ECH-PI-EL & KLARKASH-TON – I due mostri sacri: H.P.LOVECRAFT e CLARK ASHTON SMITH

Articolo di Claudio FotiCASleterstoHPL010Chi scrive meglio tra H.P. Lovecraft e C. A. Smith? Chi ha più fantasia tra Ech-Pi-El e Klarkash-Ton? Chi tra il Solitario della East Coast e l’Eremita della West Coast è in grado di far sognare il lettore e chi lo coinvolge di più? Sono domande a cui si risponde soggettivamente, senza dubbio, ma entrambi i paladini di Weird Tales hanno apportato novità e linfa al genere Weird innalzandolo a vette ancora irraggiungibili. Ma prima di iniziare è meglio chiarire subito che l’esotico soprannome ‘Klarkash-Ton’ fu affibbiato a Clark Ashton Smith proprio da Howard Phillips Lovecraft che era noto creare alias per i suoi amici più cari. Robert E. Howard, il padre di Conan, era chiamato ‘Two-Gun Bob,’ e Frank Belknap Long ‘Belknapius,’ August Derleth ‘M. le Comte d’Erlette’ e così via. Un colpo di genio che apparve per la prima volta in una missiva del loro lunghissimo ed interessatissimo scambio epistolare. Lovecraft che era sempre attento al suono che producevano le parole trovava che in questo Klarkash-Ton si sentissero echi di maghi atlantidei che mormoravano nenie perdute o dei necromanti neri della lontana Zothique che distillavano pozioni misteriose sotto un sole morente. E guarda caso la poesia e la prosa di Klarkash-Ton altro non sono che intonazioni e distillazioni dell’essenza stessa di tutte le strane, esotiche, proibite pozioni che quasi nessuno è in grado di creare. Lovecraft dal canto suo firmò molte delle sue lettere con l’altrettanto misterioso “Ech-Pi-El”, nome che altro non è che la pronuncia fonetica delle iniziali di Howard Phillips Lovecraft. Ah, quasi dimenticavo ‘Klarkash-Ton’, per inciso, va pronunciato proprio ‘ClarkAsh-ton’.

È inutile dire che entrambi gli autori avessero una profonda ammirazione l’uno per l’altro e questa comparazione probabilmente non è giusta né politicamente corretta, ma sentivo che andava fatta. Che era una lacuna che andava colmata.

f92db529bf43dc109d51c531e5874781Possiamo affermare che i racconti di Smith abbiano un ritmo ipnotico e che il colore della poesia e la vastità della sua immaginazione non avevano confini? Possiamo affermare che di tanto in tanto da essi emergano gli echi lontani della sua voce sardonica cosa che invece manca nei racconti di Lovecraft? Probabilmente sì. Al contempo possiamo affermare che le lettere di Smith siano meno coinvolgenti e sentite rispetto a quelle di Lovecraft. Quelle di quest’ultimo sono sbalorditive, gloriose e splendenti. Possono essere lette e rilette continuamente vista la loro ricca sensibilità, lo stile vivace, l’intelligenza e la profonda conoscenza di così tante materie. Non che questo significhi che le storie e le novelle del maestro di Providence siano inferiori a quelle di Smith o alle sue stesse lettere, ma è indubbio che nello scambio epistolare Lovecraft riesce a coinvolgere il lettore anche su temi che a quest’ultimo non interessano. Insomma se scelgo di leggere At The Mountains of Madness o The Color out of Space (Alle Montagne della Follia o Il Colore venuto dallo spazio) lo faccio perché mi interessano quei racconti e quelle ambientazioni, se leggo le missive di Lovecraft a M. Moe1, a Z. Bishop2 o a R.E. Barlow3 ne rimango attratto come una falena anche se non mi interessano gli argomenti di cui si parla. Questo è a mio avviso un pregio unico.

Ma come detto si tratta, per quel che riguarda la letteratura, di preferenze soggettive. Entrambi gli scrittori, benché certamente influenzati in gran parte dalla poesia, stavano tentando di raggiungere qualcosa di diverso l’uno dall’altro, e penso che entrambi ci siano ampiamenti riusciti. Si può affermare, senza tema di smentita, che Lovecraft si considerava un realista della prosa, mentre Smith era molto più interessato a estendere l’ampiezza del linguaggio e la sua capacità di trasmettere immagini ed esperienze sensuali. Lovecraft non era semplicemente un uomo all’antica (e Poe fu solo uno dei tanti che lo influenzò nel modo di scrivere, così come il critico britannico Samuel Johnson, il poeta aristocratico Lord Dunsany e il drammaturgo Richard Steele), ma era imbevuto dallo stile degli scrittori vittoriani, soprattutto dai saggisti e dai poeti; e la sua prosa ne fu influenzata. Si può dire che sia una bizzarra fusione tra la forma classica del saggio e le tecniche di prosa-poesia (l’utilizzo di certe cadenze nella scrittura e la scelta di parole fonetiche per creare quello che da molti è stato definito una sorta di ‘effetto incantatorio’). H.P. Lovecraft era attentissimo al chiasmo, all’assonanza, e così via perché tramite questi voleva creare, ricreare un certo stato d’animo o dare segnale emotivo al lettore, così come la modulazione e il passare da una tecnica all’altra per aiutare a costruire una sintesi complessa di vari stati d’animo. Ma ciò il lettore lo comprende solo leggendolo in inglese, se ci si avventurasse a leggere Lovecraft in lingua originale e ad alta voce ci si accorgerebbe subito di quanto potente sia la sua prosa.

Non si può affermare che Lovecraft non usasse, di rado, dell’umorismo nei suoi racconti. Va considerato che non aveva interesse a usarlo in quanto riteneva che esso diluisse la risposta emotiva che stava cercando di ottenere; ma l’uso ironico del linguaggio faceva parte del suo stile, stile mutuato dal suo precoce assorbimento degli scrittori Romani come Orazio, Cicerone, Lucrezio e altri di cui era un grande appassionato.

at_the_mountains_of_madness_by_bilberrycat-d76tg7zRobert H. Barlow afferma che la voce di Lovecraft diventasse spesso teatrale e melodrammatica quando leggeva ad alta voce la fine delle proprie storie. Storie non proprio umoristiche come tutti sappiamo—tranne che per quell’umore involontario, come le descrizioni dei pinguini in At The Mountains of Madness come esseri ‘grotteschi’. Lovecraft intende con questa parola ‘comicamente assurdo o talmente incongruente da apparire ridicolo’ frasi che ben si adattano a un pinguino. Ai tempi di Lovecraft questo era il significato predominante di ‘grottesco’, oggi forse perduto in quanto la lingua si evolve e le parole assumono altri significati come ‘mostruoso’ o ‘brutto’. Lovecraft non odiava l’umorismo ma amava soprattutto i giochi di parole, purché non rompessero la tensione che stava creando nel racconto. L’esempio dei pinguini può essere un caso del genere, poiché non porta solo la connotazione data sopra, ma arriva, come ben sapeva Lovecraft, da un termine ‘grottesco’ che significa letteralmente “di una grotta”, il gioco poteva anche tratteggiare un legame con l’influenza gotica, in quanto ‘il grottesco’, in entrambi i sensi, era una parte molto importante di quel movimento—basta leggere le prime opere di Ann Radcliffe, come The Castles of Athlin e Dunbayne per rendersene conto. Lovecraft amava alla follia questo gioco di parole multistrato, e, se riusciva a usarlo in modo tale da accentuare la stranezza, attraverso l’incongruenza a cui puntava, era ancor meglio. (A sinistra illustrazione at the mountains of madness by BilberryCat)

Dall’altro lato Smith era più moderno nell’uso dell’inglese, almeno per quanto riguarda l’utilizzo della tecnica poetica nella sua prosa. Anche Smith però tendeva a usare un gran numero di parole o frasi arcaiche, arcane, e persino recondite che pochi lettori moderni conoscono; le opere in prosa di Smith sono esempi scintillanti di un linguaggio spinto al limite, un assalto alle mura del senso così forte e ammaliante che è in grado di sopraffare (come accade con le opere di William Blake) e intossicare il lettore. L’approccio di Smith è dionisiaco piuttosto che apollineo come giustamente notava Lovecraft.

C’è chi sostiene che Smith sia stato uno scrittore superiore a Lovecraft in quasi tutti i campi in quanto quest’ultimo ha ottenuto scarso successo nel corso della sua vita, mentre il californiano era un poeta lodato che aveva ricevuto il plauso della critica da parte del poeta G. Sterling e del grande A. Bierce. Se è disputabile che in termini di prosa, descrizioni, vocabolario, ritmo e immaginazione, Smith sia stato superiore o meno a Lovecraft, di certo in termini di poesia non v’è dubbio che il californiano vinca a mani basse questa disputa letteraria. Perfino S.T. Joshi, il più grande biografo vivente di H.P. Lovecraft inserisce C. A. Smith tra i grandi poeti degli Stati Uniti, e molti suoi contemporanei lo hanno paragonato addirittura agli immensi John Keats e Lord Byron. Si potrebbe anche aggiungere però che oggi quasi tutti sanno chi era H.P. Lovecraft e cosa ha scritto, mentre un numero decisamente minore conosce Clark Ashton Smith e ancora meno conoscono i suoi racconti. Insomma è di tutta evidenza che la portata dell’opera del Solitario di Providence sia ben più ampia e longeva, avendo travalicato i limiti del tempo, rispetto a quella dell’artista di Auburn, ma non per questo migliore o peggiore.

C’è chi sostiene che lo scrittore del New England fosse superiore nel campo dell’orrore e probabilmente è così ma Dweller in the Gulf4 è un racconto davvero inquietante e orribile, e creature come l’entità in The Weird of Avoosl Wuthoqquan5 e il demone di The Abominations of Yondo6 sono sinistre e terrificanti quanto quelle evocate da Lovecraft. Smith aveva la straordinaria capacità di descrivere queste creature fantastiche e aliene in un modo che le faceva sembrare reali. È questa tangibilità che rende alcune delle sue opere così terrificanti, e l’essere in grado di fondere la credibilità con tale fantastico è un talento davvero unico. Lovecraft era più sottile e entrava dentro con l’ansia e l’angoscia e con altri sentimenti ed emozioni che è difficile descrivere. I racconti di Smith affascinano l’occhio, quelli di Lovecraft puntano all’anima.

Smith aveva uno stile più raffinato, sembra un vero mistico che viveva nel soprannaturale mentre Lovecraft era un freddo materialista, si aggrappava alla ragione per non impazzire, e non lasciarsi andare ai suoi sogni terrificanti. Nelle sue numerose lettere Lovecraft affermava che i suoi racconti erano inventati, o tratti dai sogni che faceva, ma la materia dei sogni è così impalpabile che è difficile affermarlo con certezza. Smith era un genio, basta leggere i suoi Juvenilia per rendersene conto. Come Lovecraft fu autodidatta in latino, poi studiò il francese e lo spagnolo fino a raggiungere livelli eccelsi. Aveva una memoria eidetica e aveva memorizzato il contenuto di un dizionario completo. Sono d’accordo con lo studioso George Haas quando scrisse che l’incredibile vocabolario di Smith è “senza paralleli nella letteratura… e che non conosco nessun altro scrittore vivente o morto, che possedesse un vocabolario così incredibile e completo e la capacità di usalo in maniera così efficace.”

The Isle of TorturersSmith e Lovecraft erano quindi due geni simili ma dall’approccio radicalmente opposto. Probabilmente dal punto di vista tecnico Smith è stato uno scrittore migliore, anche se non si può esserne certi visto che nei racconti di Lovecraft vi è una grande differenza di magia e che le sue parole se pronunciate ad alta voce entrano fino a un livello che nessun esteta sarà mai in grado di raggiungere. La tecnicità quindi non è tutto. Smith era sicuramente più fresco e distaccato, tranne che per quel cupo umorismo sardonico a cui abbiamo accennato in precedenza. Era più bravo a dipingere le immagini con parole, sue erano le ambientazioni esotiche, colorate… al contrario Lovecraft aveva una più ampia comprensione del significato della vita e delle emozioni che la regolano. Possiamo definire Smith una voce reincarnata di Hyperborea, Zothique e Xiccarph, ma nessuna delle sue creature inventate può misurarsi con Cthulhu.

Molti amanti di Lovecraft sapranno che possedeva un ‘commonplace book’, le cui pagine erano piene di idee, trame, nomi e altre annotazioni che era solito prendere per scrivere racconti e dar vita a personaggi futuri. Anche Smith ne aveva uno, che aveva sinistramente ribattezzato The Black Book. Copertina nera, cuoio zigrinato e una tasca interna. Consumato e lucido per l’uso con la pelle ancor più assottigliata agli angoli. Le pagine all’interno colme di nomi strani ed esotici, elenchi delle incisioni che aveva venduto, a chi e a quale prezzo. Ci sono bozze di poesie, o singole righe. Epigrammi, indirizzi di amici e corrispondenti, elenchi di quadri venduti con i nomi dei compratori e i prezzi pagati. Quello di Lovecraft non aveva nome quello di Smith sì, ma come si vede i due avevano molto in comune anche se forse Smith era più un artista a tutto tondo ed era ben più radicato di Lovecraft nella realtà riuscendo a scrivere sullo stesso libricino, in cui annotava le idee, anche i soldi guadagnati da ogni singola vendita delle sue opere. Lovecraft vi annotava solo idee per romanzi e racconti inquietanti.

Rileggendo alcune delle opere di Lovecraft come The Shadow Out of Time, ci si accorge che c’è qualcosa di inquietante che affiora ripetutamente, un qualcosa collegato ai Miti ma non nel modo comunemente pensato. Non siamo davanti a un J.R.R. Tolkien e alla sua mitopoiesi e cosmogonia. Qui non c’è una trilogia completa, ma alcuni racconti intrisi di profondità straordinarie di dettagli cosmologici; In At the Mountains of Madness, o The Shadow Out of Time, o in The Mound (scritto per Zealia Bishop) Lovecraft indugia sulle attività quotidiane come sulle tendenze storiche, come le guerre. Sicuramente sono racconti storici meno profondi del Silmarillion di Tolkien, ma al contempo vi assomigliano anche se intrinsecamente sono più simili a quelli che potrebbe scrivere un antropologo un po’ come ne Il Ramo d’Oro di James Frazer. Ciò può apparire scoraggiante per il lettore, ma quando si considera la profondità dei dettagli e della sua ambientazione—sia presente che passata, attraverso sogni o altri meccanismi narrativi (come leggere le iscrizioni nella città morta in At The Mountains of Madness)—si rimane impressionati, e affascinati da questo livello di dettaglio che permette di risalire al quadro generale. Tutto serve alla fine per rendere razionali i comportamenti, le motivazioni e le scelte di entità aliene come Cthulhu.

Anche Smith crea mondi alternativi e pantheon di divinità che sono abbastanza coerenti (anche se dubito che a lui interessasse una mitologia coerente visto che il suo obiettivo era l’impatto narrativo, come in Weaver in the Vault7 o Isle of the Torturers8), ma il suo cosmo narrativo è decisamente più comune. Paragonerei la sua idea di ambientazione di Zothique all’idea dello scrittore di fantascienza J. Ballard di Vermillion Sands9. Smith non lavora ossessivamente le sue ambientazioni come Lovecraft, ma le stende e le usa come tela per dipanare i suoi temi ‘umani’ molto accentuati, quasi classici, come la vendetta, la mortalità et similia.

ebony-and-crystal-coverSmith evoca sensualità, tipicamente visuale come quella di un pittore, cosa che era tra l’altro, mentre Lovecraft evoca, tramite incantesimi a più livelli, mondi credibili che vibrano al fianco del nostro. Si potrebbe concludere affermando che sia Smith che Lovecraft erano, dato il loro particolare uso del linguaggio, perfettamente adatti a ciò che ciascuno di loro voleva ottenere. I due amici che vivevano alle estremità degli Stati Uniti d’America si scambiarono una quantità impressionante di lettere. Missive frequenti e lunghissime, soprattutto quelle del Solitario di Providence, che era in grado di scrivere su una cartolina più righe di quanto una persona riusciva a fare in una comune lettera10. Un giorno Klarkash-Ton inviò, poco dopo la pubblicazione, una copia del suo poema Ebony and Crystal a Lovecraft che gli rispose ringraziandolo prima con una cartolina a febbraio, e poi con una lettera il 25 marzo 1923:

“La mia cartolina inviata da Salem lo scorso mese ha provato in modo debole di esprimere la delirante delizia e l’ammirazione senza riserve che ‘Ebony e Crystal’ ha suscitato in me. È davvero titanico—è un respiro di demoniaca e divina, bellezza, horror, follia, e mi chiedo quali profumati e pestilenziali venti notturni hanno soffiato attraverso gli abissi affollati di pipistrelli dell’infinito e il tempo ancestrale precedente alle città morte, alla luna, alle vette nefaste di Saturno, Lemuria e Dis. È geniale, se il genio è mai esistito! Come ho già detto non c’è autore tranne te che sembra aver intravisto in pieno quei rifiuti tenebrosi, abissi incommensurabili, pinnacoli grigi senza fine, quei cadaveri fatiscenti di città dimenticate, quei fiumi viscidi stagnanti, le bordure di cipressi e giardini antichi e decadenti, alieni e indefinibili, che hanno affollato i miei sogni fin dalla prima infanzia. Leggo la tua opera come la registrazione dell’unico altro occhio umano che ha visto le cose che ho io visto sui pianeti lontani.”

H.P. Lovecraft parlò bene delle opere di Smith anche nel suo splendido saggio intitolato Supernatural Horror in Literature11 ma non poteva essere altrimenti. Le menti dei questi due scrittori, che non si conobbero mai di persona vivendo, uno in California e l’altro nel Rhode Island, a migliaia di chilometri di distanza, erano connesse. Entrambi attratti dal weird avevano il massimo rispetto e la massima fascinazione l’uno per il lavoro dell’altro. Fu Lovecraft, uomo chiuso e solitario secondo alcune terribili biografie tradotte in italiano, a dare il via a un’amicizia che durò per almeno 15 anni scrivendo una lettera. Il Solitario di Providence, che solitario non era davvero (dispiace per chi lo crede) scrisse a Smith, già noto poeta, nel 1922 complimentandosi con lui. Da qui nacque un caldo scambio di punti di vista, di idee e quando Lovecraft cominciò ad avere successo con i suoi racconti su Weird Tales, generosamente mise a parte Smith dell’opportunità di pubblicare e lo spinse a inviare le sue poesie alla rivista. Smith, influenzato dalla lettura dei racconti di Lovecraft, cominciò a scrivere storie fantastiche o di fantascienza verso la fine degli anni venti dello scorso secolo che ben presto vennero pubblicate sulle riviste pulp dell’epoca. Ma i due scrittori erano ben più che autori pulp. Erano amici non divisi dalle contrastanti visioni sulla natura e lo scopo della weird fiction. Se Lovecraft era un realista in prosa, Smith era un vero e proprio inventore di storie. Concludendo, se Lovecraft è ricordato oggi come un creatore di mondi, di una religione di una mitopoiesi assoluta e come un grande scrittore di narrativa, Clark Ashton Smith è ricordato come un artista e principalmente un poeta e la loro amicizia, così come la loro corrispondenza, fu lunga e duratura. Ebbe inizio quando entrambi si affacciarono al mondo della letteratura fantastica e cessò solo quando H.P. Lovecraft morì nel 1937.

Claudio Foti

 

 

1 Maurice Winter Moe (1882–1940) giornalista Americano e insegnate di inglese faceva parte del circolo Gallomo che corrispondeva frequentemente con H.P.L. nelle prime decadi del ventesimo secolo. Del circolo faceva parte anche Alfred Galpin professore accademico di lettere e compositore classico.

2 Zealia Brown-Reed Bishop (1897–1968) scrittrice americana nota soprattutto per tre storie d’orrore scritte con H. P. Lovecraft. Secondo alcuni studiosi le storie furono praticamente tutte scritte da Lovecraft.

3 Robert Hayward Barlow (1918 – 1951) scrittore, poeta, storico ed antropologo americano, esperto conoscitore delle culture mesoamericane e del linguaggio Nahuatl. Fu grande amico di H. P. Lovecraft sin dalla giovane età e ne divenne l’esecutore testamentario alla sua morte. R. H. Barlow andò a trovare Klarkash-Ton verso la fine degli anni quaranta dello scorso secolo e in quell’occasione Smith gli diede il manoscritto originale “The Hashish-Eater” che in seguito Barlow rilegò in pelle di serpente corallo.

4 I Figli dell’abisso in Xiccarph, I Miti di Cthulhu, Fanucci 1989

5 Il Destino di Avoosl Wuthoqquan, in Fantasy. Racconti di spade, magie e draghi, Il Deltaplano, Editrice La Scuola 1994

6 Gli Orrori di Yondo in Hyperborea, I Miti di Cthulhu, Fanucci 1989

7 Il Tessitore della Cripta in L’universo Zothique, Tascabili Fantasy, Editrice Nord 1992

8 L’Isola dei torturatori in L’universo Zothique, Tascabili Fantasy, Editrice Nord 1992

9 I segreti di Vermilion Sands Orizzonti, Fanucci, 1976

10 Dawnward Spire, Lonely Hill: The Letters of H. P. Lovecraft and Clark Ashton Smith, Hippocampus Press 2017

11 L’orrore soprannaturale in letteratura, Theoria 1989