I classici dell’Heroic Fantasy: OLAF SPADAROSSA, L’UOMO DEL NORD (The Wanderer’s necklace, 1914) di Henry Rider Haggard

Antonio Ippolito

s-l1600Il ciclo di OLAF SPADAROSSA, L’UOMO DEL NORD (The Wanderer’s necklace) è composto da tre parti (Tutte contenute nel volume unico edito da Nord nel 2000. Copertina a sinistra):

  • La collana del vagabondo
  • Bisanzio
  • La valle dei Re

H. Rider Haggard è noto soprattutto per Le miniere di Salomone e i suoi seguiti, ambientati in quell’Africa che gli Stati europei cercavano, a gara, di conquistare. Ma scrisse anche romanzi di ambientazione storica diversa: questo Olaf è un caso particolare, perché, anche se il suo protagonista è un vichingo, la storia spazia per tre ambienti ben diversi: Danimarca vichinga, Bisanzio, Egitto musulmano (in Italia è stato pubblicato sia in un volume dalla Nord, sia diviso in tre volumetti dalla Newton Compton; a parte edizioni più antiche).

Il giovane Olaf è un vichingo anomalo: sebbene il coraggio non gli manchi, preferisce cantare e scrivere poesie, e per questo è considerato con perplessità dagli altri, anche se si dimostra capace di uccidere un orso bianco. Sfidato da Iduna la Bella, di cui è infatuato, vìola l’antica tomba del Vagabondo e ne sottrae una stupenda collana di fattura egizia (da qui il titolo originale The Wanderer’s necklace): ma una profezia di Freydisa, vergine consacrata a Odino, lo avvisa che quella collana porterà disgrazia a qualunque donna, tranne che alla predestinata; e gli lascia capire che costei, se esiste e se riuscirà a trovarla, sarà una reincarnazione di una donna amata secoli prima dal Vagabondo, così come Olaf sarebbe una reincarnazione del Vagabondo stesso.

Comincia così l’irrequieta vita di Olaf, che in cerca di gloria e del suo eterno amore, abbandona la patria nordica.

Innanzitutto si stabilirà a Bisanzio. Il quadro storico è preciso: anno più anno meno, siamo nel 787, anno in cui l’imperatrice-reggente Irene, vedova di Leone IV e madre di Costantino VI, indìce il secondo concilio di Nicea ottenendo che si tornino a venerare le immagini, mentre in Europa Occidentale Carlomagno sta cercando di ricostruire un impero, e a Bagdad Harun-al-Rashid, il Califfo celebrato dalle Mille e Una Notte, regna su uno dei periodi più splendidi della civiltà araba. Insomma un’epoca in cui i secoli più bui dell’Alto medioevo cominciano a essere alle spalle e si cerca di ricostruire un ordine sociale, soprattutto in Europa dove mancava.

La forma narrativa scelta è quella della prima persona: Olaf stesso, da un futuro lontano e imprecisato (ulteriori incarnazioni?) racconta la sua vita, divisa in tre libri; ognuno di questi è diviso in quadri narrativi, scene di cui spesso non ricorda i collegamenti. Con questa tecnica c’è poca suspence, ma in compenso la narrazione è molto fluida.

Davvero molto belle le scene di vita nordica, come la caccia all’orso bianco e la battaglia notturna tra due spedizioni vichinghe che si scontrano in mare aperto, oppure i sacrifici fatti a Odino; e anche le battaglie che gli Uomini del Nord (mai chiamati “Vichinghi” dall’autore) ingaggiano a Bisanzio contro i “corrotti Greci”. Il braccio destro di Olaf, Jodd, è un personaggio che sarebbe piaciuto a R.E.Howard: barbaro, sprezzante della civiltà, capace di deriderla e di combatterla con astuzia.

Nel complesso però l’ispirazione di Rider Haggard è opposta a quella dell’autore texano: qui siamo nell’Inghilterra edoardiana e colonialista, e il barbaro Olaf, in realtà, anela alla civiltà e a un ordine spirituale superiore. Già in Danimarca cerca di salvare dal sacrificio il fratellastro traditore Steinar, utilizzando le stesse parole con cui Gesù aveva salvato l’adultera dalla lapidazione; una volta a Bisanzio si farà cristiano e cercherà sempre di praticare la misericordia, anche se scala le gerarchie militari come favorito dell’imperatrice Irene.

THWNDRRSNC1978Olaf dovrà imparare a destreggiarsi tra intrighi di palazzo ben più pericolosi delle insidie dei nemici esterni dell’impero, nonché dalle trame femminili: ben tre donne a un certo punto se lo contendono, l’imperiosa e possessiva Irene, classica e bionda bellezza greca; la dolce e attenta Martina, tipo mediterraneo, condannata a essere solo amica di tutti; ed Eliodora, l’amore eterno, ammaliante bellezza egizia.

Sicché epiche battaglie, crudeli intrighi di palazzo, incantevoli visioni del Bosforo al chiaro di Luna si alternano a battibecchi da commedia tra le prime donne: con Irene c’è ben poco da scherzare, visto che a Bisanzio si usa far accecare i nemici personali, e oltre tutto a noi parrebbe una splendida quarantenne, ma la giovane Eliodora, egizia in difficoltà ma di antichissimo lignaggio, la liquida con un “ti sposeresti con una che è vedova da dieci anni e ha un figlio di venti?” (E non manca di far notare che i riccioli dell’imperatrice sono ottenuti con i ferri, non naturali come i suoi: quindi possono stare tranquilli che non verrà a cercare i due amanti clandestini lungo il ruscello, i riccioli si disferebbero..).

Per fortuna il nostro integerrimo e un po’ legnoso vichingo è immune a queste malie: come nei racconti per dodicenni, tutte le donne lo cercano, ma lui non capisce; oltre tutto si è pure fatto cristiano, quindi di queste occasioni non può proprio approfittare:

“Un dubbio mi colpì, ma io, che mai fui vanesio, lo ignorai. Non capivo; e a cosa poteva servire cercare di interpretare gli stati d’animo delle donne? Il mio mestiere era la guerra, o almeno, al momento, il servizio che riguarda la guerra; non le donne. Guerre mi avevano portato al rango di cui godevo, sebbene, piuttosto stranamente, di quelle guerre non riesco a ricordare nulla ora; sono svanite dalla mia visione. Da altre guerre mi aspettavo ascesa nel futuro, non essendo un cortigiano, ma un soldato, che solo le circostanze avevano portato a Corte.”

Non sembrino fuori luogo le osservazioni frivole: una caratteristica del romanzo è proprio la leggibilità, la capacità di passare dal drammatico al frivolo mantenendo il piacere della lettura.

E i personaggi femminili sono davvero belli: per esempio Freydisa, la vergine consacrata a Odino, anch’essa donna matura che ama senza speranza il giovane eroe, e gli sarà preziosa consigliera e guida spirituale all’inizio della sua avventura:

“Certo, Olaf, dal momento che sei giovane e sciocco; d’altronde è la tua natura. Ecco il brodo, su. Bevilo, e io, che alcuni chiamano sapiente ed altri strega, dico che domani potrai alzarti da questo letto e sederti al sole, se ci sarà”.

“Freydisa,” dissi, dopo che ebbi mandato giù il brodo, “perchè la gente ti chiama strega?”

“Penso perchè sono un po’ meno sciocca di altre donne, Olaf. E anche perché non ho sentito il bisogno di sposarmi, quando è considerato naturale che ogni donna debba farlo se ne ha la possibilità”.

“Perchè sei più saggia, e perchè non ti sei sposata, Freydisa?”

“Sono più saggia perchè ho interrogato le cose più della maggior parte delle persone, e a quelli che interrogano le risposte giungono, alla fine. E non son sposata perché un’altra donna ha preso il solo uomo che volessi, prima che lo incomtrassi. È stata la mia sfortuna. Eppure, ciò mi ha insegnato una grande lezione, ovvero, come attendere e nel frattempo acquisire conoscenza”.

“Che conoscenza hai acquisito, Freydisa? Per esempio, ti dice che i nostri dèi di legno e pietra sono veri dèi che governano il mondo? O non sono altro che legno e pietra, come talvolta ho pensato?”

“Allora non pensare più, Olaf, perchè tali pensieri sono pericolosi. Se Leif, tuo zio, alto sacerdote di Odino, li udisse, cosa non potrebbe dire o fare? Ricorda: che gli dèi vivano o no, certamente il sacerdote vive, e vive degli dèi, e se gli dèi sparissero, dove finirebbe il sacerdote? Inoltre, riguardo a questi dèi.. ebbene, qualunque cosa possano essere o non essere, quanto meno sono le voci che nei nostri giorni ci parlano da quella terra donde venimmo e a cui torneremo. Il mondo ha conosciuto milioni di giorni, e ogni giorno ha il suo dio, o la sua voce; e tutte le voci dicono il vero a coloro che sanno udirle. Intanto, sei stato uno sciocco a mandare Steinar a portare il tuo dono a Iduna. O forse sei molto saggio. Non posso dirlo ancora. Quando l’avrò appreso, te lo dirò”.

Lawrence Sterne StevensLa spiritualità è un tema portante della storia, dato che le azioni del protagonista sono ispirate a valori cristiani; è un Cristianesimo con miracoli, che prendono il posto della magia del fantasy vero e proprio, ma tutt’altro che bigotto o confessionale: convive felicemente con la reincarnazione delle anime, i fantasmi dei dei Faraoni e il Valhalla da cui il fratello Ragnar riesce a mandargli un incoraggiamento durante un battaglia; anche Odino mostra di avere qualche potere e di poter eseguire orridi miracoli.. L’Islam è meno approfondito (dopo tutto è una religione extra-europea): però dopo i consueti scambi di insulti (“adoratori del falso profeta” contro “idolatri della Croce”) troveremo una gara di magnanimità tra i protagonisti cristiani da una parte e niente meno che il califfo Harun al-Rashid dall’altra; un esempio di cavalleria che ci riporta al rispetto reciproco di epoca medievale e alla “Leggenda dei tre anelli” nel Decamerone, prima delle guerre di religione dell’età moderna.

Davanti alla contesa di Martina ed Eliodora per Olaf, il Califfo arriva a ironizzare “invero chi ha scritto la nostra Legge conosceva meglio l’animo umano, permettendo a un uomo di sposare più donne!”, ma vedendole poi fare pace commenta “Evidentemente la fede cristiana deve avere il potere di cambiare la natura delle donne, ciò che ritenevo impossibile” (le nostre lettrici abbiano pazienza per questi commenti: questa è l’eredità che ci portiamo dietro.. l’importante è che non si esprima così chi scrive oggi, no?).

In definitiva una bella avventura a metà tra Heroic Fantasy e romanzo storico, che oggi verrebbe sviluppata in molte centinaia di pagine, e ne varrebbe la pena; una storia che si apprezza per la freschezza nonostante la patina di “antico” (si provi confrontare i costumi di questi vichinghi con quelli descritti da Crichton nei “Mangiatori di morte”, molto meno casti, e con usanze funerarie molto diverse).

Antonio Ippolito