Dal Mito allo Sword&Sorcery: Prima parte – Di cosa parliamo quando parliamo di mito e Sword&Sorcery

Lavinia Scolari

Il seguente articolo è la prima parte del saggio di Lavinia Scolari DAL MITO ALLO SWORD & SORCERY – LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA pubblicato a puntate sulle nostre pagine:

Prima parte: Di cosa parliamo quando parliamo di mito e Sword&Sorcery

Seconda parte: Gli eroi e le eroine

Terza parte: Armi e oggetti magici: la spada, l’arco e l’anello

Quarta parte: Il mito di Atlantide e il diluvio universale

Quinta parte: Il magico e il divino

 

LE RADICI MEDITERRANEE DELLA FANTASIA EROICA

Di cosa parliamo quando parliamo di mito e Sword&Sorcery

 

Illustrazione di Karl KopinskiL’arte del racconto – e del racconto heroic fantasy in particolare – ha radici antichissime. Lo sapevano bene i grandi autori del genere, quando attinsero a piene mani, nella costruzione delle loro opere letterarie, ai più grandi repertori narrativi di cui siamo in possesso: i miti.

Lo Sword & Sorcery, infatti, com’è noto, ha un legame strettissimo con le grandi saghe mitico-nordiche, come l’Edda di Snorri, il Beowulf e il Cantar dei Nibelunghi. I suoi autori, nel corso degli anni, hanno rielaborato storie e racconti che spaziano dalla ricchezza della mitologia scandinava e delle saghe islandesi al ciclo bretone e a quello epico-cavalleresco dei romanzi arturiani. Quando Paul Anderson scrive La Spada Spezzata e Tre Cuori e Tre Leoni, è a quel patrimonio che sta guardando, e alle ballate medievali di Danimarca quando si dedica a I Figli del Tritone, riscrittura fantasy del racconto in versi di Agnete e l’uomo del mare; non molto diversamente fa Fritz Leiber quando tratteggia il personaggio del gigantesco barbaro del nord Fahrd, o Lin Carter quando inventa il suo Thongor il barbaro; stesso dicasi per Clark Ashton Smith quando rielabora la tradizione anglosassone della narrativa gotica per creare il magico-futuristico Zothique; o per Michael Moorcock quando alimenta la sua vena creativa, nutrendo il suo Elric di Melniboné con le letture dei grandi romanzi gotici.

A questi autori era chiaro che per dar vita a racconti eroici credibili, auto-consistenti e verosimili pur nelle ambientazioni magico-fiabesche, con effetti e rese narrative in grado di dar vita a un genere nuovo e significativo, occorreva rimodulare il materiale che le antiche mitologie offrivano, trattandolo in modo realistico e rubandone per così dire la linfa1. Occorreva, in altre parole, compiere un atto mitopoietico, fare un «uso creativo del mito».

Ma, come spesso accade, per andare avanti, servirà fare un passo indietro e chiederci, parafrasando Raymond Carver, se sappiamo davvero di cosa parliamo, quando parliamo di mito.

In un celebre saggio dal titolo Mito e storia nell’antichità Greca, Claude Calame definisce il mito come un racconto fondatore, anonimo e collettivo, considerato vero dalla società che lo chiama tale e lo assume come sacro. In effetti, il “mito” è innanzitutto proprio questo: un racconto, una narrazione2. Il termine deriva dal greco antico mythos, che significa “parola”, “discorso” e, molto più comunemente, “racconto”. Solo più tardi, con Giambattista Vico e con lo Heine, passerà a indicare una gamma più ampia di significati, «la manifestazione di una civiltà pre-filosofica destinata a essere superata dalla razionalità successiva»3.

Mito e storia nell’antichità GrecaIn Omero e nell’epica arcaica, infatti, il mythos è un discorso autorevole, come quello pronunciato in assemblea dall’eroe che tiene in mano lo scettro, al passaggio del quale si cede la parola. È a partire da Erodoto, Tucidide e Platone che mythos inizia a indicare il “racconto favoloso”, fortemente legato alla composizione poetica, che narra di eventi a carattere meraviglioso4. Ma anche subendo questa trasformazione, rimangono tre le marche pertinenti del mito: tradizione, significatività, ed efficacia. Esso è dunque un racconto per lo più antico, autorevole e tradizionale, dotato di una sua efficacia e di una sua significatività5. Da modalità specifica della narrazione poetica, tipica della civiltà greca e di quella romana, il mito diventa un «modo di pensare», «la manifestazione di una ragione arcaica» che esprime in maniera fascinosa «le proprie memorie storiche o le proprie idee cosmologiche e filosofiche»:

«Il mito, concetto descrittivo, assumeva così lo statuto di una realtà trascendente, era divenuto qualcosa che esiste per sé e, soprattutto, qualcosa di cui si può parlare»6.

Un racconto significativo, che esiste per sé, e che si assume come vero.

Questi elementi esercitarono certamente un grande fascino sugli scrittori della cosiddetta Fantasia eroica, i quali si proponevano l’obiettivo di creare delle forme narrative realistiche, ma dotate di “epicità”, universi letterari che fossero, in altre parole, in sé stessi e nelle loro componenti assumibili come “veri”, o meglio, auto-consistenti.

Per tutto questo, il mito si rivela una fonte duttile e irrinunciabile, in grado di fornire allo scrittore di S&S, non solo e non semplicemente temi e contenuti, ma anche e soprattutto una struttura formale e narrativa, un modo di pensare. Una categoria culturale utile per comporre racconti efficaci.

Atlantis Rising - Frank FrazettaMito ed Heroic Fantasy, pertanto, sono uniti da un doppio legame: sul piano della forma e su quello, molto più evidente, del contenuto. Ciò che infatti caratterizza in modo marcato la letteratura Sword&Sorcery è la tipica atmosfera da epos classico, le avventure di stampo eroico, e una serie di motivi, scenari e figure mitiche.

Quando parliamo di mitologia e Sword&Sorcery, però, è quasi per un riflesso incondizionato che ci ritroviamo a ripiegare con la mente verso le intricate foreste germaniche e le impervie montagne del nord, in un sentiero di mostri e leggende che ci conduce tra nani e troll, elfi e draghi. Ma quello nordico non è l’unico serbatoio mitopoietico degli scrittori di Spada e Stregoneria, e forse neppure il più prolifico.

Catherine L. Moore, autrice della saga di Jirel di Joiry, riguardo al suo percorso formativo di scrittrice, ebbe a dire:

«Fui allevata con una dieta a base di mitologia greca, di libri di Oz e di Edgar Rice Burroughs e quindi, come vedete, non avevo scampo»7.

Se la Moore dichiara apertamente il suo debito verso la mitologia greca, per chi si sia immerso nella mitica età del bronzo de L’Anello del Tritone è forse ancor più trasparente quanto L. S. De Camp sia intriso di mitologia classica e quanto abbia approfondito la conoscenza delle antiche civiltà del bacino del Mediterraneo. Concili divini, dèi e oracoli, Meduse e Gorgoni, Tritoni ed Amazzoni, filosofi e sapienti, cantori e motivi omerici (De Camp, non dimentichiamolo, definì la sua Euskeria, come parente della Terra dei Feaci dell’Odissea): L’Anello del Tritone mescola bene il materiale mitico nel suo cratere compositivo, dosando abilmente tradizione, ironia, e innovazione. Quest’opera – e di certo non solo lei – deve molto al patrimonio dei poemi omerici e dei cicli epici, ma anche alla grande saga mesopotamica di Gilgamesh, leggendario eroe sumerico la cui storia fu messa per iscritto già alla fine del secondo millennio a.C.

Jirel of JoiryAncora oggi, sono quelle antiche mitologie a fornire motivi, personaggi, strutture e ambientazioni alla letteratura eroica contemporanea, che ne assimila la lezione non in modo meccanico e acritico, ma operando un profondo processo autoriale di rielaborazione e riscrittura.

Lavinia Scolari

 

 

 

NOTE

1 Al riguardo, cfr. D. Cammarata, Ancora sulla fantasia eroica, in Gianni Pilo (a cura di), Eroi e Sortilegi. Sempre fantasia eroica, Enciclopedia della Fantascienza diretta da Gianni Pilo, Fanucci Editore, Roma 1986; Alex Voglino, Le radici della Fantasia Eroica, in Lin Carter (a cura di), Heroic Fantasy. Il meglio della fantasia eroica moderna, Enciclopedia della Fantascienza diretta G. De Turris e S. Fusco, Fanucci Editore, Roma 1979; G. Giorgi, Temi e strutture della Fantasy eroica, in L. Carter (a cura di), Maghi e Guerrieri. Altre storie di fantasia eroica, Enciclopedia della Fantascienza diretta G. De Turris e S. Fusco, Fanucci Editore, Roma 1981

2 Anche Marcel Detienne (M. Detienne, L’invention de la mythologie, Edition Gallimard, Paris 1981, trad. it. L’invenzione della mitologia, Bollati Boringhieri, Torino 1983, p. 12) evidenzia la sostanza narrativa di mito e mitologia, definendo quest’ultima come «un insieme di enunciati discorsivi, di pratiche narrative, o anche, più semplicemente, di racconti e di storie». In ambito strutturalista, Vladimir Propp (V. Ja. Propp, Morfologija skazkj, Leningrad 1928, trad. it. Morfologia della Fiaba, Einaudi, Torino 1966, p. 224) descrive il mito come «una narrazione di carattere sacrale, alla cui veridicità si crede, non solo, ma che esprime la fede sacra del popolo».

3 M. Bettini, Racconti romani «che sono lili’u», in L. Ferro e M. Monteleone, Miti romani, Einaudi, Torino 2010, p. IX.

4 Cfr. M. Bettini, Racconti romani «che sono lili’u», cit., p. VII e M. Bettini, Mito, in M. Bettini – W. M. Short (a cura di), Con i Romani. Un’antropologia della cultura antica, il Mulino, Bologna 2014, p. 89.

5 M. Bettini, Mito, cit., p. 93-94 e W. Burkert, Mythos – Begriff, Struktur, Funktion, in F. Graf (a cura di), Mythos in mythenloser Gesellschaft. Das Paradigma Roms, Teubner Stuttgart-Leipzig 1993, p. 17.

6 M. Bettini, Mito, cit., p. 91.

7 Cfr. Sam Moskowitz, C. L. Moore, in C. L. Moore, Jirel di Joyry, Editrice Nord, Milano 1982.

 

FINE PRIMA PARTE

Seconda parte: Gli eroi e le eroine