L’ORRORE VOLANTE di Paolo Motta

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Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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L’ORRORE VOLANTE

di Paolo Motta

 

Quella mattina nel villaggio di Ofir l’alba ebbe veramente un colore rosso sangue. Dal cielo piombarono fiammate sui tetti di paglia della case, ma non era un drago a sputarle: una massa nera e bulbosa si agitava come una meteora impazzita sopra Ofir, trascinandosi dietro una chioma di tentacoli. Ogni tanto delle fessure simili a oscene bocche si aprivano qua e là nel corpo bitorzoluto dell’essere e lanciavano lingue di fuoco verso le case, mentre i contadini ofiresi fuggivano qua e là urlando di terrore. Alcuni villici cercarono maldestramente di spegnere gli incendi con secchiate d’acqua, ma si trovarono loro stessi investiti dal fuoco che calava dall’alto. In breve di loro non rimasero che degli scheletri infuocati che caddero a terra.

Questo spettacolo mi trovai davanti agli occhi, quando la mia padrona, la ladra Innara, mi mandò a perlustrare il luogo da cui provenivano gli spaventosi rumori che avevano svegliato di soprassalto lei e la sua amica, Mara la strega-guerriera.

“Quando mai abbiamo deciso di attraversare i Monti Novissimi” borbottava Innara, mentre io le inviavo telepaticamente le immagini di quanto vedevo. “Una volta c’è una banda di briganti che vuole derubarci, un’altra una tribù di troll sul piede di guerra, un’altra ancora quei giganti a due teste creati dalle razionalizzazioni.”

“Si chiamano radiazioni, testa di rapa!” si intromise Mara. “Te l’avevo già spiegato che dopo il Grande Disastro, quando i continenti chiamati Europa e America si sono scontrati, creando i Monti Novissimi…

“Mi ricordo la lezione.” la interruppe la ladra. “Americani e europei si sono scannati a vicenda con tutte le loro strane armi e questo posto è diventato una terra selvaggia e primitiva. E io che pensavo di essere in un posto senza guardie che ti inseguono e senza gilde di ladri a cui versare una percentuale dei tuoi bottini.”

“E io che mi lascio ancora trascinare da queste tue brillanti idee… Comunque cosa vede il tuo falcone?” tagliò corto la strega-guerriera.

“Il mio Belthor mi sta mostrando un villaggio attaccato da una patata-piovra volante.” spiegò Innara.

“Una cosa?” chiese Mara che pensava già ad uno scherzo della sua amica

“Sì, una specie di grosse tubero volante e che sputa fuoco come fosse un drago.” puntualizzò Innara.

“Deve essere una creatura evocata dai Mondi Alteri. Dobbiamo intervenire!”

“E questo chi lo dice? Mi pareva di essere stata chiara che io combatto solo dietro compenso economico.”

“Venale come al solito… Io vado, tu puoi aspettarmi qui”

In quel momento trasmisi a Innara l’immagine di un bambino piangente in mezzo a Ofir in fiamme. La ladra impugnò la spada e si mise subito a seguire Mara.

“E va bene, aiuterò anch’io quei bifolchi! Ma che non diventi un’abitudine!” esclamò, sforzandosi di simulare una voce seccata.

Io, nel frattempo, mi ero appoggiato su un ramo per osservare il mostro. Tutto nella mia natura mi diceva di fuggire. Per noi falchi l’istinto di sopravvivenza viene prima di ogni altra cosa, ma qualcosa mi impediva di andarmene. Continuavo quindi a guardare cosa succedeva a quel povero villaggio circondato da una foresta di conifere, con le case fatte di tronchi e i tetti paglia. Di sicuro chi aveva costruito Ofir non si era curato del problema di attacchi incendiari ed ora i suoi cittadini erano in balia del mostro.

Fui sollevato quando vidi arrivare la mia padrona. Innara subito incoccò una freccia nel suo arco e la scagliò verso la creatura tentacolare. Il dardo dalla punta intrisa con il veleno del serpente Zathà trafisse l’essere in una delle sue bocche. La creatura lanciò uno stridio simile ad un grido di dolore. Pensai che fosse stata ferita, poi la bocca cominciò a masticare rumorosamente il legno della freccia.

Mara, intanto, alzò le braccia verso l’alto, gridando “ Dea Lag-Nilda dammi il potere di contrastare questo immondo demonio!” Il cielo subito si oscurò. Ci fu un lampo improvviso. Una saetta con un rumore assordante colpì la creatura. Innara, a quel punto, scoccò un altro dardo. Stavolta il mostro sembrò patire veramente il dolore. Mara alzò nuovamente le braccia per invocare un nuovo fulmine, ma il demone dei Mondi Alteri si allontanò, quasi temesse i poteri della strega-guerriera.

Fu allora che apparve un mostro ancora più grande, anch’esso aveva un corpo bitorzoluto, ma al posto dei tentacoli due ali membranosi che battevano l’aria. La cosa più sorprendente era che sopra questo nuovo demonio stava in piedi una donna con una lucente armatura argentata e dai capelli neri raccolti sopra la testa in una lunga coda di cavallo. La donna agitò nell’aria mano sinistra qualcosa di lucente che stringeva nella mano sinistra, ma da lontano non si riusciva a capire cosa fosse. Forse voleva solo attirare l’attenzione dei sottostanti, poiché subito dopo si udì una voce incredibilmente chiara e limpida nonostante la distanza.

“Per oggi avete vinto voi, ma domani dovrete acconsentire alle mie richieste…” la donna fece una pausa molto teatrale e poi aggiunse: “…o morirete tutti!”

Subito dopo la sconosciuta e la sua satanica cavalcatura si voltarono su sé stesse e sparirono verso l’orizzonte a gran velocità, mentre il mostro tentacolare che aveva attaccato Ofir li seguiva come fosse un cagnolino.

Gli ofiresi circondarono Mara e Innara. Sulle loro facce si poteva leggere un misto di entusiasmo per lo scampato pericolo e di paura per il futuro. Era raro inoltre per dei contadini di quella sperduta regione vedere due guerriere e per giunta dall’aspetto così dissimile l’una dall’altra: Innara, la mia padrona, era bassa, con vispi occhi marroni, capelli scuri, tagliati cortissimi e teneva il suo corpo florido inguainato in un corpetto di cuoio nero; Mara, invece, era alta con capelli rossi e occhi verdi dallo sguardo profondo e portava il lungo abito verde, bordato di giallo e aperto sulle gambe sinuose, tipico delle sacerdotesse di Lag-Nilda, le famose streghe-guerriere. Per questo gli ofiresi sembravano indecisi se festeggiare le loro salvatrici o fuggire spaventati. Un uomo barbuto e robusto, dalle sopracciglia cespugliose si fece avanti tra la folla.

“Sono Enneman, il borgomastro.” disse il nuovo venuto. “A nome di tutta Ofir voglio ringraziarvi per il vostro intervento.”

“Non ci servono i ringraziamenti, vogliamo essere pagate!” sbottò Innara, beccandosi una gomitata da Mara.

“La mia amica intendeva dire che noi abbiamo fatto solo il nostro dovere.” la corresse la strega-guerriera con un sorriso che intendeva dissipare ogni possibile dubbio sulla moralità delle due avventuriere. “Ma ditemi avete idea di chi era quella donna? Deve possedere grandi poteri per aver evocato dei demoni dei Mondi Alteri contro di voi.”

“Quella è Astrid, una negromante che si è data ai commerci con le forze infernali. In passato chiedeva che le pagassimo un tributo, ma quest’anno il raccolto è andato male.”

“Hai sentito? Sono più squattrinati di noi. Ci conviene andarcene.” sussurrò Innara all’orecchio della strega-guerriera, la quale non sembrò darle retta, continuando a rivolgersi al borgomastro.

“E quindi ha deciso di mandarvi contro quel mostro, immagino.” proseguì Mara

“Lei vuole distruggere il nostro villaggio e ucciderci tutti per donare le nostre anime al suo signore, Belial, il Duca degli Inferi.” Enneman si interruppe come avesse un nodo alla gola, quindi aggiunse “…ed in un precedente attacco lo ha già fatto con la mia unica figlia.”

“Non dovete temere, messere, basta che ci indicate dove si trova il covo di Astrid e vendicheremo vostra figlia.” disse Mara, mentre la mia padrona le lanciava un’occhiata che avrebbe fulminato persino un gigante dagli altipiani di Rhodens.

“Io e il mio villaggio siamo doppiamente in debito con voi. Accettate di restare nostre ospiti almeno per oggi. Se foste stati due uomini anziché due fanciulle, avremmo potuto offrirvi oltre a vitto e alloggio anche un po’ di intrattenimento” spiegò Enneman, indicando un gruppo di giovani contadine dalle scollature particolarmente generose.

“Accettiamo ugualmente!” gridò Innara che, al veder le ragazze, era divenuta all’improvviso più accondiscendente verso gli ofiresi.

Quel pomeriggio io andai a caccia di conigli nella foresta. Dopo averne spolpato una bello grasso, me ne tornai a Ofir, dove i contadini stavano facendo grande festa per Innara e Mara. Nella piazza principale del villaggio era stato imbandito un lungo tavolo rettangolare con ogni vettovaglia che gli dei potessero servire. La strega-guerriera era stata messa a capotavola con Innara alla sua destra. La mia padrona stava mangiando per cinque, servita da due bionde, mentre Mara affettava la carne con fare più garbato e ogni tanto mesceva del sidro, bevendolo a piccoli sorsi come fosse ad una degustazione di aromi. Ad un certo punto una mora si sedette al fianco sinistro della strega-guerriera.

“Il mio nome è Lag-Nilda come la dea dell’amore e della fecondità.” disse la nuova venuta, aggiustandosi voluttuosamente i lunghi capelli corvini che le scendevano lungo il viso.

“E’ proprio la dea che io servo.” osservò Mara, rivolgendole un sorriso amichevole, quindi indicò il medaglione d’oro e smeraldo che portava al collo. “Vedi, quando noi streghe-guerriere veniamo iniziate al suo culto, riceviamo questo e le vesti con i suoi colori sacri, verde e giallo.”

“E’ vero che per la dea voi fate orge rituali? Io sarei molto disponibile a parteciparvi.” domandò con entusiasmo Lag-Nilda, senza mostrare la minima vergogna.

“Non correre troppo! Mi sembri troppo giovane per il culto e poi non so se i tuoi genitori approverebbero.” osservò la strega.

“Non ti preoccupare, Mara.” intervenne Innara con la bocca piena della carne di tacchino che aveva appena addentato. “Nella vita bisogna cogliere certe occasioni.”

“Senti, senti… non eri tu che fino a poco tempo fa mi criticavi la mia passione per le fanciulle?” replicò Mara. “Mi sembra che ora hai abbracciato il mio stile di vita…”

“Io non ho abbracciato un bel niente! E’ solo che le donne sono più brave a cucinare e servire a tavola degli uomini. Lo sanno tutti!” ribatté stizzita Innara.

“Detto da una donna che non si è mai avvicinata ad un fornello in vita sua…” concluse la strega-guerriera con un sorriso sprezzante.

“Ma noi siamo contente di servire a tavola.” intervenne Lag-Nilda. “Noi donne ofiresi facciamo sempre tutto quello che i nostri padri e mariti ci chiedono. Anzi il mio sposo voleva sapere se voleste divertirvi con noi questa notte.”

“Se lui è carino, se ne può discutere.” disse Innara, ma la sua amica le affibbiò una scapalcione sulla nuca.

“La mia amica stava scherzando. Tu hai già un marito alla tua età? Quanti anni hai?” fece Mara, ormai seria.

“Sedici, ma lui ne ha quaranta. Mio padre aveva un vecchio debito da saldare con lui. Sapete come vanno queste cose…” rispose Lag-Nilda con noncuranza.

“E ti sembra normale che i vostri uomini vi usino come merce di scambio?” sbottò Mara che per la furia si alzò in piedi.

Tutti i commensali si voltarono verso di loro e il borgomastro accorse per sapere cosa stava succedendo.

“Non ho intenzione di rimanere in questo villaggio, dove è ancora viva la schiavitù verso le donne!” gridò la strega-guerriera.

“Ascoltatemi, madamigella, il nostro modo di vivere qui a Occidente è diverso dalle zone orientali da dove provenite voi. Non abbiamo veri e propri schiavi, ma riteniamo che ci siano persone atte a comandare ed altre a servire.” Vedendo che il suo tono conciliante non sortiva alcun effetto, Enneman ammise mestamente: “Ovviamente ci sono delle eccezioni, ma in genere per le nostre usanze sono le femmine a servire i maschi.”

Le facce di tutti i contadini, uomini e donne, erano sbiancate. Temevano che Mara li avrebbe lasciati in balia di Astrid, ma l’amica della mia padrona rispose seccamente:

“Non mi piace il vostro modo di vivere, però non posso lasciarvi in balia di una negromante e dei suoi mostri. Comunque una volta sconfitta Astrid, io e Innara che ne andremo immediatamente da Ofir.”

Detto questo, Mara se ne andò dalla tavola diretta alla capanna che il borgomastro le aveva assegnato come alloggio per la notte. La mia padrona si limitò a sbuffare e a stringersi nelle spalle. In fondo a Innara interessava solo ciò che poteva procurarle un profitto e la proposta di Lag-Nilda, sotto sotto, un po’ l’allettava.

Mara stava dormendo, quando io sbattei le ali contro la finestra della sua stanza. Dovevo assolutamente svegliarla. Alla fine aprì le ante, ancora mezza addormentata e si stupì molto di vedermi. Io svolazzai per la stanza, mentre lei, quasi noncurante, si aggiustava il suo abito da sacerdotessa Non avevo con lei il legame telepatico che avevo invece con la mia padrona e non sapevo come comunicarle il pericolo imminente. Provai a tirarla per i capelli, ma ottenni solo di farla adirare.

“Si può sapere cosa ti prende, Belthor?” gridò, allontanandomi con una manata. “E’ successo qualcosa a Innara?”

Non fece in tempo a finire la frase che la porta si spalancò ed entrò la mia padrona armata di un pugnale.

“Eccoti qua, il tuo falcone deve essere impazzito.” berciò Mara, volandosi verso di lei.

Subito Innara si scagliò contro di lei per trafiggerla. Per fortuna la strega-guerriera aveva ottimi riflessi e riuscì a schivarla, mentre unendo le mani, colpì la mia padrona sulla schiena. La ladra cadde a terra, ma con una sforbiciata di gambe colpì i piedi di Mara, facendo cadere anche lei. Le due guerriere si avvinghiarono in un corpo a copro mortale. Innara cercò di colpire un occhio di Mara con il pugnale , ma lei riuscì con un colpo di reni a rovesciare la ladra e ad infilarle un braccio attorno al collo. La strega strinse la gola della mia padrona, finché questa non svenne.

A quel punto Mara si alzò e, dopo aver asciugato il sudore che le imperlava la fronte, mi guardò con occhi che volevano essere freddi ed invece tradivano preoccupazione.

“Volevi mettermi in guardia da Innara…” disse e dopo una pausa aggiunse. “Non eri diventato matto tu ma lei. Si può sapere cosa le è capitato?”

Eccoci di nuovo al problema che non potevo comunicare con Mara. Speravo che una strega come lei, con la sua comprensione delle arti occulte, avrebbe potuto arrivare da sé alla soluzione e guarire la mia padrone. Ma era veramente possibile senza sapere quello che avevo visto io? Forse avrei potuto darle qualche indizio per metterla sulla strada giusta, ma in quale modo?

Non ci fu la possibilità di continuare in queste mie elucubrazioni, perché un urlo animalesco squassò Ofir. Io e Mara ci gettammo fuori a vedere cosa stava accadendo. La stessa cosa stavano facendo gli ofiresi: riconobbi Lag-Nilda che correva impaurita, trascinandosi dietro un grassone lento e sudato (il marito), mentre Enneman che correva qua e là come una donnicciola impazzita. Il borgomastro ci riconobbe e corse verso di noi con sguardo supplichevole, mentre con una mano indicava il cielo Il sole ormai era sorto e, come promesso da Astrid, era ricomparsa la creatura bulbosa alata.

Proprio sopra il mostro stava la diabolica negromante in persona che rideva sardonica già pregustando la devastazione che avrebbe compiuto. Fu allora che Mara mi disse di aver bisogno del mio aiuto per attuare un suo piano. Anche se il mio istinto di sopravvivenza mi diceva di rifiutare, io accettai.

Un istante dopo stavo volando verso il mostro. Schivai un paio di fiammate che la creatura mi lanciò contro. Alla fine mi ritrovai di fronte Astrid. Lei cercò di respingermi con un oggetto metallico che nella foga non riuscii ad identificare. Schivai il colpo e le andrai direttamente sulla faccia, schiaffeggiandola con le ali e graffiandola con gli artigli. La negromante cadde nel vuoto. La sua cavalcatura demoniaca fece per gettarsi in picchiata e riprenderla, quando un fulmine evocato da Mara la trafisse. Astrid cadde così a terra.

L’impatto che avrebbe ucciso un qualunque mortale, sembrò non arrecare danno alla negromante, la quale si rialzò in piedi, seppure un po’ vacillante. Mara le si avvicinò, puntandole una spada. Astrid si mise in guardia ed io ebbi una rivelazione: non teneva in mano nessun oggetto, era invece il suo stesso braccio sinistro composto da un insieme di filamenti argentei che si intrecciavano formando una arto traslucido con sei dita invece delle consuete cinque degli esseri umani.

“Non ti avvicinare, con questa mano io posso spezzare persino l’acciaio di Valsyria!” esclamò Astrid.

“Uccidetela, non perdete tempo! Così il villaggio sarà libero!” si intromise Enneman.

“Un attimo, io conosco le scienze occulte e so cosa significa avere un arto di quel genere. Hai sacrificato una parte del tuo corpo per ottenere poteri negromantici dal Duca degli Inferi, anziché sacrificargli una vita altrui.”

“Io non ucciderei mai chi non se lo merita.” disse secca Astrid.

“in genere arriva a questo solo chi è in una situazione disperata…” osservò Mara.

“Può essere più disperata la situazione di chi sente il proprio padre invocarne la morte?” fu la risposta della negromante. Gli occhi di tutti si posarono su Enneman e quello impallidì.

“Non dovete dare retta alle parole di questa strega!” disse l’uomo.

“Anch’io sono una strega, se è per questo.” lo fulminò Mara e poi tornò a rivolgersi a Astrid. “Cosa ti ha spinto a dichiarare guerra al villaggio?”

“Il fatto che qui tutte le femmine vengono drogate, affinché obbediscano ad ogni volere degli uomini. Per mia fortuna e per loro disgrazia la poziene, che ricavano da belladonna, vischio, mandragora e altre erbe, su di me non aveva effetto.”

Qui io pensai a come la mia padrona l’altra sera si era intrattenuta con la bella Lag-Nilda e a come senza pensarci due volte aveva beruto del sidro speciale che la bella mora sosteneva di distillare personalmente.

“Di recente ho visto da vicino gli effetti di questa droga sulla mia amica Innara.” spiegò Mara, parlando quasi più a sé stessa che a Astrid. “In fondo i coraggiosi uomini di Ofir devono aver pensato che per sconfiggerti bastava una guerriera sola e non due.”

“Già, io sono stata la loro spina nel fianco.” disse Astrid, lanciando a Enneman un ultimo sguardo con un misto di tristezza e rabbia. “Mio padre mi ha tenuta segregata per anni, poi sono scappata e ho incontrato un mago Granmir che mi ha iniziato ai segreti delle arti nere. Ho giurato a me stessa che avrei trovato il modo di eliminare tutti gli uomini ofiresi e liberare le donne.”

“Penso che ora ci sarà una soluzione più facile.” concluse Mara con un sorriso astuto.

Prima di montare sul cavallo che il nuovo borgomastro di Ofir le aveva gentilmente fornito, Innara intravide Lag-Nilda. Abbracciò la fanciulla per salutarla, ma quando fece scorrere la mano verso il fondoschiena di questa, si beccò una sberla.

“Non cambierai mai…” sospirò Mara, già montata in sella al suo nuovo destriero.

In quel momento arrivò Enneman che portò due bisacce piene di pane e carne secca, più una borraccia di sidro.

“La mia amata figlia vuole farvi avere dei viveri per il vostro viaggio e si augura di rivedervi prima o poi.”

“Di sicuro se torneremo di nuovo a Occidente, faremo un salto a Ofir.” disse la strega-guerriera, mentre la mia padrona saliva anche lei a cavallo “A proposito dov’è ora Astrid?”

“I suoi impegni come borgomastro la tengono impegnata altrove. Vogliate scusarla.” spiegò Enneman.

Seguii dall’alto le due guerriere, mentre uscivano dal villaggio. Innara trangugiò un sorso di sidro e poi si voltò verso Mara.

“Bella la tua idea di costringere gli uomini di Ofir a bere loro la pozione che prima davano alle donne.” commentò la ladra. “Però avremmo dovuto farcene dare un po’ da portare con noi. Potrebbe sempre tornarci utile?”

“Chi ti dice che io non l’abbia già e che tu non la stia bevendo in questo momento?” le rispose sardonica Mara.

La mia padrona d’istinto sputò il sidro che aveva ancora in bocca e gettò la borraccia per terra.

 

FINE