La locanda di Mastro Angelo: Intervista a ROBERTO RECCHIONI

Jack SensoliniCiao, Roberto. Benvenuto nella locanda di Mastro Angelo. Il proprietario della baracca è fuori città. Per oggi faccio io gli onori di casa.

Che cosa bevi? E perché proprio un whiskey?

Il whiskey a patto che sia un single malt di almeno dodici anni.

Single malt di almeno dodici anni anche per me. Immagino tu lo prenda doppio. Serviti pure, paga Angelo.
Ora che abbiamo sciacquato la bocca, veniamo subito al sodo: che cos’è per te il fantastico?

È una domanda a dir poco complicata.

Se vogliamo stringere al sodo, il fantastico è – per me – un palcoscenico dove la realtà può venire stilizzata e alterata da elementi non naturali, utili per far emergere e risaltare elementi, invece, naturalissimi. In sostanza, il fantastico è il reale senza le parti noiose e con effetti speciali migliori.

Ti faccio quattro nomi di quattro Granduomini: Stephen King, William Shakespeare, Sergio Bonelli, Monicelli (e qui mi permetto di aggiungere anche Sergio Leone. Di conseguenza Kurosawa). Se riesci ancora a parlare dopo aver mandato giù quella robaccia, raccontami una storia.

Peschi (consapevolmente) alcuni nomi che per i miei due romanzi fantasy (anzi: fantasi), sono fondanti.

King perché è il mio narratore preferito (attenzione: “narratore”, non “scrittore”) e mi accompagna dai miei dodici anni a oggi (che ne ho quarantaquattro).

Shakespeare perché tutto quello che c’è di buono nella narrativa, lo ha creato lui. E poi, i suoi dialoghi sono senza eguali.

Sergio Bonelli, ma anche Tea Bonelli e Gian Luigi Bonelli, perché sono stati e sono, l’Avventura in Italia. Senza di loro, il genere sarebbe morto nel nostro paese.

Monicelli perché come capiva gli italiani e l’Italia lui, nessuno mai. Leone e Kurosawa (più Kurosawa che Leone) per quella capacità di stilizzazione totale che gli permetteva di rendere universali le loro storie migliori, poco importa l’ambientazione geografica o storica.

Sono tutti numi tutelari, santini che ho defraudato nella stesura dei due romanzi di YA e di tante mie altre cose.

YA, la battaglia di Campocarne è stato il tuo romanzo desordio, dopo una carriera ventennale nel fumetto. Perché proprio un fantasy, e perché uno Y(oung) A(dults).

Sono un giocatore di ruolo, amo il fantasy (per quanto sia il genere con dentro più spazzatura che mi venga in mente) e avevo voglia di scrivere quel romanzo che da ragazzino non ho mai trovato. Un libro che fosse sì fantasy ma che avesse anche una profonda eco nella mia tradizione. Da ragazzino (ma anche adesso), adoravo Brancaleone e il gioco Kata Kumbas, quando mi sono imbattuto nel Mangianomi di De Feo, ho capito che volevo fare qualcosa che si muovesse nello stesso solco: un fantasy italiano non solo per il nome dell’autore ma anche per il retroterra culturale a cui si rifaceva. Un fantasi, appunto.

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So che lavranno già fatto in tanti, ma volevo chiederti quali sono le differenze – sia di approccio che di linguaggio – tra scrivere per il fumetto e scrivere per un romanzo.

Sono mestieri del tutto diversi. Tranne che per i dialoghi, le parole di uno sceneggiatore di fumetti sono invisibili. Sono scrittura di produzione che viene interpretata dal disegnatore, che la trasforma in immagini. Quando scrivi un romanzo, invece, le parole che scrivi non hanno filtri e arrivano così come le hai pensate e messe su carta a chi le leggerà. E’ una cosa che cambia totalmente il tipo di approccio.

Torniamo di nuovo a King, ma potrei citare decine di esempi, anche insospettabili. Mi viene in mente Tarantino: perché un autore – specialmente se affermato e di successo – pare “soffrire” lesigenza di creare un collante dipertestualità, anche non necessario, allinterno della scatola in cui sono contenute le sue storie? Mi limito a YA: Dorsoduro, Battaglia, lalbero delle pene. Sono nomi noti a chi segue anche la tua produzione fumettistica.

C’è un gioco di connessioni molto forte nelle cose che scrivo. Quasi tutte le mie opere, per un dettaglio o per l’altro, sono collegate. Mi piace pensare che l’univero narrativa di un autore sia un luogo dove tutti i personaggi sono in qualche modo coesistenti. Per farvi capire il mio concetto: avendo scritto Tex, nell RRobeuniverso c’è anche Tex, che in una mia storia è passato per una cittadina (Serenity) che appare anche in due mie altre storie di ambientazione del tutto diversa. Ma è un universo solo mio, una specie di “pocket world” che rappresenta solo il mio e di cui, il lettore, avverte solo ogni tanto.

Se vuoi bere dellaltro, fa come se fossi a casa tua, qui alla Locanda di Mastro Angelo non badiamo a spese. Continuiamo con il gioco dei nomi, correggimi se sbaglio: Shakespeare con il discorso di Stecco alle truppe, Star Wars con il maestro e lapprendista Sith con gli iettatori, ancora una volta King con la sassaiola. Limportanza della citazione nella narrativa contemporanea e nella tua produzione.

Quella shakesperiana, più che una citazione, è un vero e proprio furto (e molti altri furti, sempre ai danni del Bardo, sono presenti anche nel secondo volume) gli altri sono rimandi più o meno inconsapevoli. Nel senso, non mi sottraggo al gioco post-moderno delle citazioni (per quanto oggi lo trovi logoro), non l’ho mai fatto, ma non l’ho fatto volontariamente su YA.

Una domanda secca: il tuo rapporto con i classici del fantastico.

Dipende dal classico. In genere, molto buono e ben poco eversivo.

Non sono uno di quelli che “se è classico è bollito”.

whisky_neatCongediamoci con un altro goccio, quello di commiato. Ti chiedo un ultima cosa: che futuro vedi per la narrativa di genere, in particolare per il fantastico, sia italiano che internazionale.

Sul piano internazionale, non mi permetto di fare troppe congetture.

Il futuro è segnato da opere-prodotto, create dagli algoritmi di Amazon più che dalla creatività, ma questo non significa che ne deriveranno per forza opere brutte.

Per quanto riguarda l’Italia… la Bonelli continua a rappresentare la roccaforte del racconto di genere, anche fantastico, mentre il cinema continua a rimanere incartato sul suo intimo ombelico. Quanto alla letteratura, si vedono dei timidi segnali di un nuovo corso, anche nelle fila dei grandi gruppi editoriali.

Penso che il successo di un Vanni Santoni, per esempio, renda le cose un poco più facili per tutti.

Grazie per essere passato alla Locanda, Roberto. Torna pure quando vuoi, sei mio ospite. Ora vado, i bicchieri non si laveranno da soli.

Jack Sensolini

 

Intervista realizzata da Jack Sensolini (Quello verde con l’orecchino in basso) che per l’occasione ha indossato il grembiule e ha spillato birre e whiskey alla Locanda di Mastro Angelo

Illustrazione realizzata dall’artista Candida Corsi

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