RITORNO AD AVALON di Monica Serra

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Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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RITORNO AD AVALON

di Monica Serra

Era di cattivo umore, quel giorno.

Voci lontane parevano chiamarla, sussurri che accarezzavano la foresta, scivolavano tra le querce e i faggi e giungevano a lei in un confuso mormorio.

Lanciò un’occhiata all’esterno della casa. Lo specchio quieto del lago rifletteva il blu intenso del cielo e il cupo verde del bosco, ma la bellezza del pomeriggio luminoso non riuscì a placare l’inquietudine che le serpeggiava nell’animo.

Era stanca di trascinare in quel modo la sua esistenza. Da molti anni – in verità da quanto riuscisse a ricordare – inventava oracoli che incredibilmente si avveravano e questo, invece di scoraggiare la gente, produceva il solo risultato di rendere quegli zotici ancora più fiduciosi nelle sue profezie. Era dunque costretta a vaticinare giorno dopo giorno, senza possibilità di ritirarsi. Anzi, più vecchia e svampita diventava, più la coda davanti alla sua capanna si allungava.

Aveva costruito tutta la sua vita sulle menzogne e non vedeva l’ora di finirla con quell’interminabile processione di villani, dubbiosi e creduloni. C’era persino qualche nobile che di tanto in tanto si presentava alla sua porta con aria altezzosa e richieste assurde ma, ricchi o pezzenti che fossero, per lei erano tutti uguali: li ascoltava, fingeva di leggere i loro destini, dava la sua risposta e incassava il dovuto.

Il capanno umido e pieno di spifferi in cui viveva da sempre sorgeva proprio sulle rive del lago; dall’esterno appariva robusto, un edificio di pietre solide, ma l’interno era soltanto una misera spelonca male isolata fatta di sassi e fango. Al centro dell’unico locale, vuoto e polveroso, c’era un fuoco sempre acceso a bruciare erbe aromatiche raccolte nelle notti di luna piena, i cui vapori alleviavano gli acciacchi causati dalle correnti d’aria.

Il più delle volte, almeno.

Negli ultimi tempi capitava spesso che i tiepidi fumi le stordissero i sensi e le impedissero di recitare i suoi responsi con la scioltezza di una volta, costringendola a ricominciare da capo, dopo essersi persa dietro le parole da lei stessa pronunciate.

Rimescolò le braci e si avviò verso la porta.

Aveva perduto il contatto col mondo esterno da innumerevoli stagioni. Ignorava – e, a dire il vero, non le importava affatto – quel che accadeva oltre la foresta, nelle città, nei villaggi limitrofi, nel regno intero. Negli ultimi tempi un solo pensiero la assillava, insistente, come un antico ricordo che non riuscisse a catturare. Forse era la vecchiaia a giocarle quello scherzo, aprendo nella sua memoria sipari su sprazzi di vita che non aveva mai vissuto eppure erano suoi. O forse erano veri ricordi, di un’altra esistenza che le era appartenuta. Quando sembrava che fosse vicina ad acchiappare quelle idee fugaci, una nebbia collosa e priva di colori saliva dal terreno a nascondere ogni cosa. Non le restava altro da fare che profetare alla cieca, inventando e improvvisando, mentre la gente non smetteva di credere al fatto che lei riuscisse a leggere il futuro nei riccioli di fumo.

Aveva messo via abbastanza denaro da potersi permettere un palazzo al posto di quel tugurio sperduto nel verde, ma non si sarebbe mai spostata da quel fazzoletto di terra cui invisibili catene sembravano legarla. Se ne stava lì, tirando fuori assurde predizioni, infagottata in un vecchio mantello di lana mangiucchiato dal tempo, a trascorrere le sue giornate vaneggiando fra i vapori in attesa di qualcosa che prima o poi – lo sapeva – sarebbe arrivato.

Dopo che l’ultimo postulante era andato via, aveva l’abitudine di starsene seduta ancora un po’ sulla panca di pietra accanto alla porta.

Anche quel giorno guardò il sole calare piano dietro le cime degli alberi e le ombre strisciare fra i tronchi fino a inondare la radura e sommergere il capanno. Borbottando e mugugnando ripensò agli oracoli pronunciati durante la giornata.

L’ultimo cliente era stato un giovane dal parlare forbito. Un nobile, o addirittura un cavaliere. Infastidita da un confuso ricordo che le solleticava la memoria, aveva rifiutato di predirgli il futuro. Lui aveva perso un po’ della sua quieta eleganza e le aveva promesso di pagarla così bene che avrebbe potuto ritirarsi per sempre.

L’arroganza che riempiva le sue parole aveva irritato ancora di più la donna. Non aveva mai sopportato i cavalieri, razza superba e boriosa, né in quella vita né in nessun’altra. Quel pensiero – in questa vita o in un’altra – le parve importante, ma svanì in un battito di ciglia senza che riuscisse ad afferrarlo. Aveva risposto di essere troppo vecchia per godere di una simile ricompensa e aveva lanciato una manciata di erbe aromatiche nel braciere congedando l’uomo con un sonoro sbuffo di fumo.

Ora se ne stava così, seduta a sonnecchiare sulla soglia, e a riflettere sulla sua vita. Si strinse nello scialle per ripararsi dal freddo.

La mia vita.

Quanto la si sarebbe potuta dire reale?

Talvolta le pareva che fossero assai più veri i sogni e i ricordi che sorgevano dalla foschia, quelli che non riusciva mai a fermare tanto passavano rapidi nella sua mente. Ma che cosa aveva a che fare con la sua grigia esistenza d’indovina la ragazza dai capelli ribelli come fiamme che emergeva dalle nebbie del passato? Non ricordava di essere mai stata così alta, né che le sue chiome avessero mai avuto quel riflesso ramato o i suoi occhi fossero stati verdi come la foresta d’estate.

Il confine era così sottile che a volte non riusciva nemmeno a distinguerlo. In quei momenti, quando sogno e realtà si confondevano in una densa nube, le pareva che non ci fosse niente di reale, niente. A cominciare da lei, la profetessa, che era solo una semplice imbrogliona, una che improvvisava oracoli a casaccio, secondo l’umore. Aveva trascorso tutta la vita indossando quella menzogna e aveva perso il conto del tempo. Non sapeva neanche più quanti anni avesse.

Gettò uno sguardo all’interno della casupola. Ogni cosa – quelle poche cose che se ne stavano sparse qua e là nell’unico ambiente che sorgeva attorno al fuoco incassato nel pavimento – era coperta di polvere. Da molto tempo non si preoccupava più di pulire.

Presto non ci sarò più, pensò, e demoliranno questa vecchia casa di pietra. Magari al suo posto le cornacchie costruiranno un pomposo santuario.

Cornacchie. Era così che chiamava i monaci che, vestiti di sai neri come la notte, parevano davvero lugubri cornacchie quando percorrevano le vie del regno intonando i loro canti. Non si erano mai avvicinati alla sua capanna, forse temendo quel potere che lei sapeva di non avere – non in questa vita, le sussurrava una vocina nell’orecchio – ma che la gente del posto le attribuiva da sempre.

Il cielo faceva tutt’uno con le rocce, dietro il verde dei lecci. Si soffermò a guardare le cime degli alberi che ondeggiavano al lieve soffio del vento; era una delle cose che avrebbe rimpianto, quando la morte sarebbe venuta a prenderla. La sentiva vicina e provò un senso di rabbia al pensiero di non essere riuscita a finire ciò che in quell’esistenza aveva iniziato.

Tutto quel tempo. Tutto quel tempo sprecato ad aspettare qualcuno che – in fondo l’aveva sempre saputo, poiché era sempre stato così – non sarebbe mai venuto.

L’azzurro sfumò in un rosa aranciato e poi in un fosco violetto; il sole sparì oltre le cime dei monti e ogni cosa sprofondò nel buio. Non c’era la luna e le stelle parevano così lontane…

Forse è la notte giusta, pensò, guardando la foresta incombere sulla radura come un esercito plumbeo. Si alzò a fatica con l’aiuto di un nodoso bastone, scricchiolando come un vecchio pezzo di legno, e si rintanò zoppicando nella capanna. Era vecchia, ormai dell’agile passo che l’aveva resa famosa, quello che sfiorava appena il suolo dando l’impressione che camminasse sollevata da terra, non restava che un vago ricordo nei clienti più anziani.

Lasciò aperta la porta, alimentò di nuovo il fuoco e sedette sullo sgabello, in attesa.

Quasi fosse un cuore pulsante, il falò sprigionava a tratti una caligine rossastra che la avvolgeva come un velo, strato dopo strato; attraverso quel denso pulviscolo scorse una luce perlacea rischiarare la foresta e poi strisciare fino alla casa, insinuandosi dall’uscio.

Le parve di scorgere fra le ombre un volto. Cupo, severo, circondato da fluenti capelli dorati, avanzava nella sua direzione, camminando senza toccare il pavimento.

Non si mosse. Scrutare in quegli occhi che bucavano le tenebre nell’incerto agitarsi delle fiamme fu come specchiarsi. Era proprio lei, l’orgogliosa ragazza dagli occhi chiari e i rossi, incolti capelli, che l’ombra portava nello sguardo? Le parve di riconoscere il ricordo che sempre fuggiva al suo afferrare; da quale passato spuntava mai fuori?

Si strinse nello scialle, di colpo i vapori si fecero di ghiaccio e lei sentì freddo. La figura le si fermò davanti, i suoi contorni divennero sempre più nitidi finché non lo riconobbe.

Era passato tanto tempo…

La vecchia avrebbe voluto gridare, ma il suo non era più altro che un roco bisbiglio.

– Torna da dove sei venuto, sono stanca. – Ci sarebbe mai stata una fine? Ormai era convinta di no. – Vattene.

– Abbandona il tuo rancore – disse lo spirito con la voce melodiosa che mille anni e centinaia di vite non avevano mai cambiato – e affrontiamo assieme il passaggio. Nulla in questa vita è stato come lo avevo immaginato. Solo questo momento.

Già, quel momento. Un tempo era stata lei a salire sulla barca di giunchi intrecciati e attraversare le nebbie per andare a prenderlo. Che lui fosse mago o re, menestrello o cavaliere, contadino o mercante, quando giungeva il tempo Morgana la Fata preparava gli unguenti profumati, chiamava a sé la barca e oltrepassava i confini di Avalon per riportarlo all’isola.

Avalon.

Il luogo del nessundove e dell’ovunque, del sempre e del mai.

Morgana comprendeva molte cose, adesso. Ecco da dove venivano i ricordi spezzati, le schegge di passato che non riusciva a ricomporre in un disegno logico. Non capiva come, ma Merlino era riuscito a sovvertire l’ordine delle cose e al termine di quell’esistenza era stato lui a navigare sulle acque ferme del lago, tagliando la coltre grigiastra che nascondeva Avalon al mondo, a qualsiasi mondo.

Mentre era lì che gelava in preda alle riflessioni, lui si avvicinò. Aveva occhi azzurri e implacabili. Gli stessi occhi che l’avevano ammaliata prima che il destino li separasse spedendolo in luoghi così lontani che nemmeno il pensiero riusciva a raggiungerli. Da essi colò via all’improvviso un liquido denso e scuro.

Alle spalle dell’ombra, la porta era rimasta aperta. Attraverso i vapori rossastri Morgana vide rifulgere un cerchio luminoso che diveniva sempre più grande. Al suo interno un confuso groviglio mostrava man mano contorni più netti. C’era qualcosa di sbagliato, in quell’ammasso di carne trafitto da parte a parte, da cui le lance scivolavano via con un lugubre risucchio e brandelli di stoffa e metallo si ricomponevano fino a rivestire un corpo non più martoriato che combatteva con foga contro un gruppo di soldati.

Era come se la scena si svolgesse al contrario, come se il tempo si stesse riavvolgendo.

I soldati, infine, arretrarono fino a scomparire, ingoiati dall’oscurità.

Morgana sospirò e guardò Merlino. Il viso dell’uomo non era più incrostato di sangue. Era giovane, adesso, ma la danza delle fiamme creava chiaroscuri inquietanti sulla pelle.

– È stata questa la tua fine?

– Sì, ma ormai non conta più nulla.

– Già – disse lei, con amarezza, stringendosi nello scialle. – Tra non molto anch’io sarò soltanto un’ombra.

Merlino sorrise, mentre il suo viso invecchiava.

– Posso sedermi al tuo fianco? Il fuoco comincia a spegnersi e il gelo mi sta consumando.

Morgana gli fece un muto cenno col capo e lo spirito prese posto accanto a lei, confondendosi con le tenebre. I vapori si fecero più fitti e sanguigni.

– È stata una vita orribile. In tante esistenze, non ho mai imparato a combattere come si deve. Sono finito in una guerra che non mi apparteneva, in cui gli uomini morivano ed io non potevo fare nulla per aiutarli, costretto a pensare soltanto alla mia sopravvivenza.

– Eri un cavaliere?

Lui scosse la testa.

– Un mediocre stregone. Ma durante la battaglia più cruda l’istinto risvegliò qualcosa nella memoria e mi salirono alle labbra parole antiche che in questa vita non avevo mai imparato. I miei compagni gridavano e chiedevano aiuto, mentre i nemici li massacravano, ed io non li aiutavo, pensavo solo ad alimentare la magia che mi celava ai loro occhi e mi consentiva di restare vivo. Lo sforzo era troppo grande. Non riuscii a mantenere la giusta concentrazione e fui scoperto. Ero, diciamo così, fuori esercizio.

Potenza inesorabile, il fato, cui nessuno poteva sottrarsi. Nemmeno i depositari dell’antica sapienza.

– Ci è toccato un destino simile – notò Morgana. – Io sono stata un’insignificante lettrice di fumo.

I contorni dell’ombra vacillarono; l’essere senza tempo, sospeso fra passato, presente e futuro, rise.

– Certe volte avevo ricordi che non mi appartenevano – disse. – Uno, in particolare. Vedevo una donna, di spalle; i suoi capelli fiammeggiavano come un incendio sulla schiena mentre camminava leggera e inafferrabile sfiorando appena il suolo. Era lontana nel tempo, eppure vicina al mio cuore. Sai quante volte mi sono chiesto da dove venisse quell’immagine?

Tacque e per qualche respiro l’unico rumore nel capanno fu il crepitio del falò che si andava estinguendo.

– Temevo la verità. Per questo non domandai mai alle fiamme chi fosse quella donna. Avrei potuto vederlo, il fuoco mi avrebbe risposto. Ma ho preferito non sapere.

Morgana annuì, senza guardarlo.

– Anch’io ti vidi, una volta. Fui così spaventata dal potere che mi scorreva nelle vene mentre guardavo i tuoi occhi tra i vapori, che rimasi per giorni rinchiusa qui dentro, in preda a una febbre così violenta che pensai di morirne. Lasciai che il tempo offuscasse quel talento e lo rendesse un inutile commercio di insulse profezie inventate sul momento. Non ho mai più guardato davvero nel fumo, dopo quel giorno.

Spirali cremisi s’innalzarono dalle fiamme. In quella vita lei e Merlino si erano sfiorati senza toccarsi, ma adesso, alla fine del ciclo, le loro anime erano pronte a ricongiungersi.

– Lo so – disse lo spettro.

La vecchia cercò con gli occhi stanchi l’ombra ormai quasi invisibile del suo antico ed eterno rivale. O amore, secondo quello che Avalon sceglieva per loro, vita dopo vita.

Avalon. Avrebbero fatto ritorno all’isola avvolta nelle nebbie e affacciata su infiniti mondi, per poi rinascere in un’altra dimensione, in un altro tempo, in un’altra realtà. Per vivere così un’esistenza dopo l’altra, alla fine della quale, sempre, ci sarebbe stato un ritorno ad Avalon.

Fuori, la notte aveva ceduto il posto a un mattino livido, che poco a poco si era insinuato nel capanno. A dire il vero, la bruma che stava riempiendo il vuoto della casa non era mattino e non era notte, bensì qualcos’altro, qualcosa d’irreale, né luce né buio, privo di suoni, senza colori.

I vapori emessi da quel che restava del fuoco si depositarono sul pavimento di pietra mescolandosi con quella coltre grigiastra e crearono uno strato di fredda umidità, poi salirono e si appiccicarono alle pareti, condensando in gocce scure che colarono piano piano a terra sotto forma di lunghi e sottili filamenti a disegnare una parola.

Avalon.

– È l’ora – mormorò l’indovina, scossa da un brivido di freddo.

– È l’ora – confermò l’ombra. – Muoviamoci, prima che sorgano altri ricordi dal passato a impedirti di morire.

Morgana sospirò. Si erano trovati in quella realtà impenetrabile, separati e a brancolare nel buio a cercarsi l’un l’altro senza nemmeno saperlo. Erano stati travolti dal flusso degli eventi senza riuscire ad arginare il destino che Avalon aveva scritto per loro. Insieme, avrebbero potuto conquistare il mondo ma non era ancora giunto il tempo. Chissà quante altre esistenze sarebbero trascorse, prima che la ragione e la magia potessero convivere. Era così fin dall’inizio dei tempi: ordine contro caos, intelletto contro istinto.

Merlino contro Morgana.

Due facce della stessa medaglia destinate a ricongiungersi soltanto alla fine dell’eternità.

– Andiamo, la barca ci attende.

L’ombra svanì in un sottile filo di fumo. Morgana tremolò, nella pallida luce che ora filtrava attraverso la nebbia, poi scomparve. I due riccioli di vapore salirono in lente volute, si unirono e s’intrecciarono fino a dissolversi nel grigiore incerto dell’alba.

Il fuoco si spense e ogni cosa tacque.

Una donna giunse dal sentiero e si mise in fila davanti alla porta spalancata. Era presto, ma aveva conquistato il privilegio di essere la prima cui l’indovina avrebbe dato il suo responso. Non si accorse dell’imbarcazione che scivolava lieve sull’acqua e svaniva nella fitta nebbia che aleggiava al centro del lago. La foresta sussurrava qualcosa, come un saluto, mentre il cielo si tingeva di un blu intenso.

La capanna pareva vuota, ma la donna non si perse d’animo. Avrebbe atteso tutto il tempo necessario per avere il suo oracolo. Sorrise e assaporò la quiete del mattino luminoso.

Era di buon umore, quel giorno.

FINE