La leggenda di Sindbad al cinema

Quello di Sindbad il marinaio è un grande ciclo leggendario nato nel medio evo, in corrispondenza della massima espansione del commercio arabo e iranico con l’India, l’Indonesia e la Cina; e inserito molto più tardi, a partire dal XVII secolo, nel corpus delle Mille e una notte. Ma il Sindbad che abbiamo in mente noi, abile marinaio e spericolato avventuriero, è una creazione occidentale.

Il Sindbad originale è un mercante, non un marinaio, non è il capitano delle navi che portano lui e le sue merci, e non sembra abbia mai toccato un timone o bracciato una vela; e meno male,  dato che le sue navi naufragano quasi sempre. E anche se Borges nel suo racconto L’immortale lo definisce un altro Ulisse, è solo per le avventure; i due personaggi non potrebbero essere più diversi. Ulisse “dal multiforme ingegno” capace di affrontare ogni pericolo con il coraggio e l’intelligenza, sarebbe sgradevole, quasi blasfemo agli occhi di un pio musulmano del medio evo, la cui morale è che non vi è forza né potenza all’infuori di Dio, come più volte ripetuto nel ciclo. Sindbad perde la nave e ogni suo avere, si dispera, invoca Dio e tutte le volte viene salvato e arricchito di nuovo da un evento provvidenziale. La morale, esplicita, è che non a sé stesso l’uomo deve le sue fortune, ma a Dio, che salva o perde, rende povero o ricco chi vuole: l’uomo può solo affidarsi alla sua pietà.

Il Sindbad eroico nasce quando il cinema si impadronisce della sua figura rimodellandola secondo i canoni occidentali.

Sino al 1945 le storie di Sindbad non hanno goduto della fortuna cinematografica di altre delle Mille e una Notte, come il ladro di Baghdad e Aladino.

Nelle Mille e una Notte di John Rawlins, 1942, Sindbad non è che un personaggio secondario. Diviene protagonista nel film Sinbad il marinaio del 1947. Douglas Fairbanks jr sarebbe stato forse il miglior Sindbad del cinema, scattante, affascinante e ironico: ma il film è una parodia priva di elementi fantastici. Il secondo dopoguerra non era propizio al Fantasy, giudicato genere inferiore dalla critica, e si riteneva che divi quali Fairbanks, Maureen O’Hara e Anthony Quinn. non avessero bisogno di effetti speciali.

Segue Il figlio di Sindbad del 1955: ancora nessun elemento fantastico, e, peggio, nessuna avventura per mare. Unica idea da ricordare in questo mediocre film sono i quaranta ladroni diventati quaranta ladre!!

Nel 1952 invece era stato distribuito negli States un film di straordinaria fantasia e bellezza visiva, col titolo The magic voyage of Sindbad. Però altro non era che che il bellissimo film russo Sadko, tagliato, doppiato in inglese e rimontato da Roger Corman e la sua equipe, avendo cura di cancellare ogni riferimento alla cultura e al folklore russo. Idiozie della guerra fredda!

Perché Sindbad entri nel cinema a vele spiegate bisogna attendere Il 7° viaggio di Sindbad del 1958. Qui finalmente ci sono mari in tempesta, magia, isole misteriose, ma è il genio di Ray Harryhausen nell’uso dell’animazione a passo uno con la tecnica dello split-screen, che dava l’impressione che i suoi modelli interagissero in live action cogli attori, a rendere vivo il mondo fantastico. Il canone del Sindbad del cinema è fissato: abile capitano e principe-navigante, amato dai suoi marinai e pronto a rischiare a sua volta la vita per loro, mosso non tanto da avidità di guadagno ma da curiosità e sete d’avventura. È occidentalizzato in alcuni aspetti, come la devozione romantica alle figure femminili, mentre nelle Mille e una Notte, anche se Sindbad si sposa due volte, il tema non è sentito.  Resta però sempre nell’ambito della tradizione leggendaria arabo-iranica.

Dal punto di vista della sceneggiatura Il 7° viaggio di Sindbad è un’aerea e leggera fantasia che unisce la storia di Sindbad a quella del genio della lampada. Il ciclope, il Roc bicipite, il drago e il duello con lo scheletro (ripreso poi e amplificato dallo stesso Harryhausen nel capolavoro Gli Argonauti) ne sono gli elementi più famosi. L’idea più interessante sul piano simbolico è quella di uccidere il drago con una balista, frutto dell’ingegno umano, invece di lancia o spada alla maniera dei cavalieri dell’Europa medievale. Nel 1958 la tecnologia era vista con ottimismo, come aiuto all’uomo contro le forze oscure della natura, rappresentate dal drago (qui sotterraneo, quindi simbolo delle forze ctonie, terremoti e vulcani). L’idea fu imitata in Dragonheart e nel Trono di Spade, però con spirito opposto: in essi la balista è strumento della volontà di potenza dei sovrani. È subentrata la sfiducia nel progresso, la scienza è asservita al potere, e il Drago diviene figura positiva, fuoco dal cielo, agente della punizione contro la superbia dei governanti.

Il film successivo sull’eroe è Captain Sindbad di Byron Haskin del 1963: malgrado la presenza di Guy Williams, il popolare Zorro televisivo, non regge in alcun modo il paragone con Il 7° viaggio di Sindbad. Gli effetti speciali sono di modesta qualità e la trama inconsistente. Non metterebbe conto parlarne se non fosse per la presenza di due creature tratte dal folklore slavo: l’Uccello di Fuoco e il Kashey. Questa figura, già presente nell’arte russa con l’opera di Rimski Korsakov e il film fantasy Kashkey l’immortale, del 1945, entra per la prima volta nel cinema occidentale; è un mago malvagio che non può essere ucciso, perché il suo cuore o la sua anima sono al di fuori del corpo, in Capitan Sinbad in un cristallo. È la stessa idea dell’immortalità di Davy Jones ne I Pirati dei Caraibi.

Del 1973 è Il viaggio fantastico di Sinbad, di nuovo con Ray Harryhausen, questa volta anche co-sceneggiatore e produttore. Il film vinse il Saturn Award per il miglior film fantasy. Non sempre giustamente apprezzato dalla critica, in realtà è molto suggestivo e tocca profondi archetipi leggendari. L’inizio fortemente onirico, il perduto continente di Lemuria coi suoi templi sparsi nella giungla, ispirati alle architetture Khmer, i suoi selvaggi dalla pelle verde, il duello della Dea dalle sei braccia con Sinbad, restano impressi. Il mondo pagano è opposto alla ribadita fede islamica di Sindbad e dei suoi. Il principe mago Koura, interpretato da Tom Baker (Doctor Who) sembra aver raggiunto il più alto livello di potere alchemico, quello di infondere vita agli  oggetti inanimati: l’ Homunculus, la polena di una nave (scena poi imitata ne La vendetta di Salazar.) e la statua di Kalì cui Koura osa dire “O potente Kalì, più potente di te sono io, e tu mi obbedirai”. Koura si pone al di sopra degli dei e aspira all’immortalità e al potere assoluto. Ma all’esercizio della magia nera sacrifica ogni volta una parte della sua vita.

È molto significativa la lotta tra il grifone e il centauro monocolo. Nel mito greco-iranico, i nemici dei Grifoni, sono gli avidi Arimaspi, appunto con un occhio solo in mezzo alla fronte. Nella mitologia, il grifone è il guardiano  dell’oro, che in alchimia rappresenta la saggezza segreta; l’occhio solo in mezzo alla fronte invece significa vista acuta, ma mancanza di visione completa, quindi incapacità di cogliere l’armonia del mondo. L’Arimaspe-centauro è una rappresentazione simbolica del mago-scienziato che vuole rubare i segreti intimi della natura.

Il buon successo al box office spinse i produttori a ripetersi con Sinbad e l’occhio della tigre, nel 1977, diretto da Sam Wanamaker e scritto dallo stesso Harryhausen. Il risultato è leggermente inferiore. Lo stesso Harryhausen, che era solito lavorare da solo e prendersi molto tempo, ammise che in questo caso gli fu fatta fretta per motivi economici e non realizzò a pieno le sue intenzioni. Il cattivo qui è la regina-strega Zenobia, che per porre suo figlio sul trono ricorre alla magia nera. Mentre Koura pretendeva di infondere la vita, Zenobia trasmuta le forme, prima il legittimo principe Kassim in babbuino, poi sé stessa in gabbiano. Anche la trasmutazione animale ha un costo: a Zenobia resta una zampa d’uccello, Kassim rischia di perdere la propria umanità e cedere alla natura animale. L’elemento più interessante del film è l’ambientazione: al posto dell’australe Lemuria qui abbiamo Hyperborea all’estremo nord, mitico continente descritto dal viaggiatore poeta del VII secolo a.C. Aristea, secondo Erodoto, entrato nell’immaginario esoterico e al centro di uno splendido ciclo di racconti di Clark Ashton Smith. Sindbad vi incontra creature preistoriche conservate dall’ambiente glaciale: la lotta con i trichechi enormi e quella tra lo smilodonte e il gigante troglodita sono memorabili. A Zenobia, simile alle maghe delle Mille e una Notte, si oppone il sapiente greco Melanzio, una contrapposizione che ricorda quella del mago Sarastro e della Regina della Notte ne Il Flauto Magico di Mozart.

Lasciamo Ray Harryhausen con le parole di James Cameron: “Penso che tutti noi che lavoriamo all’arte del cinena di fantascienza e fantasy ora ci sentiamo come se stessimo sulle spalle di un  gigante. Se non fosse per il contributo di Ray all’immaginario collettivo, non saremmo ciò che siamo”. Gli hanno reso omaggio, in parole e immagini, Sam Raimi, Peter Jackson, George Lucas e Steven Spielberg.

Le avventure di Sindbad ispirarono diverse film di anime giapponesi.  Non li ho visti e quindi non ne parlerò. Cito invece la splendida versione animata, tratta direttamente dalle Mille e una notte, di Karel Zeman nel 1974; in questa poetica raccolta dei sette viaggi, ciascuno tra quindici e venti minuti, vediamo il Sindbad originale, poco eroico, molto pio e a occhi spalancati su un mondo meraviglioso.

Sinbad of the seven seas di Enzo Castellari, talmente brutto da essere amato dai cultori del trash, pretende di derivare da The Thousand and second tale by Sheherazade di Edgar Allan Poe. Il culturista Lou Ferrigno ricorda Bluto di Popeye meets Sinbad the sailor, che però almeno sapeva cantare.

Del 1996-1998 è la serie televisiva The fantastic voyages of Sinbad the Sailor: imitava Hercules e Xina, non presentava elementi di novità e non ebbe successo.

Seguì quello che è a tutt’oggi il maggior impegno cinematografico su Sindbad, Sinbad: legend of the seven seas, film d’animazione del 2003 prodotto dalla Dreamwork. Il film aveva molti atout: un cast stellare (Brad Pitt, Catherine Zeta Jones, Michelle Pfeiffer), animazione di alta qualità, un’eroina tosta e sexy, una cattiva affascinante: ciononostante diverte ma non appassiona, non cattura la fantasia, non resta impresso nell’immaginario. Anche al box office fu un fiasco.

Sindbad qui è un pirata, e non lo era stato mai, ma un pirata di tipo americano. All’inizio si mostra interessato solo alla ricchezza, e poi a scampare al patibolo, e alla fine mostra la propria indole generosa e conquista il cuore della bella. L’archetipo di questo personaggio è Burt Lancaster ne Il corsaro dell’isola verde (1952) di Siodmark; la sua apoteosi è Han Solo di Star Wars. Da allora, è stato ripetuto centinaia di volte in ogni genere di fiction d’avventura. Nel 1952 era anticonformista; in Star Wars non nuovo, ma comunque simpatico e impressivo. Ma dopo centinaia di incarnazioni, è il più trito degli stereotipi.

Il peggio è che il film taglia ogni legame con le Mille e una notte. Di Sindbad rimane solo il nome, Bassora diviene Siracusa, il mondo leggendario arabo– indiano è sostituito dalla mitologia  di Hercules e Xina. Ora, una cosa è introdurre un sapiente greco, figura ben presente nella letteratura islamica, e portare Sinbad su nuovi mari come fa Harryhausen: altro è sradicare completamente una leggenda dal suo contesto. È vero che il fantasy è un mondo a sé, ma un ciclo di leggende nasce sempre in una tradizione, al di fuori della quale è vuoto e privo di significato.

 È quello che manca a Sinbad: legend of the seven seas: la tradizione e l’aura leggendaria.  Probabilmente, come nel caso di Sadko nel 1952 Hollywood volle cancellare l’origine russa, così nel 2003 era improponibile quella irakena. Idiozie.

Della successiva serie televisiva con Eliot Knight purtroppo ho visto solo qualche foto che francamente non sembra memorabile.

Gli ultimi film ispirati alla leggenda sono segno della persistente vitalità del ciclo, ma  anche delle difficoltà a ritrovare e rinnovare la freschezza dello spirito originale. The 7 adventures of Sindbad (2010) è modernizzato, con un Sindbad magnate del petrolio a capo di un team di mercenari, anche se cerca di riprendere goffamente i temi classici, il pesce-isola, il gigante monocolo, i roc e le sirene. Sindbad and the minotaur (2011) è un tentativo di calare il personaggio nel mondo della mitologia greca, sulla scia del cartone animato del 2003, ma anche con uno sguardo ai film di Harryhausen, specialmente a  Il viaggio fantastico di Sinbad.

La realizzazione è modesta e ha avuto recensioni negative.

Giorgio Smojver