Atlantide: Storia di un mito. Prima parte – “Una molto singolare storia, ma tutta vera”

 Lavinia Scolari

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«Nel raccontare tutto questo sento benissimo che non potrò apparir verosimile. Faccio la storia di eventi assurdi in apparenza che però sono reali, incontestabili. Non ho sognato, ho visto e sentito».

A parlare è il professor Aronnax, uno dei personaggi di Ventimila leghe sotto i mari, il celebre romanzo di Jules Verne1. Il Capitano Nemo lo ha appena invitato a partecipare a un’escursione subacquea notturna, per esplorare i fondali marini alla luce della luna. Così, indossati gli scafandri, Aronnax e Nemo si immergono nelle profondità dell’oceano. Quello cui assistono ha dell’incredibile: Aronnax sa che l’inverosimiglianza del suo racconto gli impedirà forse di esser creduto, tuttavia non rinuncia a rivendicarne la veridicità: non ho sognato, ho visto e sentito.

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Per godere del fascino del racconto, il lettore di Verne è dunque chiamato, per dirla con Coleridge, a una breve, volontaria, sospensione dell’incredulità (willing suspension of disbelief)2. Ma lasciamo che Aronnax prosegua la sua escursione. I due raggiungono un pianoro:

«Vi intravidi rovine pittoresche dov’era segnalata l’opera dell’uomo e non più solo quella del Creatore. Nei cumuli di pietre restavano vagamente identificabili antichi templi e palazzi, rivestiti da traboccanti zoofiti in fiore: in mancanza d’edera, alghe e fuchi avevano steso là un gran tappeto.

Ma chi aveva trasformato le rocce e le pietre in dolmen preistorici? Dove mi trovavo, dove mi aveva trascinato la fantasia del Capitano Nemo?»3.

Il viaggio sottomarino, simbolo dell’opera di fantasia di Nemo (o forse dello stesso Verne) spinge i due subacquei in cima a una montagna, che vomita sotto di loro «lava a torrenti», illuminando a giorno la vasta pianura. Un vulcano, nel cuore degli abissi:

«Là in basso, sgretolata e demolita, appariva una città d’altri tempi con i suoi tetti sfondati, i templi abbattuti e le colonne stese al suolo. Vi si intuivano ancora le proporzioni esatte d’una architettura paragonabile forse alla Toscana. Su un’altura vicina alla nostra montagna scorgevo tutta disfatta un’acropoli con le incerte forme di un suo Partenone; in distanza qualcosa come un antico porto che avesse dato riparo, su una riva scomparsa, ai vascelli mercantili e alle triremi da guerra; ancora più in là varie linee di mura crollate e d’ampie strade deserte, un’intera Pompei sottomarina, che il capitano Nemo risuscitava adesso per i miei sguardi.

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Dov’ero? Dov’ero? A ogni costo volevo saperlo, parlare e udire […]. Ma il capitano, venutomi accanto, mi fermò con un gesto. Poi raccolse una pietra gessosa e avvicinatosi a un nero masso di basalto vi tracciò questa sola parola:

ATLANTIDE

[…] Eccolo sotto i miei occhi, con le irrecusabili testimonianze della sua catastrofe»4.

 

Jules Verne immagina dunque che il Capitano Nemo e il suo “ospite”, a 16° 17′ di longitudine ovest e a 33° 22′ di latitudine nord5 si imbattano nelle perdute rovine del continente sommerso. Verne inaugura così (o forse rinverdisce) un filone fantastico che avrà grande fortuna fino ai giorni nostri, quello relativo alla rielaborazione del “mito” di Atlantide.

«Un lampo attraversò la mia mente. L’Atlantide: insomma l’antica Meropide di Teopompo, l’Atlantide di Platone, un continente negato da Origene e Porfirio, D’Anville e Malte-Brun e Humboldt, che lo esiliarono tra i racconti leggendari»6.

Come mostrano le pagine successive del suo romanzo, Verne conosceva bene origini e sviluppi del racconto atlantideo. Ed è il momento anche per noi di addentrarci nella sua storia.

 

Una molto singolare storia, ma tutta vera

Quando si pensa all’incredibile fortuna di cui, nel corso dei secoli, la storia di Atlantide ha goduto, al numero sempre crescente di libri dedicati alla sua reale o presunta collocazione geografica, ai romanzi, ai racconti e ai film che le sono stati dedicati, sembra quasi impossibile che quello che è uno dei “miti” più famosi e discussi di sempre sia il frutto dell’invenzione di un solo uomo.

The Atlantis theme in history, science, and literature Eppure, è questa ormai la teoria pacificamente accolta dalla quasi totalità degli studiosi7, L. Sprague De Camp compreso, che ha scritto sull’isola uno dei saggi più belli ed esaustivi: Lost continents. The Atlantis theme in history, science, and literature (1954)8, sul quale torneremo. Ma prima dovremo andare altrove.

Nella sua Dissertation sur l’Atlantide, Thomas-Henri Martin, «il primo (e non l’ultimo) a sembrare sobrio dopo tanti ubriachi»9, pur riconoscendo ad Atlantide un ruolo cruciale e istruttivo nella storia delle “opinioni umane”, poneva così fine all’annosa querelle:

«Si è creduto di riconoscerla nel Nuovo Mondo. No; essa [Atlantide] appartiene a un altro mondo, che non è nell’ambito dello spazio, ma in quello del pensiero».

Un’isola del pensiero, niente affatto reale. Ma chi fu a inventarne la storia?

Il primo a parlare di Atlantide, per quanto è attestato dalle fonti in nostro possesso, è un greco del V-IV sec. a.C., Aristocle di Atene, il quale, per via della sua robusta costituzione fisica, fu soprannominato dai suoi concittadini Pláton, da platús, che in greco significa “largo” o “dalle spalle larghe”. Aristocle, il nome ereditato dal nonno paterno, fu così rimpiazzato da un nickname scherzoso che ha attraversato intatto i secoli: quello di Platone.

Platone parla di Atlantide in due dialoghi filosofici della maturità: il Timeo e il Crizia.

Nel primo, inserisce quattro personaggi che, per l’appunto, dialogano tra loro: Crizia, Timeo, Socrate ed Ermocrate. Quest’ultimo racconta di aver udito il giorno prima, dallo stesso Crizia, una storia (lógon) «tratta da un’antica tradizione orale» ed esorta l’amico a ripeterla davanti a Socrate.

Crizia accetta di buon grado di esporre questa «storia molto singolare, ma tutta vera, a quanto disse una volta Solone, dei sette saggi il più saggio»10. Ricorda infatti che un giorno Solone ebbe a narrare a suo nonno Crizia (che per comodità chiameremo “il vecchio”) «alcune grandi e meravigliose gesta» compiute anticamente da Atene. Ma una fra tutte era «la più grande e più degna d’esser celebrata fra tutte quelle che furono compiute dalla nostra città, ma di cui, causa il tempo, causa la morte di coloro che ne furono gli attori, il ricordo non durò fino a noi»: la grande guerra fra Atene e Atlantide, raccontata «non come una favola», ma, a sentir Solone, come un’impresa realmente computa dagli Ateniesi.

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Crizia la presenta come una «storia antichissima», udita durante le Apaturie11 quando aveva solo dodici anni e raccontata da un uomo tutt’altro che giovane, di ben novanta. Questo dettaglio non è di poco conto: nel mondo greco, la vecchiaia è indice di autorevolezza. Una storia antica è tanto più sacra e inviolabile quanto più è antica, e se è un vecchio a narrarla, ne consacra l’attendibilità e la rilevanza.

Crizia, però, ci tiene a precisare che questo racconto è almeno di terza mano: suo nonno l’apprese infatti da Solone, che a sua volta l’avrebbe ascoltato durante un viaggio in Egitto. E se il celebre arconte avesse avuto il tempo di rielaborarlo in un poema, grazie alle sue doti poetiche, per la bellezza e la profondità del tema, avrebbe superato in fama e prestigio perfino Omero ed Esiodo.

9788817106931_0_0_762_75Ed ecco, un po’ rimaneggiato, il racconto che si legge nel Timeo di Platone.

C’è in Egitto, nella regione del Delta, una città chiamata Sais. La sua gente sostiene che a fondarla fu una dea, quella ch’essi chiamano Neith, ma che ai Greci è nota come Atena12. Solone si recò lì in viaggio e fu accolto con ogni onore. Un giorno, udendo i più sapienti sacerdoti del luogo discorrere dei fatti più antichi di cui vi fosse memoria, volle intervenire e narrò alcune storie di tradizione greca: quella di Foroneo d’Argo, che i Greci credevano fosse il primo uomo, di Niobe, sua figlia, e del diluvio universale, cui furono protagonisti Deucalione, figlio di Prometeo, e la sua sposa, Pirra. Ma mentre raccontava, uno dei sacerdoti, forse il più vecchio, lo fermò:

«Solone, Solone» gli disse «sempre bambini siete voi greci, mai vecchio è un greco!».

«Che intendi dire?» chiese Solone.

«Di spirito, siete fanciulli. In voi non c’è alcuna opinione o antica credenza che sia prova di una vecchia tradizione. Le genealogie di cui parli, per noi ben poco differiscono dalle fiabe per bambini. Questa storia del diluvio terrestre, poi, non fu né la prima né l’ultima di tal genere. Molti sono stati nel corso dei secoli i diluvi e le distruzioni di uomini, e di tutti, il fuoco o l’acqua furono le cause maggiori. C’era un tempo in cui la tua città, Atene, era la più ricca e potente, la migliore per istituzioni e valore, e anche questo avete dimenticato»13.

Solone lo pregò allora di raccontargli di questa mitica Atene del passato, a lui ignota, e il sacerdote, poiché Sais e Atene avevano in comune la stessa dea fondatrice, in onore di lei accettò, e prese a narrare14.

Affermò che la sua storia risaliva a ben novemila anni prima15 o che almeno così si leggeva nei sacri scritti egiziani. Quella che dunque, ai tempi di Socrate e di Platone, è ormai una tradizione orale, a quel tempo, in Egitto, sarebbe una tradizione scritta:

«Nelle nostre scritture è riportato, infatti, che la vostra città annientò una grande potenza che aveva invaso insieme tutta l’Europa e l’Asia, muovendo violenta di là dal mare Atlantico»16.

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Questa mitica potenza d’oltremare proveniva dunque dal di là dello stretto di Gibilterra. Ora, gli antichi ritenevano che al di là di quello stretto, che i Greci chiamavano “Le Colonne D’Ercole”, il mondo finisse e che quello fosse il confine segnato dal mitico eroe. Il sacerdote spiega però a Solone che un tempo il mare oltre le Colonne d’Ercole era navigabile. Al di là di esse si trovava infatti un’enorme isola «più grande della Libia e dell’Asia messe insieme»17. Essa si chiamava Atlantide, ed era dominata da una grande e magnifica potenza regale, che governava anche altre isole e tutto il continente. Il suo impero si estendeva infatti fino in Africa, fino in Egitto, e in Europa, fino in Tirrenia, come allora si chiamava la penisola italica occidentale, poi detta Etruria.

«Ebbene, questa potenza, concentrate un giorno tutte le sue forze, d’un sol balzo tentò di aggiogare il vostro territorio e il nostro e tutti quelli al di qua dello stretto»18.

Allora, l’antica Atene si pose a capo degli eserciti degli Elleni come baluardo contro il nemico. Poi, costretta a combattere da sola per la defezione degli alleati, con grande valore ed eroismo sfidò il nemico. Riuscì infine a sconfiggere gli invasori e liberò i popoli al di qua dello stretto dal pericolo della schiavitù.

«Spaventosi terremoti e cataclismi avvennero poi. In un sol giorno, in una sola notte, terribili, tutta la vostra stirpe guerriera sprofondò sotterra, e l’isola stessa di Atlantide si inabissò nel mare e scomparve»19.

Il racconto del Timeo termina qui.

Platone ritorna però in argomento, e in modo molto più esteso, nel Crizia, dove il personaggio che dà nome al dialogo si propone di riprendere la storia egiziana di Atlantide e, soprattutto, quella delle sue istituzioni. E parte da molto, molto lontano.

Un tempo, agli albori del mondo, gli dèi si divisero a sorte le varie regioni della terra – dice Crizia «senza dispute». In realtà, però, altrove20 Platone aveva già aderito alla tradizione più diffusa, secondo la quale Poseidone, dio del mare, e Atena, dea della saggezza e delle téchnai (le arti), avevano discusso animatamente per il potere sull’Attica. Si narrava, infatti, che i due dèi giunsero in quella regione quando ancora Atene non era stata fondata: l’una piantò un ulivo nel terreno, l’altro percosse la terra col suo tridente e ne fece scaturire il mare Eretteide. Litigarono dunque su chi dei due ne fosse il “padrone”. Non pervenendo a un accordo, Zeus stabilì che i dodici dèi dell’Olimpo giudicassero chi ne avesse il diritto, e la cosa si risolse con la vittoria di Atena, perché aveva piantato l’ulivo prima dell’arrivo di Poseidone21. Così, la dea diede alla città più grande della regione un nome che derivava dal suo: Atene.

Poseidone, dunque, era rimasto senza territorio ed era piuttosto amareggiato (si dice addirittura che per ripicca sommerse l’intera Attica). In seguito, però, ottenne in sorte un’enorme isola, proprio quella grande «quanto la Libia e l’Asia messe insieme».

Platone, però, nel Crizia, decide di non seguire questa versione della disputa divina, perché, come fa dire a Crizia stesso: «sarebbe vergognoso credere che gli dèi ignorino ciò che conviene a ciascuno di loro, o che pur sapendo cosa conviene meglio ad altri, avessero tentato di impadronirsene per via di contese»22. È evidente che Platone si affanni tantissimo per costruire una tradizione degna di fede intorno alla sua storia. E pensa proprio a tutto. A un certo punto del Dialogo, infatti, Crizia tiene a precisare che se i nomi della sua storia, tutta egiziana, saranno greci, c’è un motivo preciso: Solone seppe dai sacerdoti che questi avevano cambiato già a loro volta i nomi di luoghi e persone traducendoli nella loro lingua. Così, volendo il legislatore ateniese usare questo argomento per comporre un poema (che poi non ebbe mai tempo di concludere), tradusse anche lui questi nomi, ma nella sua lingua, cioè in greco. E per avere maggior credito, Crizia sostiene di aver letto lui stesso tali traduzioni negli antichi manoscritti che un tempo furono di Solone:

«… gli stessi manoscritti di Solone erano presso mio nonno, e sono tuttora in mio possesso, e li ho molto studiati nella mia giovinezza»23.

Platone, dunque, per bocca di Crizia riprende la sua storia da quando il dio del mare ottenne in sorte l’isola di Atlantide. E ne fu più che lieto. Lì, infatti trovò anche l’amore.

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Al centro dell’isola vi era un’ampia pianura, che si dice fosse la più bella e la più fertile di tutte le pianure. Qui, sorgeva un vasto altopiano, sul quale abitavano Euènore e sua moglie Leucippe, due dei “primi esseri umani”. Costoro avevano un’unica, bellissima figlia di nome Clito. Alla loro morte, la fanciulla era già in età da marito. Poseidone si innamorò di lei non appena la vide e, a quanto dice Platone, le si unì in matrimonio. Da Clito, il dio ebbe cinque coppie di figli maschi. Così, divise l’isola in dieci lotti, uno per ciascuno dei suoi figli. Il maggiore di questi, che si chiamava Atlante (o Atlas), divenne re. E dal suo nome, l’isola fu chiamata Atlantide.

Fine prima parte

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Lavinia Scolari

NOTE

1 Il testo citato è tratto dall’edizione italiana a cura di Enrico Lupinacci: J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari (titolo originale: Vingt mille lieues sous les mers), con uno scritto di Bruce Sterling, traduzione a cura di E. Lupinacci, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, Parte Seconda, Cap. IX, p. 326.

2 L’espressione, apparsa in uno scritto del 1817, fu coniata da Samuel Taylor Coleridge, celebre poeta, letterato e filosofo inglese, vissuto a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo.

3 Ventimila leghe sotto i mari, op. cit., p. 328.

4 Ventimila leghe sotto i mari, op. cit., p. 330.

5 Le coordinate citate si intendono da Parigi, dal momento che, come osserva Pietro Janni (P. Janni, Miti e falsi miti: luoghi comuni, leggende, errori sui Greci e sui Romani, Edizioni Dedalo, Bari 2004, p. 71 e n. 15 p. 105), il romanzo di Verne risale al 1870, ma il meridiano di Greenwich fu accettato come meridiano zero dalle ventisei maggiori potenze mondiali di allora nel 1884, e la Francia si adeguò a questa decisione solo nel 1911.

6 Ventimila leghe sotto i mari, op. cit., p. 330.

7 Cfr. P. Vidal-Naquet, L’Atlantide. Petite histoire d’un mythe platonicien, Les Belles Lettres, Paris 2005, trad. it. a cura di R. Di Donato: Atlantide. Breve storia di un mito, Einaudi, Torino 2006, pp. 3-4; P. Janni, Miti e falsi miti, op. cit., p. 64.

8 Al 1954 risale il copyright di De Camp sul testo del suo contributo. Noi, tuttavia, seguiamo l’edizione pubblicata dalla Dover Publications di New York nel 1970. A proposito dell’invenzione del “mito” di Atlantide, cfr. pp. 2 ss.

9 La frase è del filosofo Jacques Brunschwig. Essa, come il successivo testo di Martin, è citata in P. Vidal-Naquet, L’Atlantide. Petite histoire d’un mythe platonien, op. cit., p. 4.

10 Si tratta del celeberrimo legislatore e poeta ateniese, nato alla fine del VII sec. a.C., di cui Platone stesso vantava di discendere per parte di madre. Per l’edizione del Timeo di Platone, si segue il testo e la traduzione a cura di F. Adorno, in Platone, Dialoghi politici. Lettere, a cura di F. Adorno, vol. 1, UTET, Torino 1988 (1a ed. 1953).

11 Festività ionica e ateniese in onore di Zeus Fratrio e Atena Fratria, celebrata per tre giorni nel mese di Ottobre (in greco Pianepsione), durante la quale i più giovani si iscrivevano alle fratrie, delle organizzazioni tribali i cui iscritti vantavano un antenato o capostipite comune.

12 Se Cicerone (La natura degli dèi, 3, 23, 59) segue il testo platonico, Plutarco (Iside e Osiride, 9, 32, 62) dirà invece che si tratta di Iside.

13 Platone, Timeo 21 e – 23 d.

14 Come è evidente, il racconto di Atlantide è costruito con la tecnica a incastro o delle scatole cinesi, consistente nell’intersecare un racconto in un altro racconto, tecnica tipica anche delle Metamorfosi di Ovidio e de Le Mille e una notte.

15 Ciò significa novemila anni prima del VII-VI sec. a.C.

16 Timeo 24 e – 25 a.

17 Libia era il nome con cui allora si chiamava l’Africa. La stessa descrizione compare nel Crizia (108 e).

18 Timeo 25 b.

19 Timeo 25 d.

20 Nel Menesseno 237 b – 238 a.

21 La leggenda è molto diffusa nella cultura greca. Qui, seguiamo la versione dello Pseudo-Apollodoro (Bibliotheca, 3, 177).

22 Crizia 109 b.

23 Crizia 113 b.