I classici del fantastico: IL SOGNO DI X (The dream of X, 1912) di William Hope Hodgson

Questo volume presenta per la prima volta ai lettori italiani il romanzo breve Il sogno di X (1912), arricchito dalle storiche tavole di Stephen E. Fabian, noto illustratore di pulp magazine. A seguire, nella sezione Incubi ritrovati, sono raccolti sei racconti finora mai pubblicati in volume, accompagnati da un importante corredo di apparati critici. Completa il libro la silloge poetica Il richiamo del mare, anch’essa inedita in Italia, e una nutrita documentazione fotografica. Si tratta di scatti rari che restituiscono momenti della straordinaria vicenda biografica di William Hope Hodgson, uno dei titani della letteratura dell’Immaginario, che H.P. Lovecraft in persona ha definito «lo scrittore sulle cui spalle si è posato il manto di Poe».

Titolo: Il sogno di X | Titolo originale: The dream of X (1912) | Autore: William Hope Hodgson | Edizione italiana: Il Palindromo | Collana: I Tre sedili deserti | Pagine: 344 |  A cura di Pietro Guarriello, introduzione di Gianfranco de Turris, con venti tavole di Stephen E. Fabian | prezzo 23€ | ISBN: 978-88-98447-56-5

Sono tre gli autori britannici, tra loro contemporanei, che Howard Phillips Lovecraft, nel suo saggio Supernatural Horror in Literature, considera aver raggiunto l’eccellenza nell’orrore cosmico: Arthur Machen (1863-1947), Algernon Blackwood (1869-1951) e William Hope Hodgson (1877 1918).
Occorre sottolineare quanto l’orrore cosmico all’inizio del Novecento fosse rivoluzionario: sino allora la letteratura fantastica era sempre stata antropocentrica, e l’horror dell’Ottocento, erede del romanzo gotico, era soprattutto incentrato sul rapporto tra l’uomo e la morte, e il tentativo di superarla, che si trattasse di storie di spettri o di revenant di reale presenza fisica, come il Dracula di Bram Stoker o il Frankenstein di Mary Shelley.
L’horror cosmico, per la prima volta dal Rinascimento, osa togliere l’uomo del centro dell’universo. Il mondo umano, lungi dall’essere centrale, è uno dei tanti, pressato da dimensioni aliene da cui solo un velo sottile lo separa, dimensioni e mondi percorsi da forze immani e inconoscibili a fronte delle quali l’uomo non è che un incidente, destinato a scomparire.
Dei tre maestri britannici, Algernon Blakwood, è quello che appare ancora più legato alla tradizione della ghost story; ma crede fermamente alla presenza di realtà parallele e sconosciute, e alcuni dei suoi migliori racconti, come I Salici e Il Wendigo, molto apprezzati da Lovecraft, superano di gran lunga la Ghost Story e pongono il lettore di fronte a forze tremende quanto enigmatiche, con effetti di terrore trascendente.

Alcune delle illustrazioni di Stephen E. Fabian

Arthur Machen è quello che l’autore di Providence sente più vicino a sé, tanto da scriverne “dei moderni creatori di paura cosmica portata al più alto livello artistico, pochi o nessuno possono sperare di eguagliare Arthur Machen”. L’intuizione di Machen è che accanto alla realtà a noi nota, e separate da essa da una barriera sottile, ve ne siano altre, che gli antichi culti pagani avevano intravisto ma celato sotto il velo del mito. Varcare questo velo spesso porta i protagonisti alla follia o alla morte.

William Hope Hodgson, secondo Lovecraft, era il più vario e diseguale dei tre, come resa stilistica; forse la morte prematura sul fronte della Prima Guerra Mondiale non gli consentì di raggiungere la piena misura della sua arte. Lovecraft riconosce il grande potere di suggestione della scrittura di Hodgson nel far intuire con pochi tratti “mondi in agguato ed esseri senza nome sotto l’ordinaria superficie delle cose”. Gli rimprovera ineguaglianza di stile, e una tendenza verso “concezioni sentimentalmente convenzionali dell’universo” cioè verso il cristianesimo. Malgrado questo, il solitario di Providence non nasconde la grande ammirazione per la potenza fantastica de La casa sull’Abisso e I pirati fantasma.

È proprio per la natura poliedrica e varia delle opere e degli interessi di Hodgson che tanto più è benvenuta la pubblicazione de Il Sogno di X e degli altri inediti (in Italia) raccolti dell’editore Il Palindromo. Infatti il libro assembla tutti gli aspetti dell’opera di questo autore geniale: il romanzo che dà il titolo alla raccolta, epico e di grandiosa concezione, incubi soprannaturali (La stanza della paura), racconti di crimini in apparenza ultraterreni ma risolti con un’indagine di tipo poliziesco (La dea della morte), altri meramente avventurosi (La locanda del corvo nero). E una rivelazione, per gli amanti della poesia di mare, saranno le poesie mai tradotte in italiano, il cui stile echeggia quello di Samuel Taylor Coleridge.

L’introduzione di Gianfranco De Turris e le note critiche di Pietro Guarriello sono talmente esaurienti da rendere difficile aggiungere qualcosa. Mi concentrerò sull’opera principale. Il sogno di X è una versione ridotta de La terra dell’eterna notte, pubblicata in Italia da Fanucci. Ma sarebbe sbagliato considerare Il Sogno di X un riassunto. Hodgson usa un espediente letterario, presentando l’opera come un manoscritto trovato allo stato frammentario; così evidenzia i passaggi che lui stesso sceglie come più significativi, ne lascia altri in ombra, avvolgendo maggiormente la storia e l’origine del protagonista nel mistero, e creando i raccordi necessari con fittizie “note di curatore”. L’opera non perde nulla della grandiosità di concezione, del senso di terrore cosmico e di quella che Lovecraft stesso definisce “indicibile potenza” nel raffigurare le mostruose entità e le sconosciute forze che infestano il mondo senza sole del remoto futuro e assediano gli ultimi uomini. Questi aspetti sono anzi maggiormente valorizzati dal taglio, ad esempio, del primo capitolo, una storia d’amore ambientata nel diciassettesimo secolo, di un sentimentalismo davvero uggioso. Il fatto che il passato del protagonista resti misterioso aumenta il fascino della narrazione, così come l’eliminazione di passaggi ripetitivi e verbose riflessioni moraliste.

Alcune delle illustrazioni di Stephen E. Fabian

Si può invece rimpiangere che siano scomparsi in questa versione corta anche diversi passaggi del viaggio dell’eroe nelle terre oscure, viaggio descritto minuziosamente, in un’atmosfera di terrore ossessivo, intervallato da scontri epici con entità mostruose. Direi che scegliere la versione breve Il sogno di X o quella lunga La terra dell’eterna notte sia questione di gusto del lettore: chi è soprattutto interessato alla grandiosa concezione del tramonto dell’umanità e alla straordinaria architettura dell’Ultima Ridotta dell’uomo preferirà Il sogno di X, gli amanti dell’avventura epica preferiranno La terra dell’eterna notte. La storia è infatti ambientata in un remotissimo futuro, dove il sole è morto e l’oscurità eterna avvolge la Terra, arida e sconvolta da immani catastrofi. Gli ultimi uomini sopravvivono nella Ridotta, un’immensa piramide di metallo alta tredici chilometri, in piani successivi. La piramide si erge sopra un’altra struttura ancora più grandiosa, un’immensa cavità a piramide inversa, che sprofonda nel sottosuolo sino a centinaia di chilometri, con piani digradanti ciascuno di area minore. Pietro Guarriello ha giustamente osservato quanto sembra sia sfuggito ai critici anglosassoni, che la piramide sotterranea ripete l’architettura dell’Inferno di Dante, con la differenza che nella profondità della Terra, non si trova il male assoluto, ma una forza positiva, l’energia tellurica che tiene in vita gli ultimi uomini. Proseguendo l’analogia, si può dire che la Piramide superiore corrisponda alla montagna del Purgatorio: ed è qui che l’umanità dolente attende il giorno del giudizio, quando la Corrente Tellurica si estinguerà e lasciando l’Ultima Ridotta indifesa contro i Mostri che l’assediano.

L’avvento dei Mostri e degli Ab-umani che infestano la terra senza luce è ricordato come un evento mitico: a un certo momento della storia la scienza umana avrebbe interferito con gli incommensurabili Poteri Esterni, e ciò avrebbe consentito a spaventose Entità dello spazio di fuori di superare le barriere dimensionali e materializzarsi nel mondo fisico. Le più temibili di queste, i mostruosi e immensi Guardiani, assediano costantemente la Grande Piramide, osservati a loro volta dai Mostruwacan, l’élite della sapienza degli uomini che abitano il piano più alto della Piramide e perpetuamente sorvegliano, pronti a scatenare l’ultima arma di difesa, la Corrente Tellurica.

È impossibile non vedere l’affinità de giganteschi Guardiani con i Grandi Antichi di Lovecraft. Vanno però sottolineate le differenze, per capire l’originalità di scrittore di Hodgson. Mentre Lovecraft descrive le sue entità, a volte con tratti rapidi di artista, a volte con la precisione scientifica di un entomologo, si pensi a Le Montagne della Follia o a L’Orrore nel Museo, Hodgson è assai più sfumato, e lascia molto di più all’immaginazione del lettore: conosciamo la Cosa che osserva, la Cosa che annuisce, il Guardiano Incoronato, l’immenso Guardiano del Sud, solo da pochissime caratteristiche, che spesso, più che l’aspetto fisico, riguardano la postura e il senso di incombente minaccia che esprimono. La più maligna di tutte, Il Palazzo del Silenzio che ruba la ragione agli uomini che entrano nel suo raggio d’azione è definito un edifico immenso e mostruoso, ma non è mai descritto nella sua struttura, e questo non fa che accrescerne l’aura di terrore, come l’Haunted Palace della poesia di Poe.

Esistono anche Potenze benevole, altrettanto misteriose ed enigmatiche di quelle maligne,come la Cupola Splendente che blocca la secolare marcia di accostamento del terribile Guardiano del Sud alla Ridotta. Ma la differenza maggiore è che mentre le grandiose entità di Lovecraft sono da lui definite “senza mente” “cieche e idiote” cioè prive di autocoscienza, quelle di Hodgson spirano “un’aura di empietà, onniscienza assoluta e mortale”, quindi una cosciente malvagità. In altri momenti si manifestano, più sommessi e apparentemente flebili, “poteri di Santità” a baluardo dell’anima umana contro le forze spaventose che ne vorrebbero l’annientamento. Siamo quindi a quella metafisica vicina al cristianesimo che infastidiva l’ateo Lovecraft. Significativo è anche che gli ultimi uomini, con l’acquisto di capacità telepatiche, abbiano raggiunto un grado di empatia e solidarietà reciproca sconosciuto alle epoche passate.

William Hope Hodgson

La parte centrale, la missione del protagonista alla ricerca della Seconda Ridotta, è, come dice Guarriello, una missione cavalleresca. A me, lettore dei romanzi medievali, da Chretien de Troyes a Wolfram von Eschembach, pare evidente che Hodgson si ispiri al romanzo medievale, tornato in auge in Gran Bretagna con il preraffaellitismo e i romanzi di William Morris. X va all’avventura nella terra oscura e desolata come Lancelot o Parzifal, mosso da un dovere impossibile e dall’amore di una donna. Questo giustifica l’eccesso di devozione romantica rimproverata al romanzo, e l’immagine angelicata dell’eroina, poco in linea con il gusto moderno. Come un cavaliere medievale indossa una grigia armatura e porta un’arma bianca sacra, il Diskos; che rotea, taglia, sprigiona fiamma e torna alla sua mano, come il Martello di Thor.

Ne La terra dell’eterna notte usava il Diskos per lottare con creature che parevano scaturite da un bestiario gotico miniato da un monaco ossessionato, l’Uomo Grigio, la Cosa Gialla simile a un enorme ragno, i brutali Uomini Gibbosi e i Giganti. Parte di questi combattimenti si perdono ne il sogno di X, ma risalta la caccia angosciante e la lotta feroce contro i Segugi Notturni e gli Uomini Bestia, scene meravigliosamente illustrate da Fabian.
Le tavole sono una ricchezza speciale di questa edizione. L’illustratore Stephen Fabian, premiato con il World Fantasy Award nel 2006, coglie appieno lo spirito del libro, sia con le raffigurazioni potenti e ipnotizzanti dei Guardiani, sia con lo stile preraffaellita delle figure romantiche del guerriero e della donna angelica.

Giorgio Smojver