L’INCANTATRICE (Sorceress of the Witch World, 1968) di Andre Norton: tribalismo e tecnologia

ZENO SARACINOSRCRSSFTHD0000La serie del Mondo delle Streghe, di Andre Norton, costruisce nell’arco di due libri e una trilogia, una complicata genealogia basata sulla famiglia di Simon Tregarth, un uomo della Terra giunto con un portale nel regno fantasy di Estcarp.

I primi due libri assistono alla guerra e alla vittoria contro i Kolder e al matrimonio tra Simon e una strega dell’elitè matriarcale di Estcarp, Jaelithe. I figli – tre trigemini – vengono poi cresciuti senza genitori, impegnati in missioni fuori dal regno. Il primo libro, Tre contro il Mondo delle Streghe, segue il punto di vista di Kyllan. Un giovane portato all’onore delle armi, a condurre e guerreggiare. I trigemini, dopo aver scoperto di possedere la magia come i genitori, sono costretti a fuggire dalla persecuzione delle Donne di Potere: Kyllan e Kemoc, il secondo gemello, liberano Kaththea dall’apprendistato presso le streghe e fuggono a oriente. Una minaccia da est, secoli prima, aveva motivato le streghe a deliberare un colossale incantesimo: lo spostamento di un’intera catena montuosa con lo scopo di bloccare quel confine, tanto con le montagne che con le magie. I tre superano la barriera e scoprono una landa incantata – Escore – sulle soglie di un conflitto tra bene e male. E’ abitata da strane creature – razze di animali antropomorfi – un tempo esseri umani geneticamente modificati dagli antichi, antenati di un lontano passato. Il secondo libro della trilogia è narrato dal punto di vista del secondo gemello, ovvero Kemoc; un aspirante stregone portato più alla riflessione filosofica che all’azione. Grazie all’aiuto di una donna della razza di uomini pesce chiamati Krogan, Kemoc riesce a salvare la sorella Kaththea dai raggiri di Dinzil, un mago da tempo votato al male. Kaththea comprende nel finale il brainwashing operato da Dinzil, ma come conseguenza perde ogni potere magico.

Il terzo romanzo chiude e completa la trilogia interna alla serie, in Italia edita dapprima dal Fantasy Urania con i Tre contro il Mondo delle Streghe e in seguito, per il secondo e terzo libro, con la casa editrice Libra, nella forma di una duologia, I maghi di Estcarp, che raccoglie il secondo volume, Il mago di Escore e questo terzo, L’incantatrice.

Il romanzo segue il punto di vista del terzo gemello, ovvero Kaththea. La donna aveva giocato un ruolo fondamentale nel primo libro, scatenando la fuga a est per fuggire dalle streghe e aveva determinato l’evoluzione del fratello Kemoc da studioso a vero e proprio stregone, in seguito al suo rapimento da parte di Dinzil. All’esordio del terzo romanzo, Kaththea ha parzialmente perso tanto la memoria quanto la magia e si rende conto delle sue mancanze come persona e (strega) responsabile.

imageAlla ricerca di un cambiamento e non volendo pesare sulla vita dei due fratelli, Kaththea sceglie di tornare a Estcarp, nella speranza di trovare una soluzione ai suoi problemi e una nuova direzione di vita. Durante la scalata alle montagne di confine, Kaththea è sorpresa da una valanga: la scorta di soldati viene uccisa e la stessa protagonista è sepolta dalla neve. Il fiato corto nella sacca d’aria creatasi nella valanga, Kaththea ha il tempo di sentire la propria magia risvegliarsi, prima di essere salvata da un barbaro primitivo. E’ un uomo della tribù dei Vupsall. Si tratta di una popolazione nomade, dedita a caccia e raccolta, dentro una gerarchia maschile di guerrieri e capitribù ispirata ai vichinghi e ai popoli della preistoria. Kaththea si salva dal diventare l’ennesimo bottino di guerra della tribù a causa della maga del villaggio: una donna anziana, un tempo una strega di Estcarp, che accetta d’istruirla nel reame della magia in cambio della sua protezione. Utta è una vecchia bizzosa e lunatica, una donna un tempo civilizzata impegnata da decenni nel suo ruolo di profetessa, guaritrice e guida dei Vupsall. Il suo aiuto verso Kaththea è legato a doppio filo alla promessa che aiuti la tribù come lei aveva fatto fino a quel momento; a questo scopo Kaththea riceve un’ampia formazione magica tuttavia senza la telepatia e gli incantesimi di localizzazione che le permetterebbero di chiedere aiuto ai suoi fratelli. A un soffio dalla morte Utta lega con un vincolo magico Kaththea ai Vupsall, impedendole di fuggire: il suo destino sembra suggellato a quello della tribù indelebilmente.

Alcuni capitoli dopo, tra intrighi e lotte di potere interne ai Vupsall degne di Game of Thrones, Kaththea comincia, filo dopo filo, a dipanare il legame alla tribù, nel contempo conducendola con profezie e menzogne, verso la costa. Qui Kaththea scopre tra le rovine di un castello un luogo di potere: prima di poterlo analizzare a fondo, i Vupsall vengono attaccati dai Sulcariani e sterminati fino all’ultimo uomo. Kaththea fugge a stento, complice la magia, e si rifugia tra le rovine. La minaccia di finire sulla punta della spada di un Sulcariano la spinge a interferire con gli artefizi magici del castello: inavvertitamente apre un Portale a un’altra dimensione e lo attraversa. E’ un mondo sabbioso e senza vita: una distesa cenerognola di dune e costruzioni metalliche sconosciute alla mentalità medievale della donna. La desolazione aliena e senza vita risuona tuttavia d’un grido mentale, un richiamo familiare: Simon e Jaelithe, i suoi genitori…

Il terzo libro della trilogia dei Tre ritorna alle origini della saga: Kaththea inizia la sua avventura nel contesto di un’ambientazione familiare (i fratelli, Escore, le streghe, ecc ecc) salvo in seguito deviare verso territori circoscritti e slegati dalla precedente trilogia: metà del romanzo dettaglia il legame tra Utta, Kaththea e i Vupsall, mentre la seconda metà descrive la lotta per la sopravvivenza nel mondo al di là del portale. In altre parole, non a Estcarp.

I Vupsall beneficiano largamente della cura e dell’attenzione della Norton per le società tribali e le ambientazioni storiche. Quando si giudica un romanzo nell’era pre anni ’90, si dovrebbe anche considerare le oggettive difficoltà dell’epoca nel fare ricerca: come tale, un romanzo storico scritto nel 1950 dev’essere giudicato in maniera più indulgente di un romanzo scritto nel 2018, semplicemente perchè le informazioni e la disponibilità delle stesse nelle biblioteche e nelle enciclopedie non era minimamente paragonabile a oggigiorno.

I Vupsall si comportano realisticamente come una società germanica o scandinava dell’Alto Medioevo, nonostante alcuni tratti nomadici e/o preistorici che li rendono leggermente meno civilizzati. Si tratta di una civiltà incapace di leggere e scrivere, ma esperta nella creazione di squisiti manufatti artistici; esperta nel viaggiare tra le nevi delle montagne, ma incapace di commerciare e disegnare mappe. La scelta della Norton di “legare” Kaththea alla tribù consente quel genere di riflessioni e descrizioni dei legami gerarchici e delle dicotomie tra uomo e donna caratteristico dei primi lavori dell’autrice. La Norton è una scrittrice piuttosto disincantata e quanto osserva è un realistico riassunto dei rapporti di potere propri di una civiltà:

SRCRSSFTHW1983La comunità nomade era caratterizzata da un dualismo. Utta e la sua casa riproducevano un modo di vita che conoscevo, una comunità di donne che usavano il Potere per affermare la propria autorità. Agli ordini di Ifeng, il resto della tribù seguiva un modello opposto: una società dominata dai maschi.

La formazione storica della Norton eccelle quando si tratta di descrivere rituali e cerimonie.

Un ottimo esempio è il funerale di Utta:

Non mi ribellai più; rimasi ferma nella stretta di Ifeng, sebbene rabbrividissi per il freddo di quel luogo desolato. Vidi i membri della tribù, uomini, donne, bambini, fino al neonato stretto contro un seno dipinto, sfilare davanti alla fossa. Ognuno gettava un’offerta: persino la mano del neonato venne guidata, nel farlo, da quella della madre. Le armi cadevano dalle dita dei guerrieri, l’oro scintillante da quelle delle donne. Piccoli cofanetti di unguenti profumati, cibi rari… ognuno offriva un tesoro, la cosa più preziosa, pareva. Compresi allora quanto era grande il loro rispetto per Utta. Dovevano avere la sensazione che un modo di vivere fosse morto con lei, poiché era rimasta con loro per generazioni e, ancora viva, era divenuta una leggenda.

La descrizione del luogo di potere dove inavvertitamente Kaththea spalanca il portale ricorda le descrizioni più spettrali e misteriose delle Cronache di Narnia, mentre il passaggio verso la nuova dimensione introduce un elemento temporale all’epoca innovativo: il tempo scorre diversamente da mondo a mondo e un mese trascorso a Estcarp potrebbe corrispondere a dieci anni sulla Terra.

Il romanzo ripresenta nella forma di una diversa confezione, la vecchia ossessione della Norton per le società primitive e e nel contempo per il ruolo negativo della tecnologia. Se dunque la prima metà dell’incantatrice propone la società dei Vupsall, la seconda metà propone un mondo post apocalisse nucleare, governato dalle macchine e da uomini de-sensibilizzati con un chiaro rimando ai Kolder dei primi due romanzi.

Se va riconosciuto che la Norton non ama il romanticismo in ogni sua forma e pertanto descrive con crudezza di dettagli i Vupsall, dall’altro si perde nell’esagerato rimpianto per un mondo naturale e “magico” contrapposto alla malvagia tecnologia:

I Kolder, le loro macchine e gli schiavi trasformati in macchine, erano da tanto tempo leggende lugubri per Estcarp che noi eravamo istintivamente portati a odiare tutte le loro opere. Perciò quel luogo aveva i miasmi di una perversità diversa dal male di Escore, che io potevo comprendere, poiché derivava dall’uso ingiusto di facoltà a me note… Era un modo di vita mostruosamente distorto, alieno a tutto ciò che conoscevo.

Se Simon Tregarth era un uomo della Terra e come tale familiare con le tecnologie del 1950/60, la mente di Kaththea stenta a comprendere il mondo post atomico che si ritrova a dover fronteggiare.

Lo stile di scrittura pertanto tende all’asciuttezza di sentimenti, preferendo descrizioni fredde e precise, alla pari di un disegno tecnico (di cui riflette i tecnicismi e il disumano minimalismo):

SRCRSSFTHW1970Lo stretto corridoio finiva in uno spiazzo rotondo, simile al fondo di un pozzo. Rovesciando all’indietro la testa, guardai in alto: il pozzo saliva sopra di me, fino al lontano vertice della torre. C’erano aperture, a intervalli, come se intersecassero vari piani. Alcune erano fiocamente illuminate, altre brillanti. Ma non c’erano scale che portavano verso quelle aperture. Non potevamo far altro, pensai, che ritornare alla galleria e proseguire in cerca di una seconda deviazione.

La Norton dimostra a sorpresa una certa conoscenza delle avveniristiche tecnologie propugnate in quegli anni: Kaththea si ritrova a fronteggiare torrette automatizzate, tank e semi cingolati, oltre a servitori robot e forme più o meno invecchiate di cyborg ante litteram.

La proposta più interessante è una ferrovia magnetica, che rappresenta per la protagonista un ostacolo invalicabile, alla pari di un fiume in piena:

Mio padre rise, in tono aspro. «E’ meglio pensarci bene. Non possiamo attraversarla con questo mezzo… se vogliamo che dopo sia ancora in grado di funzionare.»

«Perché?» L’impazienza di Hilarion era più forte come se, giunto vicino alla sua meta, provasse l’impulso di procedere in linea retta per arrivare prima.

«Perché questa non è una strada normale,» ribatté mio padre. «E’ una forza trasmessa per far muovere i trasporti delle torri. Questo carro armato non è stato costruito per servirsene. Non so cosa accadrà se tenteremo di attraversare la strada, ma non credo che riuscirebbe a sopravvivere.»

Le due parti del romanzo, il tribalismo e la tecnologia, si congiungono negli ultimi capitoli.

La conclusione risolve gli enigmi lasciati irrisolti dal primo libro, ma scivola purtroppo nel finale insopportabilmente buonista. La Norton doveva essersi accorta che le mancavano poche pagine alla conclusione della trilogia e pertanto sceglie di “narrare” un happy end fortemente contrario all’etica di tutta la saga. Se dobbiamo riassumere questi primi cinque libri della serie, raccomanderei il primo come introduzione al mondo di Estcarp e questa trilogia come un unico blocco d’affrontare senza interruzioni. Il carattere di romanzo breve d’altronde facilita una lettura seriale, di episodio in episodio, dove la trama sbiadisce a favore dei personaggi e dell’ambientazione. La trilogia esibisce i suoi tratti migliori nel primo romanzo, ma con tutti e tre i volumi tende a un cliffhanger inevitabilmente fondamentale per un proseguo.

Zeno Saracino

 

Zeno Saracino è il creatore e amministratore del portale CRONACHE BIZANTINE:

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