Dal Mito allo Sword&Sorcery: Terza parte – Armi e oggetti magici: la spada, l’arco e l’anello

Lavinia Scolari

Il seguente articolo è la terza parte del saggio di Lavinia Scolari DAL MITO ALLO SWORD & SORCERY – LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA pubblicato a puntate sulle nostre pagine:

Prima parte: Di cosa parliamo quando parliamo di mito e Sword&Sorcery

Seconda parte: Gli eroi e le eroine

Terza parte: Armi e oggetti magici: la spada, l’arco e l’anello

Quarta parte: Il mito di Atlantide e il diluvio universale

Quinta parte: Il magico e il divino

 

LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA

Armi e oggetti magici: la spada, l’arco e l’anello

 

Michael Whelan ElricNello S&S rivestono un ruolo centrale le cosiddette armi bianche, cioè quelle armi in grado di ferire tramite punte, lame o forme contundenti: spade, asce, pugnali, lance, martelli, scudi, e così via. Più in linea con una tradizione medievaleggiante, sono in genere le spade a svolgere un ruolo di primo piano: si pensi a Tempestosa di Elric, che conduce le anime nell’Ade come il caduceo di Hermes; oppure a Sarzokan, la spada di Thongor, ad Astagrigia, la lama di Fafhrd, o a Terminus Est di Severian, tutte in qualche modo eredi, prima ancora che delle tolkieniane Narsil e Andúril, della mitica Notung riforgiata da Sigfrido e di Excalibur.

Ma spada e lancia sono armi antiche, tipiche di una rappresentazione del combattimento pre-ellenica o greco-arcaica, basata, cioè, su un’idea di scontro corpo a corpo, di sopraffazione guerriera fondata sulla forza, che in Grecia è una dea, Bìa. Una dea furente e brutale. I grandi guerrieri omerici, Achei e Troiani, combattono per lo più con la lancia, si infilzano a fil di spada, portano grossi scudi finemente lavorati come quello di Achille, la cui descrizione nell’Iliade si estende per circa 140 versi e che sarà il modello dello scudo “romano” di Enea, dono di Efesto e Venere.

Alla possanza della spada, in generale, fa di contro l’eleganza dell’arco, un’arma antichissima, risalente al Paleolitico.

Nei poemi omerici, vengono descritti bellissimi e raffinati archi compositi, lignei e di corni, utilizzati in battaglia, oltre che per la caccia. Ma tra i Greci storici (specie i Dori delle invasioni successive) l’arco non era sempre tenuto in alta considerazione. Se Conan lo rifiuta, anche i guerrieri della Bìa lo disdegnano. Forse la ragione di tale discredito riguarda la percezione che essi avevano di quest’arma:

«E fatto anch’esso significativo, Achille combatte “a lancia e spada”, che sono le armi dell’areté (il valore guerriero), ma Ulisse i Proci li uccide con l’arco, l’arma dell’insidia e dell’ombra, che non ha bisogno di areté, l’arma che colpisce rapida e invisibile …, l’arma che i Greci lasciarono al loro Apollo asiatico e alla sua sorella Artemide, nella loro qualità di “apportatori di morte”, ma tennero sempre a vile e considerarono barbara. Ilio è presa con l’inganno e con l’arco, perché la sua distruzione è voluta dalla moira, e non può essere opera dell’areté»1.

AchilleBenché legati al dio Apollo (le cui frecce sono raggi di sole, ma possono anche seminare la peste, come all’inizio dell’Iliade), e alla di lui sorella Artemide, dea della caccia e della luna – la quale, non dimentichiamolo, spesso ha forma di arco – arco e frecce costituivano agli occhi di un Greco un’arma poco valorosa, che consentiva di agire nel buio, di rimanere celati alla vista. Un’arma dell’insidia, insomma, di quella forma di astuzia guerriera che i Greci chiamavano métis, e che aveva un peso anche negli affari amorosi (non a caso, l’arma di Eros/Cupido è per l’appunto un arco cui incoccare frecce infallibili).

Achille, l’eroe per eccellenza, pur essendo stato educato all’arte del tiro con l’arco dal centauro Chirone, incarna la figura dell’eroe della lancia e della spada, che affronta il nemico faccia a faccia. Come emblema del valore omerico, Achille si contrappone dunque a Ulisse, il versatile eroe dell’inganno, imbattibile con l’arco, il quale richiede sì una certa forza per essere teso, ma rappresenta senza dubbio l’arma della métis. Infatti, come osserva Diano, Ilio viene presa con l’inganno (quello del cavallo di legno) e grazie all’arco di Filottete, senza il quale, secondo l’oracolo, la città troiana non sarebbe mai caduta. Il povero Filottete, feritosi a un piede, era stato abbandonato in un’isola a causa del maleodorante fetore che la sua ferita emanava. Ma Ulisse, venuto a conoscenza della profezia, dovette ritornare in cerca del compagno per recuperare il suo arco e garantire così ai Greci la vittoria dopo lunghi anni di guerra causati da Paride e dal suo giudizio. Quello stesso Paride che, con una freccia, arma dell’ombra e dell’insidia, colpì il tallone di Achille decretandone la fine. Anche l’eroe del coraggio, quindi, viene annientato dall’arma della viltà. Ma è la sua spada che gli Achei, Aiace e Ulisse su tutti, si contenderanno alla sua morte: il simbolo del suo valore e della sua identità di guerriero.

Neppure i Romani, la cui virtus bellica è da sempre considerata un elemento distintivo, amarono molto gli archi. Iniziarono ad adoperarli solo dopo le Guerre Puniche e in seguito all’incontro con le genti barbare, come i Parti, che ne facevano largo uso in guerra. Al contrario, tenevano in grande considerazione il giavellotto e il gladium o lo ensis, vale a dire la spada.

Perché quest’ultima diventi indiscusso simbolo di nobiltà e valore, occorre aspettare il medioevo. Se prima i grandi sovrani dell’antichità, abbattuto un nemico, ne spezzavano l’arco per indicarne la sconfitta, adesso è la spada l’arma del potere, l’arma che si tramanda nelle dinastie e con la quale si investono cavalieri e signori. È nella spada e nelle diverse forme della sua elsa che i nobili e valorosi guerrieri si riconoscono, sia essa dono della Signora del Lago, strumento di vittoria o di predestinazione.

KaneTra le armi improprie, non si può non considerare il ruolo fantasy svolto dagli anelli magici. De Camp, nel suo L’Anello del Tritone, vi imbastisce un intero romanzo, immaginando che, da un meteorite caduto dal cielo, il Tahakh, potenti fabbri abbiano forgiato un leggendario anello, la cosa più temuta dagli dèi, in grado di sconfiggerli. Diretto il legame con l’Anello dei Nibelunghi, che passò nelle mani di Sigfrido, arma pericolosa e invincibile, in grado, come l’Unico tolkieniano, di rendere invisibili e di incutere timore persino a Odino e alle sue Valchirie.

Anche Kane, ne Il guerriero dell’Anello di K. E. Wagner, entra in possesso di un anello dagli arcani poteri, con una grossa gemma incastonata, rossa come il sangue.

Ma qual è l’antenato mitico di questo oggetto magico?

Nel secondo libro della sua Repubblica, il filosofo greco Platone ci racconta la storia di un pastore di nome Gige, abitante della Lidia, un’antica regione dell’Asia Minore. In seguito a un forte terremoto che squarciò la terra, il pastore Gige, curiosando in una delle fenditure apertesi, trovò un enorme cavallo di bronzo, dal quale si spandeva un nauseabondo fetore. Penetrato nel cavallo, Gige trovò il cadavere di un uomo molto più grande del normale. E al dito del morto, vide un anello tutto d’oro. Gige prese l’anello e andò via. L’indomani, durante una noiosa assemblea cittadina, Gige ruotò il castone dell’anello che portava al dito e scomparve. Si accorse di essere invisibile, perché in molti parlavano di lui e lo cercavano senza vederlo, benché il pastore fosse proprio lì, davanti ai loro occhi. Compreso il grande potere dell’anello magico, Gige desiderò di diventare potente e ricchissimo. Così, sedusse la regina e, nell’invisibilità in cui l’anello lo avvolgeva, assassinò il re, prendendone il posto. Platone racconta questa storia tra il V e il IV sec. a.C., per dimostrare come anche i buoni possono compiere scelte scellerate, perché il confine tra giusto e ingiusto è molto labile.

Ma quello dell’anello magico non è l’unico mito che lo S&S eredita dalla tradizione platonica.

Ce n’è un altro ugualmente celebre, ed è il mito di Atlantide.

Lavinia Scolari

 

 

NOTE

1 C. Diano, Forma ed Evento. Principi per una interpretazione del mondo greco, Marsilio, Venezia 1993, p. 62.

 

FINE TERZA PARTE

Quarta parte: Il mito di Atlantide e il diluvio universale