GRIDA NELLA NOTTE di Fabio Andruccioli

Grida nella notte

 Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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GRIDA NELLA NOTTE

di Fabio Andruccioli

 

Tremano nella notte i fuochi fatui. Perduto, abbandonato. Bastardi infami.

La pelle secca, squamosa, vittima del sole diurno che, ora che la notte è giunta, rimpiango tremando di febbre e gelo.

I miei piedi sollevano sabbia e polvere e cenere, strisciando stanchi verso Handelbab, dove finalmente potrò incontrare i forni e lasciare i ricordi alle spalle.

Quante albe e quanti tramonti siano passati da quella notte, non riesco a ricordarmelo. Ero il più piccolo e agile, adatto a quella piccola e maledetta cripta.

Entrai strisciando come un verme, muovendomi tra le insenature e le strettoie, il ciondolo fluorescente al collo a illuminare lo spazio davanti a me.

La grotta, la tomba, sembrava non avere fine. La corda legata alla mia vita unico ricordo dei miei compagni, alla dolce aria sporca all’esterno.

La luminosità del mio talismano stava scemando, mi resi conto che era il momento di tornare indietro. In un’insenatura abbastanza larga per girare su me stesso, iniziai a seguire il filo che avevo lasciato alle mie spalle.

E poi il tradimento! Il voltafaccia ipocrita di chi, chiamandomi “fratello” non desiderava altro che una bisaccia in meno con cui condividere il bottino. Il ciondolo illuminò la via appena il tempo che impiegai a raggiungere l’altro capo della corda che, visibilmente tagliato da una lama, mi comunicò di essere solo, nel ventre della terra. Poi fu solo buio e tenebra e odore di morte.

Passarono minuti che sembrarono ore. Provai, tentoni, a trovare la via ma le biforcazioni sembravano apparire più numerose di quelle che avevo incontrato all’andata. La memoria non mi fu alleata. Mi fermai all’ennesimo crocevia, straziato e disperato. Decisi di non lasciarmi morire di fame. Tirai fuori dallo stivale destro il mio pugnale, deciso a porre fine la mia vita lì, senza la lunga sofferenza della disidratazione.

Ma nell’ombra, come se potessi di nuovo vedere qualcosa di più scuro del buio assoluto, qualcosa si avvicinava. Sentivo il suo respiro irregolare e bramoso, delle fauci immonde che salivavano affamate. La follia si impadronì di me lanciai il coltello in quella direzione e fuggii disperato tra i cunicoli, grattandomi le dita e le ginocchia sui pavimenti e le pareti della tomba. Passarono ore, disperazione e rabbia, la paura più profonda che si possa conoscere in questa maledetta vita. Fino a che fui fuori, non so seguendo quale strada, tra i ruderi di un tempio antico e blasfemo.

Ora eccomi qui, solo. In lontananza vedo i camini di Handelbab che mi salutano festosi. Altre poche ore di cammino e potrò dimenticare, bruciando nei forni i ricordi e la paura. Non morirò qui, per diventare cibo per esseri necrofagi senz’anima. Davanti a me scorgo un luccichio. Forse qualcuno accampato per la notte, o una pozza d’acqua. Corro, con le poche energie rimaste nel mio corpo ormai deformato e gonfio dal deserto. Ma tra la sabbia e la polvere e la cenere, non vi è altro che un piccolo pugnale che, fino a qualche giorno fa, tenevo riposto nel mio stivale e che qualcuno, qualcosa, ha deciso di farmi trovare in questa notte di brividi e stanchezza.

“Mostrati a me, bestia immonda, demone dell’oscurità. Uccidimi, divorami, rendimi il riposo che merito”.

Ma nelle ombre, la figura mi si presenta dinnanzi e mi tortura l’anima solamente guardandola per un attimo. La sua informe bocca si distorce in un sorriso e mi abbandona, nutrendosi della follia che ha deciso di donarmi.

Urlo, nella notte, ma nessuno può sentirmi. Grido verso Handelbab un grido d’aiuto a cui nessuno darà risposta, se non i fuochi fatui che danzano al mio fianco, dileggiandomi e schernendomi nella mia pazzia.

FINE