I classici del fantastico: IL CERCHIO VERDE (The Green Round, 1933) di Arthur Machen

Antonio Ippolito09-shop-cerchio_verde_machenLawrence Hillyer, uno studioso e ricercatore di cose “nascoste”, viene costretto a trascorrere un periodo di riposo sulla costa del Galles. Hillyer, persona solitaria e praticamente senza amici, troverà “qualcosa” in mezzo a una radura tra le dune, una“presenza” che lo seguirà al suo ritorno a Londra.

Titolo: Il cerchio verde | Titolo originale: The Green Round, 1933 | Autore: Arthur Machen | Editore: Providence Press | Pagine: 192 | Prezzo di copertina: 17,90€ | Acquistabile dallo store online di Providence Press | Il volume contiene il romanzo breve Il  Cerchio Verde (The Green Round) e il saggio In Occlusum Regina Palatium: il cerchio indicibile di Arthur Machen di Giacomo Ortolani.

Tra i precursori del fantasy contemporaneo, Machen ha avuto da noi una vita editoriale complicata, vicina a farne un autore fantasma: nel ’77 Fanucci ebbe la preveggenza di pubblicare “I tre impostori”, poco dopo, nell’82, Mondadori pubblicò niente meno che negli Oscar “Il gran dio Pan”, integrato da alcuni racconti tra i più importanti. Dopo quel periodo di interesse, però, rimase poco diffuso; solo negli ultimi anni ci sono state nuove edizioni del “Gran dio Pan”; finalmente la prima pubblicazione italiana del “Cerchio verde”, ultima opera significativa dello scrittore gallese apparsa agli inizi degli anni ’30, colma una vera lacuna grazie a Providence Press.

“Il cerchio verde” è un romanzo breve che sorprende. L’inizio è quasi prosastico, e molto moderno: sulle pagine delle “lettere dei lettori” di vari quotidiani inglesi compare una polemica su quanto la moderna architettura stia spazzando via antiche cappelle, giardini, vicoli di mattoni, insomma i luoghi canonici della romantica vecchia Inghilterra, che a qualcuno sembrano irrimediabilmente malsani oltre che “inutili per lo svago dei lavoratori” (è la chiave per il pensiero di Machen, reazionario sul piano estetico e non solo). La diatriba era nata da un lettore che aveva trovato il suo “locus amoenus”, ovvero le “Tane”, un ambiente di dune marine dell’immaginaria cittadina di Porth nel Galles, trasformato in volgare dancing con annesso luna-park. Questa vicenda prende un fascino ironico quando lo stesso lettore, su invito del sindaco di Porth, deve ritirare la sua denuncia: le fascinose, labirintiche “Tane” sono in realtà, incomprensibilmente, intatte: del dancing non c’è traccia.. Ma nessuno ormai gli dà retta; la polemica è stata scatenata.

Si trova in villeggiatura a Porth, però, anche il protagonista: Hillyers, studioso di rarità erudite e argomenti occulti, che vive come un eremita nella metropoli, Londra; senza quasi amici e senza frequentare nessuno, dèdito ai suoi studi notturni, fino a che, vicino all’esaurimento, non è stato mandato dal medico appunto a Porth per recuperare la salute dei nervi. La cura prevede di leggere i quotidiani ogni giorno e parlare del più del meno con altri esseri umani, senza badare ai malintesi causati dalla sua goffaggine.. Anch’egli ama la solitudine delle “Tane”, a dire il vero percorse da molti solitarii amanti del paesaggio, attratti dai prati di timo selvatico e in particolare dal “cerchio verde”, una conca tra le dune dove ci si può sentire isolati dal mondo. Ma ben diversamente sconvolgente sarà la sua esperienza nel “Cerchio verde”, rispetto a quella dell’anonimo mittente della lettera al giornale. Già a pochi chilometri dalla ridente località balneare si vive in fattorie isolate in mezzo a selvagge brughiere: qui avviene un feroce delitto, e il nostro Hillyers, che pure non si è mai mosso dalle dune, viene raggiunto nel “cerchio verde” da una delegazione di gente del posto che accusa con veemenza del delitto lui e un suo non precisato compagno, a loro dire anch’egli presente nel “cerchio verde” fino a poco prima; non avendolo potuto cogliere sul fatto, lo scacciano da Porth a furor di popolo.

Una volta tornato a Londra, grazie alle energie recuperate durante la villeggiatura Hillyers riesce a indagare per cercare di capire cosa sia successo, perché sia stato preso di mira dall’ostilità popolare, e soprattutto cosa significhino i fatti misteriosi, ma inequivocabilmente sgradevoli e anche pericolosi, che ormai avvengono dovunque lo portino le sue peregrinazioni per Londra. E a questo punto il romanzo, fin qui un po’ cronachistico, un po’

disperso in polemiche e sarcasmi contro la contemporaneità, la frivolezza dei giornali, i triti modi di dire della sig.ra Jolly, affittacamere padrona di casa di Hillyers, la superficialità velata di razzismo dei suoi co-inquilini, decolla davvero: un susseguirsi di densi capitoli, ognuno visto da un comprimario differente e ben diverso dagli altri, illumina la storia da tutti i lati; leggeremo il diario di Hillyers, ma anche la relazione del suo medico curante (un positivista, per cui la Regina delle Fate e gli effetti di un incontro con essa, oggetto di tanti studi di Hillyers, non sono che disturbi psichiatrici), e un poscritto di un suo compagno di studi universitari, che invece crede come lui in una realtà più profonda di quella apparente, e narra a sua volta episodi altrettanto inquietanti legati a escursioni nelle brughiere, veri racconti nel racconto.. Gli indizi su chi o cosa sia il “compagno segreto” che segue come un’ombra Hillyers nei suoi vagabondaggi, il dubbio che i vari incidenti abbiano un filo conduttore oppure no, vengono sparsi da Machen in modo che la loro interpretazione rimanga all’intelligenza del lettore.

Soprattutto, capitolo dopo capitolo, troviamo una serie di dense riflessioni, che costituiscono quasi un testamento spirituale dello scrittore gallese: all’inizio del cap.3, un serrato confronto tra gli stati d’animo del sogno e quelli che l’anima dovrà provare subito dopo la morte; poi una toccante analisi della felicità perfetta non come ottenimento di qualcosa, ma come liberazione dalle scorie spirituali accumulate durante la vita; poi una disquisizione su come accertarsi che un sogno sia sogno, e non realtà, che non arriva a conclusioni certe:

“se l’abbazia di Westminster si trasforma in una nuvola che cala su di voi a togliervi il respiro e soffocarvi, non appena vi svegliate tremanti e ansimanti sapete che era solo un sogno e che siete al sicuro. “Credo quia impossibile”, usando la vecchia massima in un senso nuovo.

Eppure: questa prova potrebbe condurci a strane conclusioni. “L’impossibile, la contraddizione in termini deve essere un sogno”: dove finiamo se permettiamo a questo assioma di segnare il confine tra sogno e veglia? Finiamo con il lasciare da parte le definizioni di spazio e tempo che abbiamo azzardato, e ci trascinano in pozzi senza fondo di assurdità e contraddizione: pensate al segno sulla carta che ci dicono essere una linea, qualcosa che è lunghezza senza ampiezza e quindi per sempre invisibile all’occhio della carne. Pensate anche ad Achille nel suo vano inseguimento della tartaruga: e vedete in che orrida assurdità la certezza della matematica ci conduce. Se il credere in assurdità e contraddizioni mostruose è il segno sicuro del sogno, allora cosa facciamo ogni giorno? Che mondo è quello in cui abitiamo?”

arthur-machenCredere o non credere a fate e folletti? (e ricordiamo che “fairy” non è affatto un termine “gentile” come il nostro “fata”..). I dubbi del protagonista sembrano riflettere quelli dell’autore, da un lato sempre aperto a vedere tracce di occulto nel reale:

“I miracoli non appartengono alla mappa della modernità; la nostra incredulità verso di essi è una delle fughe dal dubbio a cui ho alluso. Vediamo qualcosa che non capiamo; e concludiamo che c’è un trucco da qualche parte. E normalmente, a meno che siamo fortemente colpiti dall’evento inspiegabile, non ci preoccupiamo oltre, nemmeno per scoprire quale potesse essere il trucco.”

D’altra parte, disincantato sulla possibilità di una definitva “crescita interiore”:

“permettetemi di notare questo. È possibile che coloro che trovano una loro strada per raggiungere la Regina del Regno delle Fate siano liberati da questi sogni, mostri e illusioni, e contemplino in rapimento estatico il vero mondo. Ma è opinione concorde che costoro siano costretti a tornare, e che l’oro delle fate sia solo cenere e polvere al mattino”.

Eppure, dopo una digressione sul calcolo delle probabilità, e come questo possa portarci a vedere miracoli dove non ce ne sono, non rinuncia a difendere il valore di derte esperienze:

“ma c’è una sola regione dove il calcolo delle probabilità non può entrare. Questa è la terra dove la Regina delle Fate tiene corte, dove dànno oro che diventa foglie morte, cenere morta. Non c’è una lista di coloro che sono scesi in quella valle: solo indizi e dicerie che passano da un’epoca all’altra. Quelli che hanno visitato la regione incantata sono o incapaci oppure riluttanti a dare, al loro ritorno, un qualsiasi resoconto preciso delle loro esperienze. Ma se ne può concludere che una certa trasformazione o trasmutazione del mondo viene effettuata, sia all’interno sia all’esterno” (la scelta di queste precise parole ci ricorda che Machen si interessò anche di alchimia).

Uno dei motivi profondi del fascino di Machen è che il fantastico non era per lui solo il modo di esprimere metaforicamente un’angoscia cosmica, come per Lovecraft e tutti gli scrittori di fantastico successivi: Machen fu un mistico e un esoterista vicino alla società segreta Golden Dawn (il fondatore e satanista Aleister Crowley aveva incluso opere di Machen tra le letture per gli adepti!), apprezzato da Wilde e Stevenson e altri esoteristi come Conan Doyle (proprio il padre del razionalissimo Sherlock Holmes.. cratura che cercò di rinnegare); in quegli inquieti anni ’90, Machen credeva fermamente a quello che scriveva. Ma la fede espressa nel “Gran dio Pan” e nelle “Creature bianche”, quarant’anni dopo è scossa.

Quest’opera è un ricco intreccio, dove, come dice uno dei protagonisti, non tutti i fili rientrano nella trama; diversi restano, volutamente, sciolti. È un’opera di narrativa fantastica da meditazione, dove non manca nemmeno un libro maledetto.. anche se non ha un ruolo centrale.

Per apprezzare appieno il percorso di Machen, è interessante confrontare quest’opera con qualcuna dei suoi anni più intensi, come appunto il racconto “Le creature bianche”: gioiello dove la fede nel satanismo viene prima dottamente esposta dal protagonista Ambrose, che la dimostra “non malvagia” nel senso comune del termine; poi illustrata dalla lettura del diario di una ragazzina di campagna che in un vertiginoso flusso di coscienza racconta la scoperta del regno proibito, che le sarà fatale.

L’influenza di Machen andò oltre il genere fantastico: fu amato da Borges, quindi considerato anche un precursore del “realismo magico”, nonché da altri scrittori contemporanei come Javier Marìas. Le sue descrizioni di vagabondaggi nelle brughiere così come nelle metropoli hanno fatto nascere studi sulle relazioni tra mente e paesaggio: https://en.wikipedia.org/wiki/Psychogeography .

Antonio Ippolito

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