rifiutati da tutti i Re del Mare e dai loro capitani. Una volta dentro, con la scusa di cercarlo dietro ogni cesta, avrebbero frugato per le due stanze arraffando tutti i tesori di Ormenos e ficcandoseli nelle tasche. Tanto… lo avevano già riconosciuto! Non c’è bisogno di affannarsi a cercare un colpevole, se già sai chi è e che non potrà sfuggire da Tarsis…

Sheban aspettò che le guardie fossero tutte all’interno, poi si lanciò giù dal tetto sullo spiazzo antistante la bottega e si allontanò rapido e silenzioso tra i vicoli della Città Bassa, arrovellandosi per capire cosa stesse accadendo e come potesse venirne fuori.

Se il suo nome era stato fatto a voce alta, qualcuno aveva probabilmente avvisato le guardie che Sheban figlio di Melkaton voleva uccidere Ormenos il mercante. E questo almeno mezz’ora prima di quando l’usuraio era stato davvero ucciso…

Ma chi era stato? si trovò a riflettere. Ailin e i suoi tirapiedi? Difficilmente farebbero una cosa del genere, denunciando apertamente qualcuno alle guardie. Ormenos stesso? Forse, ma probabilmente avrebbe pensato a difendersi meglio, piuttosto che a denunciare il proprio possibile assassino. I sacerdoti di Moloch? Solo molto di rado i molochiani si interessano delle faccende dei predoni…

E soprattutto, chi è l’uomo dal pugnale d’oro? Cosa vuole? Perché mi ha risparmiato?

Il primo posto dove l’avrebbero cercato sarebbe stata presumibilmente la sua nave, e il molo era di solito pieno di guardie. Sheban decise di restarne alla larga. Suo padre e Paris forse lo avrebbero aiutato, ma si trovavano dall’altro lato del fiume, che in quel momento era come dire all’altro capo del mondo.

Nel cuore della Città Bassa Sheban non aveva molti rifugi dove infilarsi. Si ricordò della zia di sua madre, Persis la Pitonessa, una vecchia mezza matta che lo aveva sempre preferito agli altri bambini del bordello dov’era cresciuto. Il bordello non esisteva più da quando sua madre era morta, ma la donna aveva continuato a occuparne una parte. Sheban vi si diresse rapido come una freccia.

VII

La casa di piaceri un tempo gestita da Shera, la Regina delle Prostitute di Tarsis, era stata in seguito requisita da un contrabbandiere libeo, che ne aveva fatto il proprio magazzino. Per superstizione e deferenza, tuttavia, l’uomo aveva lasciato che la vecchia Persis, un tempo sacerdotessa delle Moire, continuasse a vivere nelle sue vecchie stanze, al terzo piano dell’alto edificio. Sheban era già passato a trovare la donna altre volte e sapeva come aprire il vecchio uscio secondario del palazzo senza farsi notare, e dove si trovavano le scale di legno che conducevano alle sue due miserabili camerelle.

Il fetore delle stanze era esattamente come Sheban lo ricordava: un misto di puzza di vecchiaia, sudore accumulatosi per millenni e miasma di palude. Un centinaio di serpenti si intrecciavano al suolo, si arrampicavano lungo i radi mobili di giunco e si lasciavano pendere da corde e mensole appese al soffitto. Un tempo profetessa consacrata alle dee della sorte, Persis da tempo tirava avanti allevando pitoni, per rivenderle alle altre indovine e alle ciarlatane della città. Una delle due stanze era pertanto occupata per intero da terriccio e fogliame, trasportato anno dopo anno dalla vecchia su per le scale fino al suo enorme terrario personale.

Davanti a quella scena Sheban esitò, fin quando la voce della donna non lo chiamò dal fondo dell’altra stanza.

“Figlio di Shera, brutto ranocchio, che diavolo vuoi stavolta?”

“Vieni qui, vecchia, vieni ad abbracciarmi!” rispose il predone. “E soprattutto vieni a dire a queste bestiacce che non sono un intruso, prima che mi scambino per la cena!”

La donna emerse dal suo antro. Era alta come Sheban e i capelli erano lunghi e pettinati, seppure bianchi come la neve. Anche attraverso il mare di rughe che portava in viso, appariva chiaro che fosse stata un tempo un fanciulla bellissima e austera.

“Ma tu sei un intruso!” ribadì la vecchia, facendosi strada a piedi nudi tra i rettili. “Le guardie della città sono in subbuglio, i tuoi compagni giù al molo sono stati fermati e i preti corrono avanti e indietro come ratti su una galea che sta affondando… E cercano tutti te!”

Sheban aprì la bocca con una vistosa espressione di stupore. “Hai percepito tutto questo nelle tue visioni?”

“No stupido, mi è bastato guardare fuori dalla finestra!” disse la donna con espressione altera. Poi entrambi scoppiarono a ridere e la vecchia lo strinse a sé in un breve gesto di affetto. “Questo gioco è sempre più divertente, ma… Sheban, per strada si grida davvero il tuo nome e temo che stavolta tu sia cascato in qualche guaio serio. Raccontami tutto.”

Lo sherdenita si sedette alla finestra e iniziò a narrare la sua storia, mentre con lo sguardo seguiva tre piani più in basso le mosse delle guardie, che lo cercavano vicolo per vicolo. Persis gli preparò un decotto fresco e gli pulì le ferite, nettandole con una morbida stoffa panneggiata.

“Nessuno ti cercherà qui, ma non puoi restare a lungo in casa mia” gli disse, quando la storia del predone fu terminata. “Posso andare a cercare uno dei tuoi compagni ancora a piede libero e dirgli che hai bisogno di aiuto, ma dovrai scegliere bene, perché dovrà essere una persona davvero fidata.”

Poi, la vecchia si avvicinò a un serpentello di colore verde smeraldo, che sonnecchiava lontano da tutti gli altri in una cesta, lo risvegliò e lasciò che le si avvolgesse attorno al polso.

“Posso fare anche qualc0s’altro” continuò. “Ma devi essere molto intelligente, per una volta.” Sheban sorrise, mentre la donna si avvicinava e si sedeva davanti a lui, guardandolo fisso in volto. La Pitonessa aveva degli splendidi occhi verdi, come Melkaton spesso gli aveva raccontato di sua madre.

Il serpente verde si volse verso il predone e saettò col capo contro di lui, come per morderlo o mettergli paura. Persis lo accarezzò e lo baciò sulla testa, sibilandogli parole suadenti per farlo calmare.

“Devi pensare a una domanda” continuò la vecchia. “Ma ragionaci bene. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Deve essere la domanda che ti salverà la pelle quest’oggi, e che ti farà arrivare a vedere l’alba di domani.”

Sheban ripensò a tutto quello che era successo quel giorno, dall’ormeggio alla Fortezza fino a quel preciso istante. Ripensò a Baba il Grasso e alle parole del prete nero, ad Ailin e a Ormenos, all’uomo dal pugnale d’oro e persino alla donna che gli aveva offerto la mela dalla polpa rosa, a Piazza delle Erbe.

“Chi è l’uomo dal pugnale d’oro?” chiese infine.

Persis fece un gesto di approvazione. Poi smise di accarezzare il serpente e con un solo morso gli mozzò la testa, stritolandone le tenere ossa tra i denti bianchi e ingoiando il succo acido che ne scaturì. Poi si imbrattò il viso fino ai capelli con il sangue che fiottava dal moncherino, e si rivoltò all’indietro sulla schiena contorcendosi in un folle grido di estasi.

Sheban la udì inneggiare agli dei e pronunciare versi misteriosi, fin quando una bava verdastra non iniziò a colarle dalla bocca.

Fu allora che la donna tornò dritta davanti a lui, e spalancò gridando gli occhi ora velati di bianco.

“L’uomo col pugnale d’oro non esiste. Lo incontrerai stanotte al Grande Tempio e solo allora saprai chi è!”

Poi Persis ricadde al suolo e perse i sensi, mentre i serpenti che strisciavano sul pavimento si andavano intrecciando ai suoi lunghi capelli bianchi.

VIII

Zanklios di Hybla ascoltò la storia del suo capitano per la terza volta, con lo sguardo ancora colmo di stupore e dubbio.

“Secondo me,” disse infine, “sei stato tu a uccidere il dannato strozzino, e hai sognato che ci fosse un altro uomo nella stanza… una specie di delirio, o un dono degli dei misericordiosi per farti dimenticare il tuo gesto efferato.”

“Cosa?” rispose Sheban, aggiustandosi i lunghi capelli di colore biondo miele e legandoli stretti con un laccio, prima di indossare le vesti dimesse da rematore che lo shekelita gli aveva portato. Il timoniere della Fenice era accorso in suo aiuto non appena Persis lo aveva mandato a chiamare. Una bambina amica della veggente l’aveva scovato sul fondo di una bettola, già ubriaco e completamente ignaro di quello che stava accadendo al suo capitano e ai suoi compagni giù al molo.

“Ma che razza di storia sarebbe?” proseguì il capitano. “E poi se avessi ucciso quel porco ne andrei fiero di fronte agli dei, altro che volerlo dimenticare… No, qui c’è qualcos’altro sotto.”

“E sia, ma la vecchia ti ha rivelato che l’uomo dal pugnale d’oro non esiste, no?” Zanklios abbassò la voce e scrutò di sottecchi Persis, mentre questa dava da mangiare dei topi dei canali ai suoi serpenti, nella camera accanto. “Non hai detto tu stesso che è una profetessa e parla con la voce delle Moire?”

“Alla malora le Moire!” ribatté Sheban, abbassando la voce a sua volta. “Quando mai qualcuno ha capito un accidente delle parole di una profetessa? Ha detto che non esiste, ma anche che lo incontrerò stanotte, no? E che accidenti vorrebbe mai dire? Io dico di lasciar perdere questa storia e pensare a un modo più terreno per farmi portare in salvo la pellaccia. Ci ho pensato tutto il pomeriggio. Voglio che tu trovi mio fratello Paris e lui faccia in modo di requisire a proprio nome la Fenice, in modo tale che tu e tutti gli altri siate liberi di attendermi a bordo. Poi, appena sarà notte fonda, lascerò questa tana di rettili e troverò il modo di raggiungervi dall’altro lato del fiume, agli attracchi della Città Alta. Mi infilerò sul fondo della stiva della Fenice, nel doppiofondo di poppa, e lasceremo Tarsis una volta per tutte.”

Il timoniere annuì. “D’accordo capitano. Spero che tu sappia quello che fai o domani all’alba ci ritroveremo tutti in fila davanti alla porta del Grande Tempio, in marcia verso la Fornace.”

Così dicendo, Zanklios si congedò e uscì dalla casa di Persis, non prima di avergli porto la sua spada falcata. Era la sua arma migliore, quella da cui lo shekelita non si separava mai. Sheban la accettò senza dire nulla.

Rimase alla finestra fin quando la luna fu a metà del suo corso notturno, a scrutare le strade e i moli di Tarsis dall’alto. Poi abbracciò la Pitonessa, si fissò la spada alla cinta e uscì nella calda notte estiva.

Le strade della Città Bassa erano già piene di piscio e di ubriachi, e nei vicoli il buio era quasi completo. La maggior parte delle guardie era ormai tornata al proprio tugurio o stava intrattenendosi con qualche prostituta nelle taverne, e nessuno pareva più cercarlo.

Un altro strozzino morto di coltellate, un altro assassino alla macchia: a chi importava? Era solo un’altra qualsiasi giornata nella Città Maledetta…

Sheban raggiunse la sponda del Forco e attese un momento in cui non vi era nessuno in vista per immergersi. Prese una ampia boccata d’aria, poi si gettò nell’acqua lurida e attraversò il fiume in un’unica apnea, il più velocemente possibile per evitare i coccodrilli che risalivano dalla palude in cerca di immondizia, ubriachi e cadaveri da divorare.

Riemerse sulla sponda destra del fiume e si nascose tra le scialuppe tirate a riva. Poi, quando fu nuovamente sicuro che non vi fosse nessuno nei dintorni, si mosse verso la Fenice, ormeggiata accanto all’Akheilos di Paris. Non si scorgevano lumi o movimenti sul ponte: se i suoi compagni erano già a bordo, lo aspettavano zitti e al buio, oppure dormendo.

Ma proprio quando si trovava a pochi passi dalla sua nave, Sheban vide un’ombra bianca scivolare tra le prime case dirimpetto al molo. Alla luce della luna, i bagliori dorati di una maschera e di un bracciale risplendettero tra le falde di un ampio mantello bianco…

IX

La figura in bianco scivolò tra le case e si infilò in un viottolo solitario, sfiorando un cane smagrito che frugava tra i rifiuti, senza che questi nemmeno alzasse il naso dalla strada.

Sheban si fermò di colpo. La Fenice era ormai a un tiro di giavellotto, e con essa la sua salvezza. Eppure, di fronte al mistero dell’uomo dal pugnale d’oro, lo sherdenita esitò solo un istante.

Un attimo dopo, il predone cambiò strada e si diresse sulle tracce dello stregone bianco, ignorando il ringhio del cagnaccio tutto pelle e ossa quando gli passò vicino.

Uno dei neri sacelli consacrati a Moloch si trovava dietro la prima fila di case, separato dagli edifici circostanti come se questi ne provassero timore. O disgusto.

A differenza del Grande Tempio in cima al colle, con l’immensa testa di toro sul davanti, questo era un edificio sobrio e severo, composto solamente, come tanti altri tempietti sparsi per la città, di un vestibolo esterno e di una cella. Due colonne si trovavano davanti al vestibolo, occupato per il resto solo da un grande braciere circolare, ancora odoroso di cenere e grasso animale. Questi santuari venivano usati per i sacrifici minori, e ogni giorno un certo numero di bestie vi venivano immolate al Dio Nero, dopo esser state condotte in città dagli abitanti delle colline.

L’uomo dal pugnale d’oro scivolò in mezzo alle colonne e si infilò all’interno.

Sheban lo seguì, la spada falcata di Zanklios sguainata e pronta a ogni evenienza. Era un’arma elegante e ben forgiata, un kopesh shekelita con la lama a falce perfettamente bilanciata ed affilata. Per la prima volta nella sua vita, Sheban benedisse quel pazzo ubriacone di Hybla che si era portato dietro attraverso cento avventure.

Quando si sporse nella celletta in cui era entrato l’uomo ammantato, questa apparve vuota. Sheban si premurò subito di guardare il soffitto, ma anche lì non vi era traccia del misterioso stregone.

Improvvisamente, una mano lo artigliò al collo e lo trascinò all’interno. Il braccio sembrava venir fuori dalle stesse ombre dense che riempivano il santuario e la sua pelle era bianca e diafana. Sheban provò a lottare, ma la stretta che lo aveva afferrato era simile a una morsa di ferro. Una figura venne fuori dalle ombre, ma non era quella bianca e dorata che il predone si aspettava. Era uno dei sacerdoti di Moloch, la pelle viscida e molle, le vesti nere che odoravano di cenere. Nonostante fosse immerso nelle tenebre e i molochiani si somigliassero tutti, Sheban lo riconobbe immediatamente: era il sacerdote che aveva incontrato quella mattina al largo dell’Isola della Fortezza. Il prete strinse ancor di più la sua presa e lo sollevò in aria come fosse del peso di un agnello.

“Sheban figlio di Melkaton, Re del Mare e Re tra gli Sherdeniti” disse il sacerdote, con quella voce terribile che proveniva dalla gola. “…a sua volta figlio di Makeris, Re tra i Re degli Sherdeniti…”

“Sì” disse Sheban con la voce rotta. “Proprio io, prete… ci rincontriamo…”

“Sapevamo che avresti tentato di raggiungere la tua nave” proseguì il molochiano. “Sei atteso al Grande Tempio. Il prezzo della tua vita è stato già pagato.”

Sheban alzò il kopesh e sferrò un colpo al viso del prete. La lama falcata affondò fino all’osso e lasciò sulla guancia del sacerdote un taglio ampio e slabbrato, da cui non uscì neanche una goccia di sangue.

Il prete lo guardò senza alcuna emozione, poi gli strappò la lama di mano e la gettò via in un angolo della celletta. Per un istante, Sheban credette che la sua vita si sarebbe estinta di lì a poco, nel sacello di un tempio desolato e denso di tenebre. E dopotutto quello sarebbe stato un destino migliore che venire consegnato al Grande Sacerdote…

Ma l’istante successivo un bagliore dorato scintillò alle spalle del prete e la lama dello stregone bianco affondò nella sua schiena. La morsa alla gola si allentò e Sheban ricadde a terra, tossendo mentre recuperava la propria arma. Il sacerdote di Moloch lo fissò per alcuni istanti, come senza capire, poi il suo sguardo si fece vacuo e una cataratta bianca gli discese sugli occhi.

Un istante dopo, il suo corpo si disfece e cadde a terra in un mucchio di cenere e ossa mezze combuste, mentre la cappa nera si adagiava sopra i suoi resti immondi.

Sheban si tappò il naso per non ispirare lo sbuffo di cenere, e si trovo faccia a faccia con l’uomo dal pugnale d’oro, che indossava ancora sul viso la maschera dello stesso prezioso metallo.

Quando lo stregone parlò, la sua voce rimbombò al di sotto di quell’artificio dorato e ne venne fuori vibrante e inconoscibile.

“Sheban figlio di Melkaton, Sheban Due Piastre, Sheban la Fenice…”

Il capitano si massaggiò il collo, ancora livido per la stretta del prete nero. “Sono Sheban, sì, sono un predone da due piastre e comando una nave chiamata Fenice. Cosa vuoi da me, stregone bianco? Chi sei? Quale avello ti ha rigettato?”

“Vieni con me…” replicò solamente la figura misteriosa. Poi si avvicinò al fondo della celletta e scrutò il muro nero che la chiudeva.

Vi erano delle mensole votive, lì attorno, tutte adornate con statuette di Moloch e di altri suoi figli e servitori: i Minotauri, i Cabiri, i Dioscuri e altri ancora. L’uomo dal pugnale d’oro sollevò dalle pieghe della cappa il braccio sinistro rivestito d’oro e con esso spezzò uno ad uno i simulacri di quei dei di morte, fiamme e orrore.

Poi, sempre sotto lo sguardo stupefatto di Sheban, aprì il palmo del guanto d’oro e rivelò un amuleto tondeggiante infisso al centro. L’uomo mormorò una qualche formula misteriosa e l’amuleto splendette per qualche istante, manifestando i contorni di un cartiglio di bagliore dorato nel piccolo sacello. Quando il cartiglio di luce fu completo e gli ideogrammi ieratici finirono di ardere nel buio, lo stregone appoggiò il palmo del guanto dorato alla parete e questa crollò miseramente al suolo, ridotta a blocchi sconnessi.

Dove un attimo prima c’era il muro, era adesso apparso un doppio fondo segreto, nascosto tra la parete interna e quella esterna del tempietto. Una scala discendeva nel sottosuolo, in un tenebroso passaggio di cui non si scorgevano che pochi scalini.

Lo stregone bianco discese silenzioso la scala, alla luce raggiante dell’amuleto che teneva nel palmo.

Sheban si guardò attorno, spazzò via con un calcio la cenere del prete e si affacciò dalle aperture del tempio, osservando la Città Alta da dietro le sue colonne. La Fenice era ancora lì, e alla luce della luna Sheban poteva adesso vedere i suoi compagni sul ponte, impegnati a scrutarsi attorno e mormorare tra loro.

Zanklios aveva compiuto quanto promesso. La sua unica via di fuga era lì ad attenderlo. La salvezza a un tiro di giavellotto.

Eppure Sheban Due Piastre sentì che le Moire avevano filato per lui un altro destino.

Scosse il capo e si maledisse, poi si infilò giù per il passaggio dietro lo stregone.

X

La scala scendeva nel cuore del sottosuolo di Tarsis, fino a quando i blocchi disposti dai costruttori non lasciarono il posto a un cunicolo scavato direttamente nella roccia, una pietra rossastra da cui colava costantemente un acquerugiola rugginosa.

Il passaggio sembrava un budello o l’accesso stesso all’Acheronte, appena rischiarato dall’amuleto dello stregone.

Per tutto il percorso, l’uomo ammantato tacque e si mosse senza produrre il minimo suono, tanto che Sheban temette più volte di trovarsi in compagnia di uno dei Lemuri dell’oltretomba.

Incrociarono diversi passaggi laterali, che affondavano come malvagie radici al di sotto dell’intera Città Alta, forandone il sottosuolo come i grandi vermi del dio degli inferi Axiokersos divorano le interiora della terra.

I passaggi terminavano tutti dinanzi a un portale di pietra spalancato. Vi era un’ombra all’interno, che si muoveva e agitava come un manto senziente di gelo e densa oscurità.

Istintivamente Sheban strinse la spada in pugno e si avvicinò allo stregone, nascondendosi alle sue spalle. Con gesti misurati, l’uomo dal mantello bianco elaborò a mezz’aria un nuovo cartiglio di luce, pronunciando formule ieratiche contro i terrori della notte, e l’ombra scomparve con uno stridio.

“Da qui in poi dovremo correre” disse l’uomo dal pugnale d’oro, da sotto la sua maschera. “Non devi fare nulla. Guarda solo quello che faccio io.”

Lo stregone si avviò a lunghi passi dentro il passaggio. Due preti neri sbucarono da delle alcove, come statue che si animassero all’improvviso. I movimenti dell’uomo dal pugnale d’oro furono rapidi, precisi e silenziosi. Saltò contro uno dei due sacerdoti e lo sferzò al viso con la sua lama dorata, accecandolo, poi si volse all’altro e lo caricò direttamente, schivando le sue mani protese per ghermirlo. Dal fianco, infilò il pugnale fin nel torace del secondo molochiano, riducendolo in cenere come il sacerdote del sacello. Infine, il misterioso combattente tornò ad assalire il primo dei preti. Lo gettò a terra con una spazzata rotante alle caviglie e lo pugnalò poi al cuore molte volte con la sua arma, fin quando sotto di lui non rimase che cenere.

Se non fosse stato per i gemiti e i versi gutturali dei sacerdoti, la scena sarebbe stata completamente silenziosa.

Proseguirono attraverso sale rischiarate da bracieri di bronzo, acri del fumo oleoso che ne emanava.

Gli occhi di Sheban iniziarono a lacrimare e lo sherdenita se li umettò più volte con la saliva.

Apparvero altri sacerdoti, intenti nelle loro litanie o nei loro offici, e lo stregone li colpì uno dopo l’altro, riducendoli in cenere.

I sotterranei del Grande Tempio di Moloch erano un luogo di morte e paura, non adatto ai vivi. Passarono accanto a una camera con al centro un enorme toro di bronzo, dotato di spuntoni, catene e di un braciere per ardere vive le vittime dentro il simulacro. Un’altra camera pareva invece un laboratorio artigiano, ma non erano vasi o statue quelle che vi dovevano venire realizzati. Vi erano pezzi di bronzo modellati come parti umane: teste, mani, arti, e larghe casse toraciche di metallo con dentro alloggiamenti per midolla e interiora. Poco oltre si imbatterono in una forgia vera e propria, nella quale quattro preti silenziosi martellavano ritmicamente su lastre di metallo nero, scaldato al rogo inesausto di una fornace rovente.

Lo stregone passò attraverso le camere e i corridoi di quei segreti avelli come un bianco lemure armato d’oro e abbatté uno dopo l’altro una dozzina di sacerdoti, riducendoli a mucchi di parti umane mal combuste.

Giunsero infine ai piedi di un’ampia scalinata.

“È ora che affrontiamo il nostro vero nemico” disse allora lo stregone. “Dopo di questo sarai libero. La sua morte distrarrà le guardie e i sacerdoti quanto basta per permetterti di lasciare Tarsis.”

“Sarò libero?” chiese stupito Sheban. “Stai facendo questo per me?”

La figura misteriosa si fermò e lo guardò. Sheban avrebbe potuto giurare che da dietro la maschera lo fissassero degli occhi bruni e che un sorriso si fosse formato su quel volto celato dall’oro.

“Non per te” fu la risposta. “Ma per la Necessità, che tuttavia ti coinvolge.”

“Non comprendo una parola di quello che vuoi dire, stregone” ammise Sheban. “Chi sei? E chi è il nostro nemico?”

“Sono una pedina delle Moire, come tutti noi, e combatto devotamente contro l’orrenda progenie di Moloch. La vostra città è lontana dalla luce del sole e in essa si cela il culto del Dio Nero, come una malerba che infesta l’intera vostra isola. Stanotte strapperemo via un po’ di questa erbaccia e daremo il via a nuovi e intricati eventi.”

“Il Tempio di Moloch tiene unita Tarsis” replicò Sheban. “Senza il pugno di ferro del Grande Sacerdote, i Nove Re finiranno in breve tempo per farsi una guerra che distruggerà la città e l’intera alleanza.”

“L’Alleanza e Tarsis non sono di mio interesse” ribatté l’altro, perentorio. “Io sono l’inviato del Sole, e lavoro per distruggere le Tenebre. Il destino degli uomini comuni è materia che attiene solo a loro e alle Moire. Chi si trattiene dal compiere una cosa giusta per paura della reazione degli iniqui è un vile e non merita che il sole si posi su di lui al mattino.”

“Parli delle Moire e della Necessità” lo interruppe ancora Sheban. “Ma esse non sono infallibili, né il destino è già scritto. Oggi stesso ho interrogato una profetessa sul tuo conto. Ed ella mi ha detto che ti avrei incontrato al Grande Tempio, ma allo stesso tempo che non esiste nessun uomo dal pugnale d’oro! Come vedi il blaterare delle profezie è privo di senso.”

Di nuovo, Sheban intuì che quell’uomo misterioso stava sorridendo. Un istante dopo, lo stregone bianco si tolse la maschera dorata. Dietro di essa apparve un volto ben noto a Sheban.

“La profetessa non ha sbagliato” disse il barbiere di bordo della Fenice, mai così bello e raggiante come adesso.

“Kiyon?” esclamò allibito lo sherdenita. “Ma cosa significa? E perché dici di non esistere? Sei tu un dio o un’apparizione?”

“No capitano” rispose la pedina delle Moire, scuotendo il capo e rimettendosi la maschera d’oro sul viso. “Non esiste nessun uomo dal pugnale d’oro. Io sono una donna! E il mio nome è Kiya…”

XI

“Kiya…” continuò stupito il predone. “Ma che magia è mai questa? E che senso ha tutto quello che hai fatto? Perché travestirti da uomo, perché uccidere Ormenos?”

“Mi dispiace di averti dovuto ingannare” rispose la donna, con la voce nuovamente celata dalla maschera. “Non mi avresti mai presa a bordo come donna, e non è facile per uno straniero del Regno del Sole entrare a Tarsis o aggirarsi per la Città Alta senza dover uccidere ad ogni passo. Ho usato allora un cartiglio di illusione per sembrare un uomo e farmi accettare sulla tua nave. Neppure il sacerdote della Fortezza è stato in grado di penetrare i miei incantesimi. Quando poi ho capito che Ormenos ti avrebbe fatto fuori, sono corsa a levarlo di mezzo prima che lo raggiungessi, senza notare che i suoi sicari ti attendevano per strada. A quel punto, saputo da Zanklios del tuo piano per fuggire con la Fenice, ho atteso che la nave venisse ormeggiata ai moli della Città Alta e finalmente mi sono ritrovata esattamente dove volevo essere. Lì mi hai incontrata, mentre cercavo un accesso al Grande Tempio che non passasse dal suo ingresso principale, protetto dallo stesso Moloch. E lì ho capito che le Moire ti avevano messo sul mio cammino per aiutarmi. Adesso andiamo, ormai la nostra presenza è nota al padrone di questo luogo ed egli già ci attende.”

Così dicendo, la figura ammantata di bianco si volse e riprese la sua missione e Sheban si incamminò dietro di lei.

L’ampia scalinata conduceva in alto verso il cuore del santuario. Kiya e Sheban attraversarono a grandi passi la sala principale del Grande Tempio, dove i primogeniti di Tarsis venivano passati per il fuoco della Fornace e morivano urlando tra orrende sofferenze, con in viso il riso sardonico provocato dalle contratture della morte.

La statua del Dio Nero era alta come una torre, le sue membra quelle di uno dei giganti del mondo antico. Anche a quell’ora della notte le fiamme covavano nelle sue fauci di toro e baluginavano rossastre dai suoi occhi, rischiarando le sue membra deformi con luci tremolanti di una tonalità sanguigna.

Kiya guidò Sheban attraverso la grande sala fino a una doppia porta di bronzo. I rilievi sul portale raffiguravano i Gemelli, intenti a sgozzare e sacrificare i nemici del loro oscuro padre e circondati da una corte di festanti Cabiri, dei di metallo e fuoco liquido che provenivano dagli abissi fiammeggianti del mondo.

I due intrusi del Grande Tempio spalancarono il portale con un rombo e si ritrovarono nell’Adito, il centro proibito del santuario. Era una sala grande la metà della precedente, con il tetto sorretto da dodici pilastri neri in foggia di minotauri, inginocchiati a reggere il peso della trabeazione.

In fondo alla sala, assiso su un seggio di pietra ricoperto di panni scarlatti, vi era il Grande Sacerdote di Tarsis, ricoperto da una cappa e da un cappuccio, entrambi neri con riflessi cremisi.

“Chi siete voi che osate profanare la Casa del Re dei Due Mondi, Maestro del Fuoco Profondo?”

“Chi profana un luogo abominevole, vi viene invero a portare benedizione” rispose Kiya da sotto la sua maschera d’oro.

“Empio!” urlò l’uomo velato, sollevandosi in piedi e discendendo le scale del seggio verso di loro. Al di sotto della veste fluente, il sacerdote pareva rivestito di un’armatura di metallo. Il prete mise la mano dietro la schiena ed estrasse dalla cintura una sferza di losanghe di ferro, incatenate insieme come una frusta lunga venti braccia. Quando diede la prima staffilata a mezz’aria, con l’esercizio di una forza innaturale, l’arma mostruosa del Grande Sacerdote si accese di vive fiamme rossastre.

Kiya non attese altro e proiettò dinanzi a sé un altro cartiglio di luce. Di colpo, il bagliore dorato del sole investì la camera proibita del tempio e ne dissipò le ombre. Ma l’incantesimo durò pochi istanti. La sferza infuocata si abbatté contro la devota del Dio Sole e il rosso vivo delle fiamme tramutò nuovamente la sala in un inferno di tenebre e luce sanguigna.

Kiya spiccò un balzo silenzioso, portandosi in alto fuori dalla traiettoria della frusta. Quell’arma sovrumana si avviluppò a uno dei minotauri di pietra, poi il sacerdote fletté il braccio e tirò indietro la frusta, che spaccò in cento pezzi la statua e proiettò tutto intorno una pioggia di schegge.

Sheban si rifugiò dietro un altro pilastro e strinse convulsamente la sua spada. Di fronte alle armi dei due combattenti, la lama di bronzo di Zanklios che tanto aveva apprezzato poco prima sembrava adesso un’innocua spada di legno, come quelle che si danno ai bambini per farli giocare alla guerra.

Il combattimento continuò per un tempo che pareva interminabile. Il Grande Sacerdote vibrava colpi del suo scudiscio di ferro nero per tutta la sala, sferzando l’aria e abbattendo colonne e bassorilievi tutto intorno a sé, mentre utilizzava la gittata dell’arma per tenere lontana la sacra assassina. Questa a sua volta, pur non riuscendo a raggiungerlo, non smetteva di volare a mezz’aria e rotolare al suolo, evitando ogni volta per un soffio i colpi che le venivano scagliati contro.

Attirati dal fragore del combattimento, una torma di preti neri si affacciò nell’Adito e si fermò a guardare la scena, con espressioni vuote sui musi pallidi e cadenti, tenendosene tuttavia a debita distanza.

La sferza fiammeggiante si abbatté per l’ennesima volta contro Kiya. Stavolta la strega khemita decise di non schivare il colpo, e afferrò la frusta con il braccio ricoperto d’oro. L’arma le si avvolse più volte attorno al bracciale, e l’inviata del Sole ne afferrò un capo. Ancora una volta la donna pronunciò i gerologhi dei suoi incantesimi solari e l’arto d’oro le si accese di nuovo fulgore, mentre le fiamme dell’arma di ferro del Grande Sacerdote parevano quasi ritrarsi. Con un’ultima parola di potere, l’incantesimo ieratico fu completato e il fuoco rossastro che covava al interno della catena di ferro venne scagliato all’indietro. Le fiamme investirono il molochiano come un’onda di marea e accesero le sue vesti in un rogo del colore del sangue.

Ancora avvinghiata per il braccio alla frusta, Kiya si avvolse rapida attorno alla catena con tutto il proprio corpo, avvicinandosi all’avversario come un coccodrillo che si rotola nelle acque. Poi, quando fu giunta a ridosso del proprio nemico, infilò con tutta la sua forza il pugnale d’oro nel suo petto ancora in preda al rogo, e attese che finalmente questi si dissolvesse in cenere.

Ma il Grande Sacerdote di Moloch non era un uomo. E non morì.

XII

Le fiamme finirono di consumare i paramenti neri e cremisi del Grande Sacerdote, rivelando un corpo composto di strane placche simili a metallo vivente, che ne coprivano le membra come una pelle abominevole. Al di sotto di esse, attraverso parti apparentemente più molli e viscose, si scorgevano bagliori rossastri che scorrevano su e giù lungo il tronco e gli arti, come flussi di sangue luminoso che un qualche cuore inumano spingeva avanti e indietro senza sosta. Una volta bruciato il cappuccio, la sua stessa testa si rivelò essere un mosaico di quelle placche innaturali, con le diverse parti che potevano muoversi l’una sopra l’altra per dare espressione ai suoi gesti.

Kiya gemette per la sorpresa. “Un Cabiro!”

Il dio si liberò degli ultimi stracci fiammeggianti che ardevano sul suo corpo e scagliò una testata contro il viso della combattente. La maschera d’oro si ammaccò e deformò, e una gran quantità di sangue prese a scorrere dalle sue pieghe. Kiya se la tolse con spasmi di dolore e la gettò via, il volto insanguinato e ferito in più punti.

Il Cabiro strinse a sé la cinghia di ferro che intrappolava il braccio della donna e con un movimento secco glielo spezzò. Kiya gridò di dolore e fece per accasciarsi al suolo, ormai ridotta a una vittima inerme in balia di un dio oscuro provenienti dai recessi del mondo.

Ma il Grande Sacerdote di Moloch non glielo consentì. La sua mano sinistra, un artiglio di placche affilate, speroni e spuntoni, si infilò come una lama nel ventre della strega bianca, lacerò le vesti e la sottile lamina d’oro che vi era al di sotto e fece scempio delle sue interiora.

Kiya provò a gridare nuovamente, ma l’unica cosa che le uscì dalle labbra fu un rigurgito di sangue che quasi la soffocò.

Fu allora che Sheban colpì. La spada di Zanklios compì un arco orizzontale con la massima forza di cui il predone fosse capace e si abbatté sullo strano collo viscoso del Cabiro, nel punto in cui le placche della testa e quelle delle spalle si distanziavano per permetterne il movimento.

La lama falcata del kopesh affondò in quella carne gommosa senza trovare ossa all’interno che la fermassero e mozzò il capo della creatura in un unico colpo, fuoriuscendo dall’altro lato mentre la testa rotolava via sul nero pavimento del santuario.

“Ecco il mio tributo al Tempio” esclamò Sheban. “Sono certo che sia commisurato.”

Il corpo inerte del cabiro parve riuscire per un attimo a sopravvivere a quella letale mutilazione, e Sheban temette che il dio si sarebbe voltato e l’avrebbe strangolato con quelle mani di ferro vivo. Ma nulla di tutto questo accadde… Dal collo mozzato schizzarono per ogni dove lapilli di liquido rossastro, che bruciarono sfrigolando tutto quello che toccarono, come fossero di lava incandescente. Un attimo dopo, il corpo si abbatté al suolo con un clangore metallico e tutta la lava che scorreva al suo interno si riversò ai piedi di uno dei minotauri di pietra che reggevano il soffitto, iniziando a scioglierne la base.

La stessa spada che lo aveva ucciso, imbrattata di quel sangue di fuoco, divenne incandescente in pochi istanti e si piegò su se stessa, rovinata. Sheban la gettò via e corse verso Kiya.

Incurante degli altri sacerdoti a poca distanza e della lava che stava sciogliendo le statue dei minotauri, il predone trascinò il corpo della khemita poco discosto e cercò di rianimarla.

Adesso gli inganni delle espressioni e quelli della magia del Sole erano venuti a mancare, e quella che un tempo si era spacciata per il barbiere di bordo della Fenice appariva ora in viso inequivocabilmente come una donna, peraltro bella di una grazia sovrumana, seppure deturpata dai colpi del cabiro.

Kiya emise un rantolo soffocato e vomitò altro sangue. Poi finalmente il suo sguardo tornò lucido e si volse verso Sheban. Abbandonò con un tintinnio la sua arma al suolo e alzò la mano destra, accarezzando il viso dello sherdenita.

“O, capitano…” disse con voce rotta ma ancora melodiosa. “Prendi il Pugnale del Sole e continua la mia opera. Come vedi, le profezie non sbagliano mai. Qui, nei recessi del Grande Tempio hai incontrato l’uomo dal pugnale d’oro. Quell’uomo sei tu.”

“Ma perché hai fatto tutto questo? E che triste peso mi stai chiedendo di portare, con questo pugnale e questa tua folle missione, sul lugubre cammino già tracciato dalle Moire?”

“Tutti i cammini sono tracciati dalle Moire, ma come percorrerli dipende da noi. Se ho imparato a conoscerti, sulla Fenice, so che lo farai a testa alta, con una parte di coraggio, una di sbruffonaggine e una di follia. Alle Moire tu piaci e ti porteranno lontano…” un tremito squassò il corpo di Kiya e il suo pallore divenne cadaverico. Rigurgitò altro sangue, che si sparse sul suo petto.

“…ma nel regno del grande mistero io ci andrò prima di te. Accoglimi o Sole!”

A quelle ultime parole, i tremiti cessarono e il corpo della donna esalò il suo ultimo rantolo, abbandonandosi infine senza vita tra le braccia del predone.

I sacerdoti di Moloch si stavano avvicinando e due di loro si lanciarono addosso a Sheban, con le orride mani nude protese in avanti. Un lampo d’oro guizzò due volte in quella stanza tenebrosa e i due preti neri caddero al suolo, ridotti in cenere.

Sheban si alzò, sollevando il corpo di Kiya tra le braccia. In quel momento la lava fuoriuscita dal corpo del cabiro spaccò uno dei pilastri scolpiti in foggia di minotauro e lo fece crollare al suolo. Una grossa crepa si aprì sul soffitto del tempio e una spessa nube di polvere riempì l’Adito.

Sheban si guardò attorno e osservò il gruppo indistinto dei sacerdoti. Uno di essi si fece avanti e lo fissò a sua volta. Sheban provò una strana sensazione, come se già lo conoscesse. Il molochiano alzò una mano e fermò i suoi compagni, e tutti insieme rimasero a scrutare lo sherdenita in silenzio, mentre questi afferrava una lampada e rifaceva a ritroso il cammino mostratogli all’andata da Kiya.

XIII

Con il corpo della strega bianca sempre in braccio e la lampada poggiata sul suo petto, Sheban Due Piastre trovò la via del sacello di Moloch da cui era entrato nel Tempio ed emerse sui moli a un tiro di giavellotto dalla Fenice.

Era quasi l’alba e tutti i suoi uomini erano a bordo, ad attenderlo sul ponte della galea. Quando lo vide arrivare, Buwawa il Possente iniziò a lanciare gli ordini di partenza, prendendo a pedate i più lenti tra i predoni, cani qual erano…

Suo fratello Paris lo aspettava sul molo, altezzoso e severo come sempre. Lo raggiunse a grandi passi e guardò il corpo della donna in braccio al fratellastro, il pugnale d’oro e l’espressione sul suo viso. In cima alla Città Alta, intanto, il tempio di Moloch si stava illuminando a giorno e le fiamme degli occhi del grande toro parevano ardere come roghi di sangue, spandendo la furia del dio sull’intera città. I grandi corni risuonarono nella notte con la loro nota lugubre, chiamando a raccolta tutte le guardie.

“Non voglio sapere nulla” gli disse Paris scuotendo il capo. “Dammi solo una botta in testa e prenditi la Fenice. Filatevela prima che tutti i predoni del mare vengano a cercarvi per farvi la pelle…”

Il colpo fece sobbalzare persino Paris, che si girò a guardare con odio chi glielo aveva inferto e poi cadde in terra fingendosi svenuto.

“Ho pensato di sveltire le cose…” disse la voce allegra di Zanklios, spuntando alle loro spalle. “Adesso, capitano, è davvero tempo di seguire il consiglio di tuo fratello e togliersi subito di torno…”

E così, mentre in cielo appariva l’aurora dalle dita di rosa, la Fenice lasciò gli ormeggi della Città Alta. Prima che i Re del Mare accorressero al tempio e scoprissero della morte del Grande Sacerdote, la tricontera aveva già disceso il Forco ed era uscita in mare aperto, lasciandosi alle spalle le nere galee della Fortezza.

Sheban Due Piastre sapeva fare solo due cose, tirar coltellate e andar per mare. Era il momento di dimostrare il suo valore nella seconda di esse!

A metà del mattino, quando ormai Tarsis era svanita alle loro spalle, Sheban portò il corpo di Kiya sul quadrato di poppa e lasciò che il sole la baciasse sul corpo nudo. Poi Buwawa disse alcune parole sacre a Nereos, il Vecchio del Mare, e la donna che era stata un tempo loro compagno venne rilasciata ai flutti.

“La rotta, capitano?” chiese Zanklios, mentre tutti i predoni attendevano sul ponte.

Alla calda luce di quel giorno d’estate, Sheban osservò finalmente lo splendido pugnale e il bracciale incantato che erano stati di Kiya, e silenzioso si diresse a prua, con lo sguardo rivolto a levante.

E mentre i suoi compagni aspettavano la risposta, la Fenice continuava a scivolare veloce tra i flutti, come uno splendido uccello acquatico che solcasse quel mare colore del vino.

FINE