LOST TALES: Sword & Sorcery. Il primo numero del digipulp magazine di Letterelettriche casa editrice

36325471_2147699951912949_1370591117183025152_nVi segnaliamo (e consigliamo) il primo numero del digipulp magazine LOST TALES: Sword And Sorcery pubblicato dall’editore Letterelettriche.

In questo numero DISPONIBILE ANCHE SU AMAZON, troverete “La città della gemma”, un lungo racconto di Lin Carter datato 1975, per la prima volta tradotto e pubblicato in Italia, e un saggio in cui Obsidian Mirror ci svelerà alcuni aspetti particolarmente oscuri e Weird di questo autore.

Ma ci saranno anche tre racconti scritti per Lost Tales da autori italiani, che danno nuove direzioni alla fantasia eroica, lavorando intorno al concetto di antieroe: “I viaggi di Annone” di Andrea Berneschi, “La chimère” di Federica Soprani e “La latrina del diavolo” di Emanuele Corsi.

Vincenzo Pratticò – Artworks, autore della splendida cover realizzata appositamente per Lost Tales: Sword and Sorcery ci svelerà passo a passo i segreti della sua arte.

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«Ah, ragazzo, era la primavera dell’anno del Regno dell’Uomo quattro nove sette uno quando sono venuto in queste terre con quella carovana… per duemila anni ho dimorato in questo dannato paradiso al di là della portata del Tempo!»
«Dèi! Può tutto questo essere vero?» borbottò Thongor.
Yllimdus sospirò: «Tutto è fin troppo vero, ragazzo. Qui non possiamo mai morire. Oh, nel corso dei secoli ho pregato di morire… ma qui siamo al di là della mano della Morte… e al di là del potere degli stessi Diciannove Dèi.»
«Questo stregone, questo Zazamanc» chiese il ragazzo, «cosa ne farà di me?»
Una vaga eco di orrore filtrò nella voce gentile del vecchio.
«Lui… giocherà»

 

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Uomini che combattono furiosamente sul ponte di una nave, spada contro remo, pugno contro pugno. Siamo sulla Bella Karalis, una delle pentecontere più grandi della flotta di Annone, il nobile cartaginese mio omonimo che ha avuto l’ardire di inoltrarsi nelle terre del Sud, dove nessun uomo è mai stato prima. Sopra di me il cielo è color piombo. Vedo gli schiavi che si danno da fare per liberarsi a vicenda dalle catene. Sono stato uno dei primi a togliermele, e questo non è un caso: tra le teste calde che hanno organizzato l’ammutinamento ci sono anche io. Osservo gli anelli di bronzo nelle mie mani: pochi minuti fa quegli oggetti mi negavano la libertà, condizionavano la mia vita. Adesso li possiedo, e posso decidere io stesso che uso farne. Quando mi passa vicino Baalyaton, il forsennato suonatore di tamburo che ho sempre considerato come un nemico personale, glieli stringo attorno al collo adiposo. Strabuzza gli occhi; la sua pelle si fa colore della cenere. Mentre muore mi guarda con un’espressione buffa, quasi comica.

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Erano rimasti tre uomini dei sei che l’avevano aggredita, se uomini si potevano definire quelle creature dal sembiante mutevole. Perché, mentre cercavano di fronteggiare l’attacco del cavaliere misterioso, i loro volti seguitavano a cambiare, a contorcersi in ghigni spaventosi, le bocca aperte a snudare zanne acuminate, gli occhi vibranti di barbagli sulfurei. Demoni, demoni infernali, ma chi dava loro battaglia non aveva certo un aspetto più rassicurante, no davvero… Il suo viso era una maschera grottesca, il risultato di un errore di Dio, o forse del demonio. Era come se due volti fossero stati cuciti insieme per crearne uno solo, due volti così difformi che, a seconda dal lato che il cavaliere mostrava, la ragazza aveva l’impressione di guardare due persone diverse.

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Il sermone del prete si fa gracchiante e fastidioso come il verso di una cornacchia, e mi sa che mi devo decidere perché siamo agli sgoccioli: ha impugnato a due mani quella che dev’essere la lama sacrificale, e sarà uno scherzo delle torce ma i suoi occhi da quassù sembrano mandare lampi rossastri, e non ho capito bene quale demonio dei miei stivali stanno cercando di compiacere, ma dev’essere uno con un metro di pelo sullo stomaco, se vuole papparsi due ragazze che non fanno manco quarant’anni in due e che, aprite gli orecchi, col cavolo che sono vergini.
D’altronde non fai razzia nel bordello di Ma’ Santina se vuoi le vergini.

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