IL MACBETH DI CECIL B DEMENTED di Alberto Henriet

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Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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IL MACBETH DI CECIL B DEMENTED

di Alberto Henriet

Dramatis personae:

Cecil B Demented, regista underground, alias King “Corona di Sangue” MacBeth

Depeche Mode, il Negromante

Lady MacBeth, la Vipera

Banquo, il Fantasma Non Morto

Il Re di Scozia, la Vittima predestinata (non parla, subisce)

Il Cavallo a Dondolo, il destriero di MacBeth

 

 

Nota dell’Autore:

Avrei dovuto scrivere per Dicembre 2018 un racconto su MacBeth per l’antologia Shakespeare in Sword. Il progetto, purtroppo, è stato annullato (a volte accade). Ma non potevo liberarmi di un personaggio affascinante come MacBeth. E quindi, per ora, eccolo protagonista di un racconto pop col quale interpreto in modo personale il grimdark fantasy all’Italiana del gruppo Ignoranza Eroica, nella forma di un divertissement surrealista.

 

Il coltello elettrico sta alla motosega come la spada sta all’ascia.

Cecil B Demented

E finalmente, con molta fantasia e un minimo budget, il regista underground Cecil B Demented fu in grado di cominciare a girare il suo nuovo Indie film MacBeth, una versione pop e moderna della celebre tragedia di Mastro Shakespeare.

Per ridurre le spese al minimo, dovette fare qualche taglio. Decise pertanto che avrebbe diretto il proprio grimdark movie senza far uso di effetti speciali, ma naturalmente a insaputa degli attori principali della tragedia, che erano, peraltro, tutti dei disperati (sacrificabili, quindi, nel nome dell’Arte di Avanguardia), e disposti quasi a qualunque cosa pur di essere pagati al minimo sindacale, ottenendo un qualsiasi lavoro.

Il set cinematografico era un minuscolo studio teatrale, con scenografie spartane, dipinte a colori vivaci. Il palcoscenico era nero e lustro, e occupato al centro da un cavallo a dondolo smaltato di un azzurro leggero. Un fascio di luce aurea pioveva dall’alto illuminando il barone MacBeth, seduto in sella al suo immobile destriero, e interpretato dal regista stesso Cecil B Demented.

“Azione!” Disse l’artista arrogante. E lo spettacolo ebbe inizio.

Un negromante entrò in scena, inquadrato da un faro di luce intensa ma incolore.

“Chi sei?” Chiese MacBeth. “Di questo mondo o d’altra regione?”

“Mi chiamano Depeche Mode, e sono un mago aristocratico. Mi auguro che tu abbia un qualche titolo nobiliare per avere l’audacia di rivolgermi la parola,” rispose con degnazione.

“Sono un barone, per il momento, e questo ti basti,” fece MacBeth, osservando il proprio volto in uno specchio metallico. Aveva la barba corta, ben curata e brizzolata. Una camicia bianca, e macchiata di sangue umano, era parzialmente coperta da un giaccone in cuoio nero dalle maniche tagliate. Calzoni aderenti erano infilati in alti stivali neri, ben lucidati. Nella cintura larga era legato un fodero nel quale era riposto un coltello elettrico, la sua lama. Il suo occhio sinistro, pur intatto, era al centro di una cicatrice obliqua.

“Che sollievo!” Commentò Depeche Mode. “Non sei un pezzente qualunque, dunque! E di questi tempi grami, direi che non è poco. Visto che appartieni alla categoria Aristoi, è mia intenzione rivelarti il tuo destino. Barone è OK, ma Re è meglio. E un giorno tu lo sarai. Il barone Banquo, tuttavia, che molto ti è vicino, sarà padre di nuovi re. Questo è quanto debbo dirti, MacBeth…”

E scomparve in una pioggia di scintille azzurre, quando un cavo elettrico non protetto gli cadde addosso dall’alto, dandogli fuoco. Nessuno venne in suo aiuto.

MacBeth azionò un telecomando che fermò la telecamera. Scese dal cavallo a dondolo, prese con calma un estintore, che funzionava a singhiozzo, e spense la torcia umana, ormai senza vita.

Mi auguro che questa sequenza sia venuta bene, nonostante il trambusto. Pensò Cecil. In ogni caso, non è possibile replicarla. Riflettè, osservando quel che restava (carne carbonizzata e morta) di Depeche Mode.

E ancora, pensò: Sempre Banquo, quel bastardo, mio eterno rivale. Per non parlare del re che sul capo canuto la mia aurea corona esibisce.

“Che l’Inferno apra le sue porte!” Esclamò poi a voce alta. “E che a me giunga un demone, temibile come il più velenoso dei serpenti. Tu Vipera gentile, mostrati a me, ora!” Comandò MacBeth.

Dopo una pausa ad effetto, qualcosa accadde.

Lady MacBeth, in persona, entrò in scena, in modo inusuale.

Due guardie muscolose, dai fianchi coperti con perizomi di cuoio e che calzavano stivali, avvolti in mantelli di feltro scarlatto, reggevano una gran cesta di vimini, chiusa da un coperchio.

“Hey, fratello, quanto pesa questa stronza!” Disse uno dei due soldati all’altro.

Deposero la cesta di fronte a Cecil, e tolsero il coperchio. Lady MacBeth ne uscì sinuosamente, muovendosi coreograficamente con la fluida eleganza di una donna serpente.

“Vipera in fabula,” commentò piacevolmente divertito MacBeth, vedendo la propria donna.

“Ti sono mancata, vero, mio dolce amore, in questa tua lunga campagna militare?” Fece lei.

“Come no? Se non fosse stato per i pensieri di sangue che affollavano la mia mente, non avrei potuto sopportare la tua lontananza,” replicò il barone. E le rivelò quanto il Negromante aveva detto circa il suo futuro magnifico di Re di Scozia.

Lady MacBeth sembrava pensierosa, ma si riprese subito, e replicò: “Dobbiamo rimuovere in tempi brevi l’ostacolo che si frappone tra il mio Lord amato e il trono che gli spetta per diritto. Il re deve morire. E siamo anche fortunati poiché questa sera passerà al nostro castello. Durante la notte, faremo in modo che non abbia un dolce risveglio, domattina.”

“Già mi sento meglio,” disse MacBeth, nella cui mente brillò vivida la visione del corpo nudo del sovrano, costellato di arabeschi scarlatti di sangue, versato generosamente nel suo letto di morte.

Una luce aurea soffusa annunciò il cambio di scena, e il Re di Scozia fece il suo ingresso. Salutò MacBeth con un cenno del capo, ma non disse nulla, né avrebbe potuto visto che gli avevano tagliato la lingua da tempo.

Venne accompagnato nella sua stanza dopo una cena con arrosto di cervo drogato. Si addormentò quasi subito. E MacBeth entrò in azione. Inserì la spina del suo coltello elettrico, e tagliò la gola del sovrano.

Il sangue rese viscide le sue mani. Quando cercò di lavarle, si rivelò un’impresa ardua. Non appena sembravano pulite, ecco che il sangue stranamente tornava a lordarle. MacBeth era sconvolto, e attribuì la colpa di quanto stava accadendo a Lady MacBeth. Lei con la sua terribile sete di potere lo aveva spinto a compiere un simile efferrato delitto: uccidere un re, a sangue freddo e nel modo più infame!

Chiamò pertanto la sua guardia personale più fidata, ordinando di decapitare senza indugio la Vipera con una scimitarra.

Ancora una volta, affascinato, osservò la propria immagine, riflessa in uno specchio di ottone lucente. La corona, ancora schizzata del sangue del re da lui massacrato con un coltello elettrico, era sul suo capo.

Un unico ostacolo andava ancora rimosso. Il barone Banquo.

Decise di uscire a cavallo con il suo pari, trovando come scusa una battuta di caccia. Armato di una lancia, trafisse a morte senza rimorso il suo antagonista, colpendolo alle spalle.

Ma la morte di Banquo, non mise pace al terribile sovrano di Scozia, che prese a vedere lo spettro insanguinato del barone in ogni angolo del suo castello…

Al termine della dura giornata di lavoro, le riprese principali (il girato) vennero visionate da Cecil, in compagnia dei due soldati, che erano gli unici attori che il regista aveva deciso di risparmiare, nel nome di una stretta fratellanza virile…

(Omissis)

Dal momento che tutti gli attori principali, a parte MacBeth, erano morti (assassinati), le riprese del film vennero sospese.

Temporaneamente.

FINE