Doppia recensione: TREDICI LAME – Racconti dal mondo della Prima Legge (Sharp Ends: Stories from the World of the First Law, 2016) di Joe Abercrombie

13 lameMercenari ubriaconi, eroi pericolosamente schizofrenici, stregoni che gestiscono banche micidiali come eserciti, scalcinate compagnie di guerrieri, cortigiane e soldati. Spadaccini boriosi e donne che conquistano il potere col ferro e col veleno. Sangue, polvere, sudore. Il Nord gelido e nebbioso dei clan e le menzogne delle corti principesche del Sud. E oro, oro, e oro, più crudele dell’acciaio, più potente della magia nera. Questo è il mondo di Joe Abercrombie… Tornano i protagonisti dei romanzi della «Prima Legge», svelando nuovi dettagli su chi credevamo già di conoscere, dal deforme Inquisitore Glokta a Novedita il Sanguinario, dalla condottiera Murcatto all’irresistibile Nicomo Cosca, soldato di ventura e voltafaccia senza scrupoli. E poi compaiono anche nuovi personaggi e ambientazioni, come la strana coppia composta da Shev, ladra con un debole per le belle ragazze, e Javre, l’inarrestabile Leonessa di Hoskopp, braccate da nemici implacabili e da una irresistibile tendenza a cacciarsi nei luoghi peggiori del mondo.

Titolo: Tredici Lame: Racconti dal mondo della Prima Legge | Autore: Joe Abercrombie | Titolo originale: Sharp Ends: Stories from the World of the First Law, 2016 |  Pagine: 348 | Editore: Mondadori | Collana: Omnibus | ISBN: 978-8804684251 | Traduttore: Edoardo Rialti | Prezzo di copertina: 20€

 

GIUSEPPE RECCHIANegli ultimi cinque o sei anni, leggendo Joe Abercrombie, mi sono reso conto di una cosa che difficilmente può essere sfuggita ai suoi ammiratori: il vecchio Joe meno scrive, meglio è.

No, la mia non è una critica a quello che, almeno per quanto riguarda lo stile, è forse uno degli autori più innovativi del panorama fantasy anglosassone; né tanto meno un invito a scrivere meno. Tutt’altro: a parer mio Abercrombie deve buttare giù inchiostro ancora per molto tempo, e in Italia deve essere pubblicato e curato tanto quanto altri Big del fantastico d’Oltremanica e d’Oltreoceano.

Quello che intendevo dire è che Abercrombie pare essere molto più a suo agio con storie “più brevi”, con qualcosa cioè che non superi il singolo volume, e non con le classiche saghe che hanno fatto grande il genere. La trilogia de La Prima Legge era emozionante, scritta in maniera “nuova”, originale, piena di personaggi, dialoghi e situazioni da togliere il fiato. Eppure, giunta a metà, iniziava a zoppicare, la trama per reggersi doveva aggrapparsi a espedienti che rompevano il pathos, i personaggi iniziavano a “girare in tondo”, guidati da fattori esterni che sapevano un po’ troppo di deus ex machina. Lo stesso universo della Prima Legge ci ha però anche regalato i romanzi singoli, a conferma di quanto detto sopra: Abercrombie si muove meglio dentro le 7-800 pagine. The Heroes e Best Served Cold (Red Country meno) sono due gemme, due colpi di genio venuti alla persona giusta al momento giusto, proprio quando al fantasy serviva una cosa del genere.

Un’ulteriore riprova ci viene data da Tredici Lame, l’antologia arrivata da poco in Italia grazie a Mondadori che, oltre a far rivivere il mondo di Novedita, Brivido, Glokta e Bremer dan Gorst dopo la parentesi del Mare Infranto, ci permette di conoscere più a fondo episodi e personaggi che i lettori della vecchia Gargoyle hanno imparato col tempo ad amare. Qui passiamo dal romanzo al racconto breve, formato che permette all’autore di Lancaster di sbizzarrirsi, come se si fosse liberato di tutti quei vincoli che lo schiacciavano quando superava un certo numero di pagine e che finivano per indebolire personaggi altrimenti fantastici.

Schegge rapide quindi, lame taglienti forgiate con il solito stile “pulp”, pieno di imprecazioni, liquami, viscere, impreziosito da dialoghi degni di un film di Tarantino, veloci, dissacranti e intelligentissimi. Battute argute e un sottile umorismo infarciscono così scene dove in realtà ci sarebbe poco da ridere, tra malviventi, selvaggi, sacerdotesse-guerriere, bastardi ed eroi. E qui mi tocca fare il ripetitivo: i personaggi sono il vero punto di forza di queste tredici storie, perfetti per un film d’azione ma allo stesso tempo deboli, tormentati, angosciati o, semplicemente, stanchi, umani e superumani allo stesso tempo.

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Occhio però, non tutto fila così liscio. Tredici Lame è il libro perfetto per i vecchi fan che seguono Abercrombie fin dai tempi della Gargoyle. Basteranno loro poche pagine per cominciare a gasarsi riconoscendo facce note (magari in situazioni e ruoli inattesi). Un esempio? Il racconto “Nel posto sbagliato, al momento sbagliato”, dove alcuni fatti ben noti ai lettori di Best Served Cold saranno osservati da nuovi (e parecchio sfortunati) punti di vista. Qual è allora la pecca? Semplice: chi si avvicina per la prima volta ad Abercrombie non solo non potrà godere di queste piccole chicche sparse qua e là, ma corre anche il rischio di finire i singoli racconti (alcuni di essi) chiedendosi “E quindi?”. Alcune storie insomma esistono solo come parte di qualcosa di più grosso… qualcosa fuori catalogo, anzi, senza più una casa editrice italiana che se ne occupi. La Mondandori mira ad attirare nuovi fan per Abercrombie? Avrà qualche difficoltà con Tredici Lame, che invece non può non fare breccia nei cuori (teneri, nonostante il sangue e la merda) degli affezionati.

Ultima piccola nota sull’edizione italiana: forse un po’ troppi i refusi (sei o sette) disseminati tra le tredici novelle, così come alcune ripetizioni leggermente cacofoniche, ed evitabili, in cui ci si può imbattere soprattutto nei primi racconti. Abercrombie può mietere altre “vittime” anche qui a sud delle Alpi, ma deve essere curato con più attenzione. Solo in questo modo potrà rivaleggiare con tutti quei colossi che stanno avvicinando al fantasy il pubblico italiano.

Giuseppe Recchia

 

Jack Sensolini

Non sono qui per ribadire che Joe Abercrombie sia uno dei più grandi talenti del fantasy contemporaneo. Ma in effetti lo è. E non sono nemmeno qui per dire quanto io sia d’accordo con Giuseppe Recchia. Ma in effetti lo sono. Almeno in parte.

Confessato il mio amore incondizionato per lo scrittore anglosassone, facciamo un passo indietro, e proviamo a spiegare la narrativa di J. A. con un parallelismo, giustificando la mia presenza in questa sede.

Questa è, di fatto, la mia prima recensione. Come tutte le prime volte, prima di iniziare sentivo quel misto di paura ed eccitazione. Inadeguatezza e desiderio. La buona vecchia ansia da prestazione, insomma. E come in tutte le prime volte, meglio farlo con qualcuno che ami. Certo, sarà tutto più difficile, ma la soddisfazione, una volta finito, sarà maggiore, direttamente proporzionale all’amore per il partner.

Così come il Pallido sognava la razzia perfetta nel racconto IERI, NEI PRESSI DI UN VILLAGGIO CHIAMATO BARDEN…, contenuto nella straordinaria raccolta di racconti TREDICI LAME, io sognavo la recensione perfetta. Le premesse c’erano tutte. Ma quando si parla di Joe Abercrombie, nulla va mai secondo i piani.

Non potevo di certo immaginare che la mia prima volta sarebbe stata in un mènage à trois. Parafrasando il nostro beneamato: «La sorpresa è come la verginità. Hai solo un’occasione per sfruttarla, e normalmente l’intera faccenda si rivela un’enorme delusione».

Ovviamente non ho provato alcuna delusione, come detto, era solo un parallelismo, sono stato entusiasta di dividere il giaciglio di Lord Grimdark (uno degli appellativi più noti del nostro) con Giuseppe Recchia. Per continuare la metafora sessuale, probabilmente da solo non avrei soddisfatto appieno il mio partner.

Chiuso questo divertente preambolo, ora facciamo i seri, e proviamo a dare un punto di vista differente sulla spinosa faccenda Joe Abercrombie, prima partendo da una breve disamina di TREDICI LAME, poi puntando il dito su gli aspetti più deboli dell’opera.

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I racconti contenuti nella raccolta TREDICI LAME sono bellissimi. Nessuno escluso, e a differenza di Giusseppe, sono convinto che anche chi non si è mai approcciato con il “bardo” di Lancaster può gustarne il sapore, anche senza cogliere i continui rimandi. Un gioco d’incastri davvero perfetto. L’intera raccolta è una specie di casa di specchi.

A mio avviso, il racconto più riuscito e rappresentativo è quello che vede come protagonista lo Strozzato e la sua dozzina (personaggio che gli appassionati di J. A. hanno già conosciuto in The Heroes, assieme a Whirrun di Bligh), in una terra selvaggia in cerca di una “cosa” misteriosa che nessuno si è preso l’accortezza di farsi dire cos’è. Come detto, quando si ha a che fare con il mondo della Prima Legge, niente va mai secondo i piani. Il girare a vuoto è uno dei temi più cari al nostro, un affare che è strettamente collegato all’epica del fallimento, che in pochi si sono presi la briga d’indagare, almeno di recente.

Come già accennato da Giuseppe, dunque, l’approdo di J. A. sulla scena fantasy è avvenuto nel posto giusto al momento giusto. Una luce rivelatoria in una tenebra oscurantista. Una sorta di fulmine a ciel sereno. E come tutti i fulmini, si è portato dietro una tempesta. E una tempesta, si sa, lascia sempre qualche strascico.

Se da una parte lo stile pulp ha dato una sferzata d’aria fresca all’ambiente, l’indebolimento degli aspetti fondanti del genere, come il wordbuilding, hanno fatto scaldare gli animi di molti. A ragion veduta, mi verrebbe da dire. Una cosa non dovrebbe escludere necessariamente l’altra.

Un altro aspetto debole dell’opera è sicuramente la ricorsività, sia di temi che di meccanismi narrativi, e questo, forse, spiega il fatto per cui J. A. si trovi più a suo agio con romanzi autoconclusivi e (ancor più) racconti. Ma parafrasando per l’ultima volta il nostro beniamino: «Sono un soldato, l’ultima cosa che voglio è combattere.»

Mi permetto una licenza: «Sono uno scrittore, l’ultima cosa che voglio è scrivere.»

Jack Sensolini