LO SPECCHIO DI DAMA ALBIANA di Laura Silvestri (Crypt Marauders Chronicles)

24273141_10203974002786310_1161159038_nCopertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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LO SPECCHIO DI DAMA ALBIANA

di Laura Silvestri

– Ehi, bionda. – il lieve tremore all’altezza della spalla si tramutò in uno scossone convinto, seguito da un altro. E uno ancora. – Bella bionda, alzati. Ce ne andiamo.

Kesika aprì gli occhi. Aveva riconosciuto la voce che l’apostrofava: apparteneva a Zelera, una delle esploratrici della sua compagnia, che adesso la studiava, china su di lei, con gli occhi blu appena socchiusi.

– Come, ce ne andiamo? – cercò di domandarle, interrompendosi per un sonoro sbadiglio. – Non è ancora il tramonto. Già ci rimettiamo in viaggio?

L’altra scosse i lunghi capelli neri e sogghignò. – Non ho detto questo. Ce ne andiamo… a fare un bagno. Non ti va?

La ragazza non era certa di aver compreso. Era in viaggio con la piccola compagnia di razziatori da due giorni soltanto. Quella era la sua prima sortita oltre i cancelli di Thanatolia, e c’erano molte cose che ancora non sapeva. Di sicuro, non aveva supposto che ci sarebbe stato tempo per bagni e altre piacevolezze: si viaggiava di notte, al lume di grosse lanterne di metallo, per evitare di farsi cogliere di sorpresa, nel mezzo dell’oscurità, da pericoli innominabili. O, almeno, questo è quanto le avevano detto. Era nel continente da un paio di mesi, e molto di quel che aveva udito nelle taverne le pareva ciancia senza fondamento, buona per spaventare i bambini e null’altro. Ma in molti spergiuravano che fosse tutto vero.

– Un bagno? E dove? – indagò, mentre si tirava in piedi stringendosi nel mantellovlogoro. La luce del sole iniziava appena a declinare, in mezzo a un cielo limpido, seppure grigio come cenere.

Zelera non le rispose: le fece segno di seguirla. Poco distante Thagla, la capo spedizione, pareva impegnata a dar istruzioni a un ragazzino di forse quindici anni: Arpeus, se ben ricordava, lo schiavo che il padrone aveva messo loro alle calcagna. Era un giovinastro tutto pelle, ossa e occhi infossati per la stanchezza, e sembrava contrariato da quel che la robusta donna gli comandava. Tuttavia, dopo qualche istante annuì e si mise seduto su una roccia, le braccia conserte e il cipiglio corrucciato.

La comandante le raggiunse con passo sicuro: Kesika ancora non si era abituata a quella visione guerresca. Il capo era una virago alta quasi sette piedi, aveva il cranio rasato ricoperto di tatuaggi, e l’incarnato d’ebano reso iridescente da uno velo d’indole di menade. Del suo ampio armamentario, al momento portava con sé solo un paio di piccole asce da una mano, appese alla cintura. – Il piccoletto farà buona guardia – le informò con voce profonda. – Andiamo, prima che imbrunisca.

Kesika non ebbe a che ridire. Seguì in silenzio le due figure che la precedevano, robusta e maestosa la prima, esile e aggraziata l’altra. Camminarono per qualche minuto fra sterpaglie e rovi, costeggiando una bassa collina mezza riarsa dal sole, finché non le parve di udire, remoto, un gorgogliare d’acque. S’aspettava un qualche corso fangoso, di quelli che alla locanda le avevan detto d’evitare come la peste perché appestati dal galleggiare di cadaveri. E invece, dopo qualche centinaio di passi ancora, si meravigliò d’un idillio che non pareva appartenere a quelle lande: da una spaccatura nella roccia, in mezzo al fianco d’una alta collina che si stagliava netta contro il cielo, zampillava acqua fresca e pura, che si raccoglieva in uno specchio ampio a sufficienza da ospitare una dozzina di persone. Le sponde terrose digradavano poco a poco, attorniate da erbe verdeggianti, senza confluire in un qualche rivo: i flutti, non avendo sembiante s’esser stagnanti, dovevano dunque sparire di nuovo nella terra, creando quel limpido bacino.

Kesika non s’accorse d’esser rimasta a bocca aperta, se non quando Zelera glielo fece notare. – Benvenuta allo specchio di Dama Albiana, novellina. Dove pensavi che t’avremmo portato, a prender malori in mezzo alla mota? – il tono squillante la fece sobbalzare. – Ti sembro il genere di femmina che s’abbassi a simili cose?

In effetti, col suo aspetto piacevole e i lineamenti delicati, non lo pareva affatto.

La giovane arrossì ma Thagla, mentre già iniziava a rimuovere i vestiti con mosse efficienti, le fece un cenno con la mano, come a dirle di non dar peso al motteggiare dell’altra.

Zelera, intanto, s’era tolta gli stivali e spogliata del corpetto di cuoio e dei calzoni. Non le restava indosso che la camicia, che sfilò con gaudente frenesia, per lanciarsi nelle acque in una miriade di schizzi. Rabbrividì per il freddo quando i flutti lambirono le spalle bianche, e subito si immerse fino a scomparire al di sotto la superficie, per riapparire poco più avanti. – Allora bella bionda, che fai,resti a guardare?

La capo spedizione intanto, anch’essa vestita delle sole cicatrici che segnavano i muscoli gagliardi, s’apprestava a scendere per la riva erbosa. – Zelera ha ragione. Ti convien approfittare di questo angolo di quiete. Non ne troveremo di uguali, più avanti nel viaggio – l’incoraggiò.

La nuova recluta si lasciò sfuggire un sospiro incerto, mentre rimirava quel paesaggio. – Come mai non v’è nessuno fuorché noi? Un simile posto dovrebbe esser meta di molti razziatori.

– Dicono sia maledetto –sussurrò Zelera con noncuranza.

– E voi vi ci bagnate comunque? Non credete alla maledizione?

Thaglia si strinse nelle spalle. – Certo, che ci crediamo – rispose, prima di dare qualche vigorosa bracciata.

Kesika non osò chieder oltre, per tema di passare per pusillanime. O forse, si disse, esse si stanno prendendo gioco di me, e io non me ne accorgo. In ogni caso, si persuase che fosse meglio conformarsi all’agire delle compagne: la spedizione avrebbe dovuto durare fino alla luna successiva, e la bellezza dello scenario era tale da valer bene qualche rischio.

Prese a spogliarsi guardandosi attorno con circospezione.

– Non preoccuparti, – la rassicurò la capo spedizione – c’è chi fa buona guardia. Non hai a temere lo spiare d’occhi maschili.

Quell’Arpeus non sembra un così temibile avversario, per chi ha brama di contravvenire agli ordini della Comandante, pensò Kesika, ma non disse nulla. Se Thagla era serena, voleva dir che non c’era da impensierirsi.

– Via, non farti pudore, che siamo fra femmine. – la esortò Zelera, mentre un lampo giocoso le passava negli occhi – E non hai di che vergognarti. Sembri assai ben fatta e prosperosa, sotto quegli stracci.

La ragazza giurò d’aver colto un velo di malizia in quello sguardo di zaffiro che l’accarezzava, e sentì le guance imporporare.

– Non starla a sentire – borbottò Thagla, con un accenno di sorriso. – Fosse per lei, guarderebbe nei calzoni della gente prima di chiedere il nome.

– E non farei male. Certi uomini ce l’han così minuto, che non val la pena far lo sforzo di ricordarsi come si chiamano. – la ragazza scosse i lunghi capelli neri, e di nuovo puntò gli occhi addosso a Kesika. – Quanto alle donne, – proseguì – son spesso troppo pudiche per i miei gusti. Tu cosa preferisci, bionda, i maschi o le femmine?

Kesika quasi non s’accorse d’aver fatto un passo indietro. Non si considerava una persona vergognosa, ma non l’era mai capitato di far certi discorsi a voce alta, alla luce del giorno. Con le sue consorelle avevano sussurrato nelle ore del vespro, e ai tempi dell’orfanotrofio non aveva avuto bisogno di parole per seguire i desideri del suo giovane corpo. – Io… ho avuto alcuni amanti. Non un gran numero, in verità. Uomini. – si costrinse a rispondere. – E una donna, una volta, ma è stato un lungo tempo fa.

– Ah bene, sei come me, allora. – Zelera rise, invitandola ad approssimarsi – Non fai troppo caso a quel che c’è nelle braghe.

– E lasciala respirare, su – s’intromise Thagla. – Stai sempre a parlare di levarti i pruriti, neanche fossi ancora alla Volpe Dorata.

Kesika si decise infine a immergersi con passi cauti, mentre cercava di ricordare dove avesse già sentito quel nome. Non ci volle molto perché riuscisse a rammentarlo: una piccola volpe dal pelo giallo era disegnata sull’insegna di uno dei più noti bordelli di Handelbab.

– E tu non ne parli mia, invece – borbottò Zelera in direzione della capo spedizione. – Neanche fossi una vergine. – Un momento di silenzio seguì quelle parole, mentre la donna si mordeva il labbro con l’aria con aria pensierosa e grave – Perché tu… non sei vergine, vero?

Thagla alzò un sopracciglio. – Ho passato i venti inverni. Come ti viene in mente che io possa essere ancora pura?

– Non lo so. Ma sei troppo grossa perché qualcheduno possa aver pensato di abbordarti, e non ti ci vedo a sedurre un uomo – scherzò l’altra – Sentiamo, come avresti fatto a procurarti il tuo primo amante?

– Era un mercenario. Eravamo accampati attorno al fuoco, a far la guardia. M’andava di provare, e glie l’ho chiesto. – La comandante parlava senza scomporsi. – Cos’avrei dovuto fare, Zelera, sbattere le ciglia e inscenare qualche teatrino dei tuoi? – la guerriera sghignazzò. – Lui m’ha risposto di sì. Ecco tutto: facile come snudare la spada dal fodero. Anche se meno soddisfacente, in verità.

Kesika non si sentiva del tutto a proprio agio, in quel motteggiare. Non s’era mai trovata fra donne tanto disinvolte, ma supponeva che presto lo sarebbe divenuta anche lei, seguitando a far denari come razziatrice di tombe. E sarebbe stato un bene: fino a quel momento aveva dato troppo peso all’amore. Ma l’amore, pochi giorni prima, le aveva fatto capire di non esser cosa per lei.

– Ditemi, è molto che fate questo mestiere? – chiese infine, sviando l’argomento, mentre le membra s’adattavano alla frescura – Come siete finite al servizio di Messere Aurotene?

Thagla rispose per prima, intanto che si graffiava via dalle braccia la polvere di quei giorni di viaggio. – Sono nata qui, ad Handelbab. Mio padre era schiavo, e aveva appreso il mestiere di fabbro ferraio. Dopo una vita di servitù il padrone l’affrancò. Ero l’unica sua prole, e volle per me che imparassi a difendermi e maneggiare una spada. Quando morì avevo quindici anni. – Non sembrava provata nell’animo, mentre inseguiva vecchi ricordi. Al contrario, continuava con attenzione le sue abluzioni. – Mi misi a far la scorta armata a nobili e mercanti, ma appresi che i mercenari non servono a molto, da queste parti. Prima di decidermi a cambiar aria, volli provare a far razzie oltre i Cancelli. Me la cavai bene, scoprii d’esser dura a impaurirmi. – Sorrise appena, mostrando denti ingialliti ma ancora tutti buoni. – Son due inverni che lavoro col mercante, e lui m’ha fatto Capo, perché non cerco di rubare.

Kesika ricambiò il sorriso. – Una buona storia, dopotutto. Se ne senton di peggiori, nelle taverne. E tu, Zelera? Lavoravi alla Volpe Dorata, un tempo?

– Se la vuoi saper tutta, mi dovresti chiamar Signora. – esordì Zelera, e Thagla alzò gli occhi al cielo, come a dire ecco, ci risiamo. – Il mio nome è Zelera Laritea Monithis, e vengo da nobile famiglia decaduta.

– Sì, decaduta due secoli fa – la capo spedizione sentenziò.

– Poco cambia. Sempre sangue blu mi scorre nelle vene, non come te, che ora comandi ma sei pur sempre nata da carne venduta.

– Invece tu, a vender la tua carne, c’hai pensato da sola – Thagla rise, e l’altra, per risposta, l’investì d’una gran ondata di schizzi.

– È vero, crebbi per strada, ma ho sempre aspirato a elevarmi. E data la mia portentosa bellezza, – disse attorcigliandosi una ciocca di chiome attorno a un dito affusolato, – a tredici anni decisi di dar valore a cotanta beltade. Facendone adeguato mercimonio. È stato così che, qualche tempo fa, ho conosciuto quel trippone d’Aurotene. Mi feci raccontare alcune cose, dopo i giochi d’amore, e compresi che c’era da guadagnar meglio dai morti che dai vivi. – La ragazza si strinse nelle spalle candide – Mi feci insegnare da un paio d’amanti a tirar di balestra e di pugnale, ed eccomi qua. E tu, bionda, come ci sei arrivata in questo posto dimenticato dagli Dei?

Kesika aveva immaginato che quella domanda sarebbe giunta anche per lei. S’era ripromessa di mentire, ma le fu impossibile, di fronte alle parole sincere delle sue compagne. – Ho inseguito l’amore – mormorò – Il primo. L’unico.

Thagla scosse la testa. – Non sei scaltra come sembri, se hai lasciato che qualcuno ti conducesse qui.

– Ho detto che l’ho seguito, non che mi ci ha condotto – Kesika si piccò. – Lei, l’unica donna che abbia amato… la persi di vista, per lungo tempo. Per la delusione presi i voti fra le sacerdotesse di Bathis, ma poi il tempio venne saccheggiato e bruciato. Per un po’ sopravvissi come potei, tagliando borse. Ebbi altri amori, uomini, che per un poco me la fecero dimenticare, ma poi udii certe voci: qualcuno l’aveva veduta imbarcarsi verso il Continente delle Tombe. Son salita sul primo vascello, l’ho ritrovata. Lei… lavora per Aurotene, adesso. Ma non mi vuole più. Non so perché, e vorrei scoprirlo, se il destino me lo concede.

– Per gli dei di Shazman, che storia pietosa! – esclamò Zelera, incredula. Poi si fermò a rimuginare. – Il tuo accento m’è familiare. Di dove sei, dell’Est, vero? – all’annuire di Kesika, gli occhi blu s’illuminarono. – È quella che si fa chiamare Tuya, la nuova protetta d’Aurotene, colei che hai seguito fin qui! – Non attese un suo ovvio assenso, e si portò le mani a coprire il volto, in un’espressione sofferente. – Bah,e io che speravo tu avessi buon gusto!

– E piantala! – Thagla la zittì. Kesika glie ne fu grata. Le era chiaro come, negli anni a venire, avrebbe dovuto far la scorza: avrebbe imparato dalla Comandante l’arte della guerra, e da Zelera quella di far saggio uso della propria bellezza che, fino a quel momento, non le era servita a molto. Ma non sarà così per sempre, si disse. Tuya si pentirà d’avermi abbandonata.

La bella tombarola dai capelli neri si strinse nelle spalle. – Scusami, Kesika. – Era la prima volta che non la chiamava bionda. – Sei nuova di qui, e cercavo di metterti a tuo agio, di farti sentire una di noi. Non t’offendere, che non son cattiva.

Kesika sorrise, condiscendente. Non se l’era presa: a sentirla narrata dalla propria voce, in effetti, quella storia suonava davvero penosa. – Hai avuto ragione, a riprendermi. L’orfanotrofio e il tempio m’hanno infiacchito, ma per fortuna l’ha strada m’ha un poco insegnato a sopravvivere. E Thanatolia farà di meglio: mi renderà una guerriera.

Thagla annuì. – Questo sì, ch’è parlare. Basta piagnistei. – Dopo qualche istante, s’alzò in tutta la sua statura, lasciando l’acqua a lambirle i fianchi stretti. – Vi siete lavate a dovere, anche le pudenda? Non manca molto alla stella del vespro.

Zelera sorrise. – Oh, sì. Profumo come quando veniva in visita il Podestà e la Madama ci dava l’acqua di violette per bagnarsi la…

Un grido improvviso zittì gli sproloqui della razziatrice, tuonando per la piccola valle. La capo spedizione sussultò e allungò, rapida, una mano alla cintura, che non s’era tolta neanche per il bagno. Il gemito proseguì per alcuni secondi, e si fece acuto e stridente come se cocci di vetro s’infrangessero e franassero lungo la collina. Ma, più il feroce lamento si dilungava, meno la comandante sembrava dell’idea di combattere. Infatti, dopo qualche secondo, volse le spalle e tornò a risalire la riva. L’altra fece lo stesso, come niente fosse accaduto. Solo Kesika spalancò gli occhi, incredula, e si portò le mani alle orecchie per proteggersi da un simile, furioso clamore. Scosse il capo e cercò invano, lungo il crinale, qualcheduno che potesse causare tanto frastuono.

Ma quando tornò a guardare il bacino d’acqua s’imbatte in una sagoma, apparsa dal nulla, che si ergeva a solo un palmo dal suo naso.

Allora le gote della giovane donna impallidirono e un urlo, non meno stridulo di quello che già riecheggiava per la valle, le fuggì dalle labbra: immobile davanti a lei e intenta a gridare come un’ossessa, stava la figura d’una donna perita da tempo, le membra ignude appena velate da una casacca decorata di vecchio pizzo ingiallito. L’essere aveva capelli fini e biondi, incollati al volto gemente, occhi rossi che sfavillavano come le porte degli Inferi, mani artigliate con le quali si graffiava le guance mentre latrava furiosa. Non poteva neppure aspirare a passar per viva, col colorito cereo dell’oltretomba e i lineamenti imputriditi e gonfi d’acqua. Kesika pensò a una visione, ma l’acqua si muoveva adattandosi alla presenza, ch’era tanto fisica e reale quanto lei.

Terminarono di strillare assieme, lei e la figura cadaverica.

Il silenzio, un istante dopo, sembrò assordante.

Thagla proruppe in uno scoppio di risa, con sommo sconcerto di Kesika, e così pure fece Zelera, che si sollevò in punta di piedi e si volse a osservare il colle da cui l’acqua sgorgava. – Shikidai, sei lì dietro eh, vecchio marpione! – gridò al vento l’esploratrice, riuscendo a malapena a trattenere singhiozzi d’ilarità – Dama Albiana t’ha scovato!

La più giovane delle razziatrici fece appena in tempo a scorgere il nodo scuro dei capelli di uno dei loro compagni, il guerriero Shikidai, che occhieggiava da dietro una delle rocce, e la sua voce dall’accento esotico che inscenava una tosse impacciata. – Ehm, volevo solo dimostrare a Sajam che è vera la leggenda della Dama! A Tijatur non ci credono, lui dice. Figurarsi se venivo a spiare il bagno di voi megere!

Thagla, intanto, senza mostrare alcun tentennamento né timore, s’approssimò alla spettrale apparizione. – Vi ringrazio, buona dama, ma non corriamo pericoli – la guerriera sussurrò con la grazia che avrebbe usato per rivolgersi a una nobildonna. – Il nostro compagno è sciocco, ma non vuole arrecarci danno.

Lo sconcerto di Kesika dovette ben trapelare dal suo volto, perché Zelera, dopo aver gridato qualche improperio ancora in direzione dei compagni d’arme, i cui passi s’allontanavano rapidi oltre le rocce, l’andò ad abbracciare, sfregandole le braccia intirizzite. – Non t’impaurire, che questa è la Dama Albiana, dalla quale la fonte prende nome – le spiegò con gentilezza inattesa – Uno pretendente respinto l’inseguì fin oltre i Cancelli, e l’ammazzò in queste acque. Adesso, ciò che resta della sventurata veglia sui noialtre. Se avverte la presenza di qualche maschio, la Dama si palesa e grida per dar allerta alle fanciulle.

Kesika rimase ad ascoltare, senza poter proferire parola, mentre vedeva la sagoma esangue ricomporsi, le membra livide distendersi lungo il corpo marcescente, che poco a poco s’inabissava fra i flutti. L’essere, Albiana, scivolò sotto la superficie, le acque s’incresparono, si chiusero su di lei, e dopo alcuni secondi ristettero immote, come nulla fosse mai accaduto.

Allora anche Thagla le si fece da presso, posandole una grossa mano sulla spalla. – Non t’agitare, è una dei pochi redivivi che siano innocui, in queste lande. T’abbiam portato nella speranza che tu la vedessi, e iniziassi a fare il callo a certe scene, che quel che t’attende è ben peggiore delle grida della povera disgraziata. Non che fosse ovvio che si mostrasse, ma con Shikidai nei paraggi… be’, c’era da aspettarselo.

Lei non rispose. Sbatté le palpebre, ancora e ancora. S’accorse di star trattenendo il fiato e si costrinse a respirare, mentre s’aggrappava alle membra salde delle sue compagne. – Capisco – le riuscì infine di mormorare. – M’abituerò di certo, prima o poi.

– Via, via, t’aiuteremo noi. – sussurrò Zelera – Che Thanatolia non è per i deboli, e molti pensano che noi femmine non dovremmo starci, a predar fra le rovine. Ma non è così. Abbiamo cuori più saldi di tanti ometti che si vantano nell’osterie senza aver accoppato mai manco un sorcio.

– Ha ragione, – la comandante concordò – questa è la via: bisogna far comunella, guadagnare nervi saldi e abbandonare ogni scrupolo. Che la Morte non guarda in faccia nessuno, e così pure Quella che Rianima le Tombe. Sarai presto una di noi, ragazzina. Tu guarda e impara. A tutto il resto, t’abituerai.

Kesika fece segno di sì con la testa, e alla fine riuscì a mormorare un debole grazie.

Non era quello che s’era aspettata, quando le avevan proposto d’andarsi a fare un bagno. Sentiva ancora il sangue ghiacciato nelle vene, e il cuore che batteva come un tamburo, mentre le altre due s’allontanavo e risalivano le sponde erbose, cominciando a ricomporsi. È per questo che ho deciso di restare, si disse, per farmi forte. E ho trovato due anime che m’aiuteranno nell’impresa. È più di quanto avessi sperato. I passi malfermi riuscirono a riavvicinarla alla sponda, dove si lasciò andare a un sospiro.

Non sapeva se avrebbe mai riguadagnato l’amore di Tuya, o Narantuya delle Terre dell’Est, com’era nota ad Handelbab. Non era sicura che si sarebbe mai arricchita. Non avrebbe scommesso neppure di riuscire a sopravvivere un altro lustro, in verità.

Ma una cosa l’aveva ben chiara: iniziava in quell’istante la sua nuova vita, che l’avrebbe forgiata come il fabbro che battesse e ribattesse il metallo d’una lama. Kesika si sarebbe guadagnata un nome, avrebbe compiuto grandi imprese, o sarebbe caduta nel tentativo. Basta indugi, basta remore: era una razziatrice, ora.

La Morte, e la Non Morte parimenti, avevano trovato una nuova avversaria.

FINE