Atlantide: Storia di un mito. Terza parte – La caduta. Una Atlantide o molte Atlantidi? Da Platone a De Camp

LAVINIAPrima parte dell’articolo QUI – Seconda parte QUI

La caduta

Ma questa età dell’oro non durò per sempre.

Col passare del tempo «l’elemento divino» che connotava quel popolo si perse, mescolandosi all’elemento mortale e diluendosi in esso. Prevalse così il carattere umano, incapace di gestire quei beni che possedevano e la loro fortuna. E così, gli Atlantidi degenerarono. Divennero tronfi di avidità e bramosi di sempre nuovo potere, pronti all’ingiustizia e alla guerra.

«Ma il dio degli dèi, Zeus, che governa secondo le leggi, potendo giudicare tale situazione e comprendendo come miserabilmente degenerava questa stirpe, che un tempo fu, invece, sì meravigliosa, volle loro imporre un castigo, affinché riflettessero e divenissero più saggi: convocò, quindi, tutti gli dèi nella loro più augusta dimora, che, innalzandosi al centro dell’universo, vede dall’alto tutto ciò che è soggetto al divenire. E, dopo che li ebbe adunati, disse…»1.

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Il racconto che Platone fa nel Crizia termina così, tronco. Il dialogo è infatti incompiuto. Del mitico inabissamento di Atlantide, però, Platone aveva dato già una versione nel Timeo (quella secondo la quale l’isola sprofondò in un sol giorno e una sola notte in seguito a un grande cataclisma). Ma questa versione, evidentemente, non soddisfaceva il filosofo, che aveva preso un’altra strada nel Crizia. Qui, il racconto della fine dell’isola come punizione divina, deliberata dagli dèi, avrebbe dovuto occupare con ogni probabilità la parte centrale dell’opera, ma non ci è dato di leggerla. Quel che seguirà è ciò che, nel dialogo, precede il racconto:

«Oggi, dopo i terremoti che l’hanno sommersa, altro non ne resta che insormontabili bassifondi, ostacolo ai naviganti che di qui fanno vela verso il mare aperto, sì che non è più possibile passare»2.

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Una Atlantide o molte Atlantidi? Da Platone a De Camp

La storia raccontata da Platone non passò sotto silenzio. Quelli che se ne interessarono – come suggerisce il commentatore bizantino Proclo (V sec.) – si dividono in tre categorie: 1) chi considerava il racconto del filosofo come «pura e autentica storia»; 2) chi gli negava ogni storicità ravvisandovi un’allegoria filosofica); 3) chi infine, pur non negandone la storicità, riteneva più importante il suo peso allegorico, l’unico degno di essere discusso3.

Tra i primi a commentare il testo di Platone vi fu il suo discepolo più famoso, Aristotele, il quale, lungi dal difendere il maestro, fu uno dei più convinti “negazionisti”. Egli infatti paragonava la storia dell’isola a quella del muro costruito dai Greci sulla piana di Troia e a quello dei Feaci di Omero: «Chi l’ha creato, è lo stesso che l’ha distrutto»4.

Secondo Aristotele, dunque, Atlantide era tutta un’invenzione di Platone, utile a rappresentare l’antitesi tra realtà eterne e realtà in divenire.

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Ma se grandi pensatori come Aristotele ed Eratostene (III-II a.C.) erano scettici, ad altri, come Posidonio o Ammiano Marcellino, bastava il nome del grande filosofo a dar credito al racconto.

Lo stesso Proclo, che abbiamo già citato, ne difende la storicità: nel suo commento al Timeo, dopo aver paragonato Atlantide al mondo sublunare, soggetto al cambiamento5, Proclo cerca di dimostrare che un’isola di tale forma e grandezza sia davvero esistita, adducendo come prova i racconti (scritti? orali?) di alcuni antichi viaggiatori avventuratisi nel mare esterno, l’Atlantico. Lì, ai loro tempi, sarebbero esistite sette isole sacre alla dea Persefone (detta anche Proserpina o Kore, la sposa di Ade/Plutone), e altre tre isole immense: una consacrata proprio al dio dei morti, un’altra ad Ammone e la terza, quella di mezzo, a Poseidone. Gli abitanti di quest’ultima conservavano nella memoria il ricordo di Atlantide e della stirpe da cui discendevano6.

Più prudente di questi believers è Plinio il Vecchio, autore della monumentale Naturalis Historia, quando osserva che alcune isole si sono staccate dal continente, come Cipro dalla Siria, e che, per moto inverso, altre vi si sono ricongiunte, come Epidauro; altre infine si sono inabissate, e l’esempio più famoso di queste è Atlantide, che fu sommersa dal mare Atlantico, «se vogliamo credere a Platone» (si Platoni credimus)7.

Plutarco, dal canto suo, non solo credette alla storia del Crizia, ma vi aggiunse altri dettagli. Nella sua Vita di Solone8, narra dell’episodio dei sacerdoti egiziani dando loro un nome: Psenofi di Heliopolis e Sonchi di Sias. Sostiene quindi che Solone iniziò il poema in versi su Atlantide, ma, avendo ormai un’età avanzata e temendo la mole del lavoro, vi rinunziò. Platone, dunque, se ne “impadronì” per un qualche diritto di parentela, come della terra di un bel paese, ma vi si applicò troppo tardi: morì prima di terminare9.

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Di un’altra Atlantide ci parla Teopompo di Chio, il cui testo ci è noto grazie a Claudio Eliano (II-III d.C.). Eliano riporta il colloquio tra il satiro Sileno e Re Mida, il quale apprese dal primo molti favolosi racconti su terre incredibili. Tra queste, si parla anche della Meropia o Meropide, abitata dai Meropi, i “mortali”. Il nome è quantomeno sospetto, se si considera che, secondo il mito, da Pleione, figlia di Oceano, Atlante (un omonimo, in realtà, del figlio di Poseidone) ebbe sette figlie, le Atlantidi, una delle quali si chiamava proprio Merope. Ad ogni modo, in Meropia, secondo il racconto di Sileno, non vi è alternanza di giorno e notte, ma un perenne crepuscolo rosso. Il continente è conteso da due città rivali: Máchimos, la «Guerriera» ed Eusebίe, la «Pia», che ricordano da vicino Atlantide e Atene. La prima ha uno spirito conquistatore e avido, la seconda è pacifica e gode dei frutti spontanei della terra. Máchimos, inoltre, è irrigata da due fiumi, come Atlantide delle due fonti di Poseidone: Hedoné e Lúpe, «Piacere» e «Dolore». Sulle sponde di questi fiumi crescono alberi altissimi, come dei platani, che danno frutti. Quelli del fiume Lúpe, se mangiati, fanno piangere e intristire, gli altri fanno dimenticare ogni brama, anche l’amore, e chi se ne nutre lentamente ringiovanisce, dalla vecchiaia passa alla giovinezza, poi alla puerizia e all’infanzia, finché non muore. Eliano conclude dicendo che Mida credette a questo racconto, ma che lui non vi crede affatto. Anzi, definirà il narratore di questa storia (Sileno, e Teopompo dietro di lui) un «grandissimo contafrottole» (deinòs … mythológos)10. Tuttavia, Eliano ritorna su Atlantide nel suo Historia animalium (15, 2) quando afferma che, al largo dello stretto di Bonifacio, vivrebbero dei giganteschi arieti di mare, dal cui vello i re di Atlantide ricavavano i loro diademi.

diodorLa storia della Meropia non è l’unica gemella di Atlantide. Diodoro Siculo11 accenna a una sorta di Atlantide cretese, quando racconta che Creta fu in origine abitata dai dieci figli non già di Poseidone, ma di un certo Zeus, non il più famoso, ma lo zio di quello, fratello di Crono. Un’ultima versione viene falsamente attribuita, quasi per dispetto, ad Aristotele, riassunta nel XVI secolo da Montaigne12: secondo questa versione, a scoprire Atlantide, grande e fertile isola oltre lo stretto di Gibilterra, sarebbero stati alcuni Cartaginesi, che vi si stabilirono con mogli e figli. Molti altri li seguirono popolando l’isola, ma i sovrani di Cartagine, temendo che la madrepatria si spopolasse e quella nuova colonia potesse un giorno rivoltarsi contro di loro, emanarono un divieto ufficiale: chiunque vi si recasse o vi si fosse recato rifiutandosi di tornare sarebbe stato immediatamente condannato a morte.

La storia di Atlantide giunse anche in età cristiana. Il primo cristiano a parlarne è Tertulliano, che la ritiene una storia vera, come fa anche Arnobio dopo di lui, il quale la definisce un evento storico al pari delle conquiste di Alessandro Magno. Origine, invece, un altro autore cristiano, vi attribuisce una lettura simbolica: la guerra di Atlantide contro Atene rappresenta l’opposizione di due tipologie di demoni, gli uni più numerosi, gli altri migliori. Clemente di Alessandria, invece, riconosce quello di Atlantide come un mito pagano frutto di fantasia. Più duro ancora sarà un certo Cosma detto l’Indicopleuste13, autore del VI sec., secondo il quale la storia di Atlantide

«l’avrebbe escogitata proprio Timeo, il personaggio che dà il titolo al dialogo platonico, degno rappresentante dei Greci ignoranti e presuntuosi; quando non seppe più come sostenere le sue frottole, inventò che l’Atlantide era sprofondata nel mare»14.

Nel Medioevo si ebbe quella che è stata definita la seconda sommersione di Atlantide. Del racconto, infatti, si perdono le tracce, che riemergono in età moderna. Allora, l’attenzione si focalizzerà sulla localizzazione dell’isola misteriosa, con le più disparate ipotesi. Francis Bacon la farà coincidere con l’America e Arthur Schopenhauer col Messico, mentre Olaf Rudbeck riteneva che questa culla di tutte le civiltà fosse la sua patria natia, la Svezia.

CVT_LAtlantide_7529Uno dei primi a trattarne l’argomento riscrivendolo in chiave narrativa sarà Pierre Benoit, il quale, nel suo romanzo L’Atlantide, del 1919, immagina che l’isola non si sia davvero inabissata, ma abbia perduto il suo mare a causa del sollevamento del suolo e del correlato ritirarsi delle acque. Benoit immagina che sia rimasta solo l’acropoli con la sua reggia, con alcuni bacini salati intorno, residui del mare, e che lì, indisturbata, regni ancora l’ultima discendente degli Atlantidi: la regina Antinea, bellissima e crudele15.

Severissimo e pungente, sull’esistenza dell’isola, il commento di Pietro Janni, che abbiamo spesso citato. Janni non ha dubbi sul fatto che sia Platone il fantasioso inventore della storia – non del mito – di Atlantide. Secondo lo studioso, infatti, è improprio parlare di mito o leggenda popolare quando a tramandarci le vicende dell’isola è, di fatto, un solo autore, a cui tutti più o meno si rifanno:

«A chi è stato capace di scrivere che dell’Atlantide parla anche Platone, si deve rispondere che questo è come citare “la leggenda di Gulliver”, della quale parla anche Jonathan Swift, o “la leggenda del Figliul prodigo”, della quale parlano anche i Vangeli»16.

Quella del continente sommerso, dunque, è per Janni una faccenda «erudita o pseudo-erudita», mai veramente popolare17. E tuttavia, è incredibile quanto essa abbia attecchito nella storia del pensiero e nella letteratura di genere:

«Per noi moderni, Platone, con il racconto dell’Atlantide e della sua guerra contro Atene, ha inventato un genere letterario che resta ancora in vita, dato che si tratta della fantascienza»18.

L'anello del tritoneCon questa affermazione, Vidal-Naquet centra lucidamente il punto. Lo dimostrerà bene L. Sprague De Camp con i suoi romanzi della Pusadian series. De Camp, infatti, si interessò fortemente alla storia dell’isola, riuscendo a stendere un saggio scientifico che è citato da molti studiosi come il più ricco per attestazioni, fonti e citazioni sul tema di Atlantide, il già citato Lost continents. The Atlantis theme in history, science, and literature. Ed è proprio con lui che vogliamo chiudere questa rassegna sul continente perduto. Riguardo alla seconda sommersione di Atlantide, De Camp, specifica nel suo saggio che, fatta salva una breve menzione nell’enciclopedia medievale De Imagine Mundi di Honorius of Autun (1100 ca.), per molti secoli non se ne sentì più parlare:

Still, the cult was not dead, merely dormant …

Atlantis would rise again into the consciousness of men19.

FINE

Lavinia Scolari

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NOTE

1 Crizia 121 b-c.

2 Crizia 108 e – 109 a.

3 Cfr. P. Janni, Miti e falsi miti, op. cit., p. 72.

4 Cfr. Strabone 2, 102 e 13, 598.

5 Proclo, Commentarium 4, 25.

6 Proclo, Commentarium 177, 10-20.

7 Plinio, Naturalis historia 2, 205. Similmente Filone di Alessandria, De aeternitate mundi 141.

8 Cap. 26, 1; 31, 6 – 32, 2.

9 Cfr. P. Vidal-Naquet, L’Atlantide. Petite histoire d’un mythe platonien, op. cit., p. 29, che tuttavia non crede all’incompiutezza dell’opera a causa della morte del filosofo.

10 Eliano, Varia historia, 3, 18. Questo motivo dei due fiumi è presente anche nel Politico di Platone.

11 Diodoro Siculo, Bibliotheca historica 3, 61, 1.

12 Montaigne, Essais 1, 31, Dei cannibali, pp. 304-305 dell’ed. Folio-Gallimard 1973.

13 Il soprannome allude al fatto che Cosma fu autore di un periplo dell’Oceano Indiano.

14 Il testo di Cosma, Topografia cristiana, 12, 456 c-d, è citato in P. Janni, Miti e falsi miti, op. cit., p. 73.

15 Cfr. P. Janni, Miti e falsi miti, op. cit., p. 76 ss.

16 Cfr. ivi, p. 64.

17 Cfr. ivi, pp. 63-64.

18 P. Vidal-Naquet, L’Atlantide. Petite histoire d’un mythe platonien, op. cit., p. 20.

19 Cfr. L. Sprague De Camp, Lost continents, op. cit., Dover Publications, New York 1970, p. 20: «Eppure, il culto non era morto, ma semplicemente dormiente … Atlantide sarebbe riemersa di nuovo nella coscienza degli uomini» trad. a cura di chi scrive.