Gli articoli di Black Gate: Gli orrori striscianti di Marte: LE CRIPTE DI YOH-VOMBIS di Clark Ashton Smith

Questo articolo è tratto dal sito partner di Heroic Fantasy Italia BLACK GATE: Adventures in Fantasy Literature

Tradotto in italiano da Antonio IppolitoBlack-Gate

John O'NeillXiccarphHo una confessione da fare. Non ho letto quasi niente di Clark Ashton Smith.

Lo so: Me ne vergogno. CAS è stato uno dei più importanti scrittori di fantasy dell’era pulp. Insieme a H.P. Lovecraft e Robert E. Howard, trasformò Weird Tales nella più importante e influente rivista di fantasy degli inizi del ventesimo secolo.

E non che io non avessi avuto nessuno, nello staff di Black Gate, che abbia tentato di mettermi nella giusta direzione. Ryan Harvey con la sua epica analisi in quattro parti dei “Cicli fantasy di Clark Ashton Smith“, iniziata già nel 2007 con “Le cronache di Averoigne”, è un eccezionale esempio di erudizione, e sono fiero di averla pubblicata. Più recentemente, John R. Fultz ha offerto uno studio dettagliato della poesia di Smith “Il mangiatore di hashish”, e Matthew David Surridge si è buttato nella mischia con il suo articolo del 2012 “Qualche parola su Clark Ashton Smith“. Solo per fare qualche esempio.

È colpa di Isaac Asimov per la mia iniziale ignoranza. Asimov detestava lo stile ornato di Smith: è noto come raccontasse del primo racconto di CAS che aveva cercato di leggere, in cui aveva trovato la parola “veritas”, che Smith usava al posto di “verità”. Certo, notava Asimov, “veritas” in fin dei conti significa “verità”, ma non riusciva a immaginare perché qualcuno volesse usarla al posto di usare semplicemente “verità”. Accantonò la storia e non provo mai più a leggere Smith.

Asimov mi fece conoscere la maggior parte dei miei eroi pulp, in libri come “Before the Golden Age”, “I premi Hugo”, “The Early Asimov”. Il suo pregiudizio deve essermi rimasto attaccato, dal momento che non ho letto quasi nulla di Clark Ashton Smith nei miei primi decenni di lettore di fantascienza.

Fortunatamente, questo genere letterario offre parecchie occasioni. In settembre ho acquistato una meravigliosa raccolta di 28 tascabili d’epoca. Una delle stelle nel mucchio era “Xiccarph”, parte della collana “Ballantine Adult Fantasy” di Lin Carter, di grande valore collezionistico. Prima di metterlo da parte decisi di dargli un’occhiata. Ed ecco cosa trovai a pagina 2 dell’introduzione di Carter:

Dal momento che Weird tales, logicamente, aveva diritto di pretendere racconti che fossero “weird”, Smith si adeguò. Nel farlo inventò un minuscolo sottogenere tutto suo. Per capire esattamente cosa intendo, guardate il racconto “Le cripte di Yoh-Vombis“, incluso in questo libro.

Vedrete che il racconto è ambientato sul pianeta Aihai, o Marte, e si svolge nel futuro prossimo. Questi soli fatti lo caratterizzano come appartenente senza dubbio al limite della fantascienza. Ma ora leggete il racconto e assaporate lo stile della sua prosa: questo genere di scrittura ricco, prezioso, bizzarro è del genere che per lo più consideriamo naturale per i racconti di fantasia eroica, regni magici ed ère leggendarie in un passato misterioso. Infine, leggete la storia fino in fondo e osservate la trama vera e propria: come vedrete, è precisamente quel genere di cosa che chiamiamo narrativa “weird” o di orrore.

Weird-Tales-May-1932Nel comporre un racconto d’orrore ambientato nel futuro o in un altro mondo e narrato nella prosa lussureggiante e sgargiante tipica della fantasia eroica, Smith fece qualcosa di decisamente nuovo ed entusiasmante, qualcosa di unicamente suo.

Be’, dopo anticipazioni così promettenti, fu impossibile non mettere in sospeso per un altro giorno il mio aggiornamento sui “Nuovi tesori” e accomodarmi nella mia poltrona verde per leggere “Le cripte di Yoh-Vombis”. E fu esattamente quello che feci.

Il racconto mantenne tutte le promesse di Carter, e anche qualcun’altra. È una storia eccezionalmente efficace e sorprendentemente truculenta ambientata in uno scavo archeologico su Marte, uno dei pezzi di fantascienza orrifica più potenti che abbia mai letto. Funziona piuttosto bene ancor oggi. Questo racconto da solo mi ha trasformato in un irriducibile fan di Clark Ashton Smith.

Apparve originariamente nel numero di Weird Tales del maggio 1932, a fianco di “L’orrore del tumulo” di Robert E. Howard, “The Brotherhood of Blood” di Hugh B. Cave e “The Terror Planet” di Edmond Hamilton.

Ora riassumerò la storia. Non guasterò il finale, ma ci saranno spoiler. Coraggio: stiamo parlando di una storia pulp di 82 anni fa! Basandomi solo su quante persone postano costantemente sul mio blog riguardo a Clark Ashton Smith, sono probabilmente l’ultima persona rimasta in Nord America a non averla letta.

(se volete prima leggere il racconto, attualmente è di pubblico dominio: potete trovare il testo completo in Wikilivres).

La storia comincia in questo così:

Se i medici sono corretti nella loro prognosi, mi restano solo poche ore marziane da vivere. In quelle ore dovrò riuscire a riferire, come avviso per gli altri che dovessero seguire le mie orme, i singolari e spaventosi avvenimenti che posero fine alle nostre ricerche tra le rovine di Yoh-Vombis.

Ecco qua quello che intendevo. Dopo nemmeno quattro righe, il narratore è già morto. Ah, non ne scrivono più di storie così!

Ma qual è il problema? L’avrete capito da soli: qualcosa di strano nelle polverose rovine dell’antica città aliena: Furono otto di noi, archeologi professionisti con esperienza, chi più chi meno, terrena e interplanetaria, a partire con guide native da Ignarh,la metropoli commerciale di Marte, per ispezionare quell’antica città abbandonata da eoni..

Avevo spesso sentito parlare di Yoh-Vombis, in maniera vaga e leggendaria, mai di prima mano. Persino l’onnipresente Octave non l’aveva mai vista. Costruificata da un popolo estinto la cui storia era stata perduta nel corso delle successive, decadenti epoche del pianeta, rimane un confuso e affascinante enigma alla cui soluzione nessuno si è mai avvicinato… e che, ritengo, potrebbe persistere eternamente irrisolto da parte dell’uomo. Certamente spero che nessuno segua mai le nostre orme…

“Costruificata”? Ragazzi, al mio correttore ortografico è venuto un coccolone. Non penso che una parola così esista in questo pianeta.

Ma questo è Clark Ashton Smith, e posso già dire che Lin Carter ha ragione su almeno una cosa: dal punto di vista della prosa, quest’uomo può permettersi qualunque cosa.

Xiccarph-back-coverE così i nostri otto intrepidi esploratori e le loro guide partono a piedi attraverso le sabbie marziane. Raggiungono le rovine prima del tramonto e, dopo aver camminato attorno e parlato come esploratori in tuta spaziale in un film di fantascienza degli anni Cinquanta, aver espresso illimitata soggezione e spiegato gli uni agli altri cose che già sapevano, si mettono a letto per la notte. Le guide, naturalmente, rifiutano di avvicinarsi alla strana città, così i nostri otto esploratori sono soli.

Ma un attimo prima di appisolarsi, il nostro narratore nota qualcosa di insolito.

Allorché le mie palpebre stavano per chiudersi, ricevetti un’impressione di movimento nella desolazione congelata; e mi sembrò che una porzione dell’ombra più avanzata si fosse staccata e stesse strisciando verso Octave, che giaceva più vicino alle rovine di noialtri.

Persino attraverso la mia pesante letargia fui disturbato dall’avvisaglia di qualcosa di innaturale e forse malaugurato. Feci per mettermi a sedere; e appena mi mossi, l’oggetto ombra, qualunque cosa fosse, si ritrasse e tornò a fondersi nell’ombra più grande. La sua scomparsa mi scosse, svegliandomi del tutto; eppure non potevo esser certo di aver davvero visto quella cosa. In quel breve colpo d’occhio finale era sembrato simile a un pezzo di stoffa o di cuoio, grosso modo circolare, scuro e stropicciato, del diametro di trenta-trentacinque centimetri, che correva sul terreno con il movimento a scatti di un bruco quando si piega e si dispiega in maniera sorprendente nel suo movimento.

Non tornai a dormire per quasi un’ora; e se non fosse stato per il freddo estremo, indubbiamente mi sarei alzato per investigare e accertarmi se avessi davvero osservato un oggetto dalla natura così bizzarra o lo avessi solamente sognato. Giacqui fissando la profonda ombra d’ebano in cui era scomparso.. e infine chinai il capo cadendo in un sonno leggero.

Bene, questo è veramente da paura. Fin lì avevo letto più che altro per curiosità, e ingenua buona fede nella narrativa pulp. Ma a quel punto, ero preso.

La mattina dopo, gli archeologi si imbattono in un’entrata intasata dalla sabbia e penetrano nelle rovine della città, muovendosi sempre più lontano nei sotterranei. Lì trovano insoliti pittogrammi sulle pareti, molto simili a geroglifici egizi. Alcuni di questi disegni sembrano comunicare un insolito avviso.

Trovammo che la pietra scura sotto i nostri piedi era segnata regolarmente da decorazioni geometriche multiformi, tracciate con terra ocràcea, in mezzo alle quali, come nei cartigli egizi, erano racchiusi disegni estremamente stilizzati.. potemmo ricavare poco dalla maggior parte di essi; ma in molti le figure erano indubbiamente intese a rappresentare gli Yorhiti stessi.. Tutti questi Yorhiti erano rappresentati come nudi; ma in uno dei cartigli, eseguito in uno stile molto più frettoloso degli altri, notammo due figure i cui alti cranii conici erano avvolti in quel che sembrava una specie di turbante, che esse erano intente a togliersi o sistemare. L’artista sembrava aver voluto dare particolare enfasi all’insolito gesto con cui le sinuose dita a quattro articolazioni stavano tirando via quei copricapi; e l’intera postura era inspiegabilmente contorta.

No. no, sciocchi spazioarcheologi! Questi alieni hanno qualcosa di molto brutto sulla testa. Qualcosa che vogliono disperatamente tirar via. Ma davvero, com’è che gli spazioarcheologi sono sempre così lenti a capire?

The-Last-IncantationIl timore si va accumulando mentre i nostri esploratori ignari penetrano sempre più a fondo nei sottolivelli della città morta. E non solo perché il lettore ha capito qualcosa che i personaggi non hanno capito.

Smith fa un lavoro meraviglioso nello sfruttare la tomba claustrofobica e aliena per ottenere un massimo impatto via via che trascina i suoi personaggi verso un’agghiacciante scoperta.

Senza preavviso, alla fine di una lunga catacomba piena di urne, ci trovammo di fronte a un muro liscio.

Qui ci imbattemmo in una delle più strane e obnubilanti delle nostre scoperte: una figura mummificata e incredibilmente essiccata, posta eretta contro il muro. Era alta più di due metri e dieci, di colore marrone bituminoso, ed era interamente nuda tranne per una specie di cappa nera che copriva la parte superiore della testa e pendeva ai lati in pieghe consunte. dalle sue tre braccia, e aspetto generale, era chiaramente uno degli antichi Yorhiti: forse il solo membro di questa razza il cui corpo fosse rimasto intatto.

Provammo un’inesprimibile emozione alla mera età di questa cosa avvizzita, che, nell’aria secca della cripta, aveva resistito attraverso tutte le vicissitudini storiche e geologiche del pianeta, per darci un legame visibile con i cicli perduti.

Poi, scrutando più da vicino con le torce, vedemmo perché la mummia aveva mantenuto una posizione eretta. Caviglie, ginocchia, vita, spalle e collo erano incatenati al muro da robuste fasce di metallo, così profondamente corrose e scurite da una specie di ruggine che non eravamo riusciti a distinguerle a prima vista nell’ombra. La strana cappa sulla testa, una volta studiata più da vicino, continuava a eluderci. Era coperta da una peluria fine, simile a muffa, immonda e polverosa come antiche ragnatele. Qualcosa in essa, non so cosa, era abominevole e rivoltante.

Ahia.. state lontani da quell’abominevole cappa aliena, spazioarcheologi! Ma figurarsi.

con la torcia ancora alzata, [Octave] stese la mano libera e toccò molto leggermente il corpo. Per quanto fosse stato incerto il tocco, la parte inferiore del torso robusto, le gambe, le mani e gli avambracci sembrarono tutti dissolversi in polvere..

Octave gridò affranto.. poi, al di sopra della nuvola che si espandeva, vidi una cosa incredibile. La cappa nera sulla testa della mummia cominciò ad arricciarsi e fremere verso l’alto agli angoli, si contorse con movimento verminoso, e cadde dal cranio avvizzito; mentre cadeva sembrava piegarsi e dispiegarsi a mezz’aria. A quel punto cadde sulla testa scoperta di Octave che, nel suo sconcerto per lo sbriciolarsi della mummia, era rimasto in piedi vicino al muro. In quell’istante, in uno scatto di terrore profondo, ricordai la cosa che si era avvicinata cautamente uscendo dalle ombre di Yoh-Vombis alla luce delle lune gemelle, e si era ritratta come una creazione del sonno al mio primo accenno di risveglio.

Aderendo strettamente come una stoffa premuta, la cosa avvolse i capelli, la fronte e gli occhi di Octave, che urlò follemente, con grida d’aiuto incoerenti, strattonando con dita frenetiche la cappa, ma senza riuscire ad allentarla. Poi le sue urla cominciarono a salire di tono in un folle crescendo di dolore, come se fosse prigioniero di uno strumento di infernale tortura; e danzava e saltellava ciecamente per la cripta, eludendoci con strana celerità mentre tutti scattavamo in avanti nello sforzo di raggiungerlo e liberarlo del bizzarro ingombro.

ba5601e4145d2ee6fa7de419835854deBizzarro ingombro. Solo Clark Ashton Smith poteva creare una descrizione così insolitamente clinica, quasi distaccata, di un’antica malvagità aliena che sta ora divorando la testa di uno spazioarcheologo.

Come vi potete aspettare, le cose vanno rapidamente di male in peggio. Via via che il ritmo della narrazione accelera, il racconto cambia sottilmente di tono, la prosa meno descrittiva, più concentrata sull’azione. Octave scompare gridando nelle nere catacombe; quando lo troveranno, sarà troppo tardi. Sta aprendo un’antica cripta.

Prima che chiunque di noi potesse recuperare le sue facoltà, Octave scagliò a lato la sbarra di metallo e cominciò a cercare freneticamente qualvcosa nel muro. Deve essere stata una molla nascosta; anche se, come potesse averne conosciuto l’ubicazione o l’esistenza, va oltre ogni legittima congettura. Con un rumore raschiante basso e nauseante, la porta scoperta ruotò verso l’interno, spessa e ponderosa come una lastra di pietra in un mausoleo, lasciando un’apertura da cui la mezzanotte infera sembrò sgorgare come un fiume di marciume sepolto da eoni..

Fui il primo della nostra spedizione a liberarmi dall’incantesimo paralizzante; estraendo un coltello a serramanico (la sola cosa somigliante a un’arma che avessi indosso) corsi verso di lui. Si scostò, ma non abbastanza velocemente da sfuggirmi, quando pugnalai con dieci centimetri di lama la nera e turgida massa che gli avviluppava tutta la parte superiore della testa ricadendogli sugli occhi.

Cosa fosse quell’essere, preferirei non immaginarlo.. se fosse possibile da immaginare. Era informe come un’enorme lumaca, senza testa né coda né organi evidenti; un essere immondo, rigonfio e coriaceo, coperto da quella fine pelliccia simile a muffa di cui ho parlato. Il coltello vi affondò come se fosse pergamena marcia, facendo un lungo squarcio, e l’orrore sembrò crollare come una vescica scoppiata. Da esso sgorgò un nauseante torrente di sangue umano..

Mi piegai su di lui e gli strappai dalla testa quell’orrore flaccido e informe. Venne via con facilità inaspettata, come se avessi rimosso uno straccio inerte: ma Dio avesse voluto che l’avessi lasciato al suo posto. Al di sotto non c’era più un cranio umano: tutto era stato consumato, fino alle sopracciglia, e quando sollevai l’oggetto smile a una cappa il cervello semidivorato rimase esposto. Lasciai cadere la cosa innominabile dalle mie dita divenute improvvisamente inerti, e mentre cadeva si girò, rivelando sul lato inferiore molte file di ventose rosate, disposte in circoli attorno a un disco pallido coperto di filamenti simili a nervi, in modo da suggerire una specie di plesso nervoso.”

Cosa c’è nella cripta di Yoh-Vombis, da tanto tempo sigillata? Orrore, orrore strisciante e sbatacchiante.

Osservai al di sotto della mia torcia, molto in basso oltre la porta, come in un pozzo infero, un movimento ribollente, molteplice, lubrìco di ombre striscianti. Sembravano ribollire nell’oscurità; poi, attraverso l’ampia soglia della cripta, si riversò l’avanguardia verminosa di un esercito innumerevole: cose apparentate alla mostruosa, diabolica mignatta che avevo strappato dalla testa mangiata di Octave. Alcune erano sottili e piatte, come dischi di stoffa o di cuoio che si contorcevano e si piegavano su se stessi, altri erano più simili a fiasche, e strisciavano con sazia lentezza. Cosa potessero aver trovato, di cui nutrirsi nella loro reclusa, eterna mezzanotte, non lo so; e prego di non saperlo mai.

Balzai indietro, lontano da essi, elettrizzato dal terrore, nauseato dal ribrezzo, e il nero esercito continuò senza fine a uscire dall’abisso dissigillato con sveltezza da incubo, come il vomito schifoso di inferni troppo sazi di orrore. Mentre si riversava verso di noi, seppellendo alla vista il corpo di Octave in un’onda che si attorcigliava, vidi un segno di vita nella cosa apparentemente morta che avevo scagliato di lato, e vidi lo sforzo disgustoso che faceva per raddrizzarsi e unirsi alle altre.

Ma né io né i miei compagni potemmo resistere più a lungo a guardare. Ci voltammo e corremmo tra le impressionanti file di urne, con la massa serpeggiante di mignatte demoniache alle calcagna…

A-Rendezvous-in-Averoigne-largeA questo punto il racconto cambia ancora tono, per diventare un pezzo di orrore pulp a tutta manetta, con gli esploratori che in poco tempo finiscono separati nell’oscurità. Il nostro narratore ascolta terrorizzato le grida di agonia dei colleghi perduti, mentre uno per uno vengono consumati e convertiti dalle cose aliene.

Ma ci saranno altre sorprese, e terrori, via via che il narratore gradualmente scopre la vera natura degli orrori che sono strisciati fuori dalle cripte di Yoh-Vombis. Ma per conoscerle, dovrete leggere la storia da soli.

C’erano anche caratteristiche inattese nella prosa di Smith. Nonostante tutto quello che ho letto su CAS, tutti gli elogi che ho visto prodigargli per decenni, molti aspetti della sua scrittura mi hanno ancora sorpreso.

Per esempio, in qualche modo abbinavo la sua reputazione per una prosa ornata a una narrazione al rallentatore. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Sebbene Smith, da poeta, ami ogni parola, le sue storie procedono con impeto implacabile.

È vero che non c’è molto vero sviluppo dei personaggi: degli otto membri della spedizione,impareremo forse il nome di metà, e solo tre hanno vero dialogo. E la maggior parte di questo è routine, utile servizio alla trama, necessario a definire l’ambientazione tramite le reciproche spiegazioni degli esploratori intanto che si avvicinano incerti all’oscuro orrore che è il cuore della storia. Nonostante il suo evidente genio, Smith era pur sempre uno scrittore pulp, vincolato dalle richieste del mercato.

Ma dopo aver preso in mano “Le cripte di Yoh-Vombis” fui rapito nel giro di qualche minuto. Potrebbe essere uno dei più perfetti racconti pulp che abbia mai letto. Non posso descriverlo meglio di quanto abbia fatto Ryan Harvey nella parte III del suo studio su Smith, “Poseidonis, Mars, and Xiccarph”:

Anche se questo racconto contiene più del solo terrore (l’aura di antichità è palpabile, e la conclusione ironica eccellente), Clark Ashton Smith scrisse pochi racconti di pura paura superiori a questo, uno dei migliori esempi del classico “racconto weird”. Rimane a tutt’oggi una lettura genuinamente spaventosa. Nella sua introduzione alla raccolta “Xiccarph”, Lin Carter esaltò questo particolare racconto come esempio ideale della particolare nicchia letteraria di Smith. Concordo: se dovessi selezionare una sola opera per presentare a un nuovo lettore lo stile e i temi di Smith, sceglierei senza esitazione questa.

Forse le parole di Ryan mi sono rimaste attaccate negli anni, e mi hanno aiutato (naturalmente con l’aiuto di Lin Carter) a selezionare “Le cripte di Yoh-Vombis” come mia introduzione a CAS. Se è così, gli sono certamente in debito.

“Xiccarph” fu curato da Lin Carter e pubblicato da Ballantine nel febbraio 1972. Aveva 248 pagine, al prezzo di 1,25$ come tascabile. È fuori catalogo da molto; ho comptrato la mia copia per 70 centesimi, come parte di una raccolta di 28 volumi. “Le cripte di Yoh-Vombis” da allora è stato incluso in diverse eccellenti raccolte eccellenti da allora, comprese The Last Incantation (1982), A Rendezvous in Averoigne (2003), and Out of Space and Time (2006).

La fama di Smith continua a crescere. Solo questo mese, John R. Fultz e Fletcher Vredenburgh ci hanno avvisato di un’antologia nuova di zecca ambientata nella mitica Hyperborea di Smith: “Deepest, Darkest Eden” curata da Cody Goodfellow.

John O’Neill