I MEDICI DELLA PESTE di Fabio Andruccioli (Crypt Marauders Chronicles)

Illustrazione di copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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I MEDICI DELLA PESTE

Racconto di Fabio Andruccioli

 

 

“Osserva, Aldobrandino. Che cosa vedi?”

“Non saprei Vostra Signoria, è una splendida giornata.”

“Perché sei ignorante.”

Il vecchio scrivano osservò il suo Signore, senza emettere un fiato.

“Io vedo il fallimento. Vedo… il tradimento!”

Aldobrandino, affiancandolo, cercò di seguire lo sguardo del signorotto, non riuscendo a comprendere dove si posasse.

“Non capisci, perché anche se sai leggere e scrivere, sarai sempre figlio di tuo padre. Caprone che non sei altro. Guarda i campi e il mercato. Dove sono tutti? Traditori figli del demonio! Sono quelli di Montalfiere che mancano!”

“Capisco Vostra Signoria. Vedrete che quando finiranno le monete, torneranno al lavoro per reclamare il giornaliero.”

“Ma non è solo questo. Le tasse! Le tasse! Non vengono a versare i giusti tributi per la mia protezione e sostentamento.”

Aldobrandino scrutò la valle. La protezione millantata da Gaudenzio non era altro che una manciata di soldati e un castello, anche se se sarebbe stato più corretto chiamarla torre, principalmente in legno. Di sostentamento, viste le paghe della servitù nei campi, sarebbe stato più corretto non parlarne, senza considerare gli alti affitti che affliggevano i contadini liberi.

“Ah, si credono furbi” riprese il signorotto, ignorando completamente le parole del vecchio scrivano, “ma io lo sono più di  loro. Stamane ho mandato i miei migliori uomini a riscuotere a Montalfiere, le casse saranno piene come questo bicchiere di buon vino che stringo tra le dita”.

“Ora capisco l’olezzo di aceto nell’aria..:”

“Come dici, Aldobrandino?”

“Oh, Vostra Signoria, intendevo dire che il pregiato nettare di cui vi inebriate è sicuramente di ottima qualità, degno della vostra persona. Se mi vorrete scusare, mi ritiro nello studio. Quando arriveranno gli esattori, sarò ben lieto di trascrivere i versamenti sul registro contabile.”

Gaudenzio non si degnò di rispondere. Osservava con sguardo truce il piccolo borgo di Montalfiere che, in lontananza, lo sfidava e provocava. Rimase in attesa, pregustando avidamente i lauti introiti che lo attendevano.

Qualche ora più tardi, l’uomo entrò trafelato nella sala, dove il signorotto sedeva impaziente, mentre un pittore di scarse capacità lo ritraeva in principesche espressioni. L’armatura troppo larga produceva un vago suono di ferraglia.

“Vostra Signoria, giungo con tenebrose nuove.”

Gaudenzio scagliò lontano il bicchiere di vino, presagendo che i suoi uomini avevano fallito.

“Parla, non tenermi sulle spine!”

“Ci siamo recati a Montalfiere come da Voi richiesto.”

“E dunque?”

“Il borgo era silenzioso e tranquillo, come se tutti dormissero. Ma poi avvicinandoci, abbiamo notato che erano tutti per strada…”

“Ah, mascalzoni! Ah, fedifraghi!” esclamò squittendo.

“Non è tutto. Essi sembravano in preda al delirio, schiumavano dalla bocca come dei cani rabbiosi e, potevano vederlo nonostante la distanza, la pelle ricoperta di pustole. Erano malati, Signore…”

“E allora mandate un segaossa a curarli e fate in modo che tornino al lavoro e, soprattutto, che paghino le tasse!”

“Abbiamo parlato con il medico ma non vuole avvicinarsi a Montalfiere. Dice che i sintomi sono ben riconoscibili.”

“E allora li curi, prepari uno dei suoi intrugli e li faccia rinsavire.”

“Vostra Signoria… senza offesa… ma non state comprendendo la situazione. A Montalfiere è arrivata la peste.”

Gaudenzio rimase per un attimo in silenzio, comprendendo che se la malattia era al di là della valle, poteva arrivare anche al suo castello.

“Chiamate Aldobrandino, si prepari una lettera per mio padre e mio fratello. Che ci mandino un vero medico, visto che i nostri curatori sembrano non avere i giusti attributi.”

Non morirò in questo luogo dimenticato dal Signore. Si disse il signorotto senza crederci più di tanto.

“Sono arrivati, Vostra Signoria.”

La sala principale della torre era da giorni affollata. Vi avevano trovato rifugio numerosi amici del signorotto, per lo più piccoli nobili e ricchi mercanti con cui sovente intraprendeva del buon commmercio. La notizia che la peste aveva attecchito a Montalfiere aveva costretto la buona gente del borgo ad una insopportabile quarantena.

“Fate silenzio, Aldobrandino fai entrare il medico.”

“Subito, Vostra Signoria. Prego, accomodatevi. Essi sono…” ma non riuscì a completare la frase, perché uno dei quattro uomini, entrando, prese subito la parola.

“Vostra Signoria, lasciate che vi introduca questa compagnia. Il mio nome è Idelberto da Rovezzino, alchemico farmacista. Ho con me pozioni e rimedi per ogni tipo di malattia. Sono a capo di questa coterie.”

Aldobrandino notò che l’uomo sembrava danzare, più simile a un saltimbanco che ad un uomo di scienza. E quell’accento che solo una volta aveva potuto ascoltare, parlato dai alcuni pirati del Mortirreno. Ma pareva essere l’unico ad essersene accorto, gli altri presenti annuivano e si battevano le spalle per darsi coraggio.

“Al mio fianco” proseguì Idelberto “Frate Canaglia, ma non fatevi ingannare dal nome. Egli si occuperà della cura dei malati. Un giorno sarà dichiarato Santo! E se le nostre cure e le sue preghiere non bastassero, la redenzione finale accompagnerà ad una dolce morte i poveri disgraziati”.

Se non fosse stato per la veste, ad Aldobrandino sarebbe sembrato più un ubriacone da osteria che un uomo di Fede. Ma, anche in quel caso, rimase in silenzio.

“Ed ora, i nostri medici. Ma non confondeteli con comuni segaossa e non fatevi spaventare dalle loro bianche maschere. Esse sono di gran moda tra i medici della peste di Malgrazia. Dietro di esse si nascondono le più virtù e conoscenze di questo tempo. Ricordate i loro nomi, quando la vostra terra sarà stata liberata dal peccato e dalla malattia: Bisturi, Pinza e Cauterio.”

Aldobrandino cercò di scoprire chi o che cosa celassero quei lunghi becchi. Vetri scuri coprivano gli occhi e ogni parte del loro corpo erano celati da vesti nere e guanti, mentre si muovevano lenti appoggiati ad un bastone.

“Vedo che mio padre e mio fratello hanno scelto bene. Vi chiedo di recarvi al più presto a Montalfiere per estirpare questo male dai miei possedimenti…” riprese il signorotto ma, con un gesto della mano, il portavoce della strana compagnia riprese a parlare.

“Per estirpare il male, dall’anima e dal corpo, servono strumenti e preghiere. I primi necessitano di danaro per procurarseli, senza considerare i rischi del mestiere! Ma credo che, davanti a tutti i vostri sudditi più fidati, non vi tirerete indietro per un anticipo sul compenso!”

“Non abbiamo concordato alcun pagamento…”

“Oh, la formalità! Ah, che distratto! La prego di firmare questa pergamena. Un contratto per le nostre cure, non vorrete badare a spese mettendo a rischio la vita del vostro bel borgo.”

Preso alle strette, nella sala gremita, firmò sbiancando, per la cifra riportata sul contratto.

“Aldobrandino, consegna l’anticipo come richiesto“. La voce era tremante e avvilita.

Idelberto e Frate Canaglia si inchinarono nel saluto uscendo. I tre medici della peste rimasero in silenzio, immobili sotto le loro maschere.

“Ora che abbiamo risolto le questioni tediose, possiamo andare. Come avete detto di chiamarvi? Ah, Aldobrandino, la attendiamo di sotto con l’anticipo. Entro qualche giorno, Montalfiere sarà guarita o purificata!”

“Canaglia, puoi per un attimo smetterla di bere e ascoltarmi?”

Seduti al centro dell’accampamento, i due uomini osservavano il giorno giungere al termine, mentre i tre medici della peste, in disparte, sedevano in silenzio, immobili.

“Idelberto, il Signore ti perdoni. Parla ma so già cosa stai per dirmi. Seguiamo il solito piano. Andiamo al villaggio, fingiamo che non ci sia più niente da fare e torniamo indietro. Mandiamo i tre chiacchieroni a bruciare tutto e torniamo dal signorotto a prenderci lode, ringraziamenti e l’altra parte del bottino, così da alimentare la nostra fama e farci chiamare a risolvere altri casi di pestilenze.”

“Bravo Canaglia, vedo che nonostante l’ebbrezza ancora sei capace di ragionare. Sicuramente Vostra Signoria invierà qualcuno a spiarci o lo farà ben lontano dal pericolo da quella decrepita torre. Te pensa alle benedizioni, che ti vedano bene nel caso ci spiassero. Io vado a vedere com’è la situazione. Domani mattina all’alba iniziamo lo spettacolo!”

Idelberto era un truffatore e un ciarlatano, ma non era uno stolto. Indossò la sua maschera, molto diversa da quella dei medici della peste. Aveva due grossi vetri a coprire gli occhi ma gli permettevano di vederci molto chiaramente. Davanti al naso e alla bocca, recava due grosse ampolle di vetro ripiene di unguenti profumati che terminavano con uno strato di spessa stoffa, per evitare che gli umori penetrassero nei suoi polmoni. Indossò anche spessi guanti e un mantello scuro, per celarsi agli sguardi dei malati.

Risalì la collina, al buio e nascosto dalle ombre. Si avvicinò quel che bastava per osservare il villaggio ma fu colpito dall’udire un tranquillo vociare e nel vedere che, all’interno delle abitazioni, la vita procedeva tranquilla.

Il sole era appena sceso e Montalfiere aveva tutto l’aspetto di un normale centro di campagna. Gli abitanti, illuminati dalle torce, avevano effettivamente un aspetto malsano, da appestati, ma non ne avevano i comportamenti e le sofferenze. Deciso a scoprire di più, si avvicinò ulteriormente.

Sembrava che nella piccola piazza del paese, si stesse per svolgere una riunione tra i villici. Il villaggio era composto da poche case, una piccola frazione nata intorno ai campi e ai pascoli. Per lo più abitazioni in legno e paglia, solo poche con rifiniture in muratura. Idelberto rimase nascosto, ad ascoltare.

“Amici, anche oggi siamo riusciti a scamparla. Mi è giunta voce che hanno fatto arrivare dei medici al Castello. Non sappiamo se tra le nostre belle colline sia realmente arrivata la peste o se sia una conseguenza di quello che è successo qualche giorno fa, quando l’esattore è venuto al villaggio ed è scappato a gambe levate. Nel primo caso, come sapete, noi ne siamo immuni grazie al nostro salvatore Lucinio.”.

A parlare era un uomo di mezza età, robusto e carismatico, con il volto ricoperto di paghe. Idelberto notò uno strano luccichio negli occhi dell’uomo, simile a quello dei fumatori di oppio orientali.

“Nel secondo caso”, riprese, “ricordate che i segni che portiamo sulla nostra pelle sono del tutto simili a quelli di un ammorbato e dobbiamo approfittarne. Se arriveranno i medici, faremo in modo che non tornino più indietro. Una nuova stagione di prosperità è arrivata per la nostra comunità!”.

Il popolino rimase per un attimo in silenzio, come a soppesare le parole del loro carismatico compagno, per poi esplodere in grida di gioia e rabbia.

Idelberto capì che era il momento di scomparire e, come un’ombra, ridiscese felinamente la collina.

Frate Canaglia camminava nervosamente all’interno del piccolo accampamento.

“Dobbiamo tornare al castello e riferire tutto al Signore di queste terre. In quel villaggio ci sono solo dei villici arrabbiati per le tasse che si sono fatti gabbare da un venditore di fumo che li ha drogati e convinti di essere indispensabile. Un conto è dare una degna fine alla vita di poveri cristiani senza speranze, questa situazione è completamente diversa…”

“E cosa pensi che ci dirà il signorotto appena comunicheremo la notizia? Rivorrà il suo denaro indietro e noi saremo di nuovo senza cibo e… senza vino! No, idiota. Non possiamo andarcene con l’anticipo. Ci daranno la caccia. Ma non quello stolto di un provincialotto, suo padre e suo fratello! Non ci faranno più lavorare. No, dobbiamo andare al villaggio e portare a termine quello che abbiamo iniziato.”

Idelberto guardò con occhi impassibili il religioso che non seppe ribattere. In quel momento, dalla tenda riemersero i tre medici della peste. Il loro solito bastone da passeggio era stato sostituito da altri meno nobili strumenti. Bisturi portava una spada lunga e leggera, Pinza brandiva la sua mazza e Cauterio portava due scuri, una per ogni mano.

Idelberto sorrise beffardo mentre Frate Canaglia si fece il segno della croce. La decisione era presa.

Il sole rosso del mattino era ancora nascosto al di là della collina. Tre ombre terribili entrarono nel villaggio. Neri spettri pronti a consegnare il messaggio del Sinistro Mietitore. I villici furono pronti e desti, armati di vanghe e zappe, di falci e bastoni, tentarono di rispondere al violento assalto perpetrato dai medici della peste. Ma la spada e la scure cadevano inesorabili sui popolani, il rumore di ossa spezzate risuonava ad ogni colpo di mazza. I tre uomini, se dietro alle bianche maschere si nascondevano degli esseri con un’anima, sembravano danzare elegantemente una macabra carola che terminava con la morte dell’avversario.

Ma, mentre gli uomini si battevano con ardore, le case bruciavano e con loro donne, anziani e infanti. Nel delirio della distruzione, sentendosi come l’Arcangelo Samael, Idelberto lanciava ampolle di fuoco greco sulla paglia e sulla legna, in una pioggia fuoco che non lasciò scampo agli occupanti delle piccole abitazioni.

Illustrazione di Andrea Attinà

Dietro di lui, tremante, Frate Canaglia lo seguiva bestemmiando il Dio che professava di seguire.

Le strade erano imbrattate di sangue. Le fiamme ardevano. I popolani, stremati, gettarono le armi.

“Fermatevi, medici, questi uomini sembrano rinsavire. Essi sono sani!”

Idelberto si era studiato attentamente la recita e si preparava per il gran finale.

“Frate Canaglia, guardate! Essi portano i segni del demonio!”

La folla cominciò a rumoreggiare, aveva attirato la loro attenzione.

“Sì sì, il segno di Satana è su di voi! A quale stregoneria vi siete sottoposti? Per quale inganno avete venduto la vostra anima?”

La voce di un uomo si alzò. “La medicina che ci ha dato Lucinio!”

Gli altri lo azzittivano, ma Ildelberto era ben preparato.

“Maleficio! Egli vi ha ingannati. Medici, andate a prenderlo!”

Dopo qualche minuto tornarono portando con sé l’anziano alchimista: vecchio e curvo. Un erborista come tanti, patetico e debole.

“Lo hanno imbavagliato perché la sua lingua è quella di una serpe. Lo avete seguito per evitare di pagare le tasse, ammettetelo!”

Il brusio si alzò, tra proteste, bestemmie e preghiere.

“Cosa ci ha insegnato il Nostro Signore Gesù Cristo? Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo. Sapete cosa significa! Le vostre anime sono perdute a meno che…”

Lasciò la frase sospesa, per soppesare le espressioni dei popolani. Ora se ne stavano silenziosi e impauriti.

“A meno che… non pagate subito il dovuto al Signore di queste terre e non vi confessate con il qui presente Frate Canaglia. Egli è un Santo in terra, può darvi l’indulgenza che chiedete, per una irrisoria cifra… con le benedizioni del Santo Padre!”

Le genti si battevano il petto e lodavano il frataccio, mentre Idelberto riprendeva il suo monologo.

“Medici, bruciate al rogo quel figlio di Satana, la sua malattia è dell’anima. Mentre voialtri proseguite, io torno dal Signore a comunicare che domani potrà mandare l’esattore a riscuotere. Non proferite parola su questa storia. Eravate malati e ora siete sanati, non si deve sapere altro. La colpa ricadrà su quell’essere immondo che chiamate Lucinio.”

E con queste parole, sorridendo tra il sangue e le fiamme, si incamminò verso la torre del castello.

Cauterio accendeva una pira, mentre Pinza e Bisturi trascinavano l’anziano verso il suo ultimo respiro.

“Una stregoneria?”

“Sì, Vostra Signoria. Lucinio li ha corrotti, facendoli ammalare di peste. Solo l’intercessione del nostro Frate Canaglia ha permesso ad alcuni di essi di guarire, mentre per gli altri non vi era nulla da fare e si è dovuto procedere con soluzioni estreme.”

“Estreme quanto?”

“Molto estreme, abbiamo dovuto dare fuoco ai numerosi cadaveri e ad alcune delle case, zozze di malattia. Ma il fuoco si è portato via anche lo stregone, liberando la vostra terra da questo male.”

“Aldobrandino, hai sentito? Il problema è risolto.”

Idelbrando osservò attentamente l’aiutante del signorotto: non era convinto ma rimaneva in silenzio. Un uomo che sapeva rimanere al proprio posto.

“Vostra Signoria”, riprese il ciarlatano, “vi ringrazio sentitamente. Inviate pure il vostro esattore a Montalfiere, vedrete che saranno tutti ben lieti di pagare il dovuto… e anche gli arretrati. Noi partiremo stanotte verso altre mete, bisognose di cure fisiche e dell’anima.”

“Andate, siete degli eroi!”

“Ovviamente, non dimentichiamoci del saldo” sorrise affabile il ciarlatano.

Idelbrando si inchinò, reverenziale, mentre il signorotto si gongolava per i sospirati e prossimi guadagni, soppesando la spesa sostenuta per i medici della peste confrontati con le tasse che avrebbero ricominciato a riempire le casse del Castello.

“Idelbrando.”

“Sì, Canaglia.”

“Credi che riceveremo mai il perdono per le nostre azioni?”

“Fratello, noi portiamo la salvezza e la prosperità a delle povere anime perse.”

“Ma cosa…”

“Noi, idiota di un chierico! Noi siamo poveri e affamati!”

Lo vide attaccarsi di nuovo alla bottiglia, mentre il carro ciondolava lungo la vecchia strada. Poi riprese:

“Non so se il tuo Dio ci perdonerà. Ma guarda i nostri tre amici. Se il Signore volesse la pace e la fratellanza, non avrebbe mai creato dei mostri del genere. E non ci avrebbe mandato la nera peste a punirci per i nostri peccati. Noi siamo figli di questo tempo, l’Apocalisse è vicina. Stai tranquillo Canaglia, se vuoi pregare fallo, ma non lamentarti come un’anziana moglie”.

Mentre il religioso si stendeva, Idelberto si voltò di nuovo verso i tre medici della peste. Ritornò alla mente a quella mattina fredda d’inverno, fuori dalle porte e dalle spesse mura di Handelbab. Era stanco e infreddolito per aver passato la notte per recuperare i cadaveri di quei banditi dalla fossa comune. Ricordava precisamente il momento in cui aveva versato nelle loro bocche il liquido blasfemo su cui tanto aveva lavorato e che, lentamente, aveva riportato il loro corpo alla vita, lasciando la loro anima tra le fiamme della Geenna.