IL CAMMINO DI UN CAVALIERE – Un’avventura in Thanatolia – di Alessandro Forlani (Crypt Marauders Chronicles)

Il cammino di un cavaliere

Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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IL CAMMINO DI UN CAVALIERE

– Un’avventura in Thanatolia –

di Alessandro Forlani

Markus Ahler si spogliò dell’armatura cesellata, la insaccò di corde e iuta e la nascose fra le fronde, fra i rami neri e ritorti e grossi dei cipressi secolari. Tenne lo scudo, la spada e l’elmo posati al tronco di fianco a sé.

Cosse un lepre, si scaldò e bevette al fuoco debole di quel bivacco. Posò la testa, si avvolse nell’ermellino: che nonostante un odor di fumo e solitudini selvagge lo confortava di una memoria di gigli e essenze ed affetti antichi.

Gli sembrava sempre strano, e ogni giorno più improbabile, ci fosse stata e ci fosse altrove un’altra falsa ovattata vita. Solo il ferro, il freddo e il buio gli sembravano reali.

Le due lune luccicarono sul suo retaggio di opale ed oro: un anello, un orecchino e l’elsa splendida di Disillusa.

Il Sepulchrale sferzò feroce dal sud-est del Continente, gli scarmigliò i capelli sozzi, biondi, che gli crescevano fin le natiche, e soffiò in gola e nel naso cenere e olezzo putrido di magia nera: come ai bifolchi saccheggiamorti che gli toccavano per compari, si prostravano alla notte in un mantello di pelliccia.

Sotto i cieli e nei sepolcri non persistono casate: stessa sorte, stesso vino e stesso misero compenso:

«… casomai si tornasse vivi!», Rjafad di Tjaratur brindò alla morte.

Heffi il Rosso levò il mento a quel fagotto con le sue armi, e gli brillarono le pupille alla bella lama di Disillusa. Guardò voglioso le pietre rare incastonate nei suoi gioielli:

«A chi appartennero?», lo apostrofò.

«Ho ammazzato parecchia gente», rispose Markus, «ma io non rubo.»

«Hai scovato un re sepolto, fortunatissimo rottoinculo!»

«Io non frugo nelle tombe. E non insistere a chiamarmi ladro.»

«Siamo una banda di grattaferetri», scrollò le spalle Ramin Hajsufi.

«Hai detto bene, mortirreno: siete.»

«… e dovrei credere che non spartisci!», rise incredulo Sor Antonio, «che rischi il collo per divertimento!»

Saxaroja grattò la notte di uno sprezzante e sinistro ghigno:

«È un cavaliere. Di sangue nobile», la malafeccia abbassò lo sguardo: fu intimorita di contraddirlo e di discutere col Litomante.

Rigirarono i conigli che arrostivano allo spiedo, li bagnarono di vino e impolverarono di spezie. Mescolarono i fagioli che bollivano in pignatta, e affogarono gallette nella broda saporosa. Il crepitio di carbone e foglie punse il buio attorno a loro, spettri d’alberi e menhir nelle fiamme fioche e tremule.

Masticarono in silenzio, trangugiarono ai boccali: ma tornò ad essere spaventoso restare zitti e trovarsi lì. Molte immagini e parole incenerirono di senso.

Heffi il Rosso schiarì la voce. Lo provocò con coraggio falso:

«… e com’è andata che vossignoria si degna a stare con noi balordi?»

«Perché ci serve un guerriero vero», gli rispose lo stregone. Rjafad di Tjaratur sputò un boccone, si alzò stizzito per affrontarlo: ma la protervia l’orgoglio e l’ira che gli infiammarono il volto bruno si smorzarono, all’istante, ad un sussurro del vecchio mago.

Markus guardò il tjaràtur paralizzato di superstizione, e sorrise al ritornello cantilenato da Litomante:

«È una strofa per bambini che cantavo anch’io, da piccolo.»

Ma il nero enorme restò interdetto, lasciò il coltello nella cintura, tornò accucciato ginocchia al petto ma più discosto dai suoi compari.

Con il broncio. Ammutolito.

Lui e il mago si guardarono.

Ed esplosero in risate di pena e scorno per quei bifolchi.

«… ché voialtri andate bene per le risse al camposanto! Ma se affrontaste un orrore vero, quali si celano in quei sepolcri…»

Quella marmaglia guardò all’oceano di pietre morte, croci ed obelischi che si estendeva per miglia orrende nella nebbia a pie’ del colle, la sconfinata ed eterna tomba del Continente degli Inumati. Quei cancelli e scale e pozzi che scendevano alle cripte, gli accessi infidi dei mausolei, quelle chiocciole ritorte, rassomigliavano a fauci e gole mai satolle di imbecilli, studiosi illusi e predoni avidi di segreti e di reperti. Ori improbabili ed argento e perle scintillavano alle Lune, e ammiccavano agli stolti dalle tane dei soprofagi. Libri antichi, pergamene, gli incunaboli e grimori scricchiolavano nei feretri fra le falangi dei saggi morti: l’inconfutabile ed estrema prova di certe inutili filosofie. Ogni pensiero illazione e tesi e i sillogismi di Thanatolia precipitavano agli abissi gelidi e ineluttabili della morte, la cancerogena assiduità del demoniaco e il maleficio. Benché i mari si accanissero sulle spiagge del Continente, quasi volessero allontanarlo dal mondo sano, vivente e diurno, ciononostante – si disse Markus: sempre stupito dei suoi compari – ecco uomini, a milioni, che vi accorrono infoiati… benché incupiscano e rabbrividiscano all’evidenza di questo nulla.

Io non sono uno di loro?

Sor Antonio buttò foglie e smosse il brace con la sua lancia; inghiottirono, tossirono e si strinsero nei mantelli.

«… ce n’è anche un sacco tornati ricchi. Non hanno corso nessun pericolo. Mostri e spettri son stronzate, dicono. Ce n’è anche un sacco che tutti i giorni scendono in tomba per ravanare. È un mestiere, è una routine.»

«Scendono in tomba: ma non si accorgono», lo stregone li ammonì, «che c’è lì il male più velenoso.»

«Hai le traveggole, Saxaroja», si morse i labbri timoroso Ramin, «non voglio offenderti, capisco bene: vedi le cose in un altro modo tu.»

«Non mi intendo di fantasmi, e non conosco stregonerie. Se c’è un pericolo sono i tossici che pare vivano in questi boschi: non gradiscono gli intrusi.»

«E invece sì: ché li divorano.»

«Li posso uccidere!», si vantò il Rosso: oliò la lama della sua scure.

«Ti depredano, ti ammazzano: ma non è vero che son cannibali.»

«Campa ognuno come può», scrollò le spalle e sorrise Antonio.

«Faremmo bene a dormire un po’, poiché ci aspetta un lavoro duro. Abbiamo ognuno un motivo nostro per buttarci in una tomba.»

«Vorresti dirci, ser cavaliere, per cosa rischi il tuo sangue blu? Pochi astragali di paga non mi sembrano una gran causa.»

Markus si stese al suolo all’abbraccio rorido della gramigna, dei tarassaco e i trifogli che inverdivano quel colle. Si voltò dall’altra parte e sfanculò quei cinque stronzi.

Chiuse gli occhi ad un sonno lieve in un amplesso con Disillusa.

Lo svegliarono le grida di Ramin e di Rjafad, Heffi il Rosso gli crollò accanto con una freccia alla giugulare. Lo insozzò di fiotti neri e gorgogliò mentre moriva. Udì il fischio di altre frecce che piovevano dal buio, scattò allo scudo appoggiato all’albero e si appiattì con la schiena al tronco. Tre altri dardi si spezzarono contro i rami e la corteccia, sentì il titinno di una punta aguzza contro l’umbone del suo targone.

Saxaroja, vicino al fuoco, batté il terreno con il bastone: le pietre nere infuocate e grosse si sollevarono fluttuanti in aria, volteggiarono, schizzarono e colpirono qualcuno. Un grido, un tonfo e un rantolo nel fitto.

Un fromboliere affiorò dal folto, tirò una plumbata a Sor Antonio: il tombarolo schivò il proietto, spianò la lancia e impalò quel ragazzino. Tre energumeni con asce lo aspettavano fra i cipressi: lo circondarono, lo massacrarono, corsero addosso a Ramin inerme. Rjafad parò un fendente col ferro curvo di scimitarra e affondò con il coltello nelle budella di un avversario; Markus, «la buon’ora!», si buttò nella battaglia. Le due scuri morsicarono quercia e bronzo dello scudo, ma Disillusa infilzò fulminea e sparse i visceri di un nemico.

«Dài, ragazzo!», spronarono Ramin: raccolse l’asta del compare morto e ritornarono da Saxaroja.

Il Litomante cantava un canto di dure e brevi e spezzate sillabe: la sua carne, sotto il saio, diveniva grigia e fredda; frecce, dardi ed i proietti rimbalzarono inefficaci. Gli corse addosso un gigante nudo, tatuato, con un mazza da carpentiere: colpì il mago, lo sbriciolò. Il grido psichico di Saxaroja trafisse i timpani di quel bestione, che cadde a terra con le convulsioni spargendo sangue ed umori grigi. Altri sei, sette avversari li attorniarono di lance:

«Siamo fottuti!», imprecò Rjafad; l’esitazione gli fu fatale: il ferro e il selce di due zagaglie gli trapassarono il ventre e il petto. Ramin, terrorizzato, buttò la lancia e fuggì nel bosco, cadde sull’erba col cranio aperto sotto le scuri di due vigliacchi.

Se ne aggiunsero altri tre.

Coi machete e con bastoni.

Gli stracci addosso e l’henné ed i simboli di quello ucciso dal Litomante. Lo circondarono rabbiosi e folli con occhi appalla di necrotina.

Greyneck. Disperati. Con questi matti non si ragiona. Ma insomma dodici, contò e sorrise: travolse i primi con il targone, calò la spada e li stese morti, parò gli affondo e menò fendenti, rotolarono tre teste; scavalcò quei corpi e gli arti che gelarono sull’erba. Disillusa era già rossa di metà degli avversari, troncò le clave e spezzò le lance e tagliò vite di quegli inetti, lenti, miserabili e drogati sporchi cani! Veleni e fame e follia omicida li eccitavano di morte, lui dispensò loro ancora acciaio e oscurità.

Fino a che restò da solo nella notte silenziosa.

Prese fiato, pestò i corpi, stomacò della mattanza, si pulì il sudore e il sangue dalla fronte e dai capelli. Sfregò i vestiti con un po’ di sabbia.

Non si può restare qui: un solo urgente pensiero lucido. Sciolse il sacco dai cipressi e indossò la sua armatura, frugò bisacce e cinture e zaini di tutto l’utile e il necessario, lo ravvolse in una iuta e si ingobbì di quella soma.

Quando il sole riscaldò le pietre fredde del Cimitero, quel confine di sepolcri che si estendeva fin l’infinito, un positivo buonsenso diurno lo persuase a non insistere: ché non aveva più nessun utile a inoltrarsi in quelle tenebre. Gli obelischi, sfingi, edicole, le architetture dei mausolei gli parevano indistinti e tristi ruderi e porcili, segni sacri e stelle e croci solo antenne parafulmine… Doveva ammettere che all’alba limpida non gli sembrarono così solenni, spaventosi e misteriosi, quali il buio e il plenilunio glieli resero dal colle. Thanatolia, in fin dei conti, era un’immensa palude putrida; è una discarica di vetri inconsci… Né lui, a differenza dei tombaroli, avrebbe saputo mai riconoscere una patacca da un ben d’Iddio; ori maioliche e preziosi oggetti dai cocci e ruggine fra quella mota. Ricordava ormai a stento l’Alto Mortico e la metrica, la poesia, la trattatistica e l’Opus Mortus dei Cinque Mistici… Figuriamoci – pensò – se so distinguere un grimorio vero; quei tomi folli epperò efficaci che collezionano prelati e maghi.

Rischiar la pelle per un barattolo o cartastraccia da ciarlatani gli parve idiota nonché ridicolo e soprattutto pericoloso.

E’ tutto cenere e fetore e polvere, c’è sporcizia, c’è infezione; ci sono jene, gli avvoltoi e mostri; ci sono spettri ed orrende cose…

Levò lo sguardo al bosco fitto, scuro, e i monoliti sui colli aprichi: quel perimetro di vita fra Handelbab delle Botteghe e il luogo orribile dei rimpianti e un impero di cadaveri. Era ancora dolorante per quella rissa coi necrotomani. Vide il fumo di bivacchi che saliva fra le fronde, o altre posse di predoni o le tribù di quei selvaggi:

«Torno indietro», si risolse.

Era pur sempre una bella striscia fra lì dov’era, la città e la costa: camminarono otto giorni fra i villaggi tutti uguali, le foreste, i lungofiume, le pietraie ed i canneti. Heffi il Rosso e Sor Antonio conoscevano le strade; Rjafad e Ramin granai e stalle e le locande più convenienti. Quando avevano dei dubbi, o il maltempo li deviava, si aggrottavano alle mappe e gli strumenti di Saxaroja: ritrovavano il cammino fra i sentieri attorcigliati.

Ma era solo.

Sono morti.

Fra lì dov’erano e la città, torno a ripetersi impensierito: ma li dov’erano… dov’era, adesso?!

Spiegò le carte ed usò le bussole e compassi e libri del Litomante: un disegno incomprensibile di rette ed angoli e crocette e lettere; quegli aghi e pendoli ed astrolabi gli si spaccarono fra le dita, troppo aduse e troppo forti all’elsa e pomolo di Disillusa.

Buttò i rottami, quei fogli inutili e imprecò che non fa niente! So la strada, mi ricordo!

Risalì il colle di buona lena.

In fin dei conti bastava, sempre, tenersi a tergo quel cimitero; puntare ad Handelbab che sorge ad est là dov’è il sole che splende in cielo…

Anche se il sole, dovette ammettere, sembra fosse un po’ dappertutto.

«Gambe in spalla, sempre dritto e non guardare mai le tombe!» calciò la polvere e inghiottì la rabbia finché la rabbia inasprì in angoscia.

Proseguì solo per tutto il giorno, lo assalirono i fantasmi.

E’ un’altra cerca finita in nulla, è un’altra impresa da miserabili. Né onore e deboli da proteggere né torti ingiurie da vendicare. Per quale fede e per quale chiesa posso combattere in un cimitero? Gli déi dei vivi sono assenti e tacciono, governa solo una Madre Nera; Colei Che Allatta e che Riabbraccia Gli Orfani casomai si ridestasse… casomai non fosse un mito. Com’è una farsa la cavalleria.

Sopportò clessidre e miglia sotto il sole più impietoso, e solitudine e fatica angoscia lo avvelenarono di rancori: quei dispiaceri, i ricordi amari, le frustrazioni ed i fallimenti che ti agguatano nell’intimo da un androne di pensieri.

Le fronde e i rami della foresta gli si annodarono attorno e dentro, e affondò nel fango molle dei sentieri di sé stesso. Trascinò il fodero di Disillusa a grattare sassi e terreno secco. E si arrese all’evidenza – un giorno ancora nella sua vita: quella illusa giovinezza accartocciata di tramonti – che anche stavolta è finita male e non c’è stata nessuna gloria; solo un abaco di uccisi in una conta di abbrutimenti.

Solo questo io so fare.

Pensò con rabbia agli ottonari eroici e gli aforismi e la morale e l’etica, l’abbraccio fiero di suo padre Duca che gli promise una corona e regno. Tutti i libri e le parole lo ingannarono di un futuro, gli occhi ingenui di sua madre scintillarono di orgoglio. Da qualche parte, nel suo castello, anni e chilometri nel suo passato, c’era un arazzo del grand’uomo nobile che non sarebbe mai diventato. Lo avvilirono le cacce ai farabutti di montagna: non ci sarebbero mai più state crociate sante per cui partire; sarà questo il tuo dovere, c’è una giustizia da amministrare; lance in frassino ed else d’oro nelle budella dei poveracci. Lo corruppero fellatio e sesso anale con prostitute: gli amori angelici degli Stil Moreschi erano sperma e sudore identici. Era ingrassato, arrossato in viso da troppi eccessi di vino pessimo, e il suo fegato ammalato di fagioli e cacciagione: chi aveva scritto che i Cavalieri rassomigliavano in tutto ad Angeli? Né i giuramenti e feudali riti erano avulsi dai compromessi: clausole in piccolo su di un editto e il suo casato cessò di esistere…

Gli sopravvissero un’armatura, Disillusa e un ermellino: partì dai mondi della menzogna per approdare alle fosse tetre. La marmorea e silenziosa verità di Thanatolia.

«Come vuoi finisca, sempre?», scacciò i pensieri ed andò più svelto.

Finché fu sera e fu freddo ed umido.

La strada incerta affondò nel buio.

Buttò a terra il suo fagotto e sciolse i muscoli indolenziti, frugò le sacche e ingollò borracce. Trovò riparo a ridosso un masso presso il ciglio della strada.

Era esausto.

Soddisfatto.

Mai fatto soste, durante il giorno: tombe, spettri e delusioni dovevano essere già ben lontani.

Altri sei giorni di scarpinata e avrebbe visto la città e la costa.

Gli occorrevano sterpaglie e qualche pietra per il fuoco, batté i cespugli ed il sottobosco a qualche passo dal suo bivacco.

Si arrestò su una scarpata.

Bestemmiò trasecolato.

Duecento metri più sotto, ovunque, in quella fetida e fredda nebbia, trovò le lapidi le stele e i dolmen che lasciò il mattino stesso.

Non è possibile: ho girato intorno! Thanatolia è sterminata, tutta uguale… affatturata! Forse no: c’è un altro tratto, è un’altra parte del cimitero… è un incantesimo!, rabbrividì, c’è qualche forza che mi imprigiona! Sono solo un imbecille, scosse il capo e si calmò, non sono pratico, ho sbagliato strada: non sono esperto come quei banditi!

Accese il fuoco e si accucciò alla pietra sconfitto e stanco di malumore, ma ostinato che la strada fosse ancora quella giusta. Grandi radici e menhir ed alberi erano i punti di riferimento, ricordava uno scavalco su un ruscello fiacco e torbido… Ma uno strano mezzogiorno, la canicola, il silenzio, grilli e cicale all’improvviso zitti, quei segni in terra capogiri e nausea… fu solo un attimo di stordimento; «la strada è questa!», si ripeté: era identica, la stessa; c’erano solo quelli sassi sparsi… Gli rammentarono il Cielo e gli Inferi cui si giocava con il gessetto.

Chi sbaglia un salto sul quadrato magico finisce agli inferi, rabbrividì. Pensieri cupi ed idee bizzarre gli affollarono la mente, gli venne il dubbio che a quel crocicchio dovesse prendere il sentiero a destra…

C’era un incrocio: non c’era destra! Com’è possibile?!, si domandò.

Lo annebbiarono la fame, la fatica, il freddo e il sonno. E più le tenebre lo circondavano più si sentiva stordito e debole.

Ma è troppo buio, sto dando i numeri: domani all’alba vedrò daccapo…

Interruppe i suoi pensieri il rotolio di un sassolino.

Raccolse il ciottolo addiacciato e bianco.

«Hai perso l’anima. Ti sei smarrito», le voci rauche lo raggelarono, «che qui fra i morti è la stessa cosa.»

Volti pallidi e distorti si affacciarono dal buio, figure orribili e ischeletrite che arrancavano in catene. Chiodi e ferro le mordevano alle cosce e le caviglie: non toccavano il terreno, ma fluttuavano inconsistenti, coi piedi torti e scarnificati e i moncherini sanguinolenti.

«Non hai capito che una volta qui», gemette un feto che sputava vermi, «non puoi tornare alle strade vive. Hai cosparso il tuo cammino di umori neri e rancori ed ombre, che a Thanatolia son brutta semina, ché i sepolcreti son terra fertile.»

Larve tristi di impiccati con il cappio attorno il collo, corpi putridi e rigonfi consumati dalla lebbra. Gli assassinati coi coltelli in cuore e gli arsi vivi in fiamme fredde azzurre. Le anoressiche, i bulimici.

«Morrai stanotte. Sei sulla strada.»

Gli apparì, lo travolgeva, un’orda livida e orripilante, che in mezzo al bosco e la strada stretta si trascinava fin i sepolcri.

«Hai sbagliato direzione», un infilzato lo apostrofò, «sei su un cammino proibito ai vivi… ma ormai ci resti: verrai con tutti.»

Scattò alla spada, la mulinò, fendé le larve che lo attorniavano: ma Disillusa non morse carni, né verso sangue né sparse grida; solo mugugni e lamenti e lacrime di quella folla di maledetti. Occhi vuoti e volti cerei lo fissarono in silenzio, colpì e fendette ed affondò e calciò ma ferì il nulla e l’oscurità.

Gettò il targone, si scalzò l’elmo e fuggì nella foresta.

Gli implacabili fantasmi lo inseguirono nel folto: e udì il terreno, le radici e gli sterpi scricchiolare di una corsa inconsistente e maledetta. Non sono zoccoli e non sono passi né sono artigli né un batter d’ali; era uno sfrigolo di ciò che è freddo o che avvizzisce e consuma e brucia.

«Devi arrenderti. Sei nostro.»

Lo incalzarono alle tombe, rovesciò nella scarpata, lo inseguirono nella nebbia attraverso il dedalo di stele e lapidi.

Le due lune luccicarono sui marmi candidi corrotti e freddi. Quegli spiriti gli apparvero come grumi di un buio pesto dai contorni e gli occhi umani nei riverberi notturni.

Corse cieco, terrorizzato, e crollò a terra e batté la schiena.

Era lo zoccolo di un edificio che torreggiava fra i mausolei.

Gli sembrò che quei dannati si fermassero.

Esitanti.

Si rizzò in piedi e brandì la spada. Finse un coraggio che non aveva.

Udì il rintocco di una campana e il grido stridulo di un’inferriata, tremò il terreno, echeggiò la torre e gli apparvero i Guerrieri.

Quei dieci demoni su destriero con armi nere e i mantelli neri, le armature spaventose di ogni orrore della notte. Gli elmi aguzzi, gli spallacci, gli schinieri e pettorali che imitavano i pipistrelli gli insetti e serpi le nutrie e gl’istrici; le spire e l’elitre e squame e spine di ogni cosa negli abissi. Sfoderarono gli stocchi che bruciarono di verde: l’elsa larga era un pentacolo di oro bianco cesellato, ma nel pomo di quell’arma lacrimava un occhio vivo; gli scudi a goccia di acciaio e pece erano ornati di un altro pantaclo, e anche l’umbone carnoso e nero era un occhio disgustoso.

Caricarono i fantasmi.

L’orda eterea soffrì il morso delle spade e delle ruote, la torma pallida si sfilacciava sotto i fendenti dei cavalieri con grida e gemiti e strazi e pianti di ineluttabile disperazione. Quelle lame ne essiccavano la sostanza più sottile: non li cacciavano a un oltretomba o nelle tenebre da cui provennero, disintegravano i loro spiriti in un nulla più tormentoso.

L’unghie, i denti, le lame inutili dei dannati si accanivano sulle barde e le corazze dei dieci eroi, ma evaporavano esorcizzati dagli incantesimi su quel metallo. Erano schiume malate e pallide contro una roccia di spietatezza, d’odio santo e di ferocia che combatteva inesausta e muta. Solo i nitriti degli stalloni e i rintocchi di campana echeggiavano fra i sepolcri circostanti quella torre; i suoi insperati soccorritori erano tetri e efficienti boia.

Polverizzarono nel niente eterno l’ultimo spettro che lo inseguiva. Il guerriero più maestoso balzò di sella, rinfoderò. Lui, grato e cortese, gli andò incontro a braccia aperte.

«Mi hai salvato, ti ringrazio.»

Il cavaliere lo colpì al volto col guanto d’arme.

Markus perse i sensi.

Si svegliò seduto a mensa in una sala tenebrosa, c’era olezzo di putredine e di infetto e di stantio. I cerei, gelidi pleniluni la illuminavano da grandi trifore; gli ululati, il vento e i bubboli la penetravano dai vetri infranti. Fango e polvere di piogge, guano, muschi e ragnatele la insozzavano di antico e miserabile abbandono.

Un alto e stretto soffitto conico che culminava in un cerchio aperto.

Lo angosciò la somiglianza col fumaiolo dei forni funebri. E che il pensiero gli fosse indotto, lo costringesse una mente triste.

Due camini immensi, spenti e lunghe file di candelabri. Bracieri esausti in frantumi a terra e i grumi viscidi di ceri estinti. Gli arazzi laceri ed ammuffiti e divorati dalle tarme. Le ali brune e silenziose di uno sciame di falene.

Markus rabbrividì dei dieci immobili commensali che imputridivano sui faldistori d’ambo i lati a quella tavola.

I raggi azzurri delle due lune riverberarono su cotte nere, tuniche e stole di oscurità che avviluppavano altrettante mummie. Vermi e tarli si nutrivano delle vesti e delle carni, lunghe dita ischeletrite che affondavano nei cibi.

L’odore inteso e la muffa verde di una cena avvelenata.

Markus, a capotavola, si alzò di scatto e gettò la sedia, si coprì il naso e sputò e tossì per quella polvere schifosa e tossica. Arretrò ed incespicò su una coltre di scarafaggi; ragni e scutigere e scolopendre che attorcigliavano Disillusa.

Spazzò gli orrori dall’elsa e il fodero, snudò la lama e fendé la tenebra, gridò impazzito e colpì nel nulla, il buio e il fetore che lo opprimevano. Porte oscure ed usci infranti si spalancavano ai quattro lati, gli archi romanici pericolanti ed assi erosi dal fuoco e i secoli.

Ed occhi umani pulsanti e folli incastonati negli architravi, dove il granito e la quercia e l’ebano si tramutavano in carne viva.

Corse a caso ad una uscita e sbatté il muso su malta e sassi: quella soglia era murata; pietre ed argilla ammucchiate in fretta per inumare un terrore antico.

Tentò ad un’altra, la stessa cosa: mattoni e fango cartigli e ciondoli; le croci e sator le Madri i Santi che preservavano dalle tenebre. Gli unici accessi che poté percorrere, propilei neri stellati d’occhi, lo riportarono, allucinato, innanzi il tavolo di quei cadaveri.

Li vide meglio, li riconobbe: gli elmi le loriche insegne e scudi di quei dieci cavalieri che assalirono i fantasmi.

«Ma sono logori, arrugginiti!»; fissò nell’orbite i guerrieri morti, sudò gelato e sbiancò di fifa: pronto all’assalto, impossibile e spaventoso, di qualsiasi fra le mummie si fosse alzata per affrontarlo; «sono ferme, inerti, spente…»

In quei teschi e le armature c’era un vuoto millenario, un immemore silenzio e un’assoluta decadenza. Non li accendeva la fiamma fatua dell’inquietudine e dannazione, non somigliavano agli spettri insonni che lo inseguirono nella foresta. Li aveva visti cacciarli e sperderli come animati da un sacro zelo, come avversassero quei dannati per un’eterna e divina nemesi:

«… io non sono ancora preda di quell’orda di fantasmi… Forse è vero: sono morto, fu un’illusione nel mio trapasso: ché accorresse gente in armi per sottrarmi al mio destino…»

Ché quel luogo era una tomba. Non aveva vie d’uscita.

Un freddo refolo dalle vetriate gli portò odore del mondo vivo, foglie roride e terreno e lo stormire dei cipressi.

Crepitio di fuochi caldi che attecchivano al reale.

«Ho una speranza!», ringalluzzì. Scrollò la testa, si sfregò gli occhi: «il chiuso infetto mi sta stordendo: c’è un incantesimo, un veleno, un’erba… la stessa droga che c’è in quei piatti! Non è la terra dei necrotomani?!»

Gli prese nausea delle pietanze che suppuravano nei piatti d’oro, sospettò un’infame morte per quei dieci cavalieri…

A suo modo Thanatolia è solo un arido deserto, Thanatolia ha i suoi miraggi…

Tornò schifato alla sedia a terra, scrollò gli insetti e spostò mobilia. Ammucchiò comò e sgabelli che invecchiavano in quell’aula, salì alle trifore sfondate e sozze che si affacciavano al cielo puro.

Gli bastò un alito.

Gli fece bene.

Nubi, vento e pipistrelli.

Dài, fatti coraggio. È solo l’incubo di una notte.

Il bordo aguzzo tagliente e infido di quei pannelli ridotti in pezzi.
Spaccò i vetri con la spada; ora ho un varco!, guardò fuori: giù in un abisso di troppi metri di liscio intonso granito nero.

In equilibrio su un cornicione che cadde in briciole fra le sue gambe si aggrappò forte agli stipiti e gli infissi delle trifore. Le schegge aguzze lo tagliuzzarono, e il vento gelido lo ghermì. Il velluto e l’ermellino si gonfiarono in velacci.

Markus restò assordato da un rintocco di campana. Dalla cortina di nebbia e nubi che intossicavano quel sepolcreto vide una serpe di fumo verde che gli sembrò gli strisciasse contro.

Sfondò di schiena attraverso la vetriata. Ricadde dentro supino e inerme. Strisciò sui gomiti fra insetti e polvere in un alone di luce azzurra. La cavalcata di quegli spiriti penetrò dalla finestra, fluttuò incorporea sul pavimento fino al tavolo di mummie.

Dieci spettri penetrarono quelle vesti e quelle ossa: e i cadaveri in armatura, che si incendiarono di fuoco verde, si levarono solenni e gli intimarono dignità:

«Resta in piedi, cavaliere.»

Era il tono perentorio ed assoluto della fine: lo atterrì; devo obbedire.

Gli parlava il cavaliere più regale ed imponente, gli altri nove erano il coro di una cantica di morte:

«Io sono Kether, il Gran Maestro delle Lacrime. Noi siamo la Cerchia Che È Discesa Nel Profondo, i Primi Dieci Sepolti Vivi, le Prime Vittime di Thanatolia. Fummo i Morti Ineluttabili, questa torre non ha uscita.»

«Voi… veniste in mio soccorso, ma…»

«Fummo noi. Cacciamo spettri. È il nostro voto nonché piacere

«Per condannarmi a morire qui.»

Il cavaliere gli cantò contro una sinistra litania, il coro lugubre degli altri spettri crebbe di tono, lo incatenò, sollevandolo a mezz’aria e costringendolo a testa in giù, con le due mani legate a tergo e il piede destro contro il ginocchio. Resto appeso ad una forca di codardia e magia nera:

«La tua vera condizione: sei persuaso, cavaliere?»

Le mura solide, le mummie, l’aria, le grandi trifore e gli archi immensi si rovesciarono da ed adesso sull’orizzonte cimiteriale. Fosse e colline e montagne a valli spiagge e pianure di fango grigio: ma il terreno fu una polpa di volti lividi addormentati che si incrinavano in un sonno elettrico per la colpa e il dolore. In milioni, all’improvviso, lo fissarono innocenti. Lo trafissero di pena.

«È insopportabile!», lui gridò.

La stretta magica lo lasciò libero.

«Hai perduto il tuo casato, non hai un ordine, sei senza onore: noi ti possiamo offrire una seconda opportunità.»

Lui levò lo sguardo, soltanto supplice e disperato, a quel Nero Cavaliere di tenebrosa regalità.

«Cieco uccidere fantasmi in una notte che non ha aurora: è lo stesso mio tormento, io non comprendo la differenza.»

«Ce n’è eccome, cavaliere!», e il Gran Maestro divenne mite: le sue vampe si smorzarono in fiammelle tristi e fioche, un malinconico e sconfitto lume nel cesto ferreo dell’armatura. Markus Ahler provò il gelo di una sera del cupo inverno; e il veleno commovente dei rimorsi e dei rimpianti. Capì che l’altro gli si appellava da un pozzo buio profondo troppo, nel cui fondo si era estinto qualsiasi anelito e tentativo. Si sentì, per un istante, d’essere in bilico su quel silenzio, capì d’esserci già stato, e di tornarci con più dolore: «la tua promessa sarà di uccidere chi giace morto qui in Thanatolia, interrompere le morti in questo immenso cimitero. Potrai svezzarli alla Madre Sterile. Ora sai cosa significa?»

Il mattino illuminò quell’aula grigia di solitudine, le mummie inerti dei Cavalieri che sedevano alla mensa. Solo polvere, abbandono, la luce livida dell’aurora e un vento freddo spietato e cupo che penetrava dai vetri rotti.

Markus Ahler aprì gli occhi, dolorante e intirizzito, che era supino su di una botola di quercia e ruggine sul pavimento, quasi al centro della stanza innanzi il macabro banchetto. Era aperta su una rampa che scendeva al pianterreno: da finestre e feritoie, dal portone della torre, vide il giorno e sentì l’aria che risanava quel mausoleo; voli di rondine e storni e passeri fra le volte affumicate.

Bastava andarsene. Bastava uscire. La notte prima però non c’era.

Pensò che il buio, la magia, quell’incubo gliela avessero nascosta.

Sussultò di un uomo armato che comparve in una nicchia.

Saltò in piedi – spalle al tavolo! – e cercò a terra Disillusa; scattò alla spada e si mise in guardia contro…

«… è solo un manichino!»

Quel fantoccio di assi in croce era vestito di un’armatura, elmo, scudo, lancia e stocco come quelli degli spettri. Sull’umbone e il pettorale c’era quell’occhio mostruoso, vivo; forme orribili di insetti, pipistrelli, ragni, istrici e caprioli cesellati ed abbruniti su schinieri e su spallacci. Uno specchio impolverato lo invitava a quelle armi:

«Prova, indossale», gli sembrò che sussurrasse.

Le temeva. Le bramava.

«È una splendida panoplia»: ma il terrore di un incantesimo lo tratteneva dall’impossessarsene; «forse sono maledette… come i loro proprietari.»

Tuttavia guardò Kether seduto a desco con i Fratelli: erano ognuno per sempre chiuso in quelle vesti di ferro e tenebra, e i loro scheletri sepolti in quelle come impossibili da rimuovere.

La sua cotta era già lacera da troppi scomodi vagabondaggi, le piastre nere una volta splendide gli cigolavano ammaccate addosso. I fiori d’oro che le adornarono erano spenti e grattati via, la limatura pagata a un oste: bicchieri e pane per qualche grammo; lo scudo inutile perduto ieri contro l’orda dei fantasmi.

Disillusa era perfetta: quanto al resto…

«… l’armatura di mio padre. Solo un mucchio rottami.»

Si spogliò della corazza, della maglia e restò in lino: le lunghe brache ed il camicione su cui vestire quel ferro scuro. Ma l’occhio chiuso lo impensieriva, era turbato che non si aprisse: forse – sospettava – è stata un’altra stregoneria; forse adesso sono finti, sono solo di metallo. La maestria di un incisore di scolpirli come accesi.

Legò i bracciali, si cinse il fodero, si calzò l’elmo e imbracciò lo scudo. Vestì la tunica e il mantello nero: molto migliori di quei suoi stracci! Lasciò la lancia e lo strano stocco che scintillava di luce verde, si fidò della sua spada.

Ora il vuoto, la tristezza, lo squallore della torre gli riuscirono insopportabili:

«Devo andarmene di qui, non c’è più nulla di misterioso»; la magia di quella tomba si dissolse e si disfece, restò il puzzo dei cadaveri, i licheni e di sepolcro; i grumi bianchi di larve e vermi si attorcigliarono nei cibi marci.

Nei Cavalieri, nei loro corpi.

Ne tracimarono dai loro elmi.

Dagli occhi fondi dei loro teschi che non ardevano di alcuna fiamma.

Il soffitto e il pavimento scricchiolarono. Più forte. Scricchiolarono le scale.

Markus corse i piani, superò un portale gotico: l’architrave gli crollò dietro l’istante dopo che saltò fuori, l’edificio fu inaccessibile; massi enormi di granito ne impedivano la soglia. I terrori ed i segreti di quei mistici guerrieri – tutto ciò che mi è successo, se davvero m’è accaduto – restò chiuso a molti metri più in alto di una liscia, inattaccabile e impossibile parete.

Fra le lapidi e le stele, gli obelischi funerari, pareva attenderlo un cavallo nero legato al ferro di un crocefisso. Sbuffava cupo e scalciava ombroso il fango secco del sepolcreto, insofferente *dell’harley-davidson parcheggiate tutt’attorno. Anche le *moto a guardare meglio si arrugginivano tra la gramigna: gomme sgonfie in quella palta, *gommapiuma dai sedili, serbatoi vuoti essiccati con i tappi ormai perduti. Ne vide alcune in rottami a terra calpestate da scoiattoli.

Il destriero era magnifico, con una barda di cuoio nero, orecchie e muso corazzati in ferro a farne corna di un grande antilope, e il becco corto e tagliente e curvo di un rapace della notte.

Rispose docile alle sue carezze. Lui lo sciolse, lo montò. Andò al trotto fra le tombe senza voltarsi alla torre nera.

A mezzo miglio dall’edificio si fermò di fronte a un fosso: era impensabile scavalcarlo, non si poteva passare a piedi; pareva estendersi a sinistra e destra invalicabile allo stesso modo, troppo profondo ed impraticabile e troppo largo e pericoloso.

«… ma stanotte, questo è certo, sono arrivato dalla selva a qui: come ho fatto a superarlo? Se è un fossato c’è anche un ponte.»

Si chinò sul ciglio erboso per guardare in quel burrone: ossa umane, di animale e la sporcizia di chi tentò; armi e stracci e sacchi e corde e oggetti d’oro che si infangavano. Che teschi e scapole e tibie e costole fossero sparse sul Continente… «beh, non è una cosa insolita»: rise sarcastico di quegli stupidi; «li ha fregati l’imprudenza?»

Poi si accorse degli immondi roditori che guazzavano fra i resti nelle pozzanghere d’acqua torbida: ne nuotavano a centinaia. E udì le grida di sventurati cui mancò il suolo mentre correvano, i nitriti dei cavalli, le fatali scivolate in una notte troppo buia, denti e zampe e gelo e mota cui non bastarono fuoco e spade. Sentì il sapore di quelle morti.

«Sono stato fortunato. Ci dev’essere un passaggio.»

Cavalcò lungo il fossato per ancora un ampio tratto: finalmente, tra le lapidi, poté vedere due parapetti, le mura d’ala di un largo timpano dello scavalco per l’altra riva.

Ma lì sotto – questo è strano… – c’era un mucchio di cadaveri; lo squittio dei topi, i ratti, era isterico e assordante. Quegli schifosi si arrampicavano fin sulle spalle e la carreggiata, lo annusavano frementi e lo fissavano affamati: non gli sembrava una via di fuga; è il loro trogolo, la mangiatoia.

«Ora è solo, il nostro pasto!», lo atterrì una voce chioccia, «non verranno i Cavalieri a impedirci di mangiarlo!»

Markus levò lo sguardo ai due pilastri dall’altra parte, strinse l’elsa di Disillusa, tirò le briglie e munì lo scudo. Quelle colonne spezzate e gotiche che limitavano lo scavalco, statue rozze ma solenni di guerrieri addormentati, si popolarono di uccelli orrendi che non discesero da quel cielo: gli sembrarono volati da fratture nell’azzurro, crepe accecanti di lampi e scariche nel guscio pallido della realtà. Scacacciarono le pietre, starnazzarono maligni.

Si appollaiarono.

Li vide meglio.

Sperò di avere abbastanza forza.

Posso combattere i vivi e gli uomini, non posso battermi contro demoni!

Erano uccelli mangiacadaveri con il volto e membra umane, ma anche uomini deformi coi runcigli da avvoltoio. Erano flaccidi, bianchi e nudi con la pelle accapponata, e arruffati dalle piume sozze e rosse di poltiglia. Masticavano frattaglie, gli arti mozzi di caduti, li mordevano e beccavano, li ingollavano e leccavano; si trasformavano incessantemente senza mai essere avvoltoi né uomini.

«Tu sei sicuro non sia dei loro?»

Quei diffidenti chicchiricchì.

«L’armatura è degli spettri.»

«L’occhio è chiuso: lui è vivo.»

«Lo indovino dall’odore.»

«L’hanno inviato a risvegliarci.»

«Io non voglio.»

«Abbiamo fame.»

Uno dei mostri gli volò incontro.

Markus sfoderò:

«Che cosa siete?!»

«Tu non passerai per questo ponte a Thanatolia», minacciò quell’abominio svolazzandogli sul capo, «sarai dei topi, ti sbraneremo. Non puoi toglierci il mangiare.»

«Non vi nego un accidente, non abbiamo alcun contrasto. Intendo solo tornare ad Handelbab.»

«Restare ad Handelbab.»

«Magari no. Di sicuro allontanarmi da questo luogo di malefici.»

«Ma porti indosso le loro insegne, questa notte hai stretto un patto. Ho visto ardere la loro tomba.»

«È stato un sogno.»

«Perciò è reale.»

«È stato un incubo

«Perciò di più.»

«Ero nudo, scalzo, lacero: ho messo addosso la prima cosa mi è capitata!»

«Sei molto sciocco», grugò l’uccello. Sgranò quegli occhi – quegli occhi umani: che scivolarono con uno schiocco sulle tempie, e si gonfiarono – nello sguardo ottuso e vuoto dei piccioni che si ingozzano; «sono stupito, ma ci sta bene. Perché noi ti prenderemo..»

«Parto al galoppo da questo posto!»

«Ti troveremmo, se tu fuggissi.»

Lui approfittò di quella infida accondiscendenza: se quell’orrore non lo attaccava…

Non c’è ragione di provocarlo: sono molti, sono troppi; è impossibile affrontarli.

Spronò il cavallo, salì sul ponte, percorse al trotto la carreggiata. Strinse le redini del destriero ché dava segni di imbizzarrirsi, terrorizzato dai mostri alati e quello schifo che calpestava.

Quel fetore di putredine e di ignavia e mattatoio: che cos’è questa codardia, questo senso di rinuncia?

Passò sul fosso sotto lo sguardo e l’appetito degli abomini, sopportò i loro escrementi, i loro insulti, i loro gridi; levò lo scudo ma non reagì contro i soprofagi più feroci, che calarono a graffiarlo e tormentarlo di beccate. Fu una forca, strinse i denti: arrivò dall’altra parte.

Un sentiero proseguì nel labirinto di sepolcri che le piante e la foresta sgretolavano di arbusti, radici forti e roveti indomiti e il fuoco giallo delle ginestre. Insistevano a inseguirlo gli schiamazzi di quei mostri. A poca strada dinanzi a sé, sulla soglia di un mausoleo profanato, trovò altri stormi delle creature che banchettavano con corpi freschi: gente d’armi e di magia prone a terra sulla soglia. Sacche gonfie di tesori appesantivano i cadaveri, squarci orrendi sulla schiena, nere ustioni da incantesimo: faccia in giù nella fanghiglia e l’urlo estremo sui volti freddi, la calca folle e le impronte sparse di chi scappava da quella tomba.

O ci avevano provato.

Udì un gemito.

Penoso.

«Uomo, uccidimi ti prego!»

L’accento duro di una straniera. Si voltò: una lymenita; la pelle grigia, i tribali e i tagli di quelle amazzoni delle Ceneri.

Era appoggiata contro una lapide, perdeva sangue: «non ho speranza!»; sembrava l’unica, fra quei caduti, che avesse almeno provato a battersi. La sua lancia era insozzata e gocciolante di ectoplasma: un affondo in un nemico che non avrebbe potuto vincere… La sua parte di bottino sparsa a terra attorno a sé: gemme splendide e zaffiri che brillavano nel fango.

ma quell’uccello è la cosa orribile!; Markus inghiottì.

Uno dei mostri le stava sopra, appollaiato su un crocefisso, a beccarle il cranio aperto e ingozzarsi del cervello.

Morso a morso. Lentamente. Quegli occhi neri eccitati enormi. Che bruciavano – era certo – più di invidia che di fame.

«Uomo, uccidimi! Lo merito!», implorò.

Markus restò interdetto: era sgomento da quell’orrore. La fissò incapace, muto, con la spada stretta in pugno. Punse il destriero con gli speroni.

La pietà di accontentarla e il desiderio di fuggire. Di non essere mai lì.

«Ero al soldo di Aurotene: come tutti, credo, ad Handelbab. Ieri notte, coi compari, siamo scesi in quella cripta. Quello Dentro è troppo forte, ci ha scacciati, fatto a pezzi. Ci ha lasciato qui a marcire. Prendi l’oro, prendi tutto. Metti fine al mio tormento.»

Seguì l’impulso, le affondò in cuore: la ragazza non morì.

L’Uomo-Uccello sbatté l’ali e tese il collo minaccioso, quei gridi e gemiti di bestia e bimbo, quegli artigli, quelle mani:

«Non ti azzardare! Non ci provare!»

«Il mio corpo è freddo, vedi? Devi uccidere il mio spirito», sangue e lacrime le corsero sul bel viso di madreperla, le tremavano le labbra di un’estrema sofferenza; «non lasciarmi qui con loro, queste creature dal sonno nero, condannate in Thanatolia senza un proprio immaginario. Per sopportare l’oscurità beccano e mangiano le nostre anime, calano e tornano da un al di là cieco, sordo e spaventoso.»

Gli altri cadaveri, nella mota, si rigirarono a implorarlo, un coro lugubre di lamenti da sponde buie di un altromondo. Gli abomini si accanivano a quei crani scoperchiati, ne spargevano cervella, ne cercavano le viscere.

«Scappa, scappa finché sei in tempo», lo spernacchiarono, «verrà il tuo giorno, ti spolperemo.»

«Siamo stati dei guerrieri», rantolò la lymenita, «non lo dobbiamo dimenticare.»

E invece no: io l’ho scordato. Ed è per questo che sto affondando. Nella putredine e la sporcizia di questi sordidi parassiti.

Disillusa si incendiò di spaventoso fuoco verde, gli Avvoltuomini, atterriti, desistettero dal pasto. Lui sentì il metallo nero, e il potere dell’armatura, penetrargli nelle carni e incenerirgli qualcosa, dentro. Il suo corpo fu di ferro, e il suo sangue fu di pece, il suo spirito bruciò di tenebrosa volontà.

Calò la spada sulla ragazza: la vide andarsene con un sorriso.

«Ve l’ho detto! Uno di loro!», starnazzarono gli uccelli.

Markus voltò il cavallo verso il ponte, il loro nido. Aspettò si raggruppassero. Di avere contro l’intero stormo. Lui, da solo, e centinaia di abbiette cose.

Ma non potevano prevalere.

Cantò un canto di battaglia.

Sciolse le redini.

Caricò.

FINE