Dal Mito allo Sword&Sorcery: Quinta parte – Il magico e il divino

Lavinia Scolari

Il seguente articolo è la quinta e ultima parte del saggio di Lavinia Scolari DAL MITO ALLO SWORD & SORCERY – LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA pubblicato a puntate sulle nostre pagine:

Prima parte: Di cosa parliamo quando parliamo di mito e Sword&Sorcery

Seconda parte: Gli eroi e le eroine

Terza parte: Armi e oggetti magici: la spada, l’arco e l’anello

Quarta parte: Il mito di Atlantide e il diluvio universale

Quinta parte: Il magico e il divino

LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA

Il magico e il divino

La magia è un altro ingrediente essenziale dello S&S, come si evince dal nome (Spada e Stregoneria). Ma nello S&S di ambientazione mediterranea, più che far riferimento ai modelli “magici” dei druidi celtici e degli stregoni, la magia ha il suo modello in quella forma di sapere naturalistico e filosofico, di origine orientale, che, in seguito ai fitti scambi osmotici tra Grecia e Asia Minore, portarono, nel bacino del mediterraneo, alla diffusione di credenze e pratiche rituali, spesso fuse e confuse con quelle religiose, ma di carattere più “invasivo”. Se infatti nei culti e nelle prassi rituali religiose, il devoto si limita a offrire doni e sacrifici agli dèi, a pregarli e ad attenersi all’ordine da quelli imposto, nell’ambito delle arti occulte l’obiettivo principale è quello di dominare l’ordine naturale a proprio piacimento, invertendolo, perturbandolo o annichilendolo.ACID_1384284888

D’altro canto, la magia viene dall’Oriente, anzi, per la precisione, dalla Persia, il regno che aveva rappresentato il più grande nemico esterno dei Greci, per cui essa non poteva certo essere rappresentata con connotazioni positive1. Dal punto di vista etimologico, però, questa immagine negativa non emerge. La parola magia è infatti in rapporto con la figura dei Magi, dotti filosofi orientali dotati di una fascinosa sapienza. Questo sostantivo deriverebbe dalla radice iranica mag-, da cui i Greci coniarono la parola mágos (sacerdote orientale o saggio) e mageía, con cui si faceva riferimento, principalmente, alla dottrina (o teologia) dei Magi, e solo dopo a ciò che noi chiamiamo magia.

Ma in che cosa consiste quest’arte? In generale, potremmo dire che è un modo innaturale di intervenire nel naturale, e che non esula da invocazioni a determinate divinità o spiriti della terra, del cielo, degli Inferi e del mare.

De_Morgan_MedeaMedea, ad esempio, è maga, anzi, la maga per eccellenza (soprattutto a Roma). Lo è quando crea i suoi filtri magici, quando assopisce draghi indomabili, quando trasforma la natura delle cose, inverte il corso dei fiumi e degli astri, o invoca serpenti celesti e divinità ctonie in suo aiuto. Circe, che di Medea ha lo stesso sangue, è maga e incantatrice per via del suo potere ammaliante e perché anche lei modifica la natura, nello specifico quella degli uomini, che trasforma in maiali. Le streghe dei romanzi di Petronio e di Apuleio fanno altrettanto: trasformano uomini in uccelli e in asini, governano inermi cadaveri, succhiano il sangue umano e si nutrono degli organi vitali.

Nel mondo antico, infatti, la strix (antesignana della strega) è una civetta che, di notte, si reca sulle culle incustodite degli infanti per sorbirne il sangue e le viscere. Tramutatasi in volatile per via di incantesimi oppure tale dalla nascita, la strix è quindi un mostro che rapisce i bambini2. Tra I sec. a.C. e I d.C. ce ne fornisce un ritratto letterario il poeta Ovidio:

Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubano il cibo

dalla bocca di Fineo (le Arpie), ma da essi deriva la loro razza:

grossa testa, occhi sbarrati, rostri (becchi) adatti alla rapina,

penne grigiastre, unghie munite di uncino;

volano di notte e cercano infanti che non hanno accanto la nutrice,

li rapiscono dalle loro culle e ne straziano i corpi;

si dice che coi rostri strappino le viscere dei lattanti,

e bevano il loro sangue fino a riempirsi il gozzo.

Hanno il nome di Strigi: origine di questo appellativo

è il fatto che di notte sogliono stridere orrendamente.

Sia che nascano dunque uccelli, sia che lo diventino per incantesimo,

e null’altro siano che vecchie tramutate in volatili da una nenia3.

Il passaggio dalla strix (ibrido tra umano e civetta-succhia-sangue) alla striga in quanto donna che fa del male agli infanti si verifica nel romanzo di uno scrittore un po’ più giovane di Ovidio, Petronio. Questi, nel suo Satyricon (Cap. 163), descrive le Streghe come «femmine che la sanno lunga, creature della Notte» in grado di capovolgere l’ordine delle cose: «quello che sta in su lo fanno andare in giù».

La magia sovversiva di queste creature è dunque legata all’idea del rovesciamento. Sono donne, ma non sono né madri né nutrici. Rovesciano, anzi, l’accogliente archetipo femminile.

A queste creature si aggiungeva spesso la Lamia, un essere mostruoso che succhiava il sangue ai giovani o, secondo un mito più celebre, una creatura femminile che Zeus aveva amato, decretandone la rovina. Infatti, ogni volta che la Lamia dava alla luce un figlio avuto da Zeus, Era, sposa legittima del dio, gelosa di quei tradimenti, lo uccideva. Così, la Lamia finisce per simboleggiare l’invidia e il livore di una madre infelice. La sua disperazione la trasformò in un mostro sanguinario e la portò a nascondersi in una caverna. Si diceva che rapisse i bambini per gelosia verso le madri felici e poi li divorasse. La dea Era, inoltre, l’aveva resa insonne, ma Zeus, per compassione, le concesse di potersi cavare a piacimento gli occhi dalle orbite per riposare di tanto in tanto. E quando la Lamia riponeva gli occhi nel suo vaso e dormiva, i bambini erano al sicuro.

Magia e stregoneria, nel mondo antico, sono dunque fortemente legate al perturbante e al femminile. Famosissime erano, ad esempio, presso Greci e Romani, le streghe della Tessaglia, terra di incantesimi, di fattucchiere e di sortilegi. Nel mondo antico, infatti, esistevano dei luoghi considerati “stregati” o “magici” per antonomasia: non solo intere regioni, ma anche spazi più comuni e angusti, come i crocicchi.

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I crocicchi erano sacri a una dea, Ecate, la quale presiedeva ai rituali magici, era considerata in continuità col mondo delle Ombre e capace di invocarle. Anzi, secondo alcune credenze, Ecate era l’inventrice della stregoneria, la divinità protettrice di maghi e streghe, ai quali appare con torce accese nelle mani o in sembiante teriomorfo. Chi voleva invocarla o tenerla buona, innalzava una sua statua all’incrocio di un quadrivio e se ne ingraziava il favore. Nelle campagne ve ne erano moltissime, splendenti al chiaro di luna. E infatti Ecate era spesso confusa con Artemide, e come quest’ultima venne presto associata alla Luna, una delle più antiche divinità, persino più antica di Zeus, che infatti la rispetta e la tutela. Governando il cielo, la terra e il mare, ed estendendo i suoi poteri di benefattrice o distruttrice su ogni campo della realtà naturale, Ecate diventa la dea simbolo della magia antica e del domino sugli elementi naturali, concezione assai cara anche alla stregoneria dello S&S.

Ecate, però, non è una dea molto nota all’eroismo fantasy. Un serbatoio ben più attraente, per gli scrittori HF, è infatti rappresentato dal pantheon canonico delle divinità classiche (dal dio del cielo e dei fulmini, Zeus, al signore dei Morti, Ade, o al bellicoso Ares, che fungono da modelli indispensabili), e ancor di più dal pantheon della civiltà egizia.

Divinità come Osiride, Iside e Ra hanno offerto materia imperitura alle temibili e implacabili divinità dello S&S. Una delle loro caratteristiche principali, presente anche in Ecate e in molte divinità del bacino mediterraneo, è il teriomorfismo o il teriocefalismo: questi dèi hanno sì carattere antropomorfo e corpo dal sembiante umano, spesso più grande e robusto del normale, ma vengono frequentemente rappresentati con testa animale: di toro, falco, ariete, scarabeo, etc.

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Oltre alle forme canoniche con cui questi dèi si manifestano e vengono rappresentati, le loro peripezie, tra vendette e ostilità, costituiscono una fonte inesauribili di storie e motivi. Osiride, per citarne uno, viene ucciso e fatto a pezzi da Seth, suo fratello, e poi ricomposto (un po’ come avverrà per il greco Dioniso) dalla sposa sorella Iside, che, unitasi a quei resti, darà vita ad Horus, destinato a vendicarsi di Seth e a spodestarlo.

Anche nella religione fenicia esiste un mito simile: Mot, dio della morte e delle terre infertili, verrà combattuto dalla dea Anat, Dea Madre cananea, la quale gli mozzerà il capo, lo tosterà col fuoco e lo disperderà nei campi, rifecondandoli in un antico mito ciclico, celebrazione delle stagioni e del risveglio.

La costa fenicia, però, non è la terra del dio Mot o di Anat: ogni città ha un suo dio poliade, ma i più venerati sono senza dubbio il possente Ba’al e la bella Astarte (la sumerica Ininni e la mesopotamica Ishtar), spesso identificata con Venere. Ishtar/Astarte è una dea della vegetazione e della fertilità, una stella vespertina e mattutina, ma anche, come le Amazzoni e ben prima di loro, una dea guerriera, distruttrice e dominatrice, il cui animale sacro è ora il leone, simbolo di regalità, ora il serpente, emblema di rinascita e guarigione4.

Le antiche divinità hanno dunque, come si è cercato di mostrare, una caratterizzazione affascinante per ogni scrittore di S&S: sono colleriche e vendicative, potenti e oscure, hanno molti nomi e molti sembianti, vivono nel mondo e tra gli umani, li sfidano, li sorvegliano, li fecondano. Sono gelose e combattive. Provano paura e desiderio.

Di tutti questi aspetti, e di molti altri ancora, l’HF assorbirà il più alto potenziale, rielaborandolo in un linguaggio nuovo: quello dei suoi dèi, dei suoi culti oscuri, dei sacerdoti misteriosi ed enigmatici, degli oracoli e delle profezie, dei templi e delle maledizioni.

È dunque evidente che il sapere mitico e culturale delle antiche civiltà, del Mediterraneo e di quelle nordiche, sia la humus fertile di cui lo S&S si è sempre nutrito, dagli albori fino a oggi: non solo per la forma del racconto efficace e della sua significativa autoconsistenza, o per quell’epicità tanto cara alla letteratura HF, ma anche per il contenuto: eroi ed eroine, armi e oggetti magici, quest e ambientazioni, stregoneria e motivi mitici… Senza dubbio, il mito si offre come sorgente inestinguibile di idee e strutture archetipiche, di scenari e schemi narrativi da assumere e da rimodellare.

Lavinia Scolari

FINE

1 Per un saggio di posizionamento critico sul tema, cfr. F. Graf, La magia nel mondo antico, Laterza, Roma-Bari, 1995.

2 Al riguardo, cfr. L. Cherubini, Strix. La Strega nella cultura romana, UTET, Torino 2010.

3 Ovidio, Fasti, 6, 131 ss., trad. L. Canali.

4 Una fonte indispensabile e ancora molto valida per questi racconti mitici sulle divinità mediterranee è A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1966.

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