L’IDOLO DAGLI OCCHI DI TOPAZIO di Laura Silvestri

24282027_10203967076293152_849984165_nCopertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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L’IDOLO DAGLI OCCHI DI TOPAZIO

di Laura Silvestri

La spedizione era ferma, fiaccata dalla lunga notte passata ad avanzare fra le rocce aspre del promontorio.

I corpi degli avventurieri, sferzati dal vento del mare che penetrava fin dentro le ossa, stavano abbandonati in un largo avvallamento, all’ombra d’un antico mausoleo da tempo spogliato fino alle fondamenta; una sagoma dinoccolata, seduta su una pietra levigata, vegliava la mezza dozzina di figure accovacciate fra cenci tarlati, un bavaglio sulla bocca a tener lontana la cenere grigia che si alzava in sporadiche, rabbiose folate.

Gli occhi della silenziosa sentinella tradivano l’angustia che provava: non avrebbe dovuto essere Arpeus a perdere il sonno, sotto quel sole assassino che seccava ogni cosa. La capo spedizione, una virago nera con le pelle tinta d’indole di menade, aveva sentenziato che il primo turno di guardia toccasse a Shikidai.

Ma le montagne si sarebbero librate alte nel cielo, il giorno che quel cialtrone si fosse stancato di taglieggiarlo. Infatti, Arpeus non s’era ancora addormentato a dovere, che s’era ritrovato a tremare,scosso con vigore per una spalla. – Schiavetto, devo andarmi a sgranchire le gambe. Prendi il mio posto – il guerriero aveva bofonchiato con l’aria di chi non concepisse neppure l’idea d’un rifiuto.

Il giovinetto aveva provato a mostrarsi reticente. Era uno schiavo, sì, ma non gli mancava il fegato, dopo tante spedizioni passate a far da occhi a Messer Aurotene. – Vorresti farmi credere di dover liberare la vescica? Fallo dietro a quella roccia.

– Scommetto che ti godresti lo spettacolo – lo aveva deriso. – Non ci penso nemmeno. Avanti, per una volta fa’ qualcosa di utile.

Erano trascorse forse due ore da che il guerriero era sparito. La pisciata più lunga della storia, Arpeus dovette constatare senza alcun divertimento. Shikidai aveva fatto di testa sua, come al solito: invece di approfittare della sosta per recuperare le forze, quel diavolo di Serama doveva essersene andato a depredare qualche mausoleo, solitario come un lupo, senza curarsi della propria e altrui sicurezza. Il giovane schiavo lo aveva scorto, quel mattino, mentre gli altri preparavano il campo, spiare tutt’attorno con quei suoi occhi a mandorla che non trovavano mai posa. Doveva aver individuato, infine, qualche luogo degno d’attenzione, una torre o un tumulo che gli paresse nascondere tesori da reclamare.

Uno scapestrato, ecco cos’era. Arpeus avrebbe dovuto riferire ad Aurotene: ogni cosa che finiva nelle tasche di Shikidai senza che lui potesse prenderne nota, si tramutava in gabelle che il mercante non intascava. Eppure, non lo aveva ancora mai denunciato al padrone.

Non sapeva perché. Forse perché era uno dei guerrieri più affidabili e capaci che avessero mai partecipato alle scorrerie. O per ammirazione di quell’audacia incurante che il giovane schiavo non aspirava neppure a possedere, per quello sguardo divertito negli occhi da demonio che non svaniva neppure in mezzo al pericolo.

Magari, per una vaga fascinazione per quella fisicità da gladiatore e quei capelli neri, densi d’oli esotici,che tanto piacevano alle donne.

Comunque, che importava? Shikidai sarebbe tornato a breve, con qualche gemma nascosta nelle pieghe delle brache e un sorriso sornione, pronto a negare senza ritegno ogni suo disobbedire alle regole della spedizione.

Non rimaneva altro da fare che aspettare.

Trattenendo uno sbadiglio, Arpeus si schermò con una mano gli occhi dal riverberare acceso del sole e trattenne un improperio rivolto alla sua mesta condizione.

***

La fiamma della torcia gettava ombre scarlatte sugli scabri mattoni del corridoio.

Di certo altri avventurieri dovevano aver esplorato quelle rovine, Shikidai non sperava il contrario, eppure l’istinto gli diceva che vi fossero ancora ricchezze da depredare, magari ben nascoste in qualche camera segreta.

V’era una gerarchia, fra i predoni di Thanatolia, dettata dalla capacità di ignorare superstizione e paura nel razziare i luoghi più macabri e tenebrosi. Ebbene, il guerriero sapeva d’esser quanto di più scostumato Handelbab avesse da offrire, il più vizioso, blasfemo saccheggiatore che avesse mai calcato la polvere del continente. Se v’era ancora un idolo di valore, un medaglione sinistro o un anello dalla foggia spettrale, lui l’avrebbe trovato e rivenduto per qualche pezzo d’oro. Non aveva mai badato alle incisioni d’avvertimento sulle pareti delle tombe: decifrarle era lavoro per lo schiavo. Shikidai, invece, se ne infischiava e ne rideva, fiero com’era di non saper leggere né scrivere.

Il camminamento sotterraneo proseguiva per una dozzina di passi prima di svanire in ombre fitte. Lungo le due pareti, tanto vicine fra loro da permettergli a malapena di distendere le spalle, s’aprivano archi di pietra che mostravano sale già spogliate d’ogni valore. Qui e là stava riverso un forziere dalle serrature divelte, coperto di polvere e ragnatele. Nessun’orma di piede calzato rivelava il passaggio recente d’altri razziatori.

Dopo qualche minuto di solitaria esplorazione, Shikidai iniziò a temere che, per una volta, il suo intuito l’avesse giocato: soltanto camere disadorne si susseguivano, vecchi scheletri imputriditi e mobilio consunto che doveva risalire a forse mille anni prima. Aveva ragione lo schiavetto, a dir che non c’era nulla di buono nel giro di un miglio, il guerriero rimuginò. Eppure quella torre mezza abbattuta, col minareto spezzato in due come se un fulmine l’avesse colpito, con le sue lastre di marmo cremisi e le merlature dalla fattura straniera, lo aveva come invitato, sussurrando ai suoi sensi nascosti.

Ed eccomi qui, a vagare sottoterra, nel buio come una talpa. O un idiota. Era ovvio che quel che restava della parte superiore della torre fosse stato già saccheggiato. L’esperienza, però, gli aveva insegnato che, laddove molti piedi s’alzavano verso il cielo, altrettanti potevano trovar posto nelle profondità. E se qualche ricchezza ancora esisteva, era da cercarsi dove la superstizione l’avrebbe protetta dai cacasotto, negli anfratti dove s’addensavano ombre e corpi dei trapassati.

Un passo, un altro ancora, tornando indietro dall’ennesimo corridoio senza uscita. Non aveva timore di perdersi: alla maniera dei segugi, sapeva fiutare l’odore dell’aria fresca, per quanto non fosse poi granché salubre quel Sepulchrale che spandeva il suo tanfo nella vallata. Era soltanto di rado che un soffio marino andava a mitigarne gli olezzi,insinuandosi fra le rovine e facendole risuonare di lamenti di vedova.

Avanti, qualche stanza ancora, si ripeteva, saggiando i passi con cautela. Possibile che non fosse rimasto un passaggio ben nascosto, una scala segreta?

Scuotendo la testa, imboccò l’ennesimo arco protetto da glifi incomprensibili, costellato di castoni ormai vuoti. Chiunque l’avesse spogliati delle grosse pietre che dovevano contenere, adesso doveva esser ricco da far invidia.

La nuova stanza era decorata dal medesimo marmo cremisi che ricopriva l’esterno della torre. Marmo che, per quanto di valore, era troppo ingombrante da trasportare per valere la sua attenzione. Avrebbe dovuto trovare di meglio, o fare ritorno a mani vuote all’accampamento, a sentire i borbottii dello schiavo e della capo spedizione.

Era già pronto a passare oltre, destreggiandosi fra scheletri anneriti accatastati in un trionfo di polvere, quando un fischio di vento, più lieve e tremulo di quello che risuonava nelle segrete, lo trattenne. V’era uno spiraglio d’aria, da qualche parte, valutò. Rimase immobile, le orecchie tese nello sforzo di cogliere l’esatta provenienza del suono. Sotto i cumuli d’ossa, comprese. Quel lamento sinistro affiorava fra crani consunti e tibie spezzate, sibilava e svaniva nella quieta immobilità della stanza scarlatta.

Senza indugiare, Shikidai strinse più saldamente la spada in una mano, brandì avanti a sé la torcia e calciò di malagrazia al cumulo di cadaveri rinsecchiti. Le spoglie caddero a terra con uno stridore lamentoso, mentre il predone continuava a stivalare costole e spine dorsali per spostare a dovere quel macabro intralcio.

E poi la scorse: la lastra traballante, di pietra rossa al pari delle altre ma segnata, come per una casualità nella natura, da una screziatura dorata. Non esisteva fatalità, in luoghi come quello. Pose un ginocchio in terra, accostando meglio la fiamma al tassello: il sottile soffio d’aria continuava a solleticargli le narici. Rinfoderò la spada al fianco, ed estrasse il pugnale. La lama andò a saggiare il perimetro della placca, si insinuò con vigore, smosse e sollevò.

Un lampo di soddisfazione gli illuminò lo sguardo, poco prima che un altro bagliore, questa volta esplosivo e feroce, s’accendesse e l’ammantasse d’un nero improvviso e maligno, trascinandolo con sé, con la velocità d’una cometa, in un sonno lugubre e senza sogni.

***

Si risvegliò con un umidore denso a rovinargli la vista da un occhio. Una spalla gli doleva, e il freddo della pietra gli premeva contro la guancia. Per fortuna la torcia ardeva ancora, gettata poco lontano, rischiarando un ambiente angusto e scuro come il ventre degli Inferi.

Shikidai strizzò le palpebre e si tirò a sedere, le gambe pesanti e la testa ancora ovattata. – Questa sì che era una cazzo di trappola – borbottò fra sé e sé. Gli scheletri non l’avevano fatta scattare, nonostante il loro peso. Lui, invece, c’era cascato dentro, accecato e incredulo. Se guardava in aria, non v’era traccia di botole aperte. Come tutto fosse accaduto rimaneva difficile a dirsi. Dev’esserci di mezzo qualche merdosa stregoneria, valutò, con la poca grazia che certe idee gli mettevano in animo. Non era superstizioso, ma non aveva perduto le abitudini degli uomini di Serama. Si concesse il tempo per i soliti scongiuri: sputò in terra, toccò il ferro della spada e gli anfratti del corpo che più aveva a cuore, e infine si tirò in piedi.

Raccolta la torcia, il suo sguardo percorse il perimetro della nuova prigione: la sala era piccola e completamente spoglia. Quattro pareti disegnavano un quadrato sbilenco, senza traccia di porte, botole né pozzi, grate o fessure. Un unico arredo: addossato al muro più distante da lui, una statua di marmo anch’esso scarlatto, screziato da venature d’oro finissimo. L’idolo era alto forse dieci piedi, e rappresentava un essere pingue seduto a gambe incrociate. Dal torso prominente spuntavano due gambe e due braccia, e una testa troppo grossa, avvolta in ombre tanto fitte da impedirgli di scorgerne le fattezze.

Shikidai strizzò gli occhi e raccolse il pugnale: un dolore alla spalla destra gli ricordò la rovinosa caduta che doveva aver affrontato. Tirando un improperio, si avvicinò con cautela, alzandosi sulla punta dei piedi: di nuovo, per quanto la fiamma fosse prossima al volto della statua, non riusciva a dissipare le ombre che l’attorniavano. Più la fissava, e più gli pareva che queste invece s’addensassero, vibrando sommessamente come animate di vita propria. Solo dopo qualche istante s’accorse d’un dettaglio che prima era fuggito al suo scrutare: v’erano un paio d’occhi, al centro del volto, infossati in orbite di tenebra. Erano pure gemme dorate, topazi grossi ciascuno la metà d’un pugno, che rifulgevano alla luce della fiamma. Ma, attorno ad essi, solo il nero d’una notte perenne, cupo come il fondo d’una caverna.

Ecco un’altra dannata stregoneria, qualche baggianata buona per spaventare i deboli di cuore, si disse per rincuorarsi. Sbuffando, tornò a fissare il soffitto. Era davvero in trappola. Oh, quanto avrebbe faticato a trattenere un sorriso compiaciuto, la severa Thagla, non vedendolo tornare. E lo schiavo del pidocchioso mercante sarebbe stato sollevato d’essersi tolto un ladro dalla ciurma.

Via, via, non è il momento di darmi per vinto, si rimproverò. Ci dev’essere un passaggio segreto come quello da cui son caduto. Magari celato su questa stupida statua, che pare fatta apposta per tenere lontani gli stolti.

Cominciò una minuziosa esplorazione, con la sicurezza di chi non avesse la minima voglia di rimanere a marcire in quella prigione scarlatta. “Mi piglierò i tuoi occhi”, borbottò rivolto all’unica cosa che potesse ascoltarlo. “Li tirerò fuori uno dopo l’altro e li venderò al mercato nero delle reliquie. Anzi, no. Li porterò alla Casa dei Fiori di Loto e ci comprerò donne di piacere ed erbe da fumare. Alla faccia tua. Ammesso che tu ne abbia una, lì sotto”.

Ridacchiò, compiaciuto della propria arguzia, e incastrò la torcia nell’incavo d’un braccio di marmo. S’arrampicò sulle ginocchia della statua, ne tastò gli anfratti e li pungolò con la punta del pugnale, ma nessun cenno di un passaggio segreto, nessun indizio si rivelò al suo sguardo attento.

Lenti minuti passarono, e gli parvero farsi ore. Il consumarsi della torcia era di certo un buon indicatore del tempo che scorreva come sabbia fra le dita. Se non s’ingannava, il sole doveva aver ormai raggiunto il suo culmine e ripreso a declinare. Ad ogni momento di infruttuosa perlustrazione, saliva in lui un malcontento, uno sconforto che non gli era proprio. “Dev’essere la tua faccia di merda, che mi fa innervosire”, bofonchiò ancora. “Va alla malora, tu e la tua aria ombrosa!”.

Ma, per quanto si sforzasse di non perdersi d’animo, all’ennesima ora passata a battere palmo a palmo ogni lastra di marmo, ad ascoltare l’aria vuota e immobile, dovette arrendersi all’evidenza. Non c’era nulla che potesse fare, tranne attendere. Di esser salvato, o di morire. L’avrebbero cercato, i suoi compagni di ventura, o sarebbero invece stati felici d’esserselo tolto di mezzo? Non avrebbe saputo dirlo. La gente era strana, da quella parte di mondo. A Thanatolia un giorno potevi chiamare un uomo fratello, e il successivo pugnalarlo alla schiena per una manciata d’argento.

Seduto ai piedi dell’idolo a rigirare il pugnale fra le mani, non rimaneva che un cencio da ardere: presto la fiaccola si sarebbe spenta, e lui sarebbe rimasto solo, al buio, con un piccolo otre d’acqua.

Per gli Dei dei Vivi, se proprio devo morir giovane, preferisco una spada nel petto. Su questo non aveva avuto dubbi, sin da quando era iniziata la sua carriera d’avventuriero: prima di lasciarsi consumare dalla fame e dalla sete, avrebbe fatto ricorso alla lama, e salvato almeno la dignità. Che, pure se la gente di Thanatolia non poteva saperlo, Shikidai non era sempre stato l’ultimo dei pezzenti. Non dalle sue parti, almeno, nel grande regno dove le praterie si stendevano a perdita d’occhio e i cavalli correvano selvaggi.

Non gli erano mai mancate più di quel momento, le ventate d’aria fresca che odorava d’erba e di terra smossa, il rumore di centinaia di zoccoli lanciati al galoppo e le urla di guerra. Non le imprecazioni da taverna, né le grida agghiacciate di chi affrontava esseri ritornati dal sepolcro, ma il riecheggiare dei canti di battaglia. Era tutto lontano, ormai: di lui non restava che il tombarolo, che pareva infine essersi lasciato giocare, credendosi più scaltro del vero.

Fu un vociare indistinto a scuoterlo da quei pensieri insidiosi e nostalgici. L’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio: aguzzò le orecchie, cercando di orientarsi verso le voci che aveva udito, pregando non fossero state solo un gioco della mente.

– Siamo a un vicolo cieco – un tono femminile sentenziò dietro la parete più vicina. – Dobbiamo tornare indietro, qui non c’è niente.

Non era la voce di Thagla, né quella di un’altra delle sue compagne, ma era pur sempre una possibilità di salvezza. – Qui! – Shikidai gridò con quanto fiato aveva in gola – Da questa parte, avventurieri, non v’allontanate! Sono bloccato in una stanza segreta. È piena di tesori, venite a tirarmi fuori! – mentì, sperando di assicurarsi l’aiuto degli sconosciuti.

– Chi sei? – tuonò una nuova voce, questa volta maschile.

– Mi chiamo Shikidai. Sono al servizio di Aurotene. Sono caduto da una qualche botola in questa stanza. Seguite la mia voce e scavate. Avete attrezzi per scavare, vero?

Il rumore di un piccone che batteva e ribatteva contro la parete fu la migliore risposta che potesse sperare d’ottenere.

***

I suoi salvatori apparvero in un rovinare di pezzi di marmo, fra dense polveri del colore del sangue appena dissipate dal balenare incerto d’una torcia. Erano in tre, e tutti parevano aver veduto giorni migliori: vestivano abiti logori e sbiaditi, e indossavano armature che dovevano aver predato in qualche mausoleo invero antico, al punto che spandevano un penetrante odore di muffa. Pur tuttavia, si rivelarono per Shikidai una vista inebriante.

La donna che per prima aveva udito parlare era gradevole allo sguardo: due lunghe trecce nere incorniciavano un viso cereo dove gli occhi rilucevano quasi febbrili, attorniati da un alone scuro. Era il volto di chi conosceva bene la fame, con zigomi pronunciati e guance infossate, lineamenti eleganti, forse persino nobili, esaltati dagli abiti cinerei che un tempo dovevano esser stati di qualche pregio, ma ora non erano più che cenci sformati.

L’accompagnavano, un passo dietro, due grossi soldati: le armature consunte e rattoppate avrebbero avuto bisogni di una messa a nuovo; il primo aveva il cranio rasato e un lungo pizzo, grigio nonostante l’età appena più che matura. L’altro sfoggiava una zazzera di capelli corvini e lineamenti affilati che ricordavano quelli della donna.

La sua salvatrice si guardò attorno, come a prender nota dell’assenza di quel grande tesoro di cui Shikidai aveva favoleggiato.

– Perdonatemi, – il guerriero s’affrettò a esordire – se v’ho tentato con la promessa di ricchezze più ampie del vero, ma temevo che m’avreste lasciato qui a far la fine del sorcio. Se non altro, la statua ha due bei pezzi di gemma. Quei topazi valgono una buona somma, che vi farebbe comodo per disfarvi della robaccia che avete addosso.

Il trio di avventurieri rimase a fissarlo, i volti immobili quasi privi d’espressione. Soltanto lei, la bella signora della piccola avanguardia, parve interessata alle sue parole. Gli occhi d’onice baluginarono alla luce morbida delle torce, luminosi come stelle. Senza spiegarsi perché, il guerriero sentì un brivido corrergli per la schiena, quasi un istinto animale gli sussurrasse d’allontanarsi. – Bene, allora. Dato che non vi va di fare conversazione, vi lascio al vostro bottino. – concluse, e azzardò qualche passo in direzione dell’apertura che i tre avevano scavato.

Salvo accorgersi, appena distolto lo sguardo, che nessuna passaggio figurava più nella parete scarlatta. Dove prima c’erano macerie e polveri, faceva ora bella mostra di sé soltanto intatto marmo rosso, venato di striature dorate. Incredulo, Shikidai riportò gli occhi ai suoi soccorritori. E quando lo fece, sentì la pelle accapponarsi: ombre dense avevano preso a rincorrersi attorno alle sagome dei tre, le cui membra, un tempo solide come quelle di tutti i vivi, apparivano a tratti traslucide. Aloni di tenebra tremavano, svanivano, rendevano le tre sagome sfocate e distorte, serpeggiavano negli incavi dei corpi mescolandosi alle carni. – Oh merda, e voi che cazzo siete? – il guerriero si lasciò scappare, sfoderando la spada nonostante il dolore alla spalla.

Le due guardie gli furono subito addosso: quello calvo gli s’avvicinò coi pugni nudi, quasi non desiderasse altro che strangolarlo con le proprie mani; l’altro brandì un lungo pugnale seghettato, che non pareva affatto un’illusione.

Quanto alla bella dalle trecce nere, si limitava a studiarlo con un sorriso scarlatto e impassibile, mentre Shikidai teneva le distanze e alzava la guardia.

La donna non si degnò di rispondere alla sua, invero poco cortese, domanda. Al contrario, ignorandolo, prese a cantilenare in un dialetto che ricordava a Shikidai le ballate dei tempi antichi che i cantastorie intonavano in certe taverne per gente danarosa. Non gli riuscì di cogliere ognuno dei termini arcaici, ma gli parve che la fanatica inneggiasse all’idolo dagli occhi di topazio.

Il guerriero si ritrovò i due bestioni addosso, mentre la strega proseguiva la sua lagna immonda, e blaterava come n’andasse della sua vita.

Sacrificio, sacrificio, era l’unica cosa che comprendeva per certo, com’era sicuro di intuire a chi quel termine si riferisse.

– Ve lo do io, il sacrificio, figli d’una cagna rognosa! – ghignò. Lasciò cadere la torcia in terra e, afferrata la spada ricurva con ambo le mani, calò un fendente che saettò rapido alla testa pelata che s’approssimava. Ma, nel momento in cui la lama avrebbe dovuto incontrare la salda consistenza d’ossa e carne, ecco che ombre nere s’avvilupparono attorno al filo, deviandolo come lunghi tentacoli vischiosi e imbrigliandolo in una ragnatela oscura.

– Ma che diavolo…? – Il guerriero non fece in tempo a terminare l’imprecazione, strattonando invano la presa sull’elsa adornata, che l’altro nemico gli fu vicino. Shikidai intuì che mirasse a piantargli il pugnale fra le costole e, senz’altra scelta, lasciò andare la propria spada per poter scartare all’indietro con un salto che lo portò diritto addosso al lucido marmo della statua.

Marmo che, al contatto, non pareva più gelido come lo ricordava, ma percorso d’una tenue energia, un lento e ritmico pulsare simile a quello d’un animale che si svegliasse dal torpore invernale.

La litania della bella fanciulla si alzava ora alta e perentoria, gridata con voce solenne. Sacrificio, sacrificio!

Shikidai rabbrividì, e s’affrettò a scostarsi dalla pietra nefasta. Ebbe giusto il tempo di metter mano allo stivale per tirarne fuori il pugnale, che i due mastodonti gli furono di nuovo addosso, decisi a confinarlo a contro lo spettrale idolo. Adesso, nonostante la luce si fosse fatta ancor più pallida, l’alone d’ombre che li attorniava pareva cosa viva. Lunghi serpenti fumosi tendevano le proprie spire verso di lui, pronti ad afferrarlo, mentre la lama ritorta e seghettata lo puntava, scintillando d’un sinistro bagliore dorato.

Il guerriero saltò di lato, deciso a lanciarsi oltre il fianco dell’idolo, e in quel momento il più anziano degli avversari si mosse all’unisono con lui, gettandoglisi contro di peso. Shikidai alzò il coltello e trafisse al collo, lasciato scoperto dalla malconcia armatura di cuoio brunito, ma di nuovo densa ombra s’avvolse attorno al suo polso, stringendo con gelida furia e costringendolo a lasciare la presa. Un istante dopo, si ritrovò sbilanciato da un piede in mezzo alle caviglie.

Ruzzolarono in terra, avvinti in una lotta primordiale. Il predone calciò, tirò pugni e testate, ma ebbe chiaro come quelle putride ombre fossero per il nemico una protezione ben più efficace della vetusta armatura che indossava.

Ecco il tuo sacrificio, sangue versato per te, la donna continuava a inneggiare, inanellando una sequenza di nomi astrusi e incomprensibili per richiamare dal sonno il suo dio d’ombra. Sangue, per te! Sangue vivente, in cambio della nostra vita eterna!

Shikidai sentiva il tocco ghiacciato di quei viscidi tentacoli ottenebrargli la mente, accelerargli il cuore e mozzargli il fiato. Inchiodato in terra dalla presa di mani che non portavano il calore di ciò che è vivo, i pensieri confusi dalla litania che mai si placava, gli occhi iniziavano a chiudersi in uno sfarfallio di luci flebili e ombre sempre più dense, quasi che il nero della tomba avesse preso a colargli fra le palpebre, oltre lo sguardo, fin dentro il sangue. Il secondo nemico era oramai prossimo a colpirlo. Morirò con un coltello nel petto, comprese in un ultimo lampo di lucidità. Mi sta bene, ma che ne sarà della mia anima?

Si divincolò ancora una volta, un tremore agghiacciato a rianimargli per le membra, si rannicchiò su se stesso per offrire minor bersaglio e provò calciare a vuoto, mentre il mastodonte che lo bloccava lottava per non perdere la presa su quelle membra ormai furiose. Era terrore? Era follia, quella che animava il suo corpo avvinto nel nero groviglio? A Shikidai non importava. Del raffinato guerriero delle praterie non restava che un ammasso di carne, odio e istinto di sopravvivenza.

Ma non sarebbe riuscito a lottare per sempre, questo era certo. Che gli Dei dei Vivi abbiano pietà della mia anima, si disse, e l’accolgano se muoio con l’onore dei miei avi.

Il salmodiare era ormai un lungo, stridulo lamento ossessivo, che gli strappava il senno, respiro dopo respiro. Il pugnale seghettato s’alzò balenando, e picchiò rapido.

Shikidai socchiuse gli occhi, certo che la fine fosse ormai giunta.

E poi, nel tempo d’un battito di ciglia, il sole esplose improvviso nel buio della stanza, assieme a un feroce grido di guerra.

E una luce accecante dilaniò le ombre del mausoleo cremisi.

***

La vista tornò lucida dopo qualche lungo istante.

Fu allora che Shikidai poté scorgere quanto stava accadendo: le membra massicce e scure di Thagla, la pelle iridescente d’olio di menade e il cranio rasato coperto di tatuaggi, non gli parvero mai più sublimi.

La capo spedizione impugnava la grossa ascia con una sola delle braccia tornite, mentre l’altra mano brandiva una lampada a olio. Qualche passo dietro di lei, saldo e ritto nel bel mezzo di un’apocalisse di sangue e grida, Arpeus lo schiavo imbracciava altre due lanterne, le fiamme che ardevano ben più alte del necessario a rischiarare l’angusto spazio del sepolcro.

Le ombre erano svanite dai corpi dei cultisti, e urla strazianti di dolore avevano preso il posto della litania. La guerriera aveva reciso di netto il braccio dell’uomo armato di pugnale, e la lama seghettata era scivolata in terra in un sinistro clangore metallico. La donna dalle trecce nere stava nascosta in un angolo, gli occhi ciechi e serrati, tenuta a bada dallo schiavo, che si muoveva il tanto necessario a tenerla costantemente nel cerchio di luce crepitante dell’elegante lucerna. Era sufficiente quella fiamma per farla singhiozzare disperata, le mani sugli occhi e la bava a colare dalle labbra pallide.

Thagla aveva appena finito l’uomo dai capelli neri con un poderoso colpo fra le scapole, quando Shikidai si decise a tirarsi in piedi, pur dolorante e ammaccato. – Che gli dei di Shazman mi fulminino, se lascio fare tutto il lavoro a quella menade impazzita! – borbottò e, raccolta da terra la sua spada ricurva, si lanciò contrò l’ultimo nemico, il quale, incapace di oltrepassare il cerchio di luce che attorniava la nera, le girava attorno come una tigre in gabbia.

Il guerriero non aveva più voglia di perder tempo: lo sorprese alle spalle con un salto agile e gli mozzò la testa di netto. Un gesto ampio e sicuro fece scivolar via dal filo della spada il marciume nero che era stato il sangue del cultista. Rinfoderò e fece qualche passo nella direzione dell’unica superstite. Cosa fare di una simile dissennata?, si chiese, il cuore per un istante incerto alla vista delle lacrime che rigavano le gote ceree.

Thagla non gli diede tempo d’interrogarsi ancora. Con tre rapide falcate attraversò la stanza, e piantò l’ascia dritta al centro del cranio aggraziato, ficcandola come un cuneo in un frutto acerbo.

Gemiti e lamenti cessarono.

Seguì solo il sinistro scrocchiare della lama che veniva tirata via dalle ossa, in un gorgogliare di sangue e materia grigia.

Poi, il silenzio.

Il respiro dei vivi sembrò farsi un uragano. Shikidai rimase immobile, a riprender fiato. Distolse gli occhi dal corpo ormai spezzato della sacerdotessa solo per spostarlo sull’idolo di pietra rossa.

Rabbrividì.

Alla luce delle grandi lanterne da campo, gli occhi della statua stavano infissi in un marcire di carni vive, le orbite che stillavano melme venefiche e ferite necrotiche che suppuravano di liquidi rivoltanti. Se un tempo v’era stato un volto umano, nulla ne restava. Solo un ammasso di decomposizione, bubboni mefitici e succhi che colavano lungo il collo di marmo rosso.

E quegli occhi di topazio, che brillavano acuti come un grido di dolore.

La voce di Arpeus lo fece sussultare. – Non starai pensando di prendere le gemme? Cosa sei, un pazzo da catena?

Il sorriso di Shikidai si fece tagliente come la lama del suo pugnale.

***

Il rosso del tramonto stava declinando ormai nel blu della notte, quando i tre avventurieri fecero ritorno al campo. I compagni, riposati per quanto lo potesse concedere il vento di Thanatolia, stavano levando di mezzo cenci e scodelle, raccogliendo zaini e infoderando lame.

Shikidai non aveva detto una parola, durante il breve viaggio che dalla torre spezzata li aveva ricondotti all’accampamento. Arpeus, pure, aveva mantenuto uno scontroso riserbo, forse perché non aveva approvato quel suo ultimo azzardo, quell’essersi arrampicato a rovistare col coltello in mezzo alle carni marcescenti dell’idolo per intascarsi la dovuta ricompensa. O magari, perché si sarebbe aspettato almeno un grazie, invece del nulla che aveva ricevuto. Shikidai s’era limitato a tendere uno dei topazi alla capo spedizione, che l’aveva accettato quale muto ringraziamento e l’aveva fatto sparire in una delle sacche alla cintura. Che senso avrebbe avuto ceder l’altro allo schiavo, che non poteva possedere nulla fuor da ciò di cui gli faceva dono il suo padrone?

Così Arpeus s’era messo a camminare una dozzina di passi avanti agli altri due, una lanterna nella mano e l’altro braccio e tener su il cappuccio, mosso dalla brezza marina, benvenuta e rinfrancante.

– Non dovresti trattarlo così, – la voce di Thagla ammonì Shikidai, mentre gli camminava accanto mordendo un pezzo di carne secca. – È stato lui che ha intuito dove potessi esser finito. E, sempre lui, che ha decifrato le iscrizioni sulla torre e capito con cosa avremmo dovuto batterci.

– Ma sei stata tu, scommetto, a intendere che la luce sarebbe stata la soluzione, a metter su un piano. Hai persino trovato l’uscita, quando s’è trattato di svignarsela.

– Sono il capo della spedizione, è il mio dovere. Ma lui è solo un schiavo. E non ha visto più di quindici inverni.

Shikidai annuì appena. – Non hai torto, dopotutto. Forse lo ringrazierò, fra qualche tempo. Non vorrei che si montasse la testa. – rispose con un ghigno e Thagla rise con lui.

Arrivarono al campo che il vento dal mare muoveva i mantelli e faceva dondolare le sacche appese alla sella dell’unico mulo. L’odore si mescolava al Sepulchrale e al tanfo di corpi che non vedevano abluzioni da quasi una luna. Non bastavano neppure gli oli che Shikidai metteva fra i capelli per tenere lontani certi olezzi, attaccati alle vesti e alle narici. Non erano gli odori della prateria, questo era sicuro, né quello della grande tenda di suo padre.

Thagla gli batté una mano robusta sulla spalla, con un vigore cameratesco che si riflesse negli occhi scuri, bordati di polvere nera ormai colata in lunghe striature sulle guance d’ebano. – Sbrigati a pisciare, che ci rimettiamo in marcia. E non sognarti di salire sul mulo, con la scusa che non hai dormito. – la guerriera si levò un pezzo di carne dai denti con l’unghia d’un mignolo. – Piuttosto, se ti rimane un briciolo di sale in zucca, smettila con certe stronzate, che alla prossima ti lascio a diventare cibo buono per i vermi. Intesi?

Non c’era crudeltà in quelle parole, e un sorriso bonario le seguì, per poi balenare via, veloce com’era comparso. La donna non attese una sua risposta: Shikidai la vide accelerare il passo, raggiungere Arpeus e fargli una ruvida carezza sul capo, per poi spintonarlo verso il mulo con burbera premura.

No, il guerriero considerò, quella non era la prateria, né aveva attorno a sé dei veri, fidati compagni d’arme. Ma Thanatolia era un posto strano. Un giorno potevi credere un uomo privo di valore, quello dopo pensare d’aver trovato qualcosa di simile a un fratello.

Non era quel che Shikidai avesse sempre desiderato, ma era meglio di niente.

Soppesando brevemente la gemma dorata nella tasca delle brache, il guerriero si concesse un ultimo, soddisfatto sorriso, e si decise a cercare un angolo appartato.

Meglio sbrigarsi a liberare le viscere, dopotutto: una nuova avventura lo aspettava.

FINE