LA CITTA’ DELLA FAME PURPUREA di Luca Mazza

3 La Città della Fame Purpurea 001

 

 Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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LA CITTA’ DELLA FAME PURPUREA

di Luca Mazza

– Io vado su! –

– No, Milud, non farlo! – gemette X’a. Il buio sudicio della fogna ovattava la sua apprensione.

– Non si mangia da quanto? Eq’bal e i suoi saranno in qualche celliere, a burlarsi di noi e a gnamgnamarsi i quarti migliori! –

– Ma hai visto cosa c’è in superficie?-

Miloud sogghignò, accendendo un lume fetido che gli incadaverì lo sguardo. I suoi occhi parevano quelli di un vecchio. Le gallerie madide di miseria si ramificavano all’infinito.

– I morti non possono farci del male, sorellina-

– Ma gli incappucciati? Quelli che arrivano con la nebbia rossa e controllano le mosche?-

– Non dire scemenze- la liquidò sprezzante il fratello di ghetto -I Lanzicorni hanno fatto tavola rasata. Capirai, dopo nove hilal d’assedio … Si sono presi tutto e tutti, ma che ci cale? A noi bastano gli avanzi-

Milud fece per avviarsi ma la bambina restò lì, come un’ape nella sua cella.

– Dunque non vieni? Meglio! – la rampognò caustico – Sennò va a finire come l’ultima volta, che ti metti a frignare per un cucciolo già spacciato, e rompi i fagioli per portartelo appresso .. –

Milud si addentò la linguaccia. Era ingiusto parlare a X’a in quel tono. Sebbene i patimenti l’avessero fortificata e non lo desse a mostrare, la sua anima sanguinava ancora facilmente.

– Non importa, puoi restare – si raddolcì -Ma io salgo e basta lagne! E’ il nostro giorno, bisogna approfittarne, non capisci? Siamo predatori di immondizie e di rovine, e Shard’napal oggi è un’immane discarica …-

Insabbiò le proteste ausiliarie in un abbraccio scrofoloso.

– Farò una scappata ai Tre Cortili. E’ pieno di ville, nei paraggi – la rassicurò, scarmigliandole le trecce incerate di lordume – Cosa aggrada a Sayyida per cena?- motteggiò.

X’a tirò su un’agra risatina:- Datteri!-

Milud si prodigò in un inchino degno del miglior protocollo.

– Ogni desiderio verrà esaudito! –

Gli occhi vacui di X’a pedinarono l’andatura goffa ma svelta dello storpio che rintoccava dispari nel sottosuolo, e insieme alla luce finiva succhiata dalle tenebre.

Sola, poté inondarli di lacrime.

Strisciò nel suo diastema di frastagli di calcare crudo. Strinse a sé le spoglie del piccolo di Zerda che non era riuscita a curare. Le lunghe e buffe orecchie del corpicino erano ancora tiepide. Malgrado le zannate della fame e della paura, X’a si cullò in quel morbido simulacro di tepore e si addormentò.

Trasalì strangolando un singulto d’orrore. Un allarme sinistro le martellava le tempie. Non era il passo chiodato degli Spazzini, i safari erano cessati col protrarsi dell’assedio, e nemmeno il rantolo strascinato di un Roditeschi.

X’a dedusse di aver dormito più del lecito sulla base dei crampi allo stomaco e del lezzo che iniziava a promanare dal cucciolo morto.

Alla torpida lucidità seguì il presentimento che fosse accaduto qualcosa a Milud.

Qualcosa di brutto.

Attimi tremebondi, per reclutare il debito coraggio e gattonare dal buco negli orridi ciechi della suburra.

X’a si orientò con rattezza di talpa tra le fungosità dei labirinti, putida repubblica dei negletti di Shard’napal.

Sentore di lavorii carnivori dalle grate ossidate di contenimento, odore muscoso e mordace di malattia. Il buio inconcusso amplificava vertiginosamente i rumori e le profondità. Tuttavia X’a paventava di gran lunga l’ agorafobica desolazione dell’esterno, sotto un cielo ubriaco di lutti e di eclissi.

Con il cuore intriso di impotenza risalì il condotto gradinato da generazioni di sottovissuti fino al meato che dava all’aperto.

Abbisognò di un supplemento di strazio per ambientare le retine alle obliquità penumbrali della megalopoli in corrompimento.

Alfine è caduta Shard’napal l’insonne, vestita di marmo e di vizio, oggi governo del verme e dello sciacallo! Il Malo Evo ha prostituito la decadenza alla barbarie, e il sonno della ragione a quello della morte.

Non più arpe o flauti, o luci adulanti dai veroni, ma gli oricalchi della strage e il fumo del saccheggio.

E da ultimo i silenzi di un vespro che giammai annotta, di un’alba che non irraggia giorno, peggiori del fragore di mille osti.

A ogni modo per i calpesti come X’a, adusi a barcamenarsi negli interstizi e nella paura, correva poca differenza.

Di regola allo schianto di una civiltà sono le bordaglie, vaccinate alle miserie, a brindare sulle macerie.

Pertanto X’a si avventurò malcerta nell’ombra parabolica di un arco carbonizzato, alla meta indicata da Milud.

Tra i propugnacoli e i merli sguarniti il ghibli bisbigliava a X’a strofe di duolo e profanazione.

Logge e vicoli diroccati di panoplie, combustioni barocche, bucrani, cuoia guaste. Il sangue rastremava le colonne come un vischio purpureo. Nuvole di insetti. Una tempesta in marcia nell’afa graveolente, simile a un ringhio in sordina. Lampi ma non tuoni. Nel distretto leccato dal disastro aleggiava la tensione sovrannaturale delle stagioni di passaggio.

La reietta si arrischiò silente tra ripidi tetti assetati di luce, zampettando su funamboliche passerelle che aggettavano in farine di anatomie e macerie.

L’enorme cortile si spalancò in tre ordini.

I cedri e le palme del Visir vetrificavano nelle contorsioni dell’autodafé, per foglie il dondolio di servi e signori affratellati dal cappio.

Non era costume dei Lanzicorni produrre ostaggi. Schiave e infanti, casomai, per eternare la schiatta errabonda e arrembare come un’orda di parassiti sino al prossimo impero.

Il vento ridondò recando lo stigma della putrefazione e una nota più fonda, venefica, che infettò X’a di irresolutezza. Serrò e allentò le mascelle. Non poteva abbandonare Milud, lui non l’avrebbe mai fatto.

Discese quasi in apnea nel primo cortile, configurato a stella.

I ballatoi spettrali che lo accerchiavano rimandavano agli spalti di un’arena pronta ad acclamare nuova morte. In risposta a quel muto applauso X’a raccolse una daga dal palmo esanime di una salma irriconoscibile, e avanzò guardinga tra le selci annerite di un porticato.

Un brividoso silenzio rispondeva alle orme felpate con echi incongrui, sinistri.

Sensi molati dal diuturno sopravvivere sondarono gli anfratti a caccia di un indizio, un periglio. Le circostanze, il trovarsi sola, una tra i morti, non l’assistevano.

Nel mezzo di un alto giardino una fontana di stucchi e sirene, arida di acque, si rapprendeva nel cruore inacidito di una siepe di corpi raccozzati.

X’a registrò uno scatto, si imbalsamò, e dalla guernica di lacerti decollò il chiasso di innumerevoli coleotteri.

Sotto le ali potenti, da colibrì, fulgevano livree d’acciaio brunito, che screziarono la mezzaluce di scintille rutilanti. Con stupore di X’a lo sciame non si dissipò, ma arrossò l’aria di arabeschi ineffabili prima di sciogliersi in un sospiro fiammeo.

Il petto di X’a si fece bara di un terrore senza nome.

Ora sulla trista fontana, rannicchiata come una folle gargolla, la stava fissando una presenza incappucciata .

Il tocco ustorio di quei cinabri sovrumani le ammorzò ogni resistenza.

Dunque le voci degli scout rinnegati sugli infernali muscoidi di Shard’napal non erano spurie illazioni come asseriva Milud .. La scoperta non la emendò.

Con sinuosa macilenza l’entità sbarcò dal diametro di marmo, lenteggiando sugli scalini unti di mattanza. Malgrado il paludamento di stracci e la cifra antropomorfa la cosa sotto al cappuccio non apparteneva al mondo di X’a.

Il suo dinoccolare ripugnante perdeva di fasi quasi in ottemperanza alle leggi di un altro quando, aliene ai comuni riflessi.

L’orfana occhieggiò una via di fuga.

Una coppia di esseri analoghi, sorti dalla carneficina, la fiancheggiavano come segugi della fame, fugandole ogni speranza. Era tra i denti e il muro.

L’aria corrotta incubava una purpurea negromanzia, peggiore di qualsiasi pianeta assegnato a un mortale.

Uno degli orrori si inarcò come una scolopendra in procinto di balzare. L’urlo di X’a venne sepolto dal cozzo della battaglia. Un’ombra agile piovve da una cimasa, assorbì lo slancio bestiale in un clangore di catene e piastre e contrattaccò.

Il guerriero vestiva una lorica targata di strani anatemi, gli stessi sui corti ma taglienti scudi bracciali, che a un accento sfolgorarono d’un cerulo riverbero arcano. Il bulbo chiodato in asta alla stella del mattino frustò gli spazi sbriciolando petali di mana bluastro.

I tre abomini caddero come soldati attorno al cannone, disgregandosi in funghi di rossa stregoneria ogni volta che i sacri strumenti del paladino ne mordevano l’essenza immonda.

In meno di quanto sarebbe occorso a X’a per spirare il perimetro della fontana fu una messe di mosche e scarabei stecchiti.

La vittoria era chiara, le rune ardenti si stinsero nell’anodina sobrietà dell’acciaio.

Il prode si liberò della cervelliera cromata e soppesò i dintorni con lineamenti sfuggenti, incisi nel platino. Sopracciglia incendiarie come la chioma raccolta precipitavano su zaffiri aureolati di oro scuro, adusi a scavare nell’oscurità. Le orecchie a foglia vibravano di propria senzienza.

Quando la mise a fuoco X’a fu pervasa da un fremito di timore, benché da subito l’avesse identificata come un’altra donna.

Confidò nella chimerica solidarietà femminile: – Ti devo la vita .. sarei morta, senza di te –

– Morire è un fatto naturale, come mondare chi non lo è – tagliò corto la sconosciuta assicurando la mazza al balteo. Ripescò un ordigno astruso dalla faretra piumata. A X’a ricordò un sestante però assemblato con pietre e ossi misteriosi infusi di macabra magia. – Gli incubi non mentono – dichiarò tra se, erudita dal sibillino meccanismo. Il cipiglio le si ragnò di vendetta: – Mi sei sfuggito a Sib Har e nel Gulaag, Moros’ker, ma tra le mura di Shard’Napal renderò all’ Abaddon la tua anima empia –

Fece per riprendere il suo cammino ma X’a l’arrestò.

– Aspetta! Dimmi il tuo nome! Io sono X’a dei ghetti e cerco mio fratello Milud. Posso guidarti se mi aiuterai, conosco questi quartieri, sopra e sotto! –

L’enigmatica giustiziera scosse il collo taurino: – Dimentica quanto credi di sapere. Il mondo oggi è una succursale dell’inferno, e la morte il minore dei mali. Non è affare per te, marmocchia –

– Cosa sono quelle .. cose? –

– Le Cancrene? Sono i veltri di un vile gerofante corrotto dai culti diabolici che stanno dietro all’Eclissi e si contendono l’ universo – Il suo timbro era doloroso come ferite che non si rimarginano – Come tutte le progenie dell’Abaddon sono più spavaldi laddove signoreggia il genocidio, il disordine e la rovina. Le macerie e i carnai sono le loro bandite. Il Verme che Mors’ker idolatra va pazzo per l’ultimo alito degli agonici, ingrassa con la paura di chi resta indietro …-

Le iridi di diamante della paladina si soffermarono sulla patetica pretesa di vita che scodinzolava al suo fianco.

– Il suo nascondiglio non dev’essere lontano. Le Cancrene ne pattugliano i confini, e queste non sono le prime che incontro. Ma Shard’napal è così tentacolare .. Un vizio dei cultisti è stabilire il proprio alveare nei santuari consacrati a numi la cui fede è spenta, usurpandone le cabale come larve in una carcassa. Sono certa che Mors’ker ronza in un luogo del genere, qua attorno –

– C’è la cattedrale di Lakhesi! – s’infervorò X’a, accendendosi di speranza – Al di là del Ponte di Cobalto, ma si dice che i Lanzicorni l’abbiano fatto crollare! C’è solo un modo per arrivarci alla svelta .. Ti ci porto, se poi mi aiuti con Milud –

La paladina apprezzò il fegato e la sfacciataggine della reietta con un agro sorriso.

– Prima hai domandato il mio nome? – la sfidò – Sono l’ultima Reverenda di Chloto, Usbergo dei Credenti, Orifiamma delle Sette Norme, Pugno dei Serafini. Ma se proprio devi chiamami Ultyma, forse farò tempo a salvarti anche la prossima volta .. –

Il Passaggio dei Ladri scorreva sotto la pelle di Shard’napal come una vena sordida, spartiacque tra un passato di oblii e un presente di afflizione.

– Tu vivi quaggiù? – s’informò Ultyma, dissimulando il disagio nell’alone prismatico della lanterna d’ambrasanta. Conteneva un Lucignolo di Ptah, un silfo addomesticato che una volta scosso a dovere irradiò un barlume dapprima scorbutico e man mano più brioso, comunque inadeguato a rintuzzare il buio oppressivo della suburra.

– Siamo in molti – spiegò la piccola X’a orientandosi con destrezza nei foschi canali – Mendicanti, fuorilegge, appestati, tutti gli aborti e le scorie della Vecchia Prostituta. Le genti di sopra non possono vederci, se noi non lo vogliamo. Almeno è ciò che credevo .. Sai, pensavo che i mostri esistessero solo nelle viscere di Shard’napal! –

Ultyma si accigliò.

– C’è una città sotto alla città, infinitamente più vecchia ed estesa. Chi si è arrischiato là sotto non è più risalito. I Patroni ferrarono tutti gli accessi con grate di oricalco, se ne vedono ancora in giro, ma le sbarre cominciano a cedere .. Dicono che i Roditeschi e i Cormoragni scivolino fuori dalle crepe, per scampare a qualcosa di ancora più antico che si cela nel profondo … –

Quel che vive morrà / e quel che è morto vivrà di nuovo – borbottò la paladina incupendosi. In risposta al suo distico il tunnel fu viziato da un clamore subitaneo, che steccò il loro incedere. Le nocche cromate di Ultyma corsero al mazzafrusto, i simboli nell’acciaio s’inazzurrarono marziali. La baraonda sfociò in uno squittio aggricciante, e dal gomito della galleria una slavina di roditori e vampiri sciamò dagli scoli e per le fessure in un subbuglio d’ugne e pelami. Migliaia di pupille fiammeggianti di terrore si dispersero nell’oscurità brancolante del corridoio. – Scappano da qualcosa – commentò Ultyma – I parassiti, gli insetti, le strutture alveare servono la fame di Abaddon, ma gli intelletti delle creature più evolute lo rifuggono come la morte. Tranne certi letamai di stregoni .. Forse ci siamo –

S’addentrarono caute nel Passaggio.

Il crollo di Ponte di Cobalto aveva generato un pauroso allagamento sotterraneo. Ultyma si accompagnò all’orfana sul tacco sbozzato di un friabile cornicione. Le acque clandestine gorgogliavano intorbidite dagli scarichi della cloaca, producendosi nel bulicare vischioso di un immondo respiro subacqueo.

Il camminamento si incuneò fortunosamente in un altro cunicolo scavato nel corso di tortuosi pietrami. Ma all’ennesimo tornante la spedizione picchiò il muso in una spietata saracinesca di granito. Inamovibile.

Ultyma esaminò i cardini orizzontali e le strambe maniglie di rame, erose dagli eoni, inadatte a palmi di uomo. X’a la lasciò fare, vagamente divertita. Poi le disse: – Quando hai finito di indagare possiamo raggiungere il tempio battendo il tunnel scavato dai tombaroli, secoli fa. E’ proprio lì, dietro al condotto d’aria .. –

Ultyma la scrutò truce, ma i suoi occhi di cristallo non repressero un sorriso.

La cattedrale di Lakhesi. Mole di graniti tra le ombre, Etemenanki d’un perduto canone ieratico. Ultyma seppe che il Verme l’aveva eletto a Sua mensa ancor prima di posarvi lo sguardo. Il cubitale silenzio era graffiato dal brusio di vespe e mosconi, turbolenti nei vuoti in nebbiosi diagrammi purpurei. Un magma di scorpioni e scarafaggi si levava in aculeo sui lastrici di onice. Turiboli scheletrici bruciavano icori e pece, grondando un rossore brunastro come sangue infetto che conferiva ai capitelli e alle volute un chiaroscuro tartareo. L’odore era stordente.

La paladina ascose il lume nella faretra, gattonando con X’a tra file di reliquari spogliati da generazioni di furfanti. Salirono furtivamente da un pulpito di gradoni ad una nicchia imbevuta d’oscurità. Decine di Cancrene si rimaneggiavano fantasmagoriche attorno al loro Maestro come falangi d’insetti a guardia della regina. Lo spettacolo di Moros’ker non era solo riprovevole ai sensi, ma traumatico per il senno. La psiche sovrasensibile di Ultyma subì un attacco congiunto che la brinò in pochi istanti di sudore gelato.

Moros’ker, prostituitosi ai demoni della rovina, aveva perso ogni traccia di umanità. Le sembianti innaturalmente rigonfie erano occulte da una veste talare intessuta con i volti strappati alle Reverende di Chloto nel tribolo del martirio. Le anime intrappolate dalla negromanzia esprimevano nel carneo lamento delle sindoni la tragedia della passione eterna.

Questo e le molte croci nere infisse nel santuario profanato armarono la vendicatrice di incorruttibile determinazione.

X’a era una maschera di cera squagliata. – Cosa sta facendo? – balbettò in un murmure.

Moros’ker ficcò un lungo artiglio bianco nella strozza di un Lanzicorno crocefisso. Le cuoia del soldato erano affrante da ferite indicibili. Il mago diede una stratta feroce, e le entraglie sgorgarono dalla sua bocca insieme alla vita. Un subisso di ali rosse lo impanò, affamato, mentre Ultyma recitava un satorarepo per quell’anima persa. X’a vomitò e attaccò a tremare.

– E’ il Vocare Dolore, la comunione tra l’uomo e l’Abaddon – le sussurrò Ultyma scrutandola con pena – Un rito blasfemo .. Moros’ker nutre il Verme con l’agonia dei moribondi, e ingrossa le fila delle Cancrene coi loro resti –

Gli ostaggi in croce piansero orrore nel puzzo dello scannatoio.

C’era un vecchio dai bulbi strappati, una puerpera con il feto estorto e affogato nella camicia, un misero storpio irto di morsi e punture .. Ultyma non si avvide dello sguardo di matta angoscia che la bambina dedicò a costui.

– Non possiamo permetterlo .. – biascicò X’a ricusando l’onda contagiosa della disperazione – Salviamoli, adesso! –

Ultyma, a malincuore, la rattenne: – Moros’ker deve concludere il rito. Solo allora il Verme si renderà vulnerabile, nell’ottundimento che succede all’orgia di carne e dolore –

La sua coscienza di Reverenda protestò alla logica impietosa della strategia, ma Ultyma non poteva permettere a Moros’ker di sfuggirle di nuovo.

La reietta non aggiunse verbo. Ultyma si volse su di lei con occhi pieni di consolazione.

X’a era sparita. In un lampo di panico la paladina controllò la faretra socchiusa.

Il Lucignolo se ne era andato con lei.

X’a sopravviveva alle ingiurie del sottomondo in virtù dei suoi talenti.

In molti di essi c’era lo zampino di Miloud. L’aveva ripescata da uno scarico, denutrita, come i cuccioli che talvolta si illudeva di salvare. Nei ghetti ogni notte un padre sgozzava una figlia per un’alga candita. Milud, figlio del fango e dell’ombra, l’aveva amata e protetta dalle altre ombre di Shard’napal. Il loro legame era un ponte sulla voragine di blasfemia in cui era sprofondato il tempio di Lakhesi.

X’a agì in fretta, per impedire che il pitone ultimasse le esecrazioni. Sapeva che le sue armi, una daga e una lampada magica, potevano poco contro il volume di Male messo in opera da Moros’ker. Si avvicinò alla croci rasentando i graniti, attenta a non pestare gli incubi striscianti nel buio. Le nebbie bruivano pregustando le trippe del vegliardo accecato.

– Milud! –

Il fratello la inquadrò tra i tormenti. Protestò, un mugolio patetico. X’a vacillò alla vista della lingua mozza.

– Ti porto via da qui – singhiozzò la bambina. Ma i bracci erano alti, e i chiodi ferri di Dite picchiati nell’osso con disumanità.

Li forzò con la lama, il sangue di Milud gocciò dalla croce mescendosi in tracce gemelle alle sue lacrime.

Le Cancrene fiutarono subito il dolore e li accerchiarono come truppe al rancio.

X’a si fece scudo del fratello, brandì il Lucignolo di Ptah e lo mestò. Lo spirito imbottigliato sciabolò eliche cilestri che frustrarono l’ardore delle milizie infere. Le Cancrene si riplasmarono in un coltura di ronzii e svolazzi rugginosi, ma solo per far posto ai fuochi neri nelle orbite di Moros’ker. X’a guardò nel Verme e vide l’abisso settemplice della perdizione. Fu sua. Il prisma d’ambrasanta si sfracellò sulla diorite.

L’efemeride di luce venne investita dallo sciame profagico, che banchettò con l’elementale spegnendolo per sempre.

Nella tela di una malia perversa X’a brandeggiò la daga per starnare Miloud. Ne avrebbe addentato i rognoni mentre ancora il fratello si contorceva, gli appetiti del Verme schioccavano immondi dentro di lei. Poi l’avrebbe seguito all’Inferno …

L’azzurra fiamma della vendetta cauterizzò l’etere.

X’a rinsavì in tempo per scorgere il fulgore della collera celestiale.

La godendag di Ultyma schiomava la mala progenie in crepitii d’indaco e cromo, il sovraccarico di energie metafisiche fece rollare i pilastri della cattedrale. Moros’ker schiantò sulla paladina un flusso di parassiti purpurei che morì in fuliggine nei sortilegi iscritti sugli umboni.

– Mangia questo, Moros’ker! –

Ultyma avvitò la catena e la sbrigliò in un croscio di mana argenteo contro l’esuvia mortale del Verme. Lo stregone si sottrasse all’anatema d’acciaio zompando sul muro della navata con la flessuosità di una tarantola, e arretrò dal transetto ruggendo un gammaut d’allarme.

Le Cancrene decuplicarono gli assalti. Ultyma ne sbaragliò tre o quattro, rimpiazzate all’istante d’altre sacche replete di ronzii ma vuote di vita. I mosconi tambureggiavano sulla celata dell’elmo come chicchi di grandine.

Moros’ker si apriva la via di fuga. Per lui nulla aveva valore. Il mondo era un cimitero di avvoltoi, di civiltà in rotta come Shard’napal, di anime lasciate indietro con cui sfamare il Verme e osannare l’Abaddon.

Ultyma ripensò alle macerie spettrali di Chloto, ai Testamenti profanati, alle arche in frantumi, ai cieli che s’oscuravano sul Golgota di avventizie e di Reverende predate delle carni e della carità ..

Doveva fermarlo, fosse l’ultimo atto della sua ragione. La paladina avvinghiò l’apice della lunga catena alla balaustrata sovrastante, e in uno slancio portentoso sormontò la trincea di Cancrene atterrando a un passo da Moros’ker.

Le cornee d’atramento del teurgo, ulcere su cosmi efferati, intercettarono i suoi orioni fulgenti tra le gratelle del casco di battaglia.

Odia e regna con me cercò di suaderla il Verme tessendo un Cupio dissolvi di magie sacrivore.

Ultyma lasciò la presa sulla mazza, dondolante nell’oscurità. Con l’altro guanto snudò un Ankh damascato di scomuniche e gli lacerò le orbite col filo tagliente. Piansero un plasma mefitico, la pasta madre dell’Averno. L’artiglio biancastro le attanagliò la gorgia, ma Ultyma verticalizzò un altro fendente che aperse una croce sul grugno di Moros’ker.

Il mago fu scosso da spasmi tetanici.

Allora Ultyma vocalizzò nello squarcio il nome proibito del Verme come riportato al nono versetto del Libro Giallo e le fattezze di Morosìker degradarono all’istante. Le bende s’accartocciarono in un pesto mefitico, donde strisciarono rigagnoli di larve ameboidi che vaporavano al contatto dell’aria.

Il brusio cessò di colpo. Gli insetti alati fioccavano come neve nera depositandosi sui congeneri terragni in un sudario di resa. I bracieri avevano smesso di sanguinare, l’ombra e il silenzio si riadagiavano tra gli archi della cattedrale.

– Aiutami a tirarlo giù, per favore … sta morendo –

Ultyma si ricordò dei reietti. La madre sgravata era deceduta. La paladina passò oltre e recuperò la stella del mattino.

Rimossero i chiodi dai tarsi martoriati di Milud. Aveva perso troppo sangue anche solo per ipotizzare una taumaturgia. X’a lo abbracciò e lui si limitò a carezzarla con sclere enfie di veleni. Goglottò qualcosa, che la bambina parve afferrare malgrado l’orrenda mutilazione. Le dita scabbiose visitarono una tasca remota nei cenci dello storpio, e ritornarono con due datteri ammuffiti.

Si scambiarono un ultimo sguardo e Milud spirò addolcendosi in sorriso.

X’a piangeva a dirotto.

Ultyma soppesò i frangenti, poi decise di non rimproverarla per il lume futilmente compromesso.

Purtroppo non c’erano più tanti Lucignoli in giro da quando Ptha era caduta nei ghiacci tenari.

Erano tempi duri, per la luce.

E non era finita …

Non è mai finita con gli enti immortali.

Presto o tardi i pianeti si sarebbero riconfigurati e l’odio, la demenza o la superbia avrebbero coartato un’intelligenza al ritorno del Verme ..

Il lutto di X’a si depravò in un grido di sorpresa e dolore.

Le vesti del negromante!

Come un mosaico di dannazione erano strisciate nel silenzio della navata, muta senziente di un serpente mai morto, e ora avviluppavano le tibie di X’a, le insidiavano il pube come un sudario.

Ultyma sogguardò l’infernale realtà rimpicciolirsi alla lente lacunosa del suo arbitrio.

Com’è Scritto, ogni vestigia fisica del Verme andava mondata …

Le bende stregate scalarono i fianchi imbozzolando la bambina in una tumida crisalide. I simulacri scorticati delle Reverende si burlavano di Ultyma, ma dietro vi scorse lo scodinzolio del Cane a Tre Teste.

Le restava un istante per compiere una scelta, l’anima o la carne? La squarcina saettò in un fendente più rapido del pensiero. Il volto di X’a stralunò gli occhi, e seguitò a fissarla incredula fin quando non si fermò a pochi cubiti dal collo.

Le vesti ricaddero inerti, e Ultyma tuonò la sua penitenza a Chi non poteva udirla.

Cremò i paramenti alla brace di arcani esorcismi.

Poi asportò i resti dei trapassati nel cortile scoperto del seminario di Lakhesi. La carenza di vocazioni l’aveva tappezzato di rigogliose malerbe, che secolari asfissiavano il porticato e le logge.

La guerriera imbandì una pira e appiccò le fiamme.

Il fumo dell’olocausto si disperdeva nell’immutabile tramonto del Malo Evo come il ricordo di piccole cose vissute e già dimenticate.

Dietro l’Eclissi i cieli ardevano di misteriosi riverberi, segni di una guerra tra forze inconcepibili al di là dell’orizzonte mortale.

L’ultima delle Reverende si sentì d’un tratto nuda, impotente, grave di colpe e fardelli che non si attagliano alla natura umana.

Perché insistere, perché lottare? Per un’aureola di santità? Per sedere alla destra dei Beati?

Profeticamente, un crociato di Pentesilemme le parlò con voce impolverata di mille memorie di morte.

– .. perché l’abbiamo giurato, e se di noi ne restasse uno soltanto continuerà a combattere per chi non può o non ha il coraggio di farlo … –

X’a e Milud calcinarono nel rogo. Almeno le loro anime erano in salvo, per quanto possano esserlo in tempi come questi.

Ultyma rinunciò a malincuore alla pace ritrovata della cattedrale, calpestò le grandiose scalee e contemplò Shard’napal dal mozzicone del ponte abbattuto.

Era come se i Lanzicorni nel cancellarla avessero impiegato un fuoco greco capace di consumare tutti i toni dello spettro cromatico fuorché il grigio.

I soli aloni purpurei, adesso, erano i focolai degli incendi in esaustione.

L’universo le sembrò triste come una dimora abbandonata.

Consultò il Necrolabio. Ogni traccia di iniziativa demoniaca era cessata nel raggio di parecchi stadi.

Ma la falange di antimonio del sestante vibrava, debole quanto perfida, a sud di nessun nord.

Gli occhi iridati di Ultyma seguirono la direzione indicata, a caccia di qualcosa che stava oltre la prossima landa, la prossima porta e la prossima ecatombe.

I suoi passi rintoccarono implacabili tra le rovine.

I passi implacabili di chi ha accettato la notte, e cammina sotto un cielo di crocefissione.

 

FINE