Cronache della Lancia Nera: Parte I – ANIME GHERMITE di Giuseppe Recchia

colore e titolo e lgo  001 Copertina realizzata dall’artista Gino Carosini

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LE CRONACHE DELLA LANCIA NERA

PARTE I

– Anime ghermite –

di Giuseppe Recchia

I

Corse fino allo stremo delle forze verso il tramonto, la sua ombra che si allungava dietro di lui, gli inseguitori alle spalle come cani da caccia, inesorabili come la Morte. Presto, solo Diana e le stelle dei dodici guerrieri sarebbero rimaste a illuminare la sua fuga.

No, non fuga: battaglia. L’ultima? Forse, ma avrebbe comunque venduto cara la pelle. Vissarion non stava scappando, voleva solo scegliere il terreno giusto. Non era lui a essere in trappola: erano gli altri ad andare incontro alla fine. Vissarion non conosceva ritirata, né sconfitta.

Solo il sangue dei nemici.

Corse ancora, il sole sempre più basso oltre gli alberi neri e le montagne infuocate, i richiami di decine di soldati più vicini che mai. Ombre ovunque attorno a lui. Lo avevano raggiunto. Il momento era arrivato.

Quella misera radura sperduta nel profondo di un bosco dimenticato faceva al caso suo: c’era abbastanza spazio per la sua spada corta, per la sua danza mortale, troppo poco per le lance di quegli uomini. Si mise con la schiena rivolta al tramonto, lingue di fuoco che lo avvolgevano, l’ultima luce del giorno sua unica alleata. E attese.

Non restò solo a lungo. Erano tanti, non ebbero nessuna paura, non si tirarono indietro davanti alla sfida di quella preda miserabile. Vissarion lesse tutto ciò sulle loro facce sporche e sudate. Sorrise. Ne avrebbe uccisi alcuni, poi si sarebbe spostato ancora e li avrebbe aspettati da qualche altra parte. A quel punto avrebbe guardato di nuovo le loro espressioni. E così per tutta la notte se ce ne fosse stato bisogno, fino a quando nei loro occhi non sarebbe rimasto nient’altro che orrore e disperazione.

Si fecero avanti in due, assetati di gloria, ma stanchi. Il primo fu semplicemente troppo lento. Vissarion afferrò l’asta della lancia e la scansò di lato, entrando rapido nella guardia del soldato. Nessuna sorpresa sul volto del giovane, solo l’aria ebete di chi muore senza rendersene conto, la testa quasi staccata di netto dal collo.

Sangue fresco andò a mischiarsi a quello secco che incrostava il viso di Vissarion fin dalla battaglia precedente.

Fin dal tradimento.

Vissarion ricordò, ringhiò per la rabbia, ma non perse la concentrazione. Doveva ancora uccidere. Il secondo uomo ebbe il tempo di improvvisare un attacco, si allungò in avanti, affondò con ferocia. Colpì solo un’ombra. Vissarion fece un mezzo giro su se stesso evitando la lancia e portandosi sul fianco dell’assalitore. La lama di ferro penetrò profonda sotto la spalla del soldato, che arretrò lasciando cadere la sua arma. Neanche un grido. Vissarion volteggiò ancora e falciò sull’altro lato, al petto. Di nuovo la lama divorò la carne, spezzò le ossa, bloccandosi fatalmente tra le costole dell’uomo ferito a morte. Vissarion non se ne curò. Sentì qualcuno avvicinarsi dietro di lui e capì di non avere il tempo di estrarre la spada. Prese quindi il soldato e lo scagliò contro i nuovi arrivati; uno lo centrò in pieno, l’altro riuscì a portare il suo colpo.

Vissarion, disarmato e senza corazza, difeso solo dalla sua velocità, fece passare la punta della lancia tra il fianco e il braccio, ignorò il dolore della punta di metallo che mangiava la sua di carne e tenne stretta l’asta, tirando a sé l’avversario. Questi riuscì almeno a sorprendersi prima di ricevere una testata sul naso, che gli scomparve in mezzo agli occhi porcini esplodendo in una bolla di sangue e cartilagine.

Gli erano addosso, tutt’intorno a lui. Ombre e bronzo, ferro e corpi fradici. Spaventati forse, ma tanti, sempre più vicini al colpo letale. Vissarion aveva bisogno di spazio. La lancia della sua ultima vittima ancora in mano, vorticò rapido e spazzò l’aria, costringendo i guerrieri ad arretrare, a tornare tra l’oscurità degli alberi. E mentre girava, li osservava, lanciava una sfida a ognuno di loro. Prometteva dolore. Infine si fermò, spezzò l’arma con una ginocchiata e fece roteare i due bastoni così ricavati un paio di volte ciascuno. Il sibilo lacerò l’aria. Non c’era nessun altro rumore. Anche le bestie della foresta tacevano, ferme ad ammirare lo spettacolo del guerriero più forte di Grecia che faceva quello per cui era nato. Nessuno parve voler accogliere la sfida. E allora Vissarion rise.

– Venite, porci! – urlò sguaiato. – Sono ferito, stanco, senza nemmeno la mia armatura! Venite a prendervi il trofeo più grande che possiate mai immaginare!

Ma non andarono, arretrarono ancora, e allora lui rise più forte. Poi un altro sibilo, ma diverso da quello dei bastoni roteanti. Vissarion lo sentì, lo riconobbe, reagì d’istinto. Si voltò di scatto e colpì la freccia con la punta della lancia spezzata, più rapido di un serpente, più di qualsiasi uomo sulla faccia di Madre Gea.

Ma la seconda freccia fu troppo anche per lui.

L’arciere che le aveva scagliate era abile, Vissarion lo sapeva bene. Quell’uomo non avrebbe sbagliato due colpi di seguito. Lo centrò poco alla destra del cuore, e poi di nuovo, innaturalmente veloce, alla spalla sinistra. Vissarion lasciò cadere le sue armi improvvisate, boccheggiò, ma rimase dritto, troppo orgoglioso per cedere in quel momento.

Davanti a quella gente.

Urlò ancora, sputando sangue e bava, e avanzò verso di loro. Si nascondevano, restavano ammantanti dalle ombre della notte che avanzava, ma lui riusciva a distinguerne le sagome. Quella gigantesca di Minos, quella curva di Efestione e al centro, l’arco ben stretto in pugno e la faretra che gli sporgeva da dietro una spalla, quella di Iskander. Non aveva bisogno di vedere le loro facce, le conosceva fin troppo bene, non le avrebbe dimenticate neanche nell’Ade. Le facce dei suoi compagni, le facce dei traditori. Con loro, altre due figure nere. Vissarion non capì chi fossero, i pensieri si fecero d’un tratto confusi, il dolore si accese come una fiamma. Un altro grido nella notte, questo di puro tormento.

Era stato uno sciocco, aveva pensato di essere immortale, si era illuso fino all’ultimo. E solo ora si rendeva conto di quanto in realtà fosse debole. Troppo debole per realizzare il suo stesso destino.

Un altro grido. Di rabbia. Ce n’era ancora in lui. Abbastanza per fare un passo in avanti, e poi un altro ancora. Minaccioso anche nell’agonia.

La quarta freccia gli distrusse un ginocchio, mandandolo a terra. La quinta gli si piantò in gola un attimo dopo, strappandogli via anche solo la possibilità di vomitare ancora il suo odio. La sesta gli spaccò il cuore in due.

Infine, solo tenebre eterne.

II

Faceva freddo, ma Vissarion non poteva soffrirne. Riusciva a percepirlo, eppure non tremava. Era come se il gelo facesse parte di lui, come se si sprigionasse da lui per poi liberarsi nell’aria. Aria? Quale aria? Non c’era vento in quel luogo, né un refolo di vita che fluttuasse nello spazio immobile. Solo staticità e nebbia infinita.

La bruma era la sola cosa tangibile: serpeggiava al suolo e si arrampicava come edera su per le sue gambe nude; si muoveva a passo di danza accarezzando il vuoto… invitandolo a seguirla. Vissarion non poté fare altro. Neanche si chiese cosa stesse succedendo.

Era l’unica reazione naturale.

Camminò quindi per quella che gli parve un’infinità di eoni in quel nulla grigio e ghiacciato, senza ricordi della sua vita, se non qualche immagine sfocata che andava a perdersi disciolta nella nebbia. Vide tre volti senza lineamenti, e poi altri tre, anch’essi senza occhi, o naso, o bocca. Sapeva che uno apparteneva a una donna, cercò di ricordare, ma scivolò via anche lei. Vide un villaggio di fango e paglia, provò a ricordare come si chiamasse, ma fu tutto inutile. Il villaggio divenne una fortezza, ma le sue mura caddero. Uomini, tantissimi uomini, un esercito, fecero la stessa fine. Rimase solo lui. Ma anche la sua stessa forma stava svanendo nella foschia.

Vissarion. Gli era rimasto solo quello: un nome. E ci si aggrappò con tutte le sue forze, con un residuo di volontà che non venne portata via dalla nebbia. Vissarion.

Guerriero. Generale. Conquistatore.

Vissarion, Marte sceso in terra per portare distruzione.

Vissarion, condottiero tradito.

Tradito, sì. A quella parola le facce di quelle ombre tornarono ad avere una forma; nuovi nomi si unirono al suo nel vortice di caos che era diventata la sua memoria. Vissarion ricordò tutto e tornò se stesso. Rabbia e odio tennero di nuovi uniti gli atomi del suo essere, gli diedero nuovo vigore, nuovi pensieri. Fu allora che comprese dove si trovava.

D’improvviso, il nulla fatto di bruma che lo aveva circondato fino a quel momento assunse un aspetto diverso. Il vuoto si riempì e divenne, se possibile, ancora più orrendo. Vissarion stava camminando nel cuore di una palude malata, infetta, la terra stessa imputridita da un’acqua ricoperta da una patina di cenere, il cielo illuminato da un bagliore fioco. Isolotti di sabbia nera si alternavano a specchi di liquame e fango; fumi velenosi si levavano dal sottosuolo e si mischiavano a una nebbia gialla, umida e corrosiva. Qua e là, sopravvissuti moribondi in cerca di aria e luce, alcuni alberi scheletrici chiedevano pietà a quel mondo crepuscolare. Nessun animale, neanche un insetto. Solo Vissarion, sperduto alle porte dell’Ade e capace unicamente di andare avanti, passo dopo passo, verso l’ignoto.

L’anima sperduta, guidata dall’istinto, si mosse seguendo le poche strisce di terra su cui poteva camminare senza affondare nella melma. Non sentiva fatica, ma la disperazione stava di nuovo facendo breccia nel suo spirito. Un misterioso latrato alle sue spalle, lontano, accese in lui un sentimento perduto da tempo: paura. C’era una qualche bestia che lo inseguiva e lui non aveva neanche un bastone per difendersi. Senza sapere che altro fare, Vissarion proseguì dritto senza mai voltarsi, più velocemente possibile.

Raggiunse la spiaggia quando meno se lo aspettava, sbucando da una gola incavata fra due dune. Capì quindi di essere arrivato. Davanti a lui una sottile striscia di sabbia nera si stendeva all’infinito, costellata di esili steli immobili nell’aria senza vento. No, non steli in realtà. Vissarion fece pochi passi e se ne rese conto: non erano piante quelle che vedeva, ma braccia ridotte all’osso rivolte verso le acque scure che lambivano la riva. Scheletri semi-sepolti erano pietrificati in quella posa, il palmo della mano aperto verso l’alto; tra le dita, due monete per ogni morto, recate in offerta al signore di quelle acque.

Fiume Acheronte. Confine dell’Ade. E quella era l’ultima spiaggia. Vissarion era infine arrivato al punto di non ritorno.

Attraversò la selva di braccia lentamente, stando bene attento a non colpire quelle ossa, a non far cadere gli oboli di nessuno. Non fu facile: erano milioni, miliardi. Dalla sabbia sbucavano anche dei teschi, alcuni portavano un elmo. Guerrieri. Chissà, qualcuno poteva averlo spedito lui stesso in quel luogo nero e grigio. Dopo un’eternità giunse a riva, ma non osò mettere i piedi nudi in acqua. Si limitò ad attendere.

Non si avvide della sua presenza fin quando non emerse dalla bruma onnipresente. Vissarion sapeva che sarebbe arrivato, le vecchie storie erano vere. Eppure ne fu terrorizzato, completamente atterrito. Il Traghettatore era venuto a prenderlo e non poteva fare niente per evitarlo. Maestoso sulla sua misera zattera, avanzava senza neanche muovere il lungo remo, standosene semplicemente immobile, inesorabile. Era più nero delle acque dell’Acheronte, come se fosse fatto di pura ombra, completamente avvolto da una tunica stracciata e da bende di lino e cuoio che ne stringevano gli arti sottili, fin sopra il collo e lungo le dita da morto. Un ampio cappuccio ne copriva il volto, ma da quelle profondità emergeva chiaro il bagliore di due occhi infuocati che fissavano l’anima del guerriero in modo famelico. Man mano che si avvicinava, Vissarion scorgeva nuovi dettagli: piccoli campanelli legati a catenelle d’argento pendevano silenziosi dalla tunica e dalle bende; pesanti anelli di ferro nero gli cingevano le caviglie scorticate. Per ogni anello, una catena che lo teneva attaccato al fondo dell’imbarcazione.

Caronte era infine giunto e Vissarion non poté fare altro che restare lì a fissarlo incantato dalla sua aura divina, dal suo tetro potere. Occhi negli occhi, uomo e genio oscuro.

La zattera si fermò a poche spanne dalla riva, lì dove l’acqua non avrebbe potuto sorreggerla, quasi fluttuando. L’unica cosa che scompariva sotto i flutti era la punta del remo. Caronte restò immobile per lunghi istanti, poi parlò, la voce come una lama di ghiaccio.

– Non hai monete per me, guerriero.

Non era una domanda, semplicemente constatava l’ovvio: Vissarion non poteva attraversare l’enorme fiume.

– Ti servono davvero? – chiese sprezzante l’anima, ritrovando parte del vecchio ardore. – Questi scheletri hanno visto partire la loro anima, ma stringono ancora in mano gli oboli. Tu non te ne fai niente dell’oro.

L’essere infernale fu come scosso da un brivido che Vissarion interpretò come una sorta di risata amara. – Non ho bisogno di oro. Non ho bisogno di niente. Porto solo chi vuole lasciare davvero questa spiaggia. – Finalmente distese un braccio, indicando la costa fumosa. – E tutti vogliono lasciare questa spiaggia. Tu non vuoi?

Vissarion seguì il movimento del braccio scheletrico e osservò l’infinita distesa di ossa. Poi si voltò e ripensò alla palude, alla bestia nella nebbia, agli alberi corrotti e alla melma. Ma il suo sguardo non si fermò, andò oltre, al di là anche del vuoto cosmico che aveva attraversato quasi perdendosi… fino al suo regno, alle città che aveva conquistato, alla guerra eterna che gli aveva dato la gloria. In mezzo a quelle immagini, rivide di nuovo quei volti. Ringhiò e tornò a fissare gli occhi di fuoco. Sfidandoli.

– Tornerò indietro, – disse semplicemente.

Caronte tremò ancora e afferrò il remo con entrambe le mani. – Non puoi farlo. O vieni con me, o resti qui. Attraversare la palude è proibito. Questo è il limite del mio reame.

– Non me importa niente del tuo reame, scheletro! Io ho il mio da conquistare!

Il guerriero si rese conto di quanto appena detto con un attimo di ritardo, preparandosi al peggio. Si mise quindi in guardia e attese il colpo dello spirito, senza sapere nemmeno se sarebbe mai stato in grado si affrontare una divinità. Ma Caronte non si mosse. Nemmeno vibrò.

– Sei folle, o coraggioso come un’eroe? – domandò con quella sua voce fatta di metallo. Non attese risposta. – In entrambi i casi era ciò che mi aspettavo da Vissarion, erede dei Micenei.

– Come fai a sapere… – Quell’appellativo, o semplicemente il fatto che una creatura del genere lo avesse chiamato per nome, sorpresero il guerriero a tal punto da fargli abbassare la guardia per un battito di ciglio. Troppo. Senza neanche dargli modo di scorgere un seppur minimo movimento, Caronte estrasse infine la punta del remo dall’acqua, rivelando la punta di ferro nero di una lancia, adesso puntata alla gola dell’anima ribelle. Vissarion non aveva mai visto un attacco tanto rapido. Si sentì perduto e allora restò paralizzato, aspettando il giudizio divino.

Caronte raschiò di nuovo l’aria: – Sei folle e coraggioso come un eroe. Sei forte, tanto da avere ancora un corpo. Sei carico d’odio, tanto da avere ancora una memoria. E sei arrogante come un dio. Eppure adesso sei spacciato, la tua anima è mia. Cosa fai, Vissarion: resti nel limbo o vieni via con me? Qual è la tua scelta?

Vissarion, ancora quel nome. Il suo nome.

Vissarion.

Guerriero. Generale. Conquistatore.

Vissarion, Marte sceso in terra per portare distruzione.

Vissarion, condottiero tradito.

– Né l’una, né l’altra!

Che lo condannasse pure all’agonia eterna, che facesse della sua anima quello che voleva: Vissarion non si era mai arreso davanti a nessun pezzo di metallo. Urlò quindi, come faceva in battaglia, e senza la benché minima speranza di poter ferire una dio, fece l’unica cosa che gli suggerì l’istinto da animale feroce: bloccò a mani nude l’arma di Caronte.

Fu in quel momento che vide sotto il cappuccio del fantasma la sua faccia bianca, gli orridi fili di una barba di ferro, le ossa sporgenti intorno agli occhi di rubino. Il suo sorriso diabolico.

E sentì dolore. Un dolore che nessuna anima avrebbe potuto avvertire, il tormento di una lama infuocata che gli entrava nelle carni, nei palmi delle mani, fino a scoprire le ossa delle dita. L’urlo di battaglia si trasformò allora in un grido di sofferenza estrema, il crepuscolo delle rive dell’Acheronte divenne luce intensa, luce infinita, e Vissarion si perse ancora. Proiettato ancora nel vuoto.

III

Fu un viaggio diverso. Invece di frammentarsi, la memoria si ricompose, si riempì di ricordi, scenari e sensazioni. Vissarion fluttuava nello spazio vuoto e poco per volta tornava al suo passato. Fu così che rivide Takis. Era il giorno del loro incontro, quando lei aveva cercato di ucciderlo con una spada ricurva in una mano e una torcia nell’altra. Era tutto così vivido: il gioco di ombre di quel combattimento al buio, il sudore luccicante sul corpo dell’amazzone, il suo odore di donna guerriera. E poi la forza dei suoi abbracci e dei suoi baci quando riuscì a farla sua, conquistata come tutto quello che non distruggeva.

Rivide Attalos, giovane come ai tempi delle prime battaglie fianco a fianco, ancora imberbe ma già più saggio di lui, sempre pronto a dargli i consigli giusti. Se solo gli avesse dato ascolto fino in fondo.

Ma né la calda passione risvegliata da Takis, né l’immagine del fedele amico riuscirono a dare all’anima galleggiante di Visserion la spinta necessaria. Se voleva liberarsi da quella stasi, lui aveva bisogno di altro, e sapeva di cosa si trattava.

Cercò Minos e lo trovò su un campo di battaglia, ma non dalla sua parte come era sempre stato. Lo aveva accompagnato lì, davanti ai suoi – ai loro – nemici, gli aveva fatto abbassare la guardia, lo aveva rassicurato con la sua risata tonante, con la sua potenza degna di Ercole. Poi aveva cercato di ucciderlo, spaccando la testa del suo cavallo con una sola mazzata, mancandolo per un soffio. Solo perché Vissarion aveva visto i suoi occhi brillanti smettere di sorridere.

Sullo stesso campo c’era Efestione: più astuto di Attalos, conoscitore di antichi segreti, intrigante, ma suo compagno fidato. Era stato la sua mente per anni, gli aveva insegnato tutto quello che sapeva sulla natura, sul cosmo, sugli dei. Gli aveva fatto capire che gli uomini sono animali feroci, che non esiste vera lealtà tra bestie, che tutti possono tradire. Gliene aveva dato prova su quel maledetto campo di battaglia ai margini della foresta, mentre cercava di avvelenarlo con i suoi intrugli.

Intanto Iskander guardava la sua disfatta con volto serio, forse triste, ma con l’ambizione più smodata che gli bruciava negli occhi neri. Iskander tremava e non si muoveva, non incoccò nessuna freccia. Semplicemente era troppo preso dallo spettacolo; godeva della sua vittoria. Iskander: il più carismatico, il più forte, il più folle. La copia perfetta di Vissarion. Il suo degno erede.

Un figlio.

Gli bastò quello. L’anima nel mondo di luce eterna ebbe quello che voleva: furore, ira allo stato puro. Nuovo vigore. Volò allora alla velocità del vento e si lasciò il candore immacolato alle spalle. Libera di tornare nella materia.

IV

Era vivo.

Disteso a terra immobile, lo sguardo fisso al cielo che andava rischiarandosi, Vissarion ritrovò il suo corpo. Estasiato e terrorizzato allo stesso tempo, rimase lì fermo a lungo. A respirare. Semplicemente a respirare.

Fu un gemito infine a scuoterlo da quella sorta di torpore. Non era solo. Si rialzò lentamente, affaticato da un viaggio che era stato eterno. Ma non si preoccupò per la stanchezza: quella se ne sarebbe andata, la forza sarebbe tornata.

Una volta in piedi, stranamente, non fu così sorpreso di trovarla lì al suo fianco: l’arma di Caronte. Il falso remo, la lancia di metallo nero. Era conficcata a terra, rimasuglio del sogno giunto nella realtà per ricordargli quanto era accaduto. Vissarion fece per afferrarla, ma si bloccò fissandosi le mani. Sui palmi, bianche e frastagliate, due lunghe cicatrici testimoniavano il suo tentativo di sfidare uno spirito dell’Ade. Era l’unica ferita che recava sul corpo. Se ne rese conto solo allora: le frecce che lo avevano ucciso giacevano inermi sull’erba bagnata; sul petto e sulle gambe non c’erano i segni di alcuna battaglia. Tutte le cicatrici di una vita passata a combattere erano svanite, cancellate dal suo peregrinare nel limbo prima del regno dei morti.

Vissarion aveva un corpo nuovo. Una nuova opportunità per prendersi quello che spettava di diritto al più forte: tutto. Una nuova arma per massacrare i suoi nemici. E i traditori. La lancia nera era lì per quello. Gli dei lo volevano.

Di nuovo un gemito. Vissarion si guardò attorno e scoprì di essere ancora circondato dai cadaveri degli ultimi uomini che aveva ucciso, abbandonati come rifiuti in quei boschi senza nome. Lo stesso trattamento riservato a lui, segno di totale disprezzo. Uno di quei soldati pareva essere ancora in vita. Semicosciente, si lamentava con la faccia sprofondata tra l’erba alta della radura, tremando mentre la vita gli scorreva via da uno squarcio sul fianco.

Vissarion prese finalmente la lancia e si avvicinò al giovane guerriero moribondo. L’asta metallica era gelida al tatto, faceva male, ma Vissarion resistette e strinse ancora più forte. Colpì senza clemenza alcuna, affondando la lunga punta nera nella schiena del soldato, fino al cuore. Non agì per pietà, o per farlo smettere di soffrire. Calò il colpo perché doveva farlo, perché sentiva il bisogno di uccidere. Allora si lasciò andare liberamente. Felice.

La furia omicida si placò però all’istante quando vide cosa stava succedendo. Dalla ferita si levò un vapore sibilante, come quando una lama rovente viene immersa nell’acqua ghiacciata. Vissarion estrasse rapidamente la lancia, ma il fumo continuò a uscire spandendosi di fronte a lui e, poco per volta, assumendo i contorni di una figura umana.

Istintivamente, il guerriero si mise in guardia, ma quella cosa non sembrava essergli ostile. Tutt’altro. Un volto sofferente gli si materializzò davanti, sembrò chiedergli qualcosa con voce muta. Poi la testa si chinò riverente e il fumo azzurro si dissolse nell’aria fredda dell’alba, fondendosi con la leggera nebbiolina della radura.

Mostrami la strada…

Fu solo un bisbiglio, ma nella sua testa risuonò potente come un tamburo di guerra. Vissarion si guardò intorno inquieto, ben sapendo però che quella voce era… giunta da dentro. Represse quindi un brivido e strinse la lancia come se fosse il suo tesoro più grande, l’unico appiglio che gli restava per non precipitare nel baratro della pazzia.

Concentrato a capire se quella che stava provando fosse paura, non li sentì arrivare fino a quando non si bloccarono ringhianti ai margini della radura: cani selvatici. Lo scrutavano rabbiosi, gli occhi rossi di sangue, la bava che colava dalle fauci ringhianti. Lo odiavano. Volevano fargli del male. Non per fame, non per paura. Per qualcos’altro…

La più grossa delle bestie gli saltò addosso abbaiando. Andando contro la morte. Vissarion attese il momento giusto, calmo, poi alzò la lancia falciando dal basso e colpendo il cane mentre era ancora a mezz’aria.

Il lampo fu accecante e gelido.

L’animale fu sbalzato all’indietro verso il suo branco da una forza occulta che si materializzò di nuovo sotto forma di fumo azzurro. La bruma prese a vorticare e ululare tra i cani che, terrorizzati, si allontanarono guaendo. Il capobranco, la testa spappolata, venne abbandonato lì.

Vissarion sembrò non curarsi dell’esplosione e di quello che stava succedendo nella radura. Stranamente tranquillo avanzò tra i vapori misteriosi accarezzato da urla lontane. Si andò quindi a piazzare davanti al cane steso a terra, solo, tradito dai suoi compagni. Vissarion digrignò i denti appuntiti. Strinse l’asta godendo del calore feroce che si propagava nei palmi sfregiati. Infine gridò come un ossesso, liberò quello che aveva dentro, scuotendo la lancia contro il cielo. Lanciando la sua sfida.

Quando si calmò, la nebbia era scomparsa, ma un cupo grigiore continuava ad avvolgere il bosco. Il sole stesso, intimidito, faticava a scendere a terra. Vissarion sorrise: non sarebbe stata una giornata di luce quella.

V

Trovare l’accampamento non fu difficile. Non si erano spostati di molto dal luogo della battaglia, probabilmente convinti di essere al sicuro. Del resto, chi poteva rappresentare una minaccia per quei soldati?

Eccolo lì l’esercito che lo aveva sconfitto, placidamente in attesa di qualche altra guerra, a riposo in quella valle silenziosa tra le colline. A riposo dopo il massacro.

Esercito: una parola troppo grande per quell’ammasso di mercenari e tagliagole prezzolati. Uomini del Mare, barbari del Nord, orientali dalla pelle scura e addirittura qualche guerriero del Nilo. Negli attimi confusi dello scontro, Vissarion aveva visto tutte quelle genti e tante altre ancora, mischiate, unite a caro prezzo sotto lo stesso vessillo. Quel vessillo che adesso svettava al centro del campo, sulla tenda del capitano.

Atene.

Vissarion sapeva che prima o poi avrebbe dovuto affrontare quel simbolo, quei colori. Era pronto a schiacciare la nascente potenza del sud, quel villaggio di pescatori a cui gli dei avevano dato una misera speranza in più. Non temeva i mercenari che i signori di Atene avrebbero potuto comprare. Mai però avrebbe pensato che l’oro sarebbe servito a pagare i suoi luogotenenti. Atene aveva vinto, gli erano bastati pochi uomini male assortiti, una pugnalata alle spalle e il momento giusto per colpire. Vissarion e una delle sue squadre migliori erano stati colti di sorpresa, accerchiati, e mentre il generale cercava di salvarsi la vita, i suoi soldati venivano falcidiati. Alla vista dell’accampamento, il guerriero si maledisse: non erano così tanti come gli era sembrato, le monete sonanti degli ateniesi avevano potuto radunare solo quegli scarti. Eppure lui era stato sconfitto. La causa di tutto era in quella tenda, sotto quella bandiera. Difeso da almeno duecento soldati.

Che mai sarebbero bastati a fermarlo di nuovo.

Nascosto tra gli ultimi alberi della foresta, appostato in cima a una bassa collina che digradava sulla vallata, Vissarion pensò a come muoversi, ma non si sforzò più di tanto a preparare un piano. Portava con sé un’arma troppo vistosa e neanche quegli stranieri avrebbero faticato a riconoscere la sua faccia. Avrebbe potuto aspettare la notte per muoversi nell’ombra, ma temeva di perdere la sua occasione e di vedere così l’esercito smontare le tende. Non gli servivano le tenebre, molti dei mercenari erano sicuramente ubriachi. Gli altri sarebbero semplicemente morti molto rapidamente. Scelse quindi una strategie diversa.

Discese la collina muovendosi quanto più possibile nella fitta boscaglia, la lancia bassa, la testa china in avanti come quella di un cane da caccia. In effetti era così: Vissarion stava andando a caccia. E già annusava la preda.

Fece un giro largo, prendendosi tutto il tempo disponibile e stando attento a non attirare l’attenzione di qualche guardia mentre cercava di aggirare il campo. Non che ce ne fosse bisogno, vista la rilassatezza di quei soldati. Era ovvio, non si aspettavano un qualche attacco. Il nemico era stato sconfitto, non c’era nessun altro che potesse minacciarli. Vissarion capì allora di essere completamente solo. I ragazzi portati con lui nell’infame imboscata erano stati sterminati, gli altri suoi fedelissimi dovevano essere stati divisi e colti di sorpresa come era capitato a lui. Con ogni probabilità, il suo esercito non esisteva più, scomparso in una sola giornata. E i mercenari al soldo degli ateniesi lo sapevano, ora erano loro i più forti in terra di Grecia.

Pensava a questo Vissarion mentre, poco per volta, si avvicinava al suo obiettivo. Ricordava uno a uno i volti dei suoi uomini e sorrideva malvagio, perché sapeva che per ognuno di loro sarebbe stato presto versato nuovo sangue. Una vibrazione si propagava dall’asta nera fin dentro il suo braccio, fino al suo petto, e allora sorrideva ancora di più. Aveva il potere. Doveva solo scatenarlo.

Il sole stava già iniziando a scendere all’orizzonte quando finalmente raggiunse il lato dell’accampamento che gli interessava. Vicino a due piccoli stagni circondati da sottili canne e da alcuni salici, erano stati fissati al suolo dei pali massicci ai quali erano legati i cavalli dell’esercito. Non erano molti, figurarsi se quei miserabili possedevano una cavalleria degna di questo nome, ma erano comunque sufficienti per il piano di Vissarion.

Lì nei pressi c’erano due soldati annoiati che si passavano un otre di pelle troppo piccolo per stenderli, eppure grande abbastanza per distrarli quando bastava. Vissarion, ancora nascosto tra i cespugli, si guardò attorno. Non c’era nessun altro, gli unici rumori giungevano lontani dal primo gruppo di tende parecchie braccia più in là. Qualche ombra distante si aggirava tra i bivacchi per accendere i fuochi, ma nulla di preoccupante. Niente poteva mettersi tra il vendicatore e le sue prime sventurate vittime.

Avanzò di qualche passo prima di rendersi conto di non aver considerato un certo fattore. I cavalli, già nervosi, presero ad agitarsi ancora di più, sbuffando e scuotendo la testa, forse nel tentativo di liberarsi dalle corde. Alcuni nitrirono, altri, i più vicini alla boscaglia, si impennarono sulle zampe posteriori. I due soldati rimasero a fissarli sorpresi e si scambiarono qualche parola, indecisi sul da farsi. Presto sarebbe arrivato qualcuno, Vissarion doveva agire.

Fu fulmineo. La guardia che reggeva l’otre, neanche capì cosa gli stesse succedendo, la lancia nera gli spaccò il cuore da dietro, entrando tra le sue scapole come un coltello caldo nel burro. Vissarion non aveva mai maneggiato un’arma del genere, così leggera, così potente. Amò all’istante quella sensazione. Ma non perse la concentrazione. L’altro soldato fece appena in tempo a voltare la testa instupidito prima che Vissarion gli lacerasse la gola con un rapido fendente. Dopodiché provo a urlare cercando inutilmente di chiudersi la ferita con le mani, il sangue che gli filtrava in mezzo alle dita. Non un suono gli uscì dalla bocca mentre moriva lentamente, soffrendo come un porco sgozzato.

Il fumo misterioso non ci si mise molto ad apparire sopra i due cadaveri, ma Vissarion stavolta non se ne sorprese. Né fece caso ai cavalli spaventati a morte dall’apparizione. Aveva capito. Glielo stava dicendo la lancia stessa tramite le sue continue scosse; glielo confermarono i volti che apparvero e scomparvero in un attimo tra il fumo vorticante.

Siamo tuoi servitori…”

– Oh, certo che lo siete -, sghignazzò il guerriero, consapevole di avere dei nuovi alleati. Fedeli per l’eternità, stavolta.

Dissipati i vapori, Vissarion si mise all’opera. Si avvicinò quindi ai cavalli, facendoli letteralmente impazzire. Scalciarono e si scontrarono tra loro, tirando con tutte le loro forze le corde e cercando in tutti modi di allontanarsi. Alcuni pali stavano per cedere, ma il guerriero non poteva certo stare lì ad aspettare. Qualcuno si stava già avvicinando, allarmato dai nitriti. Vissarion allora colpì rapido le corde e liberò i cavalli.

– Correte, i cavalli stanno scappando!

Un paio di soldati, greci stando alla loro parlata, si stavano avvicinando di gran carriera, richiamando quanta più gente possibile per l’inseguimento delle bestie. Vissarion continuò a tagliare corde fino al loro arrivò, quando infine lo videro.

– Per tutti gli dei, chi sei?

– Dannazione, lui…

Vissarion li ignorò, liberò un ultimo cavallo e, prima che questi riuscisse a mettersi in fuga, gli saltò in groppa, afferrandolo per la criniera. Il povero morello, folle di paura, cercò di sbalzarlo via, ma il guerriero tenne la presa con la mano libera e strinse le gambe, restando in arcione. Non riuscendo a liberarsene, l’animale partì al galoppo inseguendo il resto della mandria. Alle sue spalle, Vissarion sentì altre urla. La sua cavalcatura, nel frattempo. si placò e pian piano si arrestò, finalmente calma. Intontita. Vissarion si avvide allora del ritorno della nebbia azzurra, che placida avvolgeva la testa del cavallo.

– Bene, – disse semplicemente il guerriero, cominciando a tornare sui suoi passi.

Stavano arrivando. L’esercito! I mercenari di Atene, i nuovi soldati dei traditori! Eccoli, le facce rosse per il vino e la fatica improvvisa, le bestemmie tra i denti, l’espressione di chi non sa come reagire davanti all’imprevisto. Davanti a loro, un cavaliere solitario in groppa a un cavallo stregato, un’arma oscura nella mano destra.

Le anime dei morti a guardargli le spalle.

VI

Li caricò senza nessuna paura. Al suo fianco, solo per qualche istante, rivide il volto del soldato a cui aveva dato il colpo di grazie nella foresta, insieme a quelli dei due guardiani dei cavalli. Le sue truppe, la sua cavalleria. Scomparvero un attimo prima dell’impatto.

Vissarion staccò la prima testa senza rallentare minimamente, falciando il primo malcapitato che gli era giunto a tiro con la lunga lama in cima all’asta di metallo rovente. Poi infilzò un altro cranio, ma anche dopo l’affondo letale non dovette frenare la sua corsa. La lancia entrava e usciva dalle carni nemiche con una facilità assurda, come se non conoscesse ostacoli.

I mercenari radunati per la caccia ai cavalli si ritrovarono a dover affrontare un mostro furioso. Avevano già estratto le loro lame, ma sembravano essersi dimenticati come si usavano. Frastornati cercarono di improvvisare una qualche difesa, ma fu tutto inutile. Vissarion li superò di gran carriera, tirò la sua cavalcatura per le crini e la fece impennare. Tornò quindi sui suoi passi e caricò di nuovo, uccidendo ancora. E ancora. Qualcuno gridò aiuto, qualcun altro rispose dal campo. Alcuni soldati riuscirono a trovare l’iniziativa necessaria per tirare almeno qualche inutile fendente. Uno colpì il cavallo al fianco, ma sembrò non sortire nessun effetto. Vissarion, dal canto suo, sembrava impalpabile. O invulnerabile, come un vero eroe. Parava rapido e danzava con la sua bestia tra i disperati, calando la lancia quando vedeva il minimo varco.

A ogni colpo, una nuova voce si univa al coro spettrale.

Guidami…”

Sono con te…”

Ti seguirò…”

Era spaventoso e inebriante allo stesso tempo. La sua reazione naturale fu allora quella di ridere a crepapelle, mostrando i denti affilati mentre una pioggia di sangue lo riempiva di pitture di guerra. Sangue di ateniese, sangue di barbaro, sangue di orientale… ogni schizzò era una nuova anima, un nuovo soldato.

– Così! – gridava il vendicatore. – Così! Ne voglio di più!

Quando arrivarono i rinforzi, Vissarion non era più solo. I nemici, stavolta con le spade già in pugno e pronti alla battaglia, si ritrovarono subito circondati da una nebbia che parlava loro, li accarezzava, gli entrava nelle orecchie e sotto la pelle, ghermendo i loro cuori e le loro menti. Vissarion sentiva tutto ciò e sorrideva soddisfatto mentre uomini grossi come buoi crollavano al suolo sbavando, o correvano via impazziti dalla paura. Sigillato dalla bruma maledetta, il campo restò isolato dal resto del mondo. A disposizione del guerriero rinato. Ora non aveva più bisogno di quei fantasmi. Scese da cavallo e lasciò l’animale a collassare al suolo, morto. Proseguì a piedi. Lento.

Gli andarono incontro in tre, anche loro greci, anche loro furfanti che si erano venduti al migliore offerente invece che al legittimo dominatore. Le anime dannate, percependo la sua volontà di uccidere ancora, non intervenirono.

– Bastardo, tu dovresti essere morto! – inveì un tizio armato di lancia prima di tentare un affondo.

Vissarion si mosse leggero come una foglia, allontanò con una stoccata saettante la punta dell’arma dell’avversario, roteò su se stesso e calò sullo sventurato con l’impeto della tempesta. La lancia nera calò ancora dall’alto, penetrando nella spalla sinistra del soldato e arrivando fino al cuore. Cuoio, carne, muscoli ossa… era come se non esistessero. Vissarion estrasse l’arma e roteò ancora, andandosi a piazzare di fronte al secondo mercenario. Questi portò un fendente, prontamente intercettato con l’asta della lancia. Facendo leva con entrambe le braccia, Vissarion fece sbilanciare l’assalitore e lo proiettò in avanti, verso il suo compagno che stava accorrendo in suo soccorso. I due evitarono di pugnalarsi a vicenda, ma cozzarono l’uno contro l’altro, scoprendosi come due novellini. Vissarion colpì quello di spalle, affondò ancora, fece indietreggiare il terzo. Il poveraccio lanciò un gridolino, inciampò, fece per chiedere pietà. La sua testa volò via e andò a cadere in mezzo al fuoco di un bivacco, scoppiettando tra le scintille.

– No, non sono morto, – rispose infine il guerriero, rivolto ai tre cadaveri. Ignorando il piccolo esercito che nel frattempo gli si era radunato intorno.

– Che tu sia dannato da tutti gli dei degli inferi, come hai fatto a tornare tra noi vivi?!

Avrebbe riconosciuto quella voce tra migliaia, anche dopo un viaggio durato eoni ai confini dell’Ade. Un tuono, non una voce, generato da una gola abituata a ridere, a dare coraggio; o a sprigionare possenti urli di guerra. Un boato che dava sicurezza, che spaventava i nemici e spazzava via tutte le paure degli alleati. Il ruggito di un orso.

Del primo traditore.

– Non potevo lasciare le cose in sospeso con voi, – disse Vissarion alzando lo sguardo dai corpi senza vita degli ateniesi. – Dove sono gli altri, Minos?

Minos di Iraklio svettava tra i suoi uomini come un titano in mezzo ai rospi, grosso come una statua di marmo, potente come il toro sacro della sua isola natia. In mano stringeva la sua arma, una semplice asta con delle bande di metallo pesante avvolte alle estremità. Micidiale. Con quella poteva uccidere anche un minotauro. Era giunto da Creta in cerca di fortuna, aveva trovato Vissarion. Avrebbe potuto raggiungere la gloria eterna, ma si era accontentato dell’oro e di un’accozzaglia di soldatini da guidare in battaglia. Alla fin fine, nonostante la stazza, a Vissarion il suo compagno apparve misero tra i miseri. Minos però non pareva essersi reso conto della sua caduta.

– Mi hanno lasciato a fare la guardia a questa gente, Vissa, – rispose allargando le braccia, l’aria arrogante e beffarda.

– Ti basta poco.

– Guido l’esercito verso casa, ad Atene. Lì ne avrò uno ancora più grande. Sono un generale adesso.

– Lo eri anche con me.

L’espressione arrogante scomparve insieme alla luce negli occhi del colosso cretese. La faccia si fece dura. – No, Vissa. Con te ero solo uno schiavo. Tutti lo eravamo. Davvero non te ne sei mai accorto? È sempre stato così, ma finché ti serviva la nostra forza sei riuscito a trattenerti. Quando ti sei circondato di altri schiavi, noi siamo stati relegati nei ruoli più miserevoli. E sarei anche stato disposto a restare al tuo fianco se non fossi impazzito del tutto! Abbiamo solo anticipato la tua sconfitta, era questione di poco tempo ormai.

Vissarion lo lasciò parlare, tranquillo solo all’apparenza, le nocche sbiancate intorno alla lancia, i denti che avevano ripreso a digrignare. Infine parlo: – Tutto qui?

Minos trasecolò. – Che vuoi dire?

– Sei sempre stato poco sveglio: ho detto “tutto qui?” -, lo sbeffeggiò il guerriero. – Non hai nient’altro da dire per giustificare il più vile dei tradimenti? – Il tono della voce si alzò. – Mi parli di schiavi, di ruoli miserevoli, di sconfitta imminente… tu tradisci il tuo signore, colui che ti ha reso un eroe in terra, per questo?! – Il ringhio si trasformò in ruggito, la nebbia si agitò ai miti del campo. – Tu abbandoni la gloria che ti stavo donando perché non sai sottometterti all’unico dominatore?!

– Tu sei pazzo, Vissarion!

– No! – Il tuono stavolta proruppe dalla bocca del conquistatore tradito, e fu come un richiamo per le anime danzanti nella bruma, che sciamarono così verso gli uomini radunati vicino al loro generale, ghermendo i loro spiriti. Minos non venne toccato, ma dovette sentire anche lui il loro passaggio, perché sbiancò in volto e indietreggiò di qualche passo, senza però capire.

– No, Minos, – sibilò Vissarion tornando calmo. – I pazzi siete stati voi, perché avete tradito un re, scatenando la furia di un dio!

Vissarion alzò la lancia e all’improvviso la terra tremò e il cielo stesso sembrò spaccarsi in due, come se una forza oltre i limiti della natura fosse giunta in mezzo ai mortali per deformare la realtà e tutto il Cosmo. Il sole, oscurato dalla foschia, abbandonò del tutto quel luogo; una tetra aria grigia avvolse l’accampamento, mentre al suolo la vegetazione marciva o sprofondava dentro pozze di acqua putrida. Veleni e vapori si sprigionarono dal marciume, soffocando le grida inumane dei mercenari intrappolati in quell’incubo. A Vissarion tutto ciò ricordò un altro luogo, un altro spazio lontano, oltre le stelle, oltre la Legge, oltre la vita.

Quando il tumulto si fu calmato, restò solo una valle corrotta, silenziosa, immersa nella nebbia. Al centro di tutto, o del nulla, Vissarion e Minos.

– Cosa sei tu? – domandò il gigante.

Vissarion non rispose subito. Si chinò a terra e raccolse dalla fanghiglia lurida la spada corta di uno dei soldati che lo avevano attaccato. Rialzatosi, si passò la lama sul petto e la gettò via. Il tutto con una lentezza esasperante. Il sangue prese a colargli dalla nuova ferita. Sangue rosso, sangue mortale.

– Sono ancora un uomo, dopotutto, – disse, parlando più a se stesso che al generale nemico. – Puoi uccidermi di nuovo, mio vecchio amico. Fallo. Provaci.

Minos lo fissò schiumando rabbia e paura, il suo bastone rinforzato ancora inerte, l’istinto omicida frenato dal timore reverenziale.

Ma Vissarion non aveva finito: – Sei solo un vigliacco. Hai ucciso il mio cavallo ma poi non mi pare di averti visto in prima linea mentre venivo ammazzato. Mi hanno ucciso le frecce di un altro vigliacco.

– Taci!

– Sanguino ancora, vecchio porco, puoi uccidermi! Prenditi la tua occasione, dimostra di non essere un vile!

– Taci!

– Vieni finto eroe, fammi vedere che non sei solo uno schiavo!

– TACI!

Minos era un toro e lo caricò come tale: a testa bassa, guidato solo dall’istinto. Una forza della natura senza più nessun freno. Vissarion se ne rese conto al primo colpo. Non combatteva contro quell’uomo da molto tempo, aveva dimenticato quella potenza. La mazza rinforzata calò tre, quattro volte, da varie angolazioni, veloce. Minos sapeva combattere, aveva l’esperienza del vero guerriero. Del vero eroe. Messo sulla difensiva da quell’impeto, Vissarion venne travolto, più che dalla violenza dell’attacco, da una tristezza infinita che per qualche lunghissimo momento superò addirittura la sua cieca rabbia. Ogni colpo era un ritorno al passato, a quando Minos e lui lottavano per allenarsi… e a entrambi brillavano gli occhi. Ogni colpo, ogni fitta al petto, indebolivano sempre di più il guerriero. Alimentavano nuovi dubbi.

– Tu sei morto!

Mazzata dall’alto, devastante. Vissarion intercettò il colpo, la lancia nera resistette, ma non le sue gambe. In ginocchio, il guerriero rinato non comprese come aveva fatto a ridursi in quello stato.

– Sovrano… dio… – sbraitava Minos continuando a martellarlo senza più nessuna tecnica. – Tu sei solo un morto che cammina! Torna da dove sei venuto, verme strisciante!

L’ultimo colpo arrivò inesorabile.

VII

Dall’altra parte c’era Caronte ad aspettarlo. Caronte, le campanelle mute appese sulle vesti stracciate, sulle bende, sulle strisce di cuoio nero che lo ricoprivano. Caronte, la faccia da morto sotto il cappuccio, gli occhi di fuoco. Caronte nel suo limbo, alla deriva su un fiume di acqua velenosa. Disarmato, le braccia aperte come a volerlo accogliere in un abbraccio di perenne oscurità, senza nessun calore.

– Sei folle, o coraggioso come un eroe?

Vissarion non era folle.

Non era neanche coraggioso come un eroe.

Vissarion era solo una furia. Era un vendicatore.

Nient’altro.

– Allora vendicati. E distruggi il mondo intero.

In che modo?

Caronte non rispose. Vissarion già sapeva. Si guardò le mani, trovò le cicatrici.

Sentì dolore.

VIII

Fiamme tra le mani. La lancia lo risvegliò, gli ricordò chi era, cosa stava facendo lì. Gli salvò la vita. Vissarion inclinò allora leggermente l’asta arroventata e fece scivolare di lato il poderoso attacco di Minos, che, convinto di avere la vittoria in pugno, si sbilanciò in avanti. Sgusciando via rapido, Vissarion si rimise in piedi e lanciò un affondo.

Tristezza? Il vendicatore non sapeva cosa fosse. Quando la lama nera entrò sfrigolando nella spalla del colosso, Vissarion sentì solo una violenta vibrazione partire dalla lancia di Caronte e un enorme senso di gioia. Quell’uomo era solo uno dei traditori. Non un eroe.

Non un amico.

Ma restava pur sempre un avversario formidabile. Stringendo i denti e sbuffando davvero come un toro, Minos fece un passo indietro e cominciò a far vorticare la mazza. Una massa di legno e metallo roteò a pochi palmi dalla faccia di Vissarion, che a sua volta indietreggiò, via dal fischio di quell’arma mortale. Ma la sua lo era di più. Vissarion strinse forte la lancia con una sola mano; l’altra la tenne aperta davanti a sé, il palmo sfregiato rivolto verso l’avversario, come una sorta di scudo.

– Muori, bastardo!

Minos ripartì all’attacco. Il bastone sembrava essersi moltiplicato per quanto forte veniva fatto girare dalle mani potenti ed esperte del guerriero cretese. Quello non era più un uomo, sembrava più un uragano di colpi. Ma non c’era forza naturale che potesse fermare Vissarion. Dovette solo attendere il momento adatto, osservare, mantenere la calma.

Infine colpire come un serpente.

Si aprì un varco con la lancia, affondò feroce nel giusto istante, bloccando la rotazione di morte con una sola, rapida stoccata. Il bastone venne spezzato in due. L’avanzata dell’arma di Caronte non si arrestò. La punta di metallo penetrò ancora nelle carni del nemico, stavolta nello stomaco, dove sangue e viscere preso a ribollire all’istante. Minos spalancò la bocca e esalò una nuvola di vapore.

– Hai avuto la tua occasione, – infierì Vissarion avvicinandosi con la tranquillità di un torturatore, la lancia che affondava sempre di più. – L’hai sprecata.

– Vissa… – rantolò il toro abbattuto.

– Vissa è morto, – disse il vendicatore, ormai faccia a faccia con il suo vecchio amico. – Lo avete ucciso voi.

IX

Gli eroi non muoiono sventrati in mezzo a una valle senza neanche un nome. Vissarion ne era convinto. Così come era convinto che Minos era solo un miserabile. Gli eroi muoiono come tali, con tutti gli onori, con i poeti già pronti a cantarne le gesta. Di quel bestione arrogante nessuno si sarebbe ricordato. E lo stesso destino aspettava agli altri traditori. Quella faida non avrebbe conosciuto nessun eroe. Solo tanto dolore.

L’anima di Minos abbandonò il corpo gigantesco pochi istanti dopo la morte. Vissarion la vide agitarsi nell’aria, come se stesse cercando di non recidere il legame con quel mondo. Ma fu tutto inutile. Alla fine si dileguò e si trasformò in pura voce e vento.

Sono il tuo schiavo…”

Vissarion, seduto sui cadaveri accatastati di alcuni nemici, la lancia del Traghettatore ormai un tutt’uno con le sue mani devastate dal calore, sorrise soddisfatto.

Non avrebbe potuto chiedere agli dei una vendetta migliore.

 

FINE PRIMA PARTE