IL SEGNO DEL SERPENTE di Riccardo Brunelli

Il segno del serpenteCopertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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IL SEGNO DEL SERPENTE

di Riccardo Brunelli

 

L’alito torrido del deserto spazzò la pianura ed intonò un basso e straziante ululato, incanalandosi tra le rocce della gola rossastra.

Il vento proseguì in direzione dell’uomo che stava in fondo al canyon, smuovendo le falde del suo pastrano e soffiando via il fumo dalle canne delle sue colt dragoon.

L’uomo osservava, con i suoi occhi neri come il carbone, l’essere che stava in piedi davanti a lui.

Quell’uomo era Alvarado Killgore.

Nomen Omen dicevano i latini, ed Alvarado di certo era all’altezza di quel cognome.

Era probabilmente la miglior pistola ad ovest del Red River e certamente il peggior carattere di tutto il Texas. Ma quel giorno la fortuna pareva avergli voltato le spalle. Era partito giorni prima da Van Horn per seguire un tizio, che avrebbe dovuto mandare al creatore. Il committente era un vecchio untuoso e maleducato, di razza indefinibile. Aveva dei tratti creoli, ma gli zigomi e gli occhi sembravano provenire da qualche parentela tra gli Inuit, il che era piuttosto improbabile. Il vecchio lo aveva pagato in contanti e senza tanti convenevoli.

Il tizio per cui Alvarado avrebbe confezionato un vestito su misura in legno era un poco di buono. Un perdigiorno di origine francese che aveva accumulato debiti ed inimicizie in tutto lo stato. Queste sue buone maniere gli erano valse una bella taglia sulla testa. Il suo nome ed un abbozzato ritratto era tutto ciò che il pistolero aveva.

Philippe Desoix si faceva chiamare. Era scappato qualche tempo prima da New Orleans, dove aveva lasciato qualche cuore infranto e diverse questioni in sospeso.

Alvarado si era messo sulle sue tracce ed era incappato in un messo viaggiatore con la lingua sciolta, che aveva conosciuto Desoix. Il messo diceva che non era scappato per debiti. Lo aveva conosciuto in un viaggio in treno, ed avevano chiacchierato a lungo. Dopo qualche bicchiere di whiskey, Il francese raccontò di essere scappato dalla Big Easy perché aveva avuto dei brutti trascorsi con certa gentaglia mulatta. Mezzosangue inquietanti che, a suo dire, trafficavano in affari loschi, e praticavano certi antichi riti di sangue che persino gli Haitiani aborrivano. Ma Desoix, prima di fuggire nottetempo sul primo treno verso ovest, aveva sottratto loro un Juju, una sorta di gingillo magico, intriso di potere oscuro e lordo del sangue di sacrifici. Il Messo non capiva perché mai un uomo si volesse fregiare di un tale “articolo”. Alvarado pensò che il francese avesse voluto solo impressionare il messo. Ora si trovava davanti a quella cosa, che fino a poco prima era Desoix, e dovette realizzare che, forse, non erano tutte storie da carrozza bar.

La creatura che prima era stata Desoix aveva portato il pistolero in quel canyon a morire. Alvarado era stato alle sue calcagna per giorni, in mezzo al deserto, e quell’essere lo aveva attirato in quella gola, rivelandosi nella sua ripugnante malignità. Il corpo aveva una postura grottesca, scomposta ed innaturale. La sua pelle aveva l’aspetto di un tessuto semitrasparente e rinsecchito, gettato sulla carne viva che sgusciava molle al di sotto di esso. Gli occhi avevano qualcosa di disumano, sia nel colore che nella forma allungata della pupilla. Al suo collo pendeva un ciondolo d’osso, intagliato da mani antiche nella forma di un simbolo arcaico, la cui memoria era persa nelle notti primordiali. Ricordava la bocca spalancata di un grosso rettile, con la coda avvolta intorno.

Alvarado riconobbe quel contorto simbolo. Durante il suo soggiorno forzato presso gli sciamani Comanche, aveva veduto quel simbolo. Lo aveva visto, tracciato con sangue scuro, tra le pitture rupestri e sulle pareti di rocce che i Comanche chiamavano “lapidi degli Antichi”. Gli sciamani lo temevano, e mai ne avrebbero tracciato uno scientemente. Quei segni non erano meri simboli ma, secondo loro, imbevuti degli spiriti degli Antichi. Servivano ad essi per tornare nel nostro mondo. Chi o cosa fossero gli Antichi, Alvarado non l’aveva mai capito. Soltanto Aquila Danzante, un vecchio Uomo-Medicina, gli aveva parlato di questa razza, che calcò la loro stessa terra quando i sassi erano enormi rocce ed il deserto era un mare blu come il cielo. Gli Antichi avevano scoperto come ingannare la morte con metodi osceni, la cui mera menzione avrebbe fatto impazzire anche il guerriero più impavido. Il “Padre dei Serpenti” aveva istruito gli antichi. Il vecchio comanche lo definiva come una creatura antichissima, che aveva rubato i segreti degli Dei. Era un’entità che portava morte e sventura.

I Comanche conoscevano un simbolo apotropaico per respingere la sua nefanda influenza. Lo tracciavano sulle loro armi e sui loro corpi per protezione, se si trovavano costretti ad attraversare le valli dimenticate e le gole più contorte ed oscure.

Il pensiero del pistolero corse al regalo di quell’uomo-medicina Comanche, ed un sorriso tagliente comparì sul suo volto. Lasciò cadere nella polvere le colt e, con un gesto lento e misurato, scostò la falda del lungo spolverino, scoprendo un tomahawk adorno di penne di corvo appeso alla cintura. Quell’ascia rituale era stata con lui anni, senza che il pistolero ne comprendesse il reale valore. Alvarado preferiva le pistole, ma per qualche motivo non se ne era mai separato.

Ora il destino gli aveva mostrato il motivo.

Lo afferrò saldamente con la mano destra, alzandolo al di sopra del capo in una posa d’attacco che ricordava i nobili guerrieri pellerossa delle pianure. Sulla lama grezza era incisa una sorta di stella, le cui punte asimmetriche formavano una spirale, al cui centro vi era una sorta di occhio stilizzato.

Alla vista del simbolo inciso sull’arma, la creatura sussultò ed emise un soffio inquietante, come una lince infernale. Scoprì una acuminata fila di denti tra cui spiccavano due lunghi canini ricurvi, gocciolanti un liquido verdastro.

Alvarado avanzò di un passo, tenendo la posizione d’attacco. La creatura grottesca fece un balzo inaspettato su una roccia, appollaiandosi come un predatore pronto a ghermire, facendo sussultare per un istante il pistolero.

La creatura parlò.

– Uomo, ti sei messo contro forze che non comprendi! Gli Antichi sono in me! Io sono gli Antichi!-.

La voce era un gorgoglio rivoltante, ed un sibilo serpentino gli scivolava fuori dai denti alla fine di ogni parola.

– Porto il segno di Yig ed il Padre dei Serpenti mi ha concesso i suoi doni…- disse, poi balzò nuovamente a terra e si mise a correre in maniera scomposta verso il fondo del Canyon, seguendo il letto di un rivo prosciugato.

Alvarado rimase impietrito. Si trovò a pensare al nome di Yig, ed agli oscuri misteri dei pellerossa, che aveva solamente sfiorato con la mente. Abbassò la mano armata di tomahawk e assicurò l’arma alla cintura. Pensò per un lungo istante di lasciare di corsa quel rosso canyon claustrofobico, come la gola lunga e stretta di un serpente. Pensò a come aveva fronteggiato quella creatura inspiegabile con un tomahawk, e pensò che nulla di tutto ciò aveva senso. Presso i Comanche aveva assistito ad alcuni prodigi degli sciamani ed aveva percorso il suo viaggio onirico, trai i fumi estasianti nel teepee del Capo Tribù. Questa era la prima volta che veniva in contatto con qualcosa che non riusciva del tutto a spiegarsi. Raccolse le colt da terra e soffiò nei tamburi, per pulirli dalla polvere. Sfilò alcuni proiettili dal cinturone. Caricando i proiettili nelle camere di scoppio. Si prese alcuni secondi per meditare.

Rivolse lo sguardo alle sue spalle, verso il sole morente del tardo pomeriggio. Il cielo era inondato da una luce rossastra, e dalla sua posizione sembrava di stare sul fondo di un lago di sangue.

Guardò poi verso il fondo della gola, che si perdeva in lontananza tortuoso ed impervio, e sospirò. Non era mai stato un eroe, ne un uomo di sani principi. Era soltanto una pistola prezzolata. Ma in quel pomeriggio, sul fondo del canyon di sangue, decise che non avrebbe permesso a quell’abominio di camminare un altro giorno sulla terra, fosse stata l’unica cosa decente della sua folle vita.

Infilò con un gesto fluido le pistole nelle fondine, facendole prima roteare velocemente sugli indici. Lo faceva sempre dopo aver preso una decisione. Il fruscio delle canne metalliche sul cuoio delle fondine lo faceva sentire sicuro, risoluto. Gli faceva provare un senso di controllo, anche nella situazione più assurda.

Seguì facilmente le tracce della creatura, che non sembrava intenta a coprirle. Camminò per ore, con i nervi a fior di pelle e gli occhi sgranati di una lince.

La cosa sembrava scomparsa, eppure Alvarado continuava a trovare tracce evidenti di sangue miste ad altro, di difficile interpretazione.

Improvvisa come un infarto, calò la sera. Nel deserto la notte era tanto improvvisa quanto inclemente ed il pistolero era solo, stanco e senza viveri. Iniziava a fare fatica a mettere a fuoco il sentiero da percorrere ed aveva una sete maledetta. Decise di trovarsi un cantuccio tra le rocce, con le spalle alla parete del canyon per riposare. Superò un grande masso e vi girò intorno, per trovare un posto con tre lati protetti dalla roccia. Si immobilizzò immediatamente. Aveva scorto, dietro un masso, una figura che pareva un uomo sdraiato. Caricò entrambi i cani delle colt con un leggero schiocco, avvicinandosi con circospezione. Ora poteva distinguere gli stivali, buttati poco distante, e la sagoma del corpo. La figura non sembrava muoversi, ne averlo notato. Forse era pronto a balzargli al collo.

Alvarado si avvicinò ancora, con le pistole puntate. Si avvicinò tanto che cominciava ad avvertirne l’odore acre che appestava l’aria frizzante della sera. Ciò che vide quando fu dappresso lo disgustò al punto da portarsi il dorso della mano alla bocca, per reprimere un conato. A terra vi erano le ultime, misere spoglie di ciò che era stato Desoix. La pelle del corpo era integra, ma era vuota e secca. Era possibile distinguere ancora gli arti e la testa, ma la pelle era rattrappita e ripiegata su se stessa come un vecchio vestito gettato in terra. Un lungo strappo irregolare fendeva la schiena. Qualunque cosa fosse ora quell’essere, doveva essere sgusciato fuori da lì.

Killgore non poté non pensare alla muta dei serpenti, alla luce di quel macabro ritrovamento. Si spostò quanto più lontano le sue stanche gambe potessero portarlo. Distante abbastanza da non sentire quell’odore acre e rivoltante. Finalmente si accasciò stremato. Prima di cedere al sonno sistemò una Colt carica a portata di mano.

La sua mente vagò in tortuosi sentieri onirici. Alvarado aveva imparato dagli sciamani a lasciare aperta la porta dell’anima, poiché di notte il mondo degli spiriti ed il mondo degli uomini si mescolano facilmente. I luoghi in cui l’anima lo condusse erano antri umidi e dimenticati, pregni di anime strappate ai corpi. Fiumi di sangue ne inondavano il fondo e ne lambivano le pareti irregolari. Minacciosa, come una tempesta all’orizzonte, un’ombra si stagliò sulle pareti di quell’antro. Una testa deforme ed un corpo strisciante proiettavano quell’ombra che si confondeva con l’aria pesante e fumosa. Alvarado ebbe l’istinto di scappare e cominciò a correre, braccato da quell’ombra di morte. Poteva sentirne l’alito mefitico sul collo ed il frusciare umido delle sue spire sempre più vicine.

Si voltò e vide.

In quegli occhi primevi, oscuri e profondi, scorse millenni di odio e potere.Ne fu quasi ipnotizzato. Ad un tratto la serpe abnorme spalancò le faucì e….

Alvarado si destò di soprassalto, esplodendo un colpo di pistola, che riecheggiò nella notte solitaria, amplificato dalle pareti della gola. Ora soltanto una luna rossa illuminava il deserto freddo e inospitale. Il pistolero decise di rimettersi in cammino, nella speranza di incontrare l’alba a breve. Percorse quella gola tortuosa, che si si faceva più stretta ed opprimente ad ogni passo. Camminò per un tempo che gli parve infinito. I suoi passi erano illuminati soltanto da quella luce vermiglia e maledetta.

Senza preavviso il mondo si ribalto e la terra lo tradì, sottraendo l’appoggio sicuro ai suoi piedi. Cadde, rotolando tra le rocce, in una voragine ben nascosta, posta come una trappola traditrice dal destino. Avvertì dei colpi alle costole ed alle braccia, mentre cercava di fermare la propria rovinosa caduta verso il basso. Infine atterrò nuovamente al suolo. Impiegò alcuni istanti per riprendersi da quella discesa violenta. Tastò la terra intorno a se, per capire dove fosse, essendo nel buo più totale di una stretta spelonca.

Percepì il suolo sassoso, cosparso di strani oggetti, leggeri e bislunghi, che gli ricordavano la consistenza del legno. Fece alcuni passi a carponi, e ad ogni movimento delle fitte di dolore gli trafiggevano il costato, come le pugnalate di un traditore. Tastò poi qualcosa di morbido e tondeggiante. Non ebbe dubbi, quello era un cappello. Quando lo mosse, un oggetto sferico ruzzolò, emettendo un tetro suono di vuoto. Ne riconobbe le forme, tastando con le dita escrescenze e cavità. Era certamente un teschio umano. Pensò di non essere il primo a cadere in fallo, ed a giudicare dalle condizioni del suo predecessore, le speranze di rivedere l’alba si affievolivano come una corta candela, che si consuma su un altare.

Alvarado non si perse d’animo e continuò nella sua cieca ricerca. Nel suo rovistare, mise le mani su due oggetti che lo fecero sperare bene. Prima trovò un trinagolo metallico, leggermente incurvato, con una sorta di tubo metallico corto attaccato al bordo. Poi trovò un altro oggetto, che richiese alcuni secondi per essere riconosciuto. Un bordo alto e tondo chiudeva un fondo ,che sembrava traforato. Alvarado pensò ad una pala ed un setaccio. Probabilmente aveva trovato il corpo di uno sfortunato cercatore d’oro. Trovò il busto, a cui era legata una capiente borsa in pelle. La esaminò accuratamente, e ne avvertì all’interno alcune forme tubolari, uguali tra loro, e con uno stoppino in cima. <<Candele>> disse a se stesso, ad alta voce. Sfilò la borsa e se la mise a tracolla. Continuò a cercare con le mani nelle vicinanze, ma fece muovere un oggetto di metallo e vetro. Lo afferrò e lo strofinò. Era una lampada ad olio. La agitò vicino all’orecchio e sentì all’interno del serbatoio la presenza di liquido . Si mise a cercare spasmodicamente qualcosa per accenderla. Trovò una scatoletta metallica, con all’interno due piccoli bastoncini di legno. Ne prese uno e lo strofinò su un sasso. Un lampo sulfureo lo accecò per un istante, poi vide finalmente una fiammella danzare tra le sue dita. Istintivamente si guardò intorno. Alla fioca e tremula luce del fiammifero vide la caverna dove era caduto. Le pareti erano alte, brulle, con rocce taglienti e spuntoni minacciosi. La caverna si apriva poi in una camera più grande, la cui oscurità era così profonda da non essere minimamente intaccata dalla luce del fiammifero. Guardò poi in terra. Il fondo non era cosparso di legno o sassi. Un macabro letto di ossa si estendeva in ogni direzione. Un orribile susseguirsi di teschi con orbite cave, denti, costole ed altre ossa, forse animali. La vista di quella distesa di ossa sbiancate dai lustri lo riempì di sgomento. La contemplazione fu interrotta da un bruciante, seppur leggero, dolore alla mano. Il cerino si era accorciato in pochi secondi ed Alvarado agitò la mano per gettarlo scacciando il dolore. Ne prese un altro, lasciandone un ultimo nella scatola. Accese la lampada ad olio e si addentrò nella grotta. Le speranze di risalire da dove era caduto erano praticamente nulle ed avrebbe dovuto affrontare quel dedalo roccioso e mortale.

I suoi passi, seppur leggeri, facevano eco nella grande sala in cui era entrato. Questa parte sembrava decisamente meno naturale della spelonca alle sue spalle. Le pareti erano molto più levigate, lavorate. Alcune colonne, che aveva scambiato per stalattiti, si stagliavano per metri verso il soffitto. Ne colse la curiosa forma tortile, come enormi spire impresse nella pietra. Più la osservava e più aveva la sensazione di trovarsi all’interno di una sorta di antichissimo palazzo antidiluviano, di una civiltà perduta o mai venuta alla luce, si impossessava di lui. Un’apertura portava ancora più in profondità, ed Alvarado la imbocco senza indugi. Si trattava di un lungo e serpeggiante corridoio, le cui pareti erano segnate da decine di migliaia di simboli ed immagini. Ad un esame più attento le incisioni rivelavano un qualche genere di alfabeto sconosciuto, primevo. Le immagini erano dei bassorilievi piuttosto grezzi, tracciati con mano pesante da cui traspariva una certa violenza animalesca. Mano a mano che Alvarado si addentrava, la storia degli autori di quei segni ed incisioni prendeva forma. Parlavano di un’isola idilliaca, ove i prodigi della conoscenza erano superati soltanto dalle meraviglie della della magia. In questa isola gli uomini e le donne erano come titani, perfetti e statuari. Questi titani sembravano dapprima adorare l’uomo-serpente come un Dio. La successiva venuta di un altra divinità, rappresentato con il capo coperto da un cappuccio ed una lunga tunica, dalle cui falde fuoriuscivano rami o tentacoli, protesi verso le teste dei titani. Il dio tentacolato aveva soppiantato l’uomo-serpente. Quest’ultimo fuggi adirato. Prima di lasciare la sua isola, rubò qualcosa al dio tentacolato e si nascose, in quiescenza, nelle viscere della terra.

Killgore proseguì ancora, rapito dal racconto narrato sulla roccia. Riconobbe il segno del serpente, che aveva visto sulle rocce degli antichi ed al collo della cosa-Desoix. Le ultime scene perdevano in perizia e precisione dei tratti, come se fossero scavate da mani inesperte, o forse mani non più umane. Stando a quelle ultime scene, tracciate con grezza violenza, l’esilio dell’uomo-serpente non era stato del tutto infruttuoso. Egli aveva deposto delle uova, e da queste uova era nata una empia razza di umanoidi dai tratti serpentini. Questi ultimi erano saliti in superficie ed avevano portato di nuovo la parola dell’Uomo-serpente ad alcune creature misere, che Alvarado riconobbe come uomini. Qui il racconto si interruppe. Il pistolero restò in contemplazione alcuni istanti, metabolizzando quelle informazioni che, se vere, avrebbero sconvolto tutte le verità del suo mondo. Dubitò di se stesso e di tutto ciò che gli era stato insegnato di Dio, del mondo e dell’uomo. Era sempre stato un cinico ed un nichilista, ma queste rivelazioni lo ponevano in una condizione di disagio per l’infinità falsità di quanto aveva sempre sostenuto, ovvero la centralità dell’uomo nella propria esistenza. Non ebbe tempo di ragionare oltre. Un rumore lo distolse dai suoi pensieri sconfortanti, riportandolo a problemi decisamente più immediati.

Da dietro una curva del corridoio, provenivano dei versi sibilanti e disumani, tuttavia non privi di una strana musicalità. Alvarado tese l’orecchio, schermando la lampada con il cappello .

Proseguì la sua esplorazione, nella penombra, tentando di carpire ogni rumore.

Quanto più si avvicinava, tanto più i versi inumani parevano litanie e canti. Per certi versi parevano di stampo liturgico. Percepì un odore acre che aveva già sentito nel canyon. Stavolta molto più pungente e nauseabondo. Attraversò un arco, scolpito a forma di bocca di serpente con preziosi rubini per occhi, che pareva inghiottire gli avventori.

Se fosse stato debole di mente o di cuore, Killgore non avrebbe sopportato la scena che si manifestò ai suoi occhi, dietro quell’ultima svolta.

Una ampia stanza semicircolare, alta metri, era ricavata nella nuda roccia. Chiunque avesse scolpito quelle oscene colonne, quelle statue blasfeme o quelle mura impossibili doveva essere trapassato ormai da millenni, poiché nessun al mondo potrebbe realizzare nulla del genere. Questo salone era fiocamente illuminato da alcune fiamme d’un verde marcio ed ultraterreno, che scaturivano da bocche di pietra contorte in smorfie diaboliche. In centro vi era una voragine senza fondo, oscura e vertiginosa, come una ferita inferta alla terra stessa. Al cospetto di queste fiamme vi erano decine di esseri abominevoli. Avevano una forma vagamente umana, ma poco avevano in comune con questa razza. Gli esseri erano completamente nudi, fatta eccezione per alcuni monili dorati, che risplendevano alla luce malata delle fiamme. La pelle era scagliosa e lucida, e lasciava intendere un certo spessore e resistenza. Le teste erano glabre, con piccoli occhi simili a fessure e larghe bocche irte di zanne, che si spalancavano eccezionalmente quando questi emettevano i loro canti blasfemi. Il particolare più rivoltante, era la totale assenza di gambe. In luogo di queste, vi era un rigonfio, molle ventre albino, coperto da scaglie chiare e lunghe, che terminava con una coda lunga e sinuosa.

Alvarado si accucciò dietro ad una enorme colonna, all’entrata del salone. Nessuna delle creature sembrava essersi accorta della sua presenza. Non riusciva a pensare ad un’idea che lo tirasse fuori dalla quella situazione, al limite della ragione umana.

Alle sue orecchie giunse un sussurro. Non ne comprese la direzione, ma istintivamente si voltò, puntando la lampada ed una colt verso il corridoio buio. Ancora un sussurro, ma questa fu in grado di distinguere le parole.

– Vieni fuori pistolero – disse la voce dal nulla.

Non proveniva da alcuna bocca, ma direttamente nella mente di Killgore.

– Vieni a noi pistolero – incalzò la voce sibilante – abbraccia la bestia, abbraccia Yig dalle mille spire – Quel sussurro seducente si faceva strada nel cervello di Alvarado, la cui volontà cominciava ad affievolirsi.

D’un tratto si alzò, facendo cadere in terra la lampada accesa e la pistola che teneva in mano. La vista gli si era annebbiata e l’udito era ovattato. I rumori, le forme e le sensazioni erano irreali, mutevoli e sfumate, come i colori di un acquarello ancora umido sulla tela. Camminò guidato dalla voce, come colto da un incantamento. Intravide il verde vivo delle fiamme nell’oscurità e le sagome delle creature salmodianti. Una cantilena ipnotica e straniante accompagnava il suo ingresso.

Killgore fu condotto al centro della sala, sul bordo della voragine. Sentì un qualcosa posato sulla propria spalla. Guardò, strizzando gli occhi per mettere a fuoco. Vide una mano, le cui dita fuse a formare tre protuberanze tozze, con artigli neri. La voce parlò nuovamente

– Sei pronto? – disse il sibilo diabolico.

– Per cosa? – rispose Killgore, con voce confusa.

– Pronto per accogliere Yig, signore dei misteri e padre della progenie del serpente – disse la creatura. Poi alzò entrambe gli arti superiore in alto, ed gridò alcune parole provenienti dai più oscuri recessi del tempo

– Haschaiss Kssambass Yig! Yig! Padre dei serpenti, signore dalle mille spire, Divoratore dei tempi!! Yig! Yig! –

Le parole risuonarono terribili e solenni nel grande salone. Seguirono alcuni lunghi istanti di silenzio tombale .

Killgore stava riprendendo coscienza di se, rendendosi conto della situazione assurda in cui si era cacciato. Nei momenti di incoscienza era stato spogliato delle armi. Si guardò intorno e vide, pochi metri indietro, le sue colt ed il tomahawk gettati in terra. Si girò nuovamente verso la creatura che l’aveva stregato. Ne riconobbe il pendente. La cosa-Desoix era accanto a lui e stava inneggiando al suo dio-serpente.

Un tremito diretto dalle viscere della terra proruppe con un boato, smuovendo la stanza e facendo cadere della polvere dalle colonne e dal soffitto.

Poi un urlo.

Un verso disumano, carico di millenni di malvagità e violenza. Un urlo che reclamava sangue e sacrifici dai più lontani recessi del passato. Il ruggito di una bestia immortale che chiamava a raccolta la sua progenie immonda.

Alvarado capì che non aveva scelta. Doveva agire, e rapidamente.

Spostò la mano dietro la schiena, in cerca di qualcosa di utile. Trovò la sacca del cercatore sfortunato.

– Candele? Cosa posso fare con delle candele? – pensò, infilando la mano nella sacca in cerca di qualcosa di utile. Nulla.

Estrasse allora una candela, avrebbe dovuto improvvisare e farsi venire un’idea maledettamente intelligente.

La guardò sottecchi, ed ebbe un gemito di felicità. Sul fusto erano stampate tre semplici lettere che gli avrebbero dato una possibilità fuga: T.N.T.

Con la mano libera tastò nella tasca, afferrando la scatola di fiammiferi, e con il pollice la fece scattare.

Ne sfilò uno, l’ultimo.

Le creature erano rivolte verso voragine, dalla quale ora scaturiva un fruscio di scaglie ripugnante. I loro inni si facevano sempre più assordanti e stranianti.

– Yig! Yig! Yig! Yig! Yig! –

Alvarado passo l’unghia del pollice destro sulla cima del fiammifero.

Una.

Due.

Tre volte.

Alla quarta finalmente, il piccolo fuoco avvampò in un piccolo crepitio.

La cosa-Desoix si girò verso Killgore, squadrandolo con i suoi occhi da rettile.

Alvarado ricambiò lo sguardo, mentre avvicinava il fiammifero al candelotto dietro la schiena.

Un crepitio della miccia, seguito da uno sbuffo di fumo bianco fu il segnale per il pistolero.

Con una mossa fulminea e sprezzante infilò il candelotto nelle fauci spalancate della cosa-Desoix, grindando <<porta questo al tuo dio serpente!>>

Sferrò poi un pugno alla mascella del mostro, che avrebbe steso il peggior energumeno di El Paso, e con un calcio lo spinse giù nella voragine, gettandosi a terra.

Un boato rimbombò ed una nube di polvere e fiamme nella stanza avvolse la stanza.

Alvarado sfruttò l’istante concesso dall’esplosione per strisciare verso le sue armi.

Afferrò una colt in una mano ed il tomahawk nell’altra. Il simbolo sull’arma sacra prese a crepitare, come zolfo dato alle fiamme. L’uomo-medicina aveva ragione, le storie erano tutte vere.

Tentò di farsi strada verso l’uscita. Le creature disorientate, cercarono di fermare l’uomo che aveva profanato il loro tempio.

Alcuni si avventarono sul pistolero, graffiandolo con i loro sordidi artigli neri. Poteva sentire la carne che si apriva sotto i colpi di quelle creature. Con i vestiti laceri e sanguinante, non fece attendere una pronta risposta.

Esplose due colpi a bruciapelo al ventre di una creatura, facendo saltare le scaglie come schegge di vetro, facendolo esplodere in un fiotto di liquido scuro. Sferrò poi un fendente al cranio del mostro con l’ascia consacrata dei comanche, squarciandogli il cervello, che avvampò in una fiammata improvvisa e violenta, come polvere da sparo gettata sul fuoco. In terra rimasero solo ceneri nere.

Alvarado saltò poi su un grosso braciere in pietra, attento a non cadere nella fiamma verdastra. Le creature si accalcarono contro il braciere, strisciando sui loro ventri abnormi. Uno di questi, con il favore della distrazione, si issò anch’egli sul braciere ed infilò i denti accuminati nel collo di Alvarado, che fu colto dal più forte dolore mai provato. Una stilettata, poi un bruciore diffuso in tutto il corpo come se versassero piombo fuso nelle sue ferite. Il pistolero appoggiò la colt alla spalla, direttamente nella bocca dell’uomo-serpente, ed esplose due colpi facendo cantare alla col dragoon la sua canzone di morte. La creatura rovinò nel fuoco, avvampando nelle fiamme tra le urla strazianti.

Alvarado fece poi macello delle creature, decapitandone diverse con il sacro tomahawk e riversando la sua disperazione e rabbia nella lama dell’ascia.

Vide poi uno spiraglio verso l’uscita del salone. Prontamente balzò sul cadavere di una creatura morente, che emise un rantolo gorgogliante prima di spirare.

Si voltò di scatto e lanciò la borsa piena di candelotti verso il fuoco empio e si getto fuori con tutto il fiato che aveva in corpo.

Poteva ancora sentire gli uomini-rettile sibilare il loro odio e gridare il nome del loro padre

– Yig! Yig! –

Alvarado corse a perdifiato, ripercorrendo i cunicoli dei bassorilievi, quando l’esplosione arrivò. Fu un boato assordante, come cento cannoni all’unisono sparati dentro una campana. Venne sbalzato e gettato a terra tra i detriti, avvolto da una nube impenetrabile di polvere.

Lunghi istanti passarono, dove il pistolero pensò di essere passato a miglior vita. Era buio e caldo come l’inferno. Aveva almeno due costole rotte, e sentiva il gusto del sangue in bocca. Un orecchio fischiava peggio di una locomotiva a vapore, e poteva sentire la scheggia di qualcosa piantata nella sua gamba destra. Ogni muscolo del suo corpo gridava pietà, provato dal fluido venefico dei rettili. Ciononostante era ancora vivo.

L’esplosione lo aveva chiuso nel corridoio che portava al salone megalitico, sigillando quelle empie creature ed i loro segreti più vecchi del tempo in una tomba di pietra.

Strisciò tra le macerie, con uno sforzo disumano.

I crolli generati dalla dinamite, avevano allargato la spelonca da cui era entrato ed i detriti crollati dal soffitto avevano creato una sorta di salita irregolare verso l’esterno.

Alvarado ci si arrampicò con le ultime forze e giunse all’esterno.

Strisciò come un verme a qualche metro dalla spelonca, e si girò a pancia in su. Il respiro era affannoso, e non ci vedeva da un occhio.

Si girò quindi su un fianco e tossì forte, come un minatore a fine turno, sputando sangue e terriccio.

Trasse un lungo sospiro, quando sentì un rumore tutt’altro che rassicurante. Un rumore di sonagli.

Strizzò gli occhi nel tentativo di individuarlo, e finalmente scorse un movimento. Un grosso serpente del deserto stava strisciando verso di lui. Un normale serpente, che viveva nascosto tra le rocce, forse spaventato dall’esplosione.

<<Non oggi>> sussurrò tra se.

Alzò la colt un’ultima volta, prese la mira e fece fuoco. Il serpente saltò, come colto da una scossa e cadde esanime poco distante.

Un dolore bruciante e profondo colpì Killgore al costato, spezzandogli il fiato.

Quando riuscì a respirare di nuovo, si strofinò gli occhi.

Era molto vicino alla morte, quando un raggio di sole colpì la sua fronte.

Si sforzò di alzare il capo e vide quello splendido disco dorato fare capolino, dietro il costone del canyon. La gola si tinse di un giallo oro, ravvivando i colori delle stratificazioni rocciose.

Rimase lì sdraiato per un tempo indefinito, riscaldato dal sole del mattino. Avrebbe potuto morire solo nel deserto, ma sarebbe morto conscio di aver fatto qualcosa per cui ne sarebbe valsa la pena. Sentì la vita scivolargli via, come la pioggia sul suo cappello e lui non fece resistenza.

Il dolore era in qualche modo distante, come se Killgore ne fosse solamente uno spettatore distratto.

D’un tratto una voce risuonò nel canyon. Non una voce sibilante e orribilmente suadente. No. Era una voce calda, familiare, antica.

– Non oggi Alvarado, hai ragione, non oggi! – disse la voce pacata.

Il disco solare venne oscurato da una figura scura.

Alvarado cercò di schermarsi gli occhi, alzando il braccio tremante di dolore.

Riconobbe i capelli neri lunghi ed il sorriso pacifico. Le rughe sul viso incastonavano gli occhi chiari, come gemme nella roccia. Il piumaggio ornamentale di un uomo-medicina comanche.

– Aquila Danzante – disse con un filo di voce Killgore.

– potevi arrivare prima – aggiunse.

L’indiano annuì benevolo, poi proruppe in una risata, che spezzò il silenzio nel canyon.

Un refolo di vento sospinse i capelli dell’indiano ed il suo piumaggio, poi risalì il canyon e tornò nel deserto da dove era venuto.

FINE

1 thought on “IL SEGNO DEL SERPENTE di Riccardo Brunelli”

  1. Racconto molto bello …descrizioni perfette !!!!questo racconto fa parte di quei racconti che appena inizi a leggerli ,ti immagini tutta la storia pezzo per pezzo …ma mai banale !spero che ne siano altri !

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