I classici del fantasy: La fonte ai confini del mondo (The Well at the World’s End, 1896) di William Morris

Assemblando elementi di romanzi mitologici, saghe medievali, celtiche e nordiche, poemi cavallereschi, testi teosofici e mistici, Morris racconta la storia di Peter, re di Upmeads, e dei suoi quattro figli: Blaise, Hugh, Gregory e Ralph. I principi hanno sete di avventure, e il sovrano, dopo mille richieste, concede loro di partire, tranne che a Ralph, il figlio più giovane, costretto a rimanere a casa per assicurare alla corona almeno un erede. Ralph, però, desideroso di scoperte, non rinuncia al suo sogno e fugge di nascosto intraprendendo un lungo viaggio, costellato di innumerevoli peripezie, attraverso terre incantate e perigliose. Sarà in una di queste avventure che il giovane principe verrà a conoscenza di una sorgente leggendaria, la Fonte ai confini del mondo, nota per i suoi poteri: dona la vita eterna a chiunque beva dalle sue miracolose acque, è in grado di guarire ogni ferita, incontrare l’amore e rendere più forti e più saggi. E, senza indugio alcuno, il principe decide che la troverà e porterà alle sue labbra il calice della saggezza e dell’eterna giovinezza…

 Titolo: La fonte ai confini del mondo | Titolo originale: The Well at the World’s End | Autore: William Morris | Anno di pubblicazione: 1896 | Recentemente ristampato in Italia da Fanucci Editore | Traduzione di Annarita Guarnieri | Pagine: 544 | 9788834737521 | Prezzo di copertina: 22€

 

William Morris (1834-1896) è da molti, tra cui Lin Carter e Sprague de Camp, ritenuto il fondatore del moderno Fantasy (titolo condiviso con George MacDonald, che però è più fiabesco). J.R.R Tolkien e C.S.Lewis lo lessero e ammirarono; H.G.Wells lo conobbe e ne condivise molte convinzioni.
William Morris fu un genio di tipo rinascimentale: scrittore in poesia e prosa, socialista e autore di romanzi utopistici, stampatore, editore, traduttore dal norreno antico dal latino, pittore su tela, vetro e tessili, decoratore.. Questa molteplice e geniale attività esula dallo spazio di questo saggio, e ne dirò solo quanto necessario a capire La fonte ai confini del mondo.
La riscoperta da parte di Morris di forme e linguaggio della letteratura medievale, che ne fa l’antesignano del romanzo fantasy, è legata al suo gusto artistico e alle sue idee sulla società. Morris fece parte del movimento artistico preraffaellita, con Dante Gabriele Rossetti ed Edward Burne Jones; scopo era la ricerca di un’arte raffinata e decorativa, eppure semplice, ispirata alla alla purezza ed eleganza della pittura tardo gotica e quattrocentesca, con soggetti presi dalle leggende classiche e medievali.
Morris aderì alle idee di John Ruskin, sia sull’arte, che deve essere profondamente radicata nella natura e nell’etica, sia nella polemica contro l’ideologia dominante liberista e la meccanizzazione del lavoro, che considerava mortificazione della dignità dei lavoratori e violenza alla natura. Fu il vero fondatore del movimento Arts and Crafts, che allo sfruttamento industriale contrappone la rivalutazione del lavoro artigiano, con la sua dignità e creatività, e si dà come ideale utopico una società socialista basata sulla riscoperta delle gilde dei lavoratori medievali.
Morris fu un imprenditore tessile e decoratore di successo, mantenendo sempre il principio del rispetto del lavoratore e il rifiuto della scissione tra lavoro intellettuale e manuale. Le sue convinzioni espresse nei saggi Hopes and Fears for Art, e nel romanzo utopico News from Nowhere e in altri scritti influenzarono il pensiero di Tolkien. La rappresentazione dei Nani ne Il Signore degli Anelli e degli artefici Noldor nel Silmarillion riprende nettamente (tolta la militanza socialista) l’avversione di Morris per la produzione in serie e la scissione tra progettazione e realizzazione manuale.


In letteratura, Morris è stato il primo world builder del Fantasy. I romanzi fantastici dell’ottocento erano ambientati nel passato o nel futuro, o in visioni oniriche come quelli di George MacDonald; William Morris per primo, ne La Fonte ai confini del mondo e Il bosco oltre il mondo ha creato una terra alternativa coerente e realistica.
La Fonte ai confini del mondo è il più vasto romanzo fantastico scritto dopo il Rinascimento e prima del Il Signore degli Anelli. Soffermiamoci sul punto di partenza, il regno immaginario di Upmeads. Morris lo descrive cone “un piccolo paese governato da un re minore di nome Peter”, e qui mostra la sua avversione verso gli imperi, tratto non comune in epoca vittoriana. Leggiamo: “re Peter era signore di un vasto e fertile tratto di terra. Eppure non fu mai ricco, perché non aveva la libertà di tassare e sfruttare il popolo, né invero l’avrebbe usata se l’avesse avuta; infatti non era un uomo malvagio, bensì benevolo e misurato.” In questa terra “non si trovava alcuna grande città mercantile, nessun potente castello o nobile abbazia; nulla, se non gli eleganti palazzotti dei nobili minori, e qua e là la fattoria di un uomo libero o la dimora di un cavaliere; molte belle chiese, e perfino una residenza di buoni canonici, che non conoscevano la strada per Roma né sapevano trovare la porta della tesoreria.”
A parte la diffidenza per la chiesa come istituzione, evidente anche in altri passi, qui vediamo l’ideale monarchia di Morris, né ricca, né potente, ma rispettosa dei sudditi. Se confrontiamo Upmeads con la Contea saltano agli occhi le similitudini: in entrambi, un paese prospero ma non ricco, amante del lieto e quieto vivere, senza palazzi, né grandi commerci né ambizioni di conquista, anche se gli uomini di Upmeads, come gli Hobbit, sanno difendere la propria libertà. A Upmeads c’è un re, ma i suoi figli non hanno potere sui sudditi, anche se sono rispettati da contadini e borghesi, così come i nobili Took o Brandybuck sono rispettati dagli Hobbit di classe inferiore come San Gangee. Vi è in entrambi i casi un rapporto di deferenza cordiale verso i signori, che per il resto non vivono diversamente dagli altri. Tutto ciò che i figli di re hanno in più è “stanze più confortevoli; amici con cui far baldoria e fanciulle da baciare, anche queste della migliore varietà”; in Morris c’è una libertà sessuale assai maggiore che in Tolkien.
La descrizione iniziale di Upmeads crea un paradigma cui si atterrà buona parte dell’High Fantasy; mentre l’eroe Sword & Sorcery come Conan nasce nella battaglia e nella violenza, Ralph, come dopo di lui faranno Frodo Baggins, Shea Ohmsford, Richard Cypher, parte da un paese pacifico.


Con una differenza importante: Frodo, e gli eroi dopo di lui, sono costretti a lasciare la propria quieta terra per proteggerla, o per compiere un dovere. Ralph parte per puro desiderio d’avventura.
Gli eroi dei romanzi avventurosi dell’Ottocento o del Novecento di solito hanno sempre un fine preciso, sia esso la vendetta, la salvezza del mondo o riempirsi le tasche d’oro: è raro che un giovane cerchi l’avventura di per sé stessa. Invece è quasi la norma nel romanzo medievale. E tocchiamo il tasto delle fonti ispiratrici.
Il romanzo medievale è evidente modello della prosa di William Morris, una delle sue più attraenti caratteristiche che, malgrado la buona traduzione, in parte si perde per il lettore italiano. È una scrittura ricca di termini antichi e costrutti arcaici inseriti naturalmente e senza sforzo nell’inglese moderno, scorrevole e armoniosa; chiunque abbia letto brani de Il Signore degli Anelli in inglese noterà l’influenza esercitata da Morris sulla prosa di Tolkien.
È usuale individuare ne La morte d’Arthur di Sir Thomas Malory il modello ispiratore de Il pozzo ai confini del mondo. Forse lo è dal punto di vista linguistico, lascio questo agli studiosi di anglistica, ma non è così per la trama, in cui si riconoscono temi assai più antichi.
Quello di Malory è quasi l’unico testo arturiano che i lettori e spesso anche i critici inglesi conoscano, anche per motivi nazionalistici, ma la cultura di Morris in materia andava molto oltre. Dichiaro il mio debito al saggio William Morris’ unpublished Arthurian translations di Roger Simpson sulla raccolta di testi medievali nella biblioteca di Morris e sulle sue traduzioni. Morris scrisse versioni dal norreno, molto apprezzate da Tolkien, de La Saga dei Volsunghi e di altre saghe, tradusse dal latino l’Eneide, e dal francese antico brani del Lancelot du Lac molto anteriori all’epoca di Malory. Nella sua biblioteca c’erano anche il Perceval le Gallois di Chrethien de Troyes, L’histoire du Saint Graal, L’histoire de Merlin e le opere di Wolfram von Eshembach.
Come ho detto, la trama di Il pozzo ai confini del mondo non somiglia affatto alle storie di Malory, molto più violente, e in cui borghesi e contadini sono assenti. I fatti d’armi sono piuttosto rari nel romanzo di Morris, il cui interesse è la crescita del protagonista tramite una successione di avventure e incontri con persone di diverse classi sociali. I riscontri più precisi che ho trovato sono con il Perceval di Chrethien e il Parzifal di Wolfram von Eshembach.
Come Perceval lascia la sua casa, così Ralph abbandona il piccolo regno del padre per desiderio di vivere avventure e conoscere il mondo. Si addentra nelle selvagge foreste – il luogo per eccellenza delle prove cavalleresche – sosta in borghi fortificati e abbazie, è cortese, pone poche domande e riflette su ogni incontro. E come Perceval/Parsifal ode parlare quasi per caso del Graal, e ne fa il proprio obiettivo, così Ralph sente che la fonte al confine del mondo guarisce malattie e dolore e fa vivere gli uomini nei secoli, e si mette a cercarla. In ognuno di questi romanzi casi è la ricerca a formare il personaggio inizialmente vago.
Zeno Saracino nel suo ottimo articolo William Morris – Un gigante dimenticato, edito in Lost Tales n.2 2019, osserva che la fonte non è oggetto dell’immaginario cristiano. È vero, ma neanche il Graal lo è, in Chrethien e Wolfram: solo nelle successive elaborazioni diviene il calice di Cristo. Wolfram è profondamente cristiano, ma un cristianesimo critico e opposto a quello dei papi come Innocenzo III.
E in Chrethien e Wolfram è fondamentale l’esperienza dell’amore terreno. Ralph si innamora profondamente due volte, e tre figure femminili sono essenziali: Catherine, sua madrina e mentore, la Dama dell’Abbondanza che l’inizia all’amore e alla vita, e la fanciulla Ursula che ne diverrà la compagna. Rappresentano i tipi ideali delle tre età della donna, la saggezza della vecchiaia, la pienezza della maturità e la purezza della giovinezza, ma non sono stereotipi: sono figure forti, chiare, meglio caratterizzate dello stesso Ralph, che solo per questi incontri cresce come uomo e personaggio.
La sua prima vera impresa, uccidere, quasi disarmato, un cavaliere in armatura, gigantesco e violento, con un tiro nella fessura dell’elmo, è uguale quella di Perceval in Chrethien e in Wolfram, dove però l’arma era un giavellotto, mentre Ralph usa l’arco, da inglese.
In questa prima parte, l’elemento conflittuale è dato dalla lotta tra il Borgo dei Quattro Bracci e la compagnia dell’Albero Secco; all’apparenza, il Borgo è una comunità prospera e ben ordinata, e i guerrieri dell’Albero Secco dei predoni (ricordano i compagni di Robin Hood nelle prime e più truci ballate); ma Ralph scoprirà che gli abitanti del Borgo razziano donne delle comunità più deboli per trattarle come schiave. L’ episodio ricorda quello di un altro romanzo di Chrethien de Troyes, l’Yvain, dove giovani donne sono schiavizzate per lavorare ai filatoi. In entrambi i casi, è un grido di protesta contro la violenza di uno sfruttamento selvaggio.


Il racconto procede con ritmo lento che sconcerterà alcuni lettori, ma saranno compensati dalla prosa limpida, dai paesaggi struggenti, dalle eleganti descrizioni di ambienti e oggetti – riporto qui un passaggio suggestivo del raffinato gusto preraffaellita: “la Casa Alta della regina, che era come un pezzo di paradiso per la sua bellezza. Tanti pilastri di luminoso marmo dorato e capitelli scolpiti splendidamente; non molti arazzi sulle pareti, perché le pareti stesse erano incise o affrescate di ritratti della qualità più eccellente; i pavimenti erano così squisiti che sembravano fatti solo per i piedi della più bella delle donne. E tutto questo era incastonato fra giardini senza pari. Entrarono senza esitazione e furono condotti dai paggi alla camera personale della signora. E se il resto del palazzo era bello, questa era una meraviglia di splendore, quasi opera di orefici e gioiellieri piuttosto che di muratori e scalpellini.”
L’influenza che Morris esercitò su Tolkien e C. S. Lewis, riconosciuta dalle loro lettere, si vede anche dagli omaggi resi: come il nome di Re Peter del giovane eroe delle Cronache di Narnia, o quello di Shadowfax (Ombromanto) il cavallo di Gandalf che ricalca Silverfax, il destriero della Dama dell’Abbondanza. Io penso che l’eleganza della prosa e la ricchezza delle descrizioni abbia influito anche su Michael Moorcock.
Le critiche principali mosse a La fonte ai confini del mondo sono due. L.Sprague de Camp in Literary Swordsmen and Sorcerers rimprovera l’eccesso di coincidenze nella trama; tuttavia questo incontrarsi, perdersi e ritrovarsi dei personaggi in uno spazio apparentemente infinito fa parte dell’estetica del Lancelot, dell’Orlando Innamorato e dell’Orlando Furioso.
La seconda critica è la mancanza di epicità nella lotta tra bene e male. Certo in Morris non ci sono grandi scene di battaglia, né incarnazioni del male come Sauron o la Strega Bianca.
William Morris vede la lotta tra bene e male come conflitto sociale, non epico-mitologico. Il bene è una società dove il potere è sottomesso alla legge e i lavoratori sono difesi:
«la buona città di Whitwall che ci siamo lasciati alle spalle è l’ultima delle terre che troveremo dove la gente pratica la cortesia, o segue le usanze feudali, o è governata da conti e re, o dalle leggi di una famiglia regnante o di un’autorità, o si affida alla guida e all’aiuto delle corporazioni.»
Il Male è dove uomini e donne sono comprati e venduti e il lavoro è umiliante: «È come ti ho detto: qui non ci sono uomini liberi che lavorano nei campi, no, né contadini. Tutti quelli che hai visto sono stati comprati e venduti … ciascuno può essere comprato e venduto di nuovo, e non lavorano se non sotto la frusta. E quanto a quelle catapecchie e alle grandi case tozze, sono le stalle dove viene ricoverato questo bestiame.»
Il conflitto culmina negli ultimi capitoli del romanzo, in cui l’eroe torna a Upmeads e la trova minacciata dagli schiavisti del Borgo, in modo molto simile alla conclusione de Il Signore degli Anelli, con il ritorno alla Contea di Frodo e dei compagni, che il testo di Morris ha ispirato.

Giorgio Smojver