LA CARTA PIU’ ALTA di Jack Sensolini

22901323_10203846869488057_230666369_nCopertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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LA CARTA PIU’ ALTA

di Jack Sensolini

 

Ah, che bel vivere, che bel piacere, che bel piacere

per un barbiere di qualità, di qualità!

Gioacchino Rossini, Il Barbiere di Siviglia

C’è una donna che semina il grano

volta la carta si vede il villano

il villano che zappa la terra

volta la carta viene la guerra

De André, Volta la Carta

1.

LA MACCHIA DEI CALCAGNI

Faceva caldo, molto caldo. L’armatura era il crogiolo incandescente in cui l’Eterno-dio-dormiente, di lì a breve, avrebbe forgiato l’ennesimo destino.

Fulvio dei Brace aveva sedici anni. E una paura fottuta.

Si sentiva le gambe intorpidite e la gola asciutta. Ogni respiro gli faceva ardere i polmoni. Sfilò l’elmo, si asciugò la fronte e alzò lo sguardo: il sole splendeva livido sulla Macchia dei Calcagni.

I soldati del Re di Cuori attendevano un segnale che tardava ad arrivare. Stretti uno accanto all’altro, solo il suono del metallo contro metallo impediva a Fulvio di immaginarsi in una fossa comune a cielo aperto. Avvertì un crampo all’avambraccio, stava stringendo l’elsa della spada da ore. La lama de conti di Daiardo, che era stata di suo padre, e del padre di suo padre prima di lui.

L’avanscoperta aveva perso le tracce del nemico. Bisognava ammetterlo: il Re di Picche sapeva come pianificare un attacco.

«Avanzare» si sentì gridare dalla testa dell’esercito. «Ci muoviamo verso il torrente.»

E Fulvio avanzò, senza volerlo, spinto da quelli che lo seguivano. Per l’ennesima volta si chiese cosa sarebbe successo se si fosse trovato faccia a faccia con suo fratello. Le domande erano sempre le stesse: avrebbe avuto la forza di difendersi? Avrebbe avuto il coraggio di colpire per uccidere? E cosa avrebbe fatto Ario?

«In culo il Re di Cuori» si era sentito rispondere quando aveva tentato di dissuaderlo dall’abbracciare la causa di Lotorio. Le parole di suo fratello riaffiorarono vivide nella mente. «Nostro padre ha sposato la causa del Re di Picche, con che diritto posso disonorare la sua memoria?»

Se così è stato sognato, così sarà, si disse Fulvio.

Non fu di conforto.

L’acqua del torrente arrivava alle ginocchia. Per qualche minuto ne ricevette sollievo, poi il ferro dei gambali e la stoffa umida fecero riaprire le vesciche.

Si ritrovò a ridosso della prima fila senza nemmeno accorgersene. Succedeva sempre così: quelli davanti cercavano di sgattaiolare dietro, quelli dietro spingevano perché altri ne prendessero il posto. Fulvio aveva fantasticato a lungo, sul momento della prima vera battaglia. Si era immaginato esattamente lì, alla testa dell’esercito. Ma ora che quel momento stava per arrivare, la realtà lo schiacciava con la forza dell’inevitabile.

Meno della metà degli uomini aveva guadato il torrente, quando sentì squillare le trombe.

Gli attimi che seguirono furono confusi.

Imprecazioni e grida.

Ordini sbraitati troppo in fretta. E troppo tardi.

Vide sguainare le prime spade. Una gomitata lo colpì sotto le costole, togliendogli il respiro. Da dietro, una ginocchiata lo fece rovinare faccia avanti. Molti lo calpestarono, nessuno lo aiutò a rialzarsi. Mandò giù una zaffata di fango. Vomitò. Si coprì il volto per evitare che lo schiacciassero.

Il rumore dei primi scontri sibilò in lontananza. Poi sempre più vicino.

Doveva rimettersi in piedi, e doveva farlo in fretta. Fece appello a tutte le sue energie: ce la fece. Assorbì una spallata, inciampò su una roccia. Sarebbe caduto di nuovo, se non avesse urtato la schiena di un compagno con l’elmo. Se lo tolse e lo gettò a terra. Cercò di capire dove fosse: non ci riuscì. Si voltò indietro, giusto in tempo per vedere un soldato trafitto da una pioggia di frecce. Intuì la direzione del nemico.

Prese fiato, intonò una specie di grido di guerra e si lanciò in carica.

Nella mischia, cercò suo fratello. Si accorse presto che trovarlo era impossibile. Schivò un fendente, poi un altro. Era circondato da tre avversari. Se voleva incontrare Ario, prima doveva combattere. Combattere per la sua vita.

Fu in quel momento che si accorse di aver smarrito la spada.

Se ne dovettero accorgere anche gli altri, perché lo attaccarono tutti insieme. Un colpo di piatto gli intorpidì la spalla. Una stoccata lo mancò di pochi pollici. Si gettò sul terzo prima che potesse affondare, colpendolo al volto con il guanto d’arme. Rifilò una testata. Colpì a pugni il vuoto. Provò la fuga, ma una spazzata lo fece rovinare di nuovo a terra.

Vide l’acciaio calare su di lui.

Chiuse gli occhi e accettò il suo destino.

Un destino che, stranamente, tardò ad arrivare.

A differenza del piscio tra le sue gambe. Quello era arrivato puntuale.

Il clangore generato da due spade che si toccano lo fece sobbalzare. Quando riaprì gli occhi, due nemici erano già a terra, trafitti da acciaio amico. Vide il terzo crollare sotto colpi violenti, il fianco aperto che sputava sangue e parti di interiora.

Il suo salvatore raccolse la spada del cadavere e gliela porse. Fulvio l’accettò, titubante. «Ti devo la vita» disse.

«Allora vieni con me, il Re è circondato» rispose l’altro.

Fulvio riconobbe la voce di Caio. Incrociò i suoi occhi d’ebano, fieri e senza nessuna traccia di esitazione. Il giovane Senzanome che aveva accompagnato Darcan dei Carte dal suo ritorno ad Abadonia. Nonostante l’età, su di lui giravano già tante storie. E a giudicare da quello che Fulvio aveva appena visto, non tutte dovevano essere false.

«Andiamo» ruggì Fulvio.

E insieme si avviarono verso la gloria.

2.

RAPPORTO

Regno di Abadonia. 77esimo giorno d’estate dell’anno dei Figli 1723.

Mia superba Maestà, gentiluomini della Camera dei Pari, la Guerra delle Due Carte sembra essere giunta al suo atto conclusivo. La Battaglia dell’Ultima Mano potrebbe scrivere la parola fine sulla guerra civile. Darcan dei Carte, detto il Re di Cuori, contro il fratello Lotorio, il Re di Picche. Il legittimo erede contro l’usurpatore. Fratelli di padre e di sangue.

Soprattutto di sangue.

Il conflitto ha assunto le dimensioni di un enorme circo itinerante: un carrozzone di nobili e popolani accompagna i due schieramenti per assistere all’agognato momento in cui uno dei due fratelli trionferà sull’altro, e magari approfittarne per salire sul carro del vincitore.

Dopo la sconfitta alla Macchia dei Calcagni, il Re di Cuori, tratto in salvo da un manipolo di giovani eroi, ha ripiegato verso Magotta, attendendo l’arrivo delle Idi Mestiziane. Durante i tredici giorni di giubilo religioso, in cui si renderà il dovuto omaggio ai tredici Figli dell’Orda, le alte cariche doselite hanno richiesto la sospensione di qualsiasi conflitto armato.

Rapporto ufficiale di Arthur Bradbury, cronista reale di Stardon.

3.

IL BARBIERE DI MAGOTTA

Gioacchino il Gaggio aveva la lingua svelta, le orecchie aperte e le mani veloci. Per questo era diventato un barbiere. E per una serie di fatti fortuiti che non staremo qui a spiegare, era il barbiere più richiesto dai nobili abadoniani.

Quelli che potevano permettersi la tariffa, s’intende.

Insomma, tutti lo volevano, tutti lo cercavano: donne e ragazzi, vecchi e fanciulli.

In quei giorni, una serie di sfortunate coincidenze, unite all’esercizio della sua professione, alla reputazione che si era costruito negli anni e all’amore per il denaro, l’avevano catapultato nel bel mezzo della masnada di Magotta, dalla parte del Re di Cuori. Per essere onesti, l’amore per il denaro aveva avuto un ruolo molto più dominante, rispetto al resto.

I tesorieri di Darcan dei Carte gli avevano offerto il doppio.

Come ogni mattina, si alzò all’alba. Gioacchino il Gaggio si alzava sempre all’alba. Come detto, era il barbiere ufficiale del Re di Cuori. E, da buon uomo del re, aveva preso particolarmente a cuore il suo impegno.

Si vestì in fretta, una spolverata di cipria e infilò la parrucca. Azzannò un tozzo di pane raffermo. Lucidò rasoi e pettini. Bigodini e forbici.

Il primo cliente di giornata si era appena accomodato alla sua poltrona. «Il solito?»

Gioacchino era più che certo di non aver mai pettinato il conte di Capracruda. Al secolo, Arturo IV degli Uccelli. Ma chi era lui per farglielo notare? «Vada per il solito.»

Il conte Uccelli alzò il mento. «Immagino avrai saputo della Macchia dei Calcagni.»

Gioacchino infilò la mantella di seta sotto al colletto della camicia logora del conte. «Se vi riferite al salvataggio miracoloso del Re di Cuori, certo che l’ho saputo. Non si parla d’altro. Caio il Senzanome e il giovane conte di Daiardo si sono aperti un varco nella cavalleria nemica, che aveva messo il nostro Re sotto scacco. Si dice che il Senzanome abbia trucidato da solo più di venti cavalieri del Re di Picche. Avete assistito alla scena?»

«Purtroppo no. Avevo una caviglia slogata, non ho potuto prendere parte alla battaglia.»

«Capisco.»

«Che i Tredici mi siano testimoni, avrei dato il braccio della spada per esserci.»

«Non ne dubito, vostra signoria.»

«Qui a Magotta gira voce che il re vincitore sposerà la principessa di Stardon.»

«E da chi l’avete sentito, di grazia?»

«Me l’ha confessato il conte di Gattapietra, che ha parlato con la sorella del conte di Belforte, amica intima della moglie dell’arconte di Forte del Cane, che qualche anno fa ha presenziato ad un balletto reale stardoniano. La principessa era l’ospite d’onore.» Arturo degli Uccelli avvicinò la mano alla bocca e sussurrò «pare sia bruttina.»

Gioacchino fece scivolare i capelli del conte – pochi, sfibrati e sottili – tra l’indice e il medio. Un disastro, si disse, davvero un disastro. Prese le forbici e cominciò a tagliare. «Non dico che sia vero, ma non dico nemmeno che sia vero il contrario. Girate la testa verso sinistra. Così» accompagnò la nuca del conte con le mani. «Se proprio devo farvi una confessione, qualcuno dei miei clienti mi ha parlato di una bellezza imperfetta, qualcun altro di un’armonica bruttezza.»

«Quello che voglio dire, Gioacchino, è che di morti ammazzati ce ne sono stati parecchi, il gioco deve valere la candela. La chiamano la Guerra delle due Carte, ma sarebbe spiacevole scoprire che la posta non è alta quanto i giocatori credevano. Non so se mi spiego.»

«Ufficialmente, signor conte, la posta in gioco è il trono di Dom.»

«Certo, certo. Il trono di Dom. Ma i troni non figliano.»

«Se proprio devo dirlo, signor conte, non tutti possono permettersi una moglie come la vostra. Siete l’uomo più invidiato di Abadonia.»

«Che rimanga tra noi, ma quando questa guerra civile sarà finita, ho intenzione di sfidare Gordon dei Barona a duello. Sempre che quel pusillanime non crepi prima.» Arturo degli Uccelli non aveva perso troppo tempo in convenevoli. Succedeva sempre così, la prima volta.

«L’arconte di Covo dei Giusti?»

«In persona.»

«Il generale in comando delle truppe del Re di Cuori?»

«Unico e solo.»

«E il motivo, se posso permettermi?»

«Invidia, Gioacchino, proprio come hai detto. L’arconte muore d’invidia, ma sarà la mia spada a finire il lavoro.»

Il Gaggio pensò che il povero conte Uccelli era stato l’ultimo a sapere che la moglie era la nuova amante dell’arconte Barona, spadaccino provetto e Spada del Re di Cuori. «Credo di capire.»

«Dite che posso farcela?»

Arturo degli Uccelli non aveva alcuna speranza. Ma il Gaggio era solo un barbiere, e perché un barbiere avrebbe dovuto privare un uomo dell’ultima cosa che gli era rimasta? «Non voglio dire che ce la farete, signor conte, ma non voglio nemmeno dire che non ce la farete. Io mi intendo a malapena di acconciature.»

«Non fare il modesto, metà dei nobili abadoniani fa la fila per farsi pettinare da te.»

«Solo perché l’altra metà non può permettersi la tariffa.»

«Avrebbero dovuto cambiare bandiera, in tempo di guerra la fedeltà non è ben pagata.»

«Chi pensate che vincerà?»

«Ufficialmente sono schierato con il Re di Cuori, altrimenti non sarei qui. Ma detto fra noi, uno vale l’altro.»

«Non prendetela a male, ma prima di oggi io vi facevo con il Re di Picche.»

«Mi stai confondendo con mio padre. Dopo la sua triste dipartita, ho pensato di abbandonare la causa dell’usurpatore. Ho sempre trovato gli usurpatori, come dire…Poco eleganti?»

«Chiedo scusa, signor conte. Non ero a conoscenza del vostro lutto.»

«Il vecchio aveva già campato abbastanza. Nella Macchia dei Calcagni, pare che il babbeo sia caduto da cavallo durante la prima carica. L’hanno ritrovato con il cranio spaccato e le braghe piene di merda, abitudine che, in tutta franchezza, era solito coltivare ben prima della guerra.»

«Comunque, ragionando tra me e me, la Guerra delle Due Carte sta andando avanti da parecchio, signor Conte. Gli uomini sono stanchi. Non sarebbe meglio concludere la faccenda con un duello? Il Re di Cuori contro il Re di Picche. L’ultima mano. Carta più alta vince.»

«La trovo un’idea splendida, Gioacchino. Davvero un’idea splendida. Ne parlerò con il conte di Gattapietra. Che a sua volta ne parlerà con la sorella del conte di Belforte, amica intima dell’arcontessa di Forte del Cane.»

Il Gaggio sfilò la mantella con un movimento fluido. «Qui abbiamo finito.»

«Un lavoro eccellente, come al solito.» Arturo degli Uccelli, a malincuore, pagò il dovuto. Poi aggiunse «se non fosse stato per le Mestiziane, lo spettacolo sarebbe già bello che finito.»

«Forse è così, signor conte, o forse no. Ma come dico sempre io, non è mai troppo prudente farsi vedere in giro spettinati.»

4.

L’ODORE DELLE MENZOGNE

Fulvio dei Brace aveva ripensato a lungo alla Macchia dei Calcagni. Le immagini della battaglia si sovrapponevano una sull’altra. Una dentro l’altra, in una specie di grande ammucchiata. Un’ammucchiata per soli uomini. Uomini e cavalli. E spade, molte spade. Urla, molte urla. Urla di trionfo e di sconfitta. Braccia. Gambe. Gole. E soprattuto sangue. Sangue dappertutto.

Il cielo sopra Magotta aveva la consistenza della pelle di un lebbroso. Ma Fulvio si sentiva in gran forma. Era stato promosso a sergente, e il generale Barona si era congratulato con lui di persona, pronosticandogli una brillante carriera militare. Aveva perso la spada di suo padre, certo, la lama che era stata dei conti di Daiardo per generazioni era sepolta nel fango. Ario ne avrebbe riso. Poi gli avrebbe fatto saltare qualche dente.

Fulvio Percorse le strade della città – la parte di città occupata dalle truppe del Re di Cuori – con il mento sollevato, il petto in fuori e il sorriso delle grandi occasioni. Ammiccò a un gruppo di reclute che lo fissarono con rispetto e ammirazione. Diverse dame lo spogliarono con gli occhi, civettando tra loro. Si lasciò spogliare. Strinse le mani di uomini che un tempo l’avrebbero ignorato. Ricevette diverse pacche sulle spalle e il saluto militare di almeno tre ufficiali. Il suo nome era sulla bocca di tutti.

Doveva essere così che si sentivano gli eroi.

Si trovò a chiedersi cosa provasse Ario. Invidia? Orgoglio? Rabbia? Non seppe darsi una risposta, perché in quel momento il suo salvatore gli si parò davanti. Il volto duro e spigoloso nonostante la giovane età. Gli occhi d’ebano fissi nei suoi. I capelli corvini ricadevano sciolti sugli spallacci dell’armatura. Armatura che doveva aver lucidato quella mattina stessa, perché il riflesso del sole quasi accecò Fulvio.

Caio il Senzanome si portò il pugno della mano destra al petto. «Dom domina, sergente Brace.»

«Dom domina, capitano Caio.»

Dopo un silenzio che per Fulvio stava tramutando in imbarazzo, Caio parlò: «È vero che tuo fratello combatte per Lotorio?»

«Sì, capitano. Mio fratello gemello.»

«La cosa ti turba?»

«Non particolarmente.» Mentì Fulvio. E dentro di lui qualcosa gli disse che Caio aveva annusato la menzogna. Caio il Senzanome sapeva riconoscere, l’odore delle menzogne.

Ancora silenzio. Fulvio parlò quasi per giustificarsi. Se ne pentì appena aprì bocca. «Mio padre aveva prestato giuramento al Re di Picche. Ario non è il tipo d’uomo che disonorerebbe la memoria di suo padre.»

«Tu sei quel tipo d’uomo?»

«Siamo diversi» rispose Fulvio. Almeno su questo aveva detto la verità.

«Se doveste trovarvi uno di fronte all’altro, saresti disposto a colpire per uccidere?»

In tutta sincerità, Fulvio sperava di non scoprirlo mai. «Senza nessuna esitazione.»

«Bene» annuì Caio. «Il Re vuole vederti.»

5.

LA CONTESSA DEGLI UCCELLI

Quelli della contessa di Capracruda – al secolo, Margherita degli Uccelli – erano i capelli più morbidi e lucenti che le dita di Gioacchino detto il Gaggio avessero accarezzato. E lui di capelli ne aveva accarezzati a migliaia. Lisci come seta e robusti come spighe di grano. Nessun segno di doppie punte o ciocche sfibrate. Rossi del colore della carne viva. «Tagliarli è quasi un peccato, contessa. Mi limiterò a spuntarli.»

«Dici? Avevo voglia di cambiare.»

«Lavoreremo sulla piega.»

«Sono completamente alla tua mercé, Gioacchino. Fai di me quello che vuoi.»

Gioacchino tossì. Quella donna sapeva come ammaliare un uomo. Per sua fortuna, lui non era quel tipo d’uomo che poteva essere ammaliato da una donna. «Non lo dica troppo forte. Vostro marito potrebbe sfidarmi a duello.»

«Quel rammollito?»

Gioacchino si finse imbarazzato.

«Ha finto di slogarsi la caviglia per evitare la Macchia dei Calcagni» proseguì Margherita.

«Non siate troppo dura con lui. È un uomo buono. E vi ama.»

«Mi ama? Certo che mi ama. Ma non è l’unico ad amarmi. C’è la fila, di uomini che sono pronti ad amarmi. E della sua bontà non so proprio che farmene. I buoni sono di una noia mortale.»

«Pensate che possa farcela?»

Margherita continuava a fissare il suo riflesso nello specchio, compiaciuta della sua bellezza. «Non credo di seguirti.»

«Non ne sapete nulla?»

Margherita degli Uccelli scosse debolmente la testa.

«È stato da me solo ieri mattina. Vuole commettere una sciocchezza, contessa. Vi prego di dissuaderlo.»

«Sto perdendo la pazienza, Gioacchino. Dissuaderlo da cosa?»

«Vogliate scusarmi, signora contessa. Non trovo il coraggio di dirvelo. Ma non trovo nemmeno il coraggio di non dirvelo.»

Margherita sbuffò, una vena pulsante le era comparsa sulla fronte. «Allora?»

«Non so bene perché, ma vostro marito ha intenzione di sfidare l’arconte Barona a duello.»

La contessa si lasciò sfuggire una risata. «Se è uno scherzo, lo trovo di pessimo gusto.»

«Le assicuro che no, non è uno scherzo. Anche se, in tutta franchezza, non riesco a capire il motivo di un gesto tanto sconsiderato. Tutti ad Abadonia sanno che la fedeltà a vostro marito è seconda solo alla vostra bellezza, signora contessa.»

«Ma certo, Gioacchino. Ma certo. Non c’è motivo di allarmarsi. Parlerò con mio marito. Lo farò ragionare.»

Liberato del peso di quella confidenza, Gioacchino riprese a inforcare bigodini. «Che ne pensate del giovane Senzanome?»

«Si dice sia nientemeno che il figlio bastardo di Darcan dei Carte.»

«Difficile dirlo. Ma difficile anche dire il contrario. Di certo sarebbe il primo. C’é quella storia che circola sul Re di Cuori.»

«Quale delle tante?»

«Quella che il suo seme è stato corrotto dall’incubo. Per ora le sue mogli hanno sempre generato dei nati morti.»

«Questo pare vivo e vegeto, al contrario dei suoi nemici. Detto in confidenza, mio caro Gioacchino, il Senzanome è un gran bel pezzo di carne» Margherita strizzò l’occhio al suo riflesso nello specchio. Poi riprese: «alcune delle mie amiche avvelenerebbero i loro mariti nel sonno per una notte con l’eroe della Guerra delle Due Carte. Dicono che abbia ucciso più nemici di quanti un uomo possa contarne.»

«E che abbia rifiutato ogni donna che l’abbia avvicinato.»

«Sì, ho sentito anche questo» rispose lei .

«E questo la eccita, signora contessa?»

Un sorriso sardonico strisciò sopra il mento appuntito di Margherita. «Non essere volgare, Gioacchino.»

Il Gaggio dedusse che sì, la cosa la eccitava. Eccitava persino lui, a essere onesti. «Comunque, ragionando tra me e me, la Guerra delle Due Carte sta andando avanti da parecchio, signora contessa. Gli uomini sono stanchi. Non sarebbe meglio concludere la faccenda con un duello? Il Re di Cuori contro il Re di Picche. L’ultima mano. Carta più alta vince.»

«Mezzora scarsa e sarebbe fatta. Le signore si annoierebbero a morte.»

«Qui abbiamo finito, signora contessa. Soddisfatta della piega?»

Margherita si alzò in piedi, sollevò il mento accarezzandosi l’acconciatura con i palmi delle mani. «Non immagini quanto.»

Gioacchino si perse nelle pieghe affusolate del suo collo.

Lei uscì dicendo: «Ah, quasi dimenticavo. Metti tutto sul conto dell’arconte Barona.»

6.

UOMINI D’AZIONE

Il Re di Cuori in persona attendeva una sua risposta. Darcan dei Carte appariva più vecchio di quanto non fosse. La guerra l’aveva divorato lentamente. Senza armatura dava l’impressione di essere sciupato ed eccessivamente magro. Le mani ossute e le braccia scarne avrebbero faticato a reggere una spada troppo a lungo. Le labbra asfittiche e crepate. I penetranti occhi azzurri circondati da un contorno violaceo. La fronte aggrottata in una smorfia involontaria, il volto spigoloso sorgeva come un’appendice rocciosa e arida dalla folta chioma di capelli biondi.

L’arconte Barona -generale in comando dell’esercito del Re di Cuori – al contrario, si ergeva dinnanzi a Fulvio con la fierezza che l’aveva sempre contraddistinto. Ripeté la domanda: «pensi di poterlo fare, sergente Brace?»

«Sì, generale» rispose infine Fulvio. «Anche se non ne comprendo il motivo.»

«Siamo in guerra» intervenne Re Darcan. «Ad Abadonia servono uomini d’azione, non di pensiero. Uomini disposti a tutto. Sei quel tipo d’uomo, Fulvio?»

«Sì, maestà» rispose.

«Bene.» Darcan gli poggiò le mani sulle spalle. «Perché dev’essere fatto sta notte.»

«Non sono ammessi errori, sergente» disse lapidario il generale Barona. «Il capitano Caio verrà con te. Sarà lui a spiegarti i dettagli dell’operazione.»

7.

RAPPORTO

Regno di Abadonia. 88esimo giorno d’estate dell’anno dei Figli 1723.

Mia superba maestà, gentiluomini della Camera dei Pari, le Idi Mestiziane sono ormai giunte al terzultimo giorno, l’undicesimo, quello del primordiale Mercuzio. Mentre i doseliti preparano le celebrazioni per il Pazzo, l’esercito del Re di Cuori e l’esercito del Re di Picche sono in subbuglio. Giorno dopo giorno, a Magotta, tra i soldati di entrambi gli schieramenti è fermentata la convinzione che la Guerra delle Due Carte debba essere infine decisa a singolar tenzone.

Darcan contro Lotorio, un duello all’ultimo sangue.

Se il duello dovesse farsi, sarebbe fatto nel rispetto della tradizione abadoniana: due eroi accompagnati dai loro campioni. Un due contro due, detta alla stardoniana.

Il popolo sembra fremere d’eccitazione all’idea di tale possibilità. I bardi già scaldano le voci e accordano gli strumenti. Dal canto loro, i doseliti, nel decimo giorno delle Idi Mestiziane, quello dedicato al primordiale Gheon, hanno predicato lungimiranza e buon senso. Credo sia superfluo ricordarvi, mia superba Maestà, che Gheon morì mutilato, patendo atroci sofferenze, sotto i colpi della spada di suo fratello Albionte, che ne deturpò il cadavere. Le alte cariche del culto hanno auspicato che i due pretendenti al trono, per quanto possibile, evitino altri inutili spargimenti di sangue.

Detto questo, tutto sembra presagire che il duello si farà.

Alla fine della partita, il Re di Cuori e il Re di Picche dovranno finalmente rivelare la propria mano, per mostrare chi dei due possieda la carta più alta.

Rapporto ufficiale di Arthur Bradbury, cronista reale di Stardon.

8.

LA NOTTE DEL PAZZO

La città di Magotta non dormiva ancora. E non lo avrebbe fatto fino all’alba. Fulvio sapeva che le celebrazioni in onore del Pazzo sarebbero andate avanti per tutta la notte. Certo, qualcuno aveva ceduto, non senza combattere, piegato dagli eccessi della giornata, dalla calura estiva e dai fumi dell’alcol. Soprattutto dall’alcol.

Era proprio su questo che Caio il Senzanome pareva contare.

«Tu sai perché dobbiamo farlo?» Gli domandò Fulvio mentre si sforzava di tenere il passo.

Caio non interruppe la marcia. «Perché ce l’ha ordinato il Re.»

«Su questo siamo d’accordo, Capitano. Ma…»

«Se ti serve sapere altro, significa che non sei l’uomo adatto» gli occhi d’ebano di Caio indugiarono sul muro di fortuna fatto erigere da entrambi i re per dividere in due Magotta – la loro città natale – così come avevano già fatto con il resto del regno. «Sei ancora in tempo per raggiungere tuo fratello. Ti basta scavalcare quella palizzata.»

Questo era un colpo basso, si disse Fulvio. Un dannatissimo colpo basso del cazzo. «Prima di sgozzare un innocente nel sonno, capitano, gradirei sapere il motivo.»

«Nessuno è innocente, ad Abadonia» sentenziò il Senzanome.

Fulvio era d’accordo anche su questo, ma evitò di farglielo sapere. «Re Darcan ti ha detto perché?»

«No.»

Tre soldati ubriachi incrociarono il loro cammino. Non li riconobbero. I tre si limitarono a vomitare a poche spanne dai loro stivali. Fulvio scorse Caio condannarli con lo sguardo, serrare i pugni perché a eseguire la condanna non fossero le sue mani, ma entrambi proseguirono, ignorando le imprecazioni e gli epiteti che i tre gli lanciarono dietro.

Superarono diverse locande, tutte gremite. Si divincolarono dalla presa di un folto gruppo di fanciulle. Furono coinvolti in un balletto di bambini travestiti da incubi oscuri. Rifiutarono vini, duelli e altro amore occasionale. Un commediante cercò di appioppare loro maschere e costumi per inscenare l’evirazione del Profeta. Indossarono maschere e costumi e saltarono la sceneggiata. Quattro indovine predissero per loro quattro diversi futuri. Incrociarono uomini che fornicavano con donne. Uomini che fornicavano con uomini. Donne che fornicavano con donne. Uomini e donne che fornicavano con animali. E non necessariamente a coppie di due.

Tutto era lecito, durante la notte del Pazzo.

Costeggiarono il retro di una piccola tendopoli. Le grida di festa furono coperte da rantoli e gemiti. Girato l’angolo, sorpresero due reclute a pugnalarsi a vicenda, ma coi loro coltelli di carne. Fu allora che Caio si fermò. «Li ho sentiti parlare.»

Lo sguardo di Fulvio passò da Caio alle natiche delle due reclute – che nel frattempo non volevano saperne di fermarsi – poi di nuovo a Caio. «Eh?»

«So perché dobbiamo farlo. Il Re e l’arconte Barona, li ho sentiti parlare, prima di venire a chiamarti.»

«Aaaaaaaaaaaaah…»

«Uhhhmmmmmm…»

«Capitano, qualcuno deve essere appena venuto, a giudicare dai rumori. Possiamo proseguire la conversazione un po’ più in là?»

Caio stette per un attimo a fissarlo, impassibile. Gli occhi d’ebano fissi nei suoi. Poi girò i tacchi e riprese a camminare.

Fulvio lo seguì. «Stavi dicendo?»

Il Senzanome non rispose. Accelerò il passo. Posò la mano sinistra sull’elsa della spada e indicò una grossa tenda alla sua destra. «Siamo arrivati.» E quella fu la sua unica risposta.

Se dev’essere fatto, si disse Fulvio, allora lo farò. Questa è la notte del Pazzo, non mi serve una ragione per uccidere un uomo nel sonno, cercò di convincersi.

Non funzionò granché. Il vino avrebbe fatto comodo.

Caio alzò il pugno della mano destra, intimandogli di fermarsi. Nelle vicinanze non c’erano rumori sospetti, solo il suono ovattato di grida e canti in lontananza. Fulvio vide il suo capitano accostarsi all’ingresso della tenda. Gli fece cenno di controllare il retro.

Obbedì. Strisciò, acquattato e guardingo, aggirando quella dimora di tela. Dentro doveva esserci qualcuno, e quel qualcuno doveva essere sveglio: la luce di alcune candele filtrava debolmente dalle pareti di stoffa.

Fulvio attese. Il cuore in gola e lo stomaco in subbuglio, le budella talmente aggrovigliate che parevano avergli legato le palle con un cappio. Dopo pochi istanti, arrivò il segnale del Senzanome: un fischio breve e acuto che i più avrebbero scambiato per il verso di un predatore notturno. E non sarebbero andati così lontani dalla verità.

Fulvio prese fiato, sguainò un pugnale, squarciò in silenzio la tenda e vi si fiondò dentro. Cercò di essere il più furtivo possibile: fallì miseramente. Il fodero della spada s’impigliò in un lembo di stoffa, perse il piede d’appoggio e rotolo faccia avanti. Si salvò attutendo la caduta con le mani. Per poco non si ruppe un polso. Quando alzò gli occhi, davanti a sé vide gli stivali di Caio avanzare tra le ombre. Girò la testa e trovò le pelli di un giaciglio, da cui spuntavano i piedi pelosi di un uomo. E sopra i piedi, i capelli più belli e luminosi che Fulvio avesse mai visto. Alla luce delle candele avevano il colore della carne viva. I lunghi capelli rossi ondeggiavano avanti e indietro. Avanti e indietro. Lui ne era ipnotizzato. I piedi dell’uomo si contorcevano, come presi da spasmi. Fulvio cercò di mettersi dritto, si avvicinò al giaciglio per vedere meglio. L’uomo era sdraiato, e una donna dai capelli rossi era stesa sopra di lui, con le parti intime sulla sua faccia e la faccia sulle sue parti intime.

Bel modo di onorare il Pazzo, si disse fissando i fianchi della donna a bocca spalancata.

La donna sollevò la testa e si passò la mano sulle labbra, come per asciugarsi. «Credevo vi foste persi» disse con un filo di voce.

La riconobbe all’istante: la contessa di Capracruda – al secolo, Margherita degli Uccelli – fresca amante dell’arconte Barona. La donna più desiderata di Abadonia. E quello sotto di lei doveva essere il marito, il conte Arturo. Fulvio rimase immobile, come indurito.

Caio scattò sul giaciglio e piantò la lama nella gola del conto. Ancora e ancora.

Fulvio vide il sangue zampillare dalla giugulare come vino da una brocca. Una brocca da cui si abbeverò Caio il Senzanome, la cui sete era pari solo alla sua furia.

La donna ne pareva entusiasta. Ebbra.

«Direi che può bastare» disse Margherita.

Caio si fermò. Il sangue del conte Uccelli su ogni lembo del suo corpo. Il respiro affannato e la spada ancora stretta nella mano sinistra.

«Quella puoi metterla via, adesso» gli disse la contessa.

I loro sguardi s’incrociarono, Caio lasciò cadere la spada e i suoi occhi indugiarono sui seni nudi della donna.

Margherita ridacchiò, prese le mani di Caio e le avvicinò a sé. Una alle labbra. L’altra pure. Succhiò il sangue del marito dalle dita del suo assassino.

Era la notte del Pazzo, e un fedele deve santificare i propri dei.

Margherita si voltò verso Fulvio. «Tu che fai, resti lì a guardare?»

9.

L’UOMO DELLA PROVVIDENZA

Gioacchino detto il Gaggio, la mattina del tredicesimo giorno delle Idi Mestiziane, era stato costretto ad annullare i suoi ultimi appuntamenti. Era stato convocato con urgenza negli alloggi privati del Re di Cuori. Qualcuno aveva messo in giro una voce – qualcuno con la lingua svelta, le orecchie aperte e le mani veloci – e la voce si era sparsa. Da orecchio a orecchio, di bocca in bocca. Prima semplice pettegolezzo, poi cantilena silenziosa. Infine urla acclamanti.

Dopo quasi tre anni di guerra civile, Darcan e Lotorio l’avrebbero conclusa alla vecchia maniera.

Ma c’era un problema: il Re di Cuori non era in grado di combattere. La sua salute non glielo permetteva. Un problema bello grosso, in effetti. E il barbiere più richiesto dai nobili abadoniani era stato l’uomo designato per risolverlo.

La faccenda doveva rimanere segreta, naturalmente. Pena: una morte lenta, atroce e dolorosa. Darcan dei Carte non aveva fatto riferimento a quest’ultima parte, ma non si poteva neanche dire che non lo aveva fatto. Ma il barbiere aveva colto l’antifona.

Quando Caio il Senzanome si presentò al suo cospetto, Gioacchino constatò che il giovane eroe era effettivamente un gran bel pezzo di carne, oltre al fatto che i suoi capelli, a differenza di quelli di re Darcan, fossero più neri della pece. In quel momento non poteva sapere che avrebbe rivisto il Senzanome solo un’altra volta, l’indomani, e che entrambi avrebbero adoperato il rasoio.

Insomma, per una volta nella sua vita, Gioacchino avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa.

Le sue mani, invece, quelle si sarebbero dovute muovere.

E in fretta.

10.

L’ULTIMA MANO

Faceva caldo, molto caldo. L’armatura era il crogiolo incandescente in cui l’Eterno-dio-dormiente, di lì a breve, avrebbe forgiato l’ennesimo destino.

Fulvio dei Brace aveva sedici anni. E una paura fottuta.

La paura, gli aveva detto Re Darcan, è una cosa stupida. Non possiamo cambiare quello che l’Eterno-dio-dormiente ha già sognato per noi.

Ma la paura era rimasta. Appiccicata a mani che tremano e denti che battono. Paura come miele caldo. Decisamente più amara.

Fulvio aveva le gambe intorpidite e la gola asciutta. Ogni respiro gli faceva ardere i polmoni. Sfilò l’elmo, si asciugò la fronte e abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Perché io? Si chiese. Perché re Darcan ha scelto me? Perché me e non Caio?

Avrebbe avuto la forza per farlo? Avrebbe avuto il coraggio di colpire per uccidere? E Ario, cosa avrebbe fatto, Ario?

Finalmente si sarebbero rivisti. Le sue domande avrebbero trovato risposta. Questa era la sua unica certezza.

Le trombe suonarono.

I tamburisti accelerarono il ritmo.

Nel giorno della sua festa, Albionte esigeva un’offerta di sangue. Sangue di re e di fratelli. Il dio della guerra non ne era mai sazio.

La folla urlò. E fu un urlo assordante.

Era il momento.

Ario lo stava aspettando. Fulvio si mise in piedi. Infilò l’elmo. Abbassò la visiera.

Camminò dritto verso la resa dei conti.

Appena fuori da Magotta, nella spianata circolare della Valle di Got, con l’erba arsa dal sole dell’estate, l’esercito del Re di Cuori e l’esercito del Re di Picche erano schierati uno di fronte all’altro. Intorno, sulle poche e basse alture offerte dalla valle, il resto del regno di Abadonia. Quasi al completo.

In mezzo, il vuoto.

Il vuoto e quattro uomini: Lotorio contro Darcan. Fulvio contro Ario. Re contro re. Campione contro campione. Fratello contro fratello.

I musicisti smisero di suonare.

Sulla valle calò un silenzio irreale.

Il Re di Picche sguainò la spada e la batté tre volte sullo scudo. Ario lo imitò, gridando con tutta la rabbia che aveva in corpo.

«Carte in tavola, che si dia inizio all’Ultima Mano» gridò lo strillone.

Se i rumori ripresero, Fulvio non se ne rese conto.

Il Re di Cuori scattò alla sua destra, dritto verso il centro del cerchio, i lunghi capelli biondi che fluttuavano fuori dall’elmo. La leggendaria spada di Albionte impugnata con entrambe le mani.

Fulvio rimase piantato, incapace di reagire.

Le lame di Darcan e Lotorio saggiarono la qualità dei propri metalli.

Ario sopravanzò i due re e senza esitazione puntò dritto verso di lui.

Fulvio piantò i piedi, strinse i denti, si assicurò lo scudo all’avambraccio e si preparò all’impatto: fu violentissimo. Lo scudo resse il colpo. Non le fibbie che lo tenevano legato. Gli scivolò di mano assieme a un grugnito. Ario non esitò, cercando di sferrare il colpo di grazia. Fulvio si abbassò appena in tempo per evitare che suo fratello gli staccasse la testa. Lo spinse via con una pedata e ne approfittò per allontanarsi. Mentre osservava Ario preparare una nuova carica, decise che avrebbe raggiunto Re Darcan al centro. Ora che era senza scudo, spalla a spalla avrebbero avuto maggiori probabilità. Pochi istanti dopo, Ario fu di nuovo su di lui.

Questa volta Fulvio si fece trovare pronto. Parò il fendente ammorbidendo la presa sull’elsa, in modo da attutire l’impatto, fece scivolare il peso sul piede d’appoggio, ruotò il busto e passò al contrattacco.

Fu veloce. Non abbastanza.

Ario deviò l’affondo e lo colpì al torace con una bordata di scudo. Fulvio barcollò, il fiato tagliato in due. Qualche passo indietro e le gambe cedettero. Rovinò a terra. Una pedata lo spogliò dell’elmo. Gattonò senza fiato, alla cieca. Il sudore che gli gocciava freddo e salato sulle labbra. Le mani a tastare il terreno in cerca della spada. Stava fallendo, e tutta Abadonia era lì a guardarlo fallire.

L’ombra di Ario troneggiò sopra di lui.

«Risparmiami» singhiozzò Fulvio. «Non voglio morire.»

Ario ascoltò le sue suppliche. Attese che suo fratello si voltasse. Si sfilò l’elmo. «Crepa, cane traditore» disse dopo avergli sputato in faccia il suo disprezzo e un grumo di saliva.

Fulvio pianse le sue ultime lacrime. Chiuse gli occhi e accettò il suo destino.

Un destino che, stranamente, tardò ad arrivare. A differenza del piscio tra le sue gambe.

Quello era arrivato puntuale.

Il Re di Cuori aveva ripiegato e spintonato Ario con una spallata. Fulvio si guardò attorno. Lotorio, a terra, si stava rialzando, l’armatura ammaccata e insanguinata su un fianco. Anche Ario stava per riprendere l’attacco.

«In piedi» gli gridò addosso re Darcan. Ma c’era qualcosa di strano, in quella voce.

«Ho detto in piedi» ruggì di nuovo. E questa volta Fulvio diede retta al suo re. Raccolse la spada e puntò dritto su Lotorio. Menò colpi alla cieca. Quasi tutti andarono a vuoto. Lotorio attese che la sua furia si esaurisse. Lo scartò con un movimento a mezzaluna e lo colpi alla spalla con violenza. Il sangue gli zampillò in bocca. Fulvio girò appena gli occhi per controllare la ferita. Il dolore, dai nervi, arrivò al cervello quando si accorse che il braccio era stato tranciato dal corpo, e l’omero penzolava scoperto dentro l’armatura. Lotorio non perse tempo e puntò dritto alla gola. Un braccio cinse Fulvio al collo, trascinandolo indietro. Si ritrovò faccia a faccia con il Re di Cuori. Incrociò il suo sguardo d’ebano, nascosto dalla visiera dell’elmo, e finalmente capì: quelli non erano gli occhi di Darcan dei Carte.

Quando il suo ventre venne usato come scudo per l’affondo di Ario, Fulvio intuì perché Darcan avesse scelto lui e non Caio: il Senzanome aveva preso il posto del Re di Cuori. Come il più infame dei bari, nell’ultima mano aveva calato un asso dalla manica.

Fulvio fu l’unico a smascherare il trucco.

Morì subito dopo, infilato dalla spada di Albionte, la cui lama lo passò da parte a parte, prima di penetrare avida il cuore di Lotorio.

EPILOGO

RAPPORTO

Regno di Abadonia, 90esimo giorno d’estate dell’anno dei Figli 1723.

Mia superba maestà, gentiluomini della Camera dei Pari, nel tredicesimo e ultimo giorno delle Idi Mestiziane -quello di Albionte – la Guerra delle Due Carte è infine giunta al termine. Nella Battaglia dell’Ultima Mano, Lotorio è perito sotto i colpi della spada di Albionte, impugnata da suo fratello Darcan, in un duello all’ultimo sangue davanti ai propri eserciti.

Mentre il campione del Re di Cuori è deceduto nello scontro, quello del Re di Picche è sopravvissuto. Pare che anche loro fossero fratelli. Gemelli, per giunta.

Era dunque del Re di Cuori, la carta più alta.

Detto questo, l’Eterno-dio-dormiente ha voluto che, durante i festeggiamenti per la vittoria, tra i balestrieri del Re di Cuori sia partita una freccia. La freccia ha sorvolato la valle e ha terminato la sua parabola conficcandosi nel braccio di un balestriere del Re di Picche, che a sua volta ha fatto partire un colpo. La situazione è degenerata, e i due eserciti sono partiti alla carica.

Il massacro è stato dunque inevitabile.

Terminata la battaglia, che ha portato comunque in dote una conta di innumerevoli morti ammazzati, Darcan dei Carte è stato eletto, a furor di popolo, re di Abadonia e signore di Dom.

Maestà, se questa era una buona notizia, purtroppo sono costretto a darvene anche una cattiva: il barbiere che avevate espressamente chiesto di mettere a libro paga per la corte di Stardon, tale Gioacchino, detto il Gaggio, è stato trovato morto nei suoi alloggi: i bagagli chiusi, la gola aperta da parte a parte. Probabilmente con uno dei suoi stessi rasoi.

Il mio lavoro qui sembra finito.

In attesa di vostre disposizioni.

Con la speranza di calpestare al più presto l’amata terra del Sommerfelt.

Rapporto ufficiale di Arthur Bradbury, cronista reale di Stardon.

FINE