I classici dell’Heroic Fantasy: IL VASCELLO DI ISHTAR (The Ship of Ishtar, 1924) di Abraham Merritt

Antonio IppolitoMerritt_Il-vascello-di-Ishtar_il-Palindromo_2018John Kenton, appena tornato a New York dall’esperienza devastante della Prima guerra mondiale, riceve uno strano oggetto rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente: un blocco di pietra al cui interno è custodito un piccolo vascello di gemme intagliate. Kenton non lo sa ancora, ma il manufatto è uno stargate, la soglia per un’altra dimensione, un mondo dove il suo coraggio dovrà scontrarsi con l’acciaio delle spade e la potenza di ancestrali divinità in lotta, e in cui ritroverà la voglia di vivere sperimentando la passione di un amore fuori dal tempo.

Titolo: Il vascello di Ishtar | Titolo originale: The Ship of Ishtar, 1924 | Autore: Abraham Merritt | Editore: Il Palindromo | Collana: I tre sedili deserti |  Pagine: 472 | Traduzione di Giuseppe Aguanno | Introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, con un saggio di Andrea Scarabelli | Copertina di Roberto Calò | ISBN: 978-88-98447-32-9 | Prezzo: 26 € | Questo volume contiene la prima versione de Il vascello di Ishtar, pubblicata originariamente nel 1924 e inedita in Italia. Il romanzo è accompagnato dalle illustrazioni originali dell’epoca e da un ricco corredo di apparati critici.

Se pensavate che R.E.Howard fosse l’epitome del pulp, e i suoi personaggi dei “barbari”, leggere Abraham Merritt ci costringe a rivedere le nostre considerazioni! Questo romanzo di un precursore dell’Heroic Fantasy uscì nel 1924, quando Howard cominciava a pubblicare i primi racconti su Weird Tales”: ma fa sembrare l’autore texano un letterato raffinato, un umanista pieno di scrupoli morali.

Per capire il perché di questa prima impressione di lettura (superficiale, lo ammetto) di un romanzo così particolare, è necessario descriverlo.

John Kenton, ricco archeologo newyorkese (uno degli antenati di Indiana Jones, probabilmente; della sua vita precedente non sapremo nulla di più, se non che forse ha combattuto nella prima guerra mondiale), riceve una cassa da un collega che lavora a uno scavo in Mesopotamia. La cassa contiene un blocco di pietra iscritto in caratteri cuneiformi; il nostro archeologo non ha difficoltà a leggerli e appurare che il blocco era dedicato a Ishtar, dea dell’amore nella religione sumera. Purtroppo di lì a poco la pietra si sbriciola ed evapora, per rivelare un sorprendente contenuto: un modello di nave estremamente realistico, completo di equipaggio e di raffigurazione del mare sottostante. Non appena si sporge ad osservarlo più da vicino, Kenton viete trascinato oltre l’abisso dei millenni e dello spazio per trovarsi su una nave che assomiglia moltissimo al modellino!

Ma le sorprese non finiscono: la nave è divisa in due, la prua pavimentata di avorio, con il castello candido, adornato da alberelli dalle rosse bacche e affollato da bianche colombe; la poppa pavimentata di ebano, popolata da neri sacerdoti. Il castello di prua è abitato da fanciulle guerriere, che proteggono un’incantevole bellezza leonardesca: Sharane, già aiutante della sacerdotessa di Ishtar, “virginale d’aspetto, ma non di mente”; il castello di poppa invece è dominato da Klaneth, già assistente del sacerdote di Nergal, dio della morte. I due gruppi sono divisi dall’odio, ma non possono sconfinare l’uno nello spazio dell’altro. C’è poi il ponte inferiore degli schiavi rematori, incatenati ai banchi.

Una delle illustrazioni interne di Virgil FinlayQual è la storia di questa misteriosa nave?

A seguito di una relazione illecita tra il sacerdote di Nergal e la sacerdotessa di Ishtar, l’ira divina da millenni costringe il battello a navigare, in un mondo di fantasia che si intuisce essere solo simile alla Terra che conosciamo.

Kenton viene rapito più volte in questo mondo di fantasia, dove passa ore, giorni e settimane, ma quando torna nella sua stanza a New York sono passati solo pochi secondi o al massimo qualche ora: via via, la permanenza di ogni “rapimento” diventa più lunga, ma il “ritorno forzato” comunque non può essere evitato né previsto.

La prima metà del romanzo si svolge proprio sulla nave: vedremo Kenton respinto da Sharane, fatto prigioniero da Klaneth e messo ai remi, riuscire poi a guadagnarsi l’amicizia del vichingo Sigurd, compagno di remo, e soprattutto del sumero Gigi e del persiano Zubran, collaboratori riluttanti di Klaneth (Gigi, imbarcato per fuggire una delusione d’amore; di Zubran non ci verranno dati dettagli, sappiamo solo che è tanto abile con la spada quanto annoiato dalla vita); con il loro aiuto, e poi quello delle fanciulle guerriere, riuscirà a liberarsi e infine a conquistare la barca e massacrare i sacerdoti (tranne Klaneth, buttato in mare ma che da buon cattivissimo si salverà grazie a poteri soprannaturali), e soprattutto a far sua Sharane, a cui ruggisce: “Non tu ti doni a me, ma io ti prendo!” (e lei adorante).

Purtroppo però Klaneth riuscirà a tornare con una trireme e impadronirsi della bella, per portarla alla grande città portuale di Emakhtila: anche se lei è consacrata al dio Bel, è sicuro che troverà il modo di farla sua!

E così ai nostri eroi non resta che organizzare una spedizione di recupero dal Grande Tempio di Emakhtila, sfruttando i ricordi di Sigurd che vi era stato schiavo (chissà perché mi ricorda il Corsaro Nero di Salgari, che s’infiltra nottetempo a Maracaibo per recuperare il cadavere del fratello impiccato da Wan Guld).

Se la prima parte é un po’ claustrofobica, essendo tutta vissuta nel limitato spazio della nave, nella seconda la fantasia paesaggistica di Merritt si sbizzarrisce nel descrivere le colorate case di campagna e la bizzarra flora di questo mondo in fondo alieno, la città popolata da persone di tutte le epoche antiche: sumeri, assiri, persiani, greci… e l’immenso tempio, alto “trenta volte l’albero di una nave”, formato da sezioni sovrapposte, una per ognuno dei sette dèi maggiori sumeri, ognuna caratterizzata dal colore e dagli attributi del suo dio.

La trama prende un andamento da feuilleton quando si scopre che Kenton è un sosia del gran sacerdote di Bel… non aggiungo dettagli per non guastare il piacere di un intreccio frenetico come quello di un romanzo d’appendice, su cui si aprono grandi squarci di immaginazione lirica e febbrile. Questi sono alcuni degli aspetti più affascinanti del romanzo: per esempio, dopo aver conquistato la nave Kenton getta in mare il simulacro di Nergal, e subito una vasta luminosità rosseggiante sale lentamente dagli abissi tutt’attorno alla nave, finché non emergono migliaia di bolle contenenti guerrieri, che iniziano a scagliare frecce contro i nostri eroi; ma una preghiera a Ishtar farà scendere un globo luminoso (Ishtar è anche dea lunare) che si divide in innumerevoli scintille, da cui balzano altrettante fanciulle guerriere..

Oppure: appena fatto prigioniero in Emakhtila, ma per sua fortuna conteso tra gli uomini del sacerdote di Nergal e le guardie del Re della città, Kenton viene portato a giudizio davanti a lui, il “Re delle Due Morti”: una bellissima figura di re cinico e gaudente, che crede solo nella morte (“gli dèi non ce la possono togliere, quindi ci rende più forti di loro”), nel vino (“ci fa pensare come gli dèi”) e nel potere (“ci fa agire come dèi”). Al suo fianco tiene una bellissima donna e un orrendo nano, e fa uccidere i suoi nemici dall’una o dall’altro a seconda di quanta crudeltà vorrà usare (chi viene torturato da una bella donna si aggrappa comunque più a lungo alla vita, è la teoria!): ma Kenton verrà risparmiato grazie alla sua conoscenza della poesia sumera!

Oppure, il labirinto di rocce multicolori, simile a una città in mezzo al mare, dove avviene l’ultima battaglia contro la flotta di Klaneth.

Illustrazione interna

L’opera originale è scritta in un inglese volutamente brutale, con frequenti arcaismi (anche a confronto di scrittori di avventura eroica a lui contemporanei, come H. Rider Haggard, Conan Doyle o R.E. Howard) e uno stile sincopato per suonare più epico, è quasi un romanzo che nella traduzione (A cura di Giuseppe Aguanno nell’edizione Il Palindomo) guadagna leggibilità. Nella nostra epoca dove l’editing è considerato fondamentale, questo romanzo ne sarebbe considerato seriamente bisognoso: manca una minima spiegazione sul mondo di fantasia e sul meccanismo dei rapimenti di Kenton, nonché la storia del personaggio di Zubran, per non parlare di Kenton stesso: archeologo, avventuriero, reduce della I Guerra Mondiale… chi è Kenton? Ci vorrebbero dei seguiti!

Le coincidenze da romanzo di cappa e spada raggiungono un livello insostenibile quando Kenton e Sigurd, dopo essersi cercati per ore nei meandri del palazzo, si affacciano contemporaneamente a finestre opposte e possono così ricongiungersi (lanciandosi da una finestra all’altra tra le più alte dell’edificio).

Ma sarebbe fuori luogo pretendere uno svolgimento rigorosamente razionale da questa storia, che ha la bellezza di un sogno lucido dove tutto può accadere con una sua logica visionaria, il fascino di un’avventura feroce dove l’avversario viene messo fuori combattimento con la brutalità delle trincee della Prima Guerra mondiale (tragicamente note al pubblico di allora) e non ci si pone nemmeno il problema se far affondare o no, con i suoi schiavi incatenati, una pacifica nave mercantile solo perché potrebbe rivelare la posizione della nave dei nostri eroi.

Vale la pena, però, anche considerare una più sottile lettura “alchemica” e occultistica suggerita da Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco.

Molto originale allora, e poco usata anche in seguito, l’ambientazione nel Pantheon babilonese: se l’Heroic Fantasy ha spesso attinto alle saghe nordiche (Poul Anderson) e la fantascienza alle divinità indiane (Zelazny), la religione mesopotamica è stata poco utilizzata (ricordo solo “Soldier of a city” di David Moles, un bel racconto contenuto nel “Best FS 2011” di Gardner Dozois).

L’edizione del romanzo proposta dall’editore Il Palindomo è accompagnata dalle illustrazioni originali dell’epoca e da un ricco corredo di apparati critici a cura di Gianfranco De Turris, Sebastiano Fusco e Andrea Scarabelli.

Antonio Ippolito

Edizione Il Palindromo