I classici del fantastico: LA COLLINA DEI SOGNI (The Hill of Dreams, 1895 – 1897) di Arthur Machen

Recensione a cura di Max GobbocollinaIl giovane e introverso Lucian Taylor, emblema del letterato decadente e maledetto, cerca di evadere, attraverso la scrittura, dalla realtà stantia e borghese di un paesino del Galles del XIX secolo. Gradualmente la dimensione onirica prenderà il sopravvento e il giovane si ritroverà a vivere un’esistenza dissociata, a metà tra un passato mitico, puro e selvaggio, e un presente crudele e disumano. L’approdo in una fredda e caotica Londra estrometterà, infine, ogni spiraglio del reale dalle giornate solitarie di Lucian.

Ripubblicato a trent’anni dalla prima edizione italiana, con un’introduzione inedita dello stesso Machen, La collina dei sogni (1907) è un classico della letteratura inglese. Questa è la prima edizione integrale in italiano dell’opera.

Titolo: La collina dei sogni | Autore Arthur Machen | Titolo originale: The Hill of Dreams, 1895 – 1897 | Editore: Il Palindromo | Collana: I tre sedili deserti (Collana a cura di Giuseppe Aguanno) | Traduzione di Claudio De Nardi, prefazione di Gianfranco de Turris | Pagine: 288 | Prezzo 18€ | ISBN: 978-88-98447-31-2 |

Dal Palindromo una nuova edizione de La collina dei sogni di Machen

A questo punto direte: «Ecco, ora ci propina l’ennesima recensione di questo strano, sognante, libro del vecchio Arthur Machen» – che fra parentesi era uno che di sogni se ne intendeva, e non poco. Niente di più sbagliato, cari amici appassionati, compulsivi lettori e seguaci della letteratura dell’immaginario: il sottoscritto non intende scrivere una recensione ordinaria. Perché – è bene ricordarlo – La collina dei sogni è un classico, ovvero un’opera che a livello letterario si è sedimentata divenendo un modello di fondamentale importanza in seno alla letteratura fantastica.

Dunque cosa farò? Di certo non mi tirerò indietro, né lo farei mai: le sfide mi attraggono con la stessa forza del fatale maelstrom di Poe. Quindi non ho via di scampo: dovrò parlare del romanzo, ma lo farò da una prospettiva insolita. Non discorrerò unicamente del contenuto (cosa che farò alla fine), bensì della veste editoriale con cui viene proposto. Quindi per prima cosa mi concentrerò sui testi accessori del libro: prefazione, introduzione e appendici.Guardiamo dunque da vicino questi scritti che completano in modo egregio il volume – il primo della nuova collana I tre sedili deserti – e che hanno il merito d’offrirmi l’occasione di dire qualcosa di diverso dal solito.

  1. Svelare la realtà di Gianfranco de Turris

Questo il titolo della prefazione firmata da Gianfranco de Turris, uno dei massimi esperti di letteratura fantastica in Italia. Si tratta d’una sorta di saggio breve ma esaustivo, in cui il critico romano ripercorre, con puntualità e precisione, la storia delle varie edizioni italiane de La collina dei sogni. In seguito vengono individuate – nella frammentarietà delle proposte e nella debolezza delle curatele del passato – le cause preminenti della poca notorietà e scarsa diffusione nello Stivale (al di fuori dei circoli degli appassionati e dei cultori della letteratura fantastica) delle opere dello scrittore gallese. A proposito delle tematiche de La collina dei sogni, de Turris ricorda come lo stesso Machen definì il libro: «Un Robinson Crusoe dell’anima». E qui il critico romano ha buon gioco nell’affermare che solo un’attenta e ponderata analisi della struttura del testo può consentire la comprensione del complesso nucleo simbolico in esso contenuto. Si tratta per de Turris d’un romanzo molto articolato che si presta a diverse chiavi di lettura, un’opera multidimensionale in cui palpita tutta la sorprendente Weltanschauung di Machen. Come si può arguire, questo saggio ben introduce all’opera: ne spiega i motivi di fondo, ne analizza la struttura, la compiutezza di significato, ne sviscera i caratteri fondamentali configurandosi come un robusto pontile d’accesso al romanzo.

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  1. Introduzione alla prima edizione americana, di Arthur Machen

Qui ci troviamo di fronte a una vera chicca da intenditori e assieme a una preziosa ed eloquente testimonianza. Proprio così, perché vi si apprende per bocca – pardon, dalla penna – dello stesso Machen la genesi di questo grande racconto dal timbro surreale, intriso di uno squisito aroma decadente. Un affresco sgargiante dei colori di quell’orfismo mitico tanto caro allo scrittore gallese che lo rese degno dell’ammirazione dello stesso H.P. Lovecraft (un altro che di mistero ne sapeva ben qualcosa). Si tratta d’uno scritto molto suggestivo in cui Machen conduce il lettore per i sentieri sconosciuti del suo universo alternativo. Si scoprono allora i motivi fondamentali di quest’opera: la solitudine, l’isolamento e il vuoto spirituale che ne deriva (e qui l’immagine dell’eroe isolano di Defoe si mostra molto appropriata).

Machen sembra quasi parlare a un confessore: il lettore. Egli esprime i propri dubbi, le proprie incertezze, espone l’ambizioso progetto fin dalla fase embrionale. Spiega che, stanco della maschera (un’idea quasi pirandelliana) di scrittore dalla prosa raffinata e manieristica, a un certo punto, proprio come il protagonista del romanzo, sceglie di cambiare strada, d’abbracciare uno stile nuovo, più vero. Cosa dire? Fa sempre un certo effetto – un’ambrata meraviglia di scoperta – udire attraverso il miracolo della scrittura la voce d’un grande autore che parla di sé. In vista di ciò credo si possa affermare, fuor di dubbio, che questa introduzione conferisca un valore aggiunto al libro.

  1. Appendici: Il fascino dell’abisso

Il testo si chiude con due contributi del compianto Claudio de Nardi. Il primo, quello di cui parleremo più estesamente, è un saggio intitolato Il fascino dell’abisso, il secondo un’accurata nota biografica su Arthur Machen. Il saggio in questione si sostanzia in uno scritto di grande interesse, in cui lo studioso italiano mette a fuoco, con impressionante lucidità, certi aspetti del romanzo attraverso una riflessione su alcuni passaggi cruciali nei quali Machen enuncia la propria idea di letteratura fantastica. Fondamentale è la critica che muove al realismo inteso come panacea letteraria e, in quanto tale, principio dell’arte. Egli argutamente ci ricorda la lezione di Baudelaire secondo cui «l’unico realismo possibile passa per il simbolismo». D’altronde non è forse vero che il mondo ci appare non nella sua dimensione reale e assoluta, bensì per come ce lo mostrano i nostri sensi fallaci? Dunque è nel limite della percezione umana (profondamente condizionata da fattori come: cultura, psicologia, personalità ecc.), nel vallo insuperabile fra realtà fisica e apparente, che sorge potente e invincibile l’universo immaginifico di Machen.

51KBNJ9NNKLPertanto La collina dei sogni costituisce un contributo preziosissimo e originale nel quadro della letteratura fantastica, un contributo di cui s’è giovata, traendone motivi d’ispirazione,una moltitudine di continuatori. Questo romanzo è anche quello in cui il Nostro riesce a emanciparsi pienamente e per sempre da uno dei miti letterari con cui era cresciuto: Stevenson.

Sarà anche per questo che nel corso della lettura ci si domanda: «Chi è davvero Lucian, questo naufrago della realtà?». Dietro di lui si è visto lo stesso autore in una sorta di autobiografia in chiave psicanalitica. Forse.

E ancora l’orfismo de Il grande dio Pan, i simboli onnipresenti che confluiscono a creare la sua opera favolosa, a un passo dal ciglio dell’infinito. E poi la presenza di Joyce, le rassomiglianze con Yeats (di cui Machen fu amico), il riflesso enigmatico su Eliot e sul suo La terra desolata… e tanto altro ancora.

Una parola è doverosa, infine, riguardo la qualità superba della traduzione (pubblicata per la prima volta nell’edizione Reverdito del 1988 e qui revisionata, senza alcuno stravolgimento, dall’ottimo Giuseppe Aguanno), che testimonia la cura maniacale, e vien da dire amorosa, di De Nardi. Il libro restituisce appieno nella nostra lingua (compito non facile) tutta la poesia dell’autore, tutto il suo afflato musicale, il suo ritmo, la melodia sognante. Tanto che le parole si perdono in uno sfumare soffuso tra le fronde d’una foresta mitica. E alla fine del sentiero, Machen, sempre lui, anfitrione dell’immaginario, mistica figura padroneggiante l’insuperata magia della Dea Ispirazione.

  1. In conclusione: uno sguardo critico

Il romanzo, suddiviso in sette voluminosi capitoli, è scritto in terza persona e ha un andamento narratologico lineare. Come altre opere dell’autore gallese, La collina dei sogni s’inserisce a pieno titolo nel solco della narrativa fantastica, e anzi ne rappresenta uno degli esempi più alti nel quadro della letteratura britannica e non solo. Considerando l’arco temporale in cui visse e operò Arthur Machen (la sua attività artistica ha attraversato due secoli), nonché l’ambiente sociale e l’humus culturale in cui si ritrovò immerso, non si può non addivenire al fatto che il suo pensiero e la sua ricca produzione abbiano lasciato un’impronta incancellabile sui territori sconfinati dell’immaginario.

Scrittore dal soma romantico e decadente, anticipatore di idee e suggestioni che animeranno e ispireranno intere legioni di epigoni letterari, il suo lascito artistico non può essere in alcun modo dimenticato o trascurato. Tanto più se si considera che firme d’immenso prestigio e provato talento (tra queste il succitato Lovecraft) ebbero a indicarlo come uno dei maestri insuperati nell’ambito del racconto e del romanzo del soprannaturale. Le influenze della sua opera possono essere ravvisate e rintracciate in molti scrittori a lui posteriori, e questo sia in modo diretto ed evidente, che in maniera più sfumata ma egualmente significativa. Più d’un critico riferendosi a questo romanzo – senza dubbio memore delle dichiarazioni del suo autore – ha inteso definirlo una storia di formazione. Questo è indubbiamente vero, ma tale interpretazione non spiega in modo esauriente il senso dell’opera, né appare sufficiente a definirne al meglio le caratteristiche diegetiche e di significato. Il romanzo rappresenta maggiormente, rispetto ai precedenti lavori di Machen, un autentico affresco della sua poetica intrisa di paganesimo, misticismo celtico e reminiscenze legate alla presenza romana in Britannia. Così, fra rovine di castra riecheggianti il passo cadenzato dei legionari, antichi e vetusti altari sacrificali pagani, egli sviluppa una storia favolosa, la personale visione d’un mondo dimenticato che non cessa d’esistere oltre le nebbie del tempo. I boschi che sorgono tetri attorno a monoliti in stile Stonehenge paiono in questo modo fare da sfondo, o meglio da proscenio, al dramma esistenziale del giovane protagonista: Lucian. La prosa risulta chiara ed elegante, con un che di barocco, come in uso presso scrittori coevi. La poesia, sempre presente in Machen, accompagna il lettore attraverso tutta la narrazione, con momenti aulici degni di nota e periodi perfettamente compiuti.

arthur-machenLa vicinanza con Stevenson – piuttosto evidente in altri suoi scritti – qui si fa notare per la propria assenza. Infatti dove Stevenson indulge nel mistero e nello spirito avventuroso dei personaggi, Machen preferisce insistere su ciò che si può solo intuire e mai toccare. La sua è una rappresentazione simbolica d’un mondo misticheggiante nel quale l’apparente è secondario rispetto all’invisibile. Egli si dedica, fra l’altro, all’analisi psicologica, alla decodificazione e interpretazione della personalità del protagonista; ne tratteggia l’essenza, ne disseziona l’animo. Lo spirito avventuroso, tanto presente in alcuni lavori di Stevenson, in Machen lascia campo libero alla meditazione, all’atto introspettivo, alla quiete sognata che precede la tempesta dell’anima. Insomma, se il primo è maestro insuperato del racconto d’avventura (L’isola del tesoro e La freccia nera), dell’esotismo letterario, di quello spirito romantico fatto d’ardimento intinto nei colori caldi del tramonto del colonialismo britannico, ma anche dell’orrore insito nel tema del doppio (vero antecedente della psicanalisi) de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, il secondo approda all’isola lussureggiante dello spirito.

L’universo narrativo de La collina dei sogni, romanzo onirico e fantasmagorico, non appartiene più alla dimensione della letteratura ottocentesca, alla tradizione fantastica erede del gotico, e neppure al romanticismo di stampo vittoriano. Come tutte le opere di rottura che segnano l’inizio d’una nuova era, La collina dei sogni sembra sottrarsi a qual si voglia classificazione, prefigurandosi archetipo e modello d’un nuovo tipo di narrazione. Avvicinabile per altri versi al realismo fantastico, questo è il romanzo che segna, come dicevamo, una svolta fondamentale nella vita e nell’opera macheniana. In esso trovano sintesi e definizione tutte le sue idee sulla letteratura fantastica, vi si rispecchia il carattere d’un autore sognante e potentemente immaginifico, ci si imbatte nella sua visione del mondo. D’altronde, come registrato con grande puntualità critica da Gianfranco de Turris, questo libro, come pure altre opere del Nostro, può essere annoverato nell’alveo del succitato realismo fantastico. Quest’ultimo trova esaustiva definizione nel testo fondamentale di Louis Pauwelse Jacques Bergier, Il mattino dei maghi (1960). Per tali ragioni il romanzo si presta a varie chiavi di lettura e a più livelli interpretativi. Tutto ciò lo rende adatto sia ai lettori più attenti e preparati, che ai semplici appassionati della narrativa del soprannaturale. Dal punto di vista squisitamente critico il modello teorico, e quindi il metodo d’elezione per analizzare il volume, è senz’altro quello simbolico in quanto, come già evidenziato, quella dell’allusione al mito e all’archetipo risulta essere una delle costanti della scrittura dell’autore gallese: una sorta di metafisica del sogno, un sussurro dal piglio orfico che sembra promanare dalle pagine de La collina dei sogni.

Per tali motivi ci pare giusto, anzi quasi doveroso, che dopo anni di negligente oblio Arthur Machen e i suoi scritti tornino all’attenzione dei lettori italiani, ne stimolino la curiosità, il senso del meraviglioso, la voglia di percorrerne i misteriosi sentieri fantastici. E se a impegnarsi in tal senso è una piccola ma ambiziosa casa editrice siciliana che fa della qualità delle curatele, delle traduzioni e delle scelte editoriali i suoi punti di forza, beh, non mi resta che congratularmi con gli uomini e le donne de il Palindromo. A voi tutti dico: bravi!

Max Gobbo